Culture Club

Culture Club

All'arrembaggio col rossetto

di Damiano Pandolfini

New-wave e new-romantic, ritmi caraibici, pulsazioni disco e tanto blue-eyed soul (di nome e di fatto) dal carismatico leader Boy George. Questi gli ingredienti della sgargiante formazione londinese, una band atipica il cui nome - scelto ad arte - seppe cogliere appieno l’estetica del gruppo, il sangue misto dei suoi componenti e l’inedita miscela della loro squisita proposta musicale
Camaleonti rosso, oro e verdi

La stampa musicale inglese la definì, con malcelato patriottismo, British Invasion: si trattava di musica, ma pareva piuttosto una disperata rivalsa ideologica contro l’inevitabile sgretolamento dell’impero coloniale, che in quegli anni si trovava ormai agli ultimi stadi di vita. Andò così: verso la metà degli anni 60, un nutrito squadrone di artisti britannici, capitanato dai Beatles, lanciò l’assalto alle tanto agognate classifiche americane. L’arma prescelta era semplice ma efficace: un’intelligente rilettura degli stilemi tanto cari al popolo statunitense, come il rock’n’roll dei bianchi e il soul dei neri, condita da un gusto tutto anglosassone e quell’accento “aristocratico” che tanto piace agli americani. Il successo fu a dir poco stratosferico, finendo con lo strabordare su tutto il resto del Pianeta; uno dopo l’altro Kinks, Who, Rolling Stones, Animals, Dusty Springfield, Petula Clark e via discorrendo ebbero il loro momento di gloria. L’Inghilterra di quegli anni si impose come punto focale per la nuova musica popolare, tanto che le ripercussioni di tale successo si avvertono chiaramente ancora oggi. Pertanto, quando un simile fenomeno si ripropone nella prima metà degli anni 80, il termine va solo aggiornato: Second British Invasion. Questa volta a fornire il carburante sono il punk e la new-wave, ai quali poi i partecipanti all’assalto mescolarono ad arte sonorità (nuovamente) scippate in giro, come soul, reggae e r&b. Con l’ulteriore spinta di una neonata Mtv, che contribuisce non poco a promuovere l’eclettica nuova immagine britannica, il successo è nuovamente assicurato.

A dare il fatidico "la" i giornalisti di oggi individuano quella "Roxanne" dei Police che, nel 1979, si infiltra di soppiatto nella top 40, aprendo così uno spiraglio grande abbastanza per far passare, in punta di piedi, Gary Numan, Elvis Costello, Squeeze e Pretenders (sleali quest'ultimi, perché con Chrissie Hynde alla voce giocano mezzo in casa!). Il botto però arriva più tardi, nel 1982, grazie alla cameriera da cocktail bar degli Human League la quale, promettendo da bere gratis per tutti, lascia aperta la porta, e il locale inizia ad affollarsi per davvero: ecco Depeche Mode, Simple Minds, A Flock Of Seagulls, Eurythmics, Duran Duran e Spandau Ballet – oltre a qualche vecchia gloria come Queen, David Bowie e un ringalluzzito Paul McCartney - tutti in fila al bancone ad aspettare il proprio turno, assetati di successo e pronti ad aggiudicarsi le simpatie del popolo statunitense a colpi di look all’ultima moda, video in heavy rotation su Mtv eanche - ovviamenye - tanta ottima musica.

Si giunge così ai Culture Club, il contingente più gaio e colorato del secondo squadrone britannico. Il loro successo è relativamente breve, e circoscrivibile più o meno ad un paio di dischi + drammi di contorno, ma nei frenetici mesi di metà decennio 80, nessuno sa splendere come questi Fab Four in versione piratesca. Dominano le classifiche di mezzo mondo, hanno folle deliranti ad attenderli all’aeroporto e, grazie all’innata dote di punzecchiatore del loro leader Boy George, arruffano le penne alle più adirate fazioni di benpensanti. Galeotta è certamente la musica – un irresistibile mix di new-wave, reggae,patinature disco e blue-eyed soul, tanto peculiare quanto ben fondato nel movimento new romantic - ma anche l’immagine stessa della band, orgogliosamente multirazziale e di eterogenea estrazione sociale: c’è il bassista Mickey Craig, avvenente ragazzo di seconda generazione d'immigrati caraibici da Notting Hill (ovest di Londra), il chitarrista/tastierista Roy Hay, biondissimo ex-parrucchiere di puro sangue anglosassone dall’Essex (est), il batterista Jon Moss, privilegiato bellimbusto figlio adottivo di una ricca famiglia ebrea di Hampstead (nord), e infine Boy George, il figlio di immigrati proletari irlandesi dal quartiere popolare di Streatham (al sud), l’effeminato white boy che ruba la musica dei neri ed è cresciuto con Aretha Franklin nel cuore.

Una marcia in più

Culture ClubFacciamo un breve salto indietro: per molti in Inghilterra la morsa di ferro imposta dal governo di Margaret Thatcher durante il decennio 80 è una vera e propria condanna - l'inizio del più marcato lato B del cosiddetto liberalismo per l'Uk inizia qui. Da un lato c'è la classe politica di Westminster, che si lascia inebriare da litri di Krug Champagne che i banchieri della City consumano anche a colazione – e consentono a quest’ultimi, in cambio, l’occasione di esercitare un lobbismo economico sempre più spudorato e mirato alle leggi del mercato libero. Dall’altro lato, i disagi, le privatizzazioni i drammatici racconti della chiusura di fabbriche e miniere nel Nord e nel Galles mettono letteralmente in ginocchio la classe operaia, allargando il divario sociale e gettando gasolio su una rabbia che presto sfociata in interminabili cortei e violente sommosse. Musicalmente, visti i clamori del decennio precedente, ci si sarebbe potuta aspettare una nuova infuocata ondata punk ma, pur rimanendo sempre acceso l’ideale di protesta, la scena musicale si frantuma piuttosto in mille pezzi, raggruppabili sotto il gigantesco ramo comunemente chiamato new-wave. Uno di questi, in particolare, accende le ire della critica più intransigente: si chiama new romantic, e con la sua estetica edonista diametralmente opposta al duro manifesto punk, arriva a dar voce non tanto alla rabbia verso l’economia in crisi e la corruzione della classe dirigente, quanto al forte desiderio di evasione da tutto ciò, una fuga dagli egoismi del mercato e dalle sue dannose conseguenze. Come già successo in America alla disco music dopo la famosa Demolition Night del 1979 - e che adesso viene vituperata dai puritani del rock e del folk per la sua attitudine spregiudicata e spensierata - anche i new romantic vengono presi di mira per la loro apparente evasività, per l’immagine posticcia e barocca, e per quell’uso massiccio di corpulenti sintetizzatori. Per gli interessati alla faccenda il dibattito è ancora aperto, ma in questa sede è giusto ricordare come, sotto le tronfie apparenze, i new romantic non erano in realtà proprio degli sprovveduti crumiri, e con la loro poesia decadentista in diversi hanno saputo seminare le basi su cui germoglierà poi tanta musica dei decenni a venire.

C’è poi un altro fattore da non trascurare: nell’Inghilterra thatcheriana il termine multirazziale non è un concetto all’ordine del giorno. Nonostante l’economia in profonda recessione, le masse proletarie assistono ad un ulteriore aumento dell’immigrazione, proveniente in buona parte dai paesi che un tempo erano stati parte dell’impero coloniale. Nella capitale gli scontri tra culture non mancano; le popolazioni dell'India, del Pakistan e del Bangladesh si arroccano nell’East End, in particolare attorno alla diseredata zona di Brick Lane, e tentano il più possibile di badare ai fatti loro. Ma i caraibici di Notting Hill e Brixton non possono permettersi un simile lusso, e si trovano spesso in contrasto con i giovani disoccupati autoctoni. Il quartiere di Brixton, in particolare, è lo scenario di una storica rivolta contro la polizia nell'estate del 1981 (immortalata da Eddy Grant in “Electric Avenue”), mentre già nell’80 un ottimo film - “Babylon” - documenta con rara crudezza le condizioni di vita dei giovani immigrati di colore nella capitale, divisi tra disoccupazione, droga e un disperato attaccamento alla propria cultura, grazie a intense serate clandestine a base di marijuana, reggae e dub.
In poche parole, il tessuto sociale non è più lo stesso, e anche se i contatti spesso sono bruschi o al massimo ingessati, la rabbia del rock bianco da sola non basta più a esprimere la crescente pluralità di voci - di fronte alle mosse del governo Thatcher, le storie di queste "altre" persone non sono poi così diverse dalle fatiche degli inglesi, anzi portano tutto il peso di una greve umanità comune. In questo contesto, quindi, l’arrivo imprevisto di una band new romantic londinese non è solo una moda di passaggio, ma riesce a sintetizzare e portare all’attenzione nazionale - e poi mondiale - quel che sta veramente avvenendo nel tessuto sociale britannico.

I quattro bizzarri componenti dei Culture Club, con nonchalance e attitudine squisitamente pop, mescolano la new-wave e il post-punk dei bianchi col reggae e soprattutto il lovers rock dei neri (un vecchio pallino di Boy George), destando curiosità e qualche risata, ma facendo pure inorridire gli integralisti di ambe le parti, dal momento che nessuno apprezza l’immagine del cantante che si presenta truccato da donna. Per certe frange della critica i Culture Club sono leggeri e derivativi, roba "da discoteca", ma in realtà mostrano di avere una marcia in più. Inconsciamente e magari in modo un po’ rudimentale, caciarone e non certo privo d'ironia, Boy George & Crew sbaragliano la scena, abbattendo ogni barriera sociale a colpi di riff ben assestati. Del resto si son voluti chiamati Culture Club, e sono una band multi-culturale per colore e religione, ognuno dei componenti proviene da un’eredità sociale differente.

Boy George contro tutti

Boy George - Culture ClubNeanche a dirlo, è proprio Boy George - il figlio di una casalinga e di un carpentiere (ed ex-allenatore di boxe). immigrati dalla cattolica Irlanda - a fungere da parafulmini, trascinando la sua band verso un successo di pubblico tanto vasto quanto inaspettato. Il mondo musicale, ai suoi tempi, ha già prodotto una notevole sfilza di personaggi androgini nelle più svariate (s)forme, ma anche chi crede di essersi abituato al David Bowie in gonnella (del quale Boy George è un fervente ammiratore), alla Grace Jones nuda e col capo rasato o all'indimenticabile Queen Of Disco Sylvester, rimane comunque basito nel momento in cui i Culture Club si presentano in Tv, il 23 settembre 1982. Sul palco del Top Of The Pops, di fronte a milioni di telespettatori, un pallido ragazzetto con gli occhi azzurri e il volto perfettamente truccato canta con una suadente voce soul e ondeggia su ritmi caraibici con movenze effeminate. Impossibile, tuttavia, catalogarlo come travestito o sempicemente omosessuale, perché il suo look è decisamente peculiare: nasconde ogni centimetro del proprio corpo dentro ad un'asessuata tunica taglia XL (che sembra riciclata da vecchi tendaggi rubati ad una parrocchia jamaicana), porta scarponcini da paninaro e indossa un cappellino da signora sudista stile “Via col vento”, da sotto al quale spuntano treccine e strisce di tessuto multicolori – quest'ultimo dettaglio manda su tutte le furie il collega e amico/nemico Pete Burns dei Dead Or Alive, che lamenta di aver avuto per primo l’idea.
Non è questione di chi l’ha fatto prima, ma di chi lo fa meglio!
gli replica subito un piccato George. Incurante della reazione del pubblico, il cantante dei Culture Club si conquista rapidamente i favori del movimento gay e transgender - un'icona d'importanza irrinunciabile ancora oggi. Quel che è molto meno scontato, però, è il livello di popolarità che George ottiene al di fuori di quegli ambiti. Nel suo apice, tra l’83 e l’84, è una delle popstar più amate e paparazzate del periodo, tanto dai giovani appassionati di musica quanto dalle casalinghe di mezzo mondo (che faranno tutte il tifo per lui nel momento in cui la sua segreta relazione col batterista Jon Moss arriverà a un’aspra conclusione pubblica). Una popolarità senza confini, che si estende appunto anche in America. A guardarlo, il leader dei Culture Club sembra un personaggio uscito da uno di quei deliranti film di John Waters, come “Pink Flamingos” o “Mondo Trasho”, ma la sua indefinibile peculiarità lo mantiene lontano anni luce dalla (pur mitica) dissacrante parodia drag di Divine. Così vestito, Boy George sembra piuttosto l’amica di shopping di Cyndi Lauper, l’altra multicolore scheggia impazzita che, proprio in quel frangente, si sta difendendo a colpi di tastiera e funk-pop dall’invasione britannica col suo caposaldo “She’s So Unusual”.

Ma non è certo tutto rose e fiori. Basta infatti leggere la biografia “Take It Like A Man” (che fu un bestseller in Gran Bretagna nel 1995) per avere un’immagine ben più realistica del personaggio Boy George. Il suo modo di vestire e truccarsi non è studiato per le telecamere e non è nemmeno una scelta fatta in totale libertà: sotto la maschera, infatti, si nasconde un ventenne tanto spigliato quanto atterrito dalla propria diversità e certo non privo di complessi riguardo il suo aspetto fisico e le sue movenze effeminate. Ama dire di sé stesso:
Ho la mente di una donna, e il corpo d’un muratore!
Ma invece di nascondersi, Boy George si lancia con coraggio in pasto ai leoni, senza rinunciare a dispensare un po’ di sana provocazione. Le sue sparate sono celebri (e francamente molto divertenti), ma gli attirano anche diversi guai, così come spiacevole è la sua smania di forzare l'outing a chi avrebbe preferito rimanere nell’ombra ancora per un po': dapprima toccherà alla sua corista Helen Terry, e poi a quache vecchio altarino del libertino ambiente post-punk - uno di questi, Kirk Brandon dei Theatre Of Hate, lo porterà in tribunale per diffamazione (perdendo la causa), e Boy George gli risponderà dedicandogli la mitica “Unfinished Business”.
Pertanto, la micidiale pressione mediatica che lo investe, mista al circolo di malelingue dei gelosi per il suo successo, e con un più la fama, i soldi, i drammi sentimentali col confuso Jon Moss e un’attitudine troppo disinvolta verso l’uso di stupefacenti, avrà come risultato la rapida implosione dei Culture Club, ma non diminuirà certo la presenza del cantante sui tabloid, per via di una sfilza di scandali, inclusi un paio di arresti con pena ai servizi di comunità a spazzare le strade di New York e recentemente anche qualche mesetto di carcere.

Rimane a Boy George il premio per la totale onestà verso i propri drammi personali. Si presenta al talk show di Jonathan Ross a racconta, senza peli sulla lingua, della sua sentenza e dell’arresto domiciliare con tag alla caviglia (e dei giornaletti pornografici che i secondini gli passavano in carcere durante la sua “vacanza”...). Ovviamente, si tratta di mosse ai limiti del suicidio professionale, che danno al pubblico l’immagine di una popstar scomoda e decaduta, manco fosse nella lista degli innominabili come Gary Glitter e Jimmy Saville. È un peccato, perché Boy George ha finito con l’offuscare la memoria dell'ottima musica che la sua band ha saputo produrre negli anni 80 (per tacere di quella concepita durante la sua prolifica e schizofrenica carriera solista). Ci auguriamo, quindi, di riportare in luce alcuni degli aspetti migliori dei Culture Club e di dare il giusto risalto a una band spesso dimenticata nei plasticati meandri degli anni 80 e ingiustamente bollata come fenomeno da baraccone. Ma procediamo con ordine.

Let’s steal some Culture!

Culture ClubTra la folla più estetizzante della scena post-punk nella Londra di fine anni 70, un certo George O’Dowd (in arte Boy George) si fa notare più degli altri; tra festini e concerti tenuti nei locali più decadenti della città, assiduamente frequentati insieme agli inseparabili amici di costume Marilyn e Martin Degville (futuro Sigue Sigue Sputnik), riesce a strappare l’invito da parte di Malcom McLaren a unirsi, come seconda voce sotto il nome di Lieutenant Lush, ai Bow Wow Wow di Annabella Lwin (l’ennesima fashion-band messa in piedi da Vivienne Westwood come ideale prosecuzione in chiave new romatic del successo della moda punk dei Sex Pistols). L’esperimento, tuttavia, funziona fino a un certo punto; le continue liti da prima donna tra George e Annabella finiscono presto col minare i rapporti interni della band, e lui abbandona in cerca di una dimensione più consona alla sua personalità. Inizia così a cercare collaboratori pescando nell’ambiente e arruola Mickey Craig al basso, Jon Moss alla batteria (già noto per aver suonato con Adam Ant) e Jon Suede alla chitarra, e il quartetto si dà pure un (raccapricciante) nome: Sex Gang Children. Dopo il veloce rimpiazzo di Suede col più pacato Roy Hay, sensibile quanto fondamentale musicista dal passato classico (e un tempo membro dei Russian Bouquet), la denominazione viene cambiata nel ben più ispirato e pertinente Culture Club. La gavetta della band sarà decisamente breve: dopo appena un paio di demo rifiutati dalla Emi, i quattro vengono messi sotto contratto dalla Virgin, e affidati alle cure del produttore Steve Levine.

La scalata parte nell’aprile dell’82 con il singolo di lancio “White Boy (Dance Mix)”, un ritmato pezzo new-wave condito da chitarrine funky e sferzate di synth, che tuttavia non raggiunge la top 100. Nell’ambiente musicale, però, parte il tam-tam, fomentato pure dalla stampa addetta, che intravede nel personaggio di Boy George il perfetto bersaglio verso cui lanciare le attenzioni per sbaragliare all'edicola. Figuriamoci: un sessualmente-non-identificato ragazzetto bianco che - proprio tra le parole di “White Boy” - confessa di voler rubare la cultura della musica nera e farla sua perché, sostanzialmente, è migliore (concludendo poi che “white boys are babies”)? Ce n’è da far rovesciare la tazza di tè agli ultranazionalisti, ma anche la popolazione afro/caraibica dapprima non apprezza la contaminazione. In ogni caso, il battage pubblicitario porta al successo: il successivo “I’m Afraid Of Me”, un brano radiofonico dallo sculettante ritmo caraibico e un'effervescente cascata di steel drum, farà un timido capolino nella top 100 inglese, aumentando la curiosità per il quartetto.

Il botto arriva nel settembre 1982 grazie a Kissing To Be Clever, disco dal titolo enigmatico e dalla copertina decisamente kitsch. Il singolo “Do You Really Want To Hurt Me?” parte con un giro corale della migliore scuola surf anni 60, per poi ondeggiare su un delicato andamento reggae, condito dalle punteggiature dub del fretless, mentre le languide tastiere e l’elegante cantato soul di Boy George contribuiscono a creare un vero standard, in bilico tra diversi stili ma superbamente fine a sé stesso. Accompagnato da un video tanto ambiguo quanto divertente, “Do You Really Want To Hurt Me?” raggiunge la top 10 in 12 paesi, lanciando ufficialmente la band verso lo stardom mondiale. La storica apparizione a Top Of The Pops, il 23 settembre dello stesso anno, manderà la stampa in tilt a forza di speculazioni: chi è quel tipo truccato da donna che si veste da post-punk, canta il reggae e saltella sul palco goffo come un brutto anatroccolo? I clamori giungono pure in America, dove i Culture Club iniziano a guadagnarsi l'amore del pubblico, e la mossa successiva li consacra ufficialmente come popstar oltreoceano: è “Time (Clock Of The Heart)” - lanciata sciaguratamente come singolo sciolto e inclusa solo nella versione americana dell’album (in Europa apparirà solo nelle future ristampe) - un brano che mette subito le cose in chiaro: i Culture Club non sono una one-hit wonder. Sicuramente una delle loro canzoni più belle di sempre, “Time (Clock Of The Heart)” regala una melodia di sempiterna purezza, sorretta da un sinuoso ritmo r&b vecchio stampo e incoronata da un nostalgico arrangiamento d’archi dai sapori sixties.
Il successivo, spassosissimo quanto balordo ritmo da balera “I’ll Tumble 4 Ya” è il terzo singolo ufficiale prescelto: con il suo piazzamento nelle classifiche statunitensi, i Culture Club si mettono al pari dei Beatles con 3 singoli in top 10 estratti dall’album d’esordio.

Non è però solo una questione di singoli. Kissing To Be Clever si muove in molte altre inaspettate direzioni, dimostrandosi lavoro ricco e dinamico. “You Know I’m Not Crazy” vede i languidi arpeggi spagnoleggianti di Roy contrapposti alla tirata sezione ritmica di Jon e Mickey, mentre Boy George si lancia in una sanguinante interpretazione da amante frustrato (indiscrezioni ci dicono che il brano sia stato ispirato da un suo flirt con Kirk Brandon dei punkettari Theatre Of Hate). “Boy Boy (I’m The Boy)” ritorna alle scalpitanti suggestioni a metà strada tra disco music e new-wave, sorretta dal possente basso di Mickey, mentre l’inedita atmosfera da mariachi in una notte tempestosa di “White Boys Can’t Control It” si lancia pure in un fantasioso momento di sax distorto. Decisamente più provocante, invece, “Take Control”, con la band che si fa tutt’uno nella tesissima trama ritmica, mentre Boy George si lascia andare, senza pudore alcuno, alle lussuriose moine di un ragazzetto con un gran bisogno di ricevere amore. Il momento più ambiguo, però, spetta alla riuscita “Love Twist”, brano a metà strada tra un’incongrua forma-canzone e il saltellante cameo ragamuffin dell'artista dub Captain Crucial.

Tra le b-side della ristampa del 2003, appaiono l’aspra e funkeggiante new-wave di “Love Is Cold (You Were Never No Good)” e un’altra apparizione della voce raffreddata di Captain Crucial (stavolta senza Boy George) su “Murder Rap Trap”, un alieno stoner notturno a tutto dub, con arpeggi mediorientali e riverberi metafisici.
Kissing To Be Clever scatta una nitida fotografia alla scena londinese di quegli anni, segnando l’ottimo esordio di una band capace di mescolare le suggestioni new-wave alle più svariate e ibride forme stilistiche, e uscirne mirabilmente vivi e freschissimi - di diritto trai migliori e più originali dischi del periodo.

Coloriamo i puntini

Culture ClubMa se un debutto al fulmicotone come Kissing To Be Clever catapulta questi quattro circensi direttamente in vetta, il successivo Colour By Numbers (1983) ne consacra le doti trasformandoli in popstar a livello mondiale. Ancora una volta, sorvoliamo sull’immagine di una copertina che non fa giustizia al contenuto: grafica da bigiotteria, Boy George che appare adornato come un lampadario, mentre gli altri tre ammiccano dai siparietti come annunci di escort dall’ultima pagina di qualche giornaletto poco serio. Ma si tratta solo di una foto, per Colour By Numbers l’espressione giusta da usa è “crimine perfetto”. Smussati gli spigoli new-wave dell’esordio, i Culture Club toccano subito l’apice della carriera, pubblicando un disco di rara leggerezza, costituito da una perfetta alchimia musicale. L’opera seconda ha tutti gli ingredienti indispensabili per un perfetto songwriting che volteggia elegantemente in equilibrio su un sottilissimo filo di ragnatela. È la giusta miscela tra i caldi groove caraibici di Mickey Craig, gli svolazzi melodici del neoromantico Roy Hay, le ritmiche saltellanti di Jon Moss e l’interpretazione di Boy George, all’apice della sua vocalità e non ancora segnato dalla droga. E aggiungiamo al calderone l’immancabile presenza della mitica corista Helen Terry, una bianchissima signora dotata di potente voce soul dal timbro quasi franklininano, amatissima dai fan della band tanto da avviare pure una breve carriera solista, ma che qui funge da perfetto controcanto su tutti i brani del disco. Ma soprattutto, diamo il giusto rilievo al decisivo aiuto in fase di produzione di Steve Levine, ancora una volta responsabile per quel tocco di classe che amalgama le diverse sensibilità dei quattro in un impasto sonoro luccicante e variegato, ma allo stesso tempo sobrio ed elegante. Provare per credere: l’uso sapiente e mai troppo invasivo dei sintetizzatori, misto alla folta strumentazione acustica e l’impiego saltuario dell’orchestra, fa sì che oggi Colour By Numbers suoni invecchiato con una grazia invidiabile, rispetto non solo a molti altri lavori contemporanei, ma anche alle successive produzioni degli stessi Culture Club.

Il nuovo singolo “Church Of The Poison Mind” segue a ruota l’ultimo pubblicato del disco precedente (“I’ll Tumble 4 Ya”), entrando con nonchalance in top 10 in contemporanea in Inghilterra e negli Usa. Scanzonato pezzo soul dai sapori anni 60 che pare non invecchiare mai, “Church Of The Poison Mind” ha tutta l’essenza concentrata nel titolo: la ricerca di chiarezza su un tema spinoso come il rapporto tra omosessualità e religione, rilanciato all’ascoltatore (e alle istituzioni) con parole pungenti, ma mai banali o blasfeme. È un tripudio che - precedendo l’altro importante capitolo sul genere rappresentato da “It’s A Sin” dei degni colleghi Pet Shop Boys – coniuga in una sola canzone intelligenza, ironia, protesta e amarezza. Il successo commerciale tuttavia è da considerarsi ancora irrisorio, se paragonato a quello che investe la band qualche mese dopo, quando “Karma Chameleon” entra in classifica. Considerata unanimamente la firma dei Culture Club, questa canzone dal birbante ritmo caraibico e dal famosissimo giro d’armonica, diventa singolo dell’anno nel 1984, raggiungendo la prima posizione in classifica in ben sedici paesi. Ancora una volta, è un perfetto tripudio di artificio pop; nella sua insostenibile leggerezza melodica, la si può in realtà interpretare come il manifesto della libertà d’espressione di un ventiduenne vestito con gli abiti della sorella e truccato con l’ombretto pastello della madre, una canzone che nel corso degli anni si è trasformata in un inno generazionale sull’importanza di rimanere fedeli a sé stessi - uno dei grandi classici degli anni 80.

Ogni brano in Colour By Numbers però si presenta come potenziale singolo. Ecco quindi “It’s A Miracle”, con quel ritmato giro di basso a ricordare le farfalline nello stomaco durante un flirt estivo con qualche bellezza tropicale. Oppure il piglio tutto disco music della melodica “Miss Me Blind”, venata da un elegantissimo giro d’archi e un riff di chitarra sintetica sempre puntuale a introdurre il ritornello e farsi spazio nel bridge. O ancora “Changing Every Day”, che andrebbe piuttosto rinominata “changing every minute”, per via della sezione ritmica Moss/Craig in perfetta sintonia che varia a ogni giro d’angolo, facendo da contrappunto al continuo botta e risposta tra Boy George e Helen Terry - eleganza tecnica su un tessuto che sprizza blue-eyed soul da tutti i pori. Più in là i Culture Club slacciano ulteriormente la fantasia e le atmosfere si fanno vivide come le immagini d'un film: è l’ancheggiante “Stormkeeper”, dal caldo andamento tropicale, intarsiato da un calibratissimo arrangiamento di flauto e sassofono, mentre con “Mister Man” siamo sul set di un western in trasferta ai Caraibi dove - piuttosto che in un polveroso saloon dell’Alabama - il bandito si sta aggirando col grilletto alla mano tra piantagioni di cocco e banane.
Splendono anche le ballate: la prima, che si incontra in terza posizione, è l’accorata preghiera soul a filo d’organo “Black Money”, mentre poco più là c’è il prezioso gospel acustico “That’s The Way (I’m Only Trying To Help You)” cantato in coppia con la Terry, che ci dimostra come Boy George sia anche in grado di mettere da parte gli orpelli e cimentarsi con classe nel campo minato della ballata piano-voce. Ma è il pezzo finale a rubare definitivamente lo scettro: trattasi di “Victims”, una ballata che, in cinque minuti di vibrante intensità, raggiunge nuove vette di lirismo. I Culture Club mescolano la sentita interpretazione di Boy George, gli svolazzi pianistici di Roy, i repentini cambi di ritmo di Jon e Mickey, i vocalizzi estatici della Terry e un’orchestra in full swing, composta da archi, ottoni e gli intarsi di un oboe pastorale - un piccolo capolavoro.

La ristampa del disco del 2003 aggiunge altre cinque tracce per un ascolto completo del periodo. Pubblicata come lato B di “Church Of The Poison Mind”, la sguaiata “Manshake”, un numero di sole percussioni e cori, avrebbe forse stonato un po' nella tracklist, ma è un capitolo molto divertente e indicativo della buona capacità di sperimentare dei quattro. Per altri mercati invece, il lato B dello stesso singolo sarà affidato a “Mystery Boy (Suntori Hot Whiskey Song)”, un più tagliente pezzo new-wave dai rilucenti battiti dance, che rimanda direttamente al disco d’esordio. Appaiono poi una registrazione live del sing-along “Melting Pot” (cover di un brano dei Blue Mink) che col suo testo inneggiante alla multirazzialità calza a pennello con l’immagine della band, e la lacrimosa versione strumentale di “Victims” (ribattezzata “Romance Revisited”) che, pur non facendo concorrenza all’originale, aiuta a metterne in luce la notevole qualità melodica. Avrebbe invece meritato molta più attenzione proprio la title track, inspiegabilmente lasciata fuori all’ultimo minuto e pubblicata solo come b-side proprio per “Victims”, ed è un peccato: “Colour By Numbers” è la traccia nascosta da andare a recuperare a tutti i costi, un lento da manuale dal ritmo delicatamente punteggiato, con un sublime lavoro di tastiere che enfatizza la nostalgica melodia e l’interpretazione calibrata di Boy George.

L’incendio in casa

Culture ClubColour By Numbers sorpasserà la soglia dei dieci milioni di copie vendute, diventando uno dei dischi più popolari del periodo. La consacrazione dei Culture Club si sublima in un tour mondiale e decine di comparsate televisive, normalmente incentrate sulla figura di Boy George per tentare di carpire qualche informazione in più riguardo la sua sessualità e i suoi look multicolore - storica, a tal proposito, l’apparizione al talk show di Joan Rivers, dove Boy George spiegherà la sua outfit con un “ho visto questo lenzuolo in un negozio d’arredamento a Barcellona e ho dovuto comprarlo per mettermelo addosso”.
Prevedibilmente, di fronte a tale successo, la Virgin preme sull’acceleratore per ottenere un sequel al più presto possibile. I tempi imposti sono decisamente limitati, e i quattro, ancora rimbambiti dal fuso orario e da un conto in banca che non smette di ingrassare, non hanno esattamente modo di rimettere in ordine le idee. Ma poco importa ai discografici: a un anno preciso dal disco precedente, arriva nei negozi il nuovo lavoro, curiosamente titolato Waking Up With The House On Fire (1984). Di primo acchito, il titolo sembra alludere al cotonato cestone di capelli rosso fuoco che Boy George sfoggia nella kitschissima copertina. Nelle intenzioni della band, invece, il nome rappresenta una sagace metafora che fa riferimento al totale capovolgimento che ha investito le vite dei Fantastici Quattro, passati in un batter di ciglia dal vivacchiare alla giornata in combriccole post-punk al ruolo di popstar milionarie. Purtroppo però, tale titolo assumere da subito anche un significato ben più sinistro, annunciando con fastidiosa precisione l’inizio dei problemi in casa Culture Club. Gli inevitabili attriti causati dall'ancora segreta ma tormentatissima relazione sentimentale tra Jon Moss e Boy George iniziano a minare i rapporti interni, e, uniti allo stress di dover tirare fuori una nuova sequela di hit, spingono la band verso un collettivo uso di droghe che si fa più pesante del solito.

Col successo di “Karma Chameleon” ancora fresco nei cuori del pubblico, il nuovo singolo “The War Song” entra tranquillamente in classifica ovunque. Tuttavia, appare evidente a tutti che qualcosa adesso è cambiato; oltre a soffrire di una produzione vistosamente più plastificata, la melodia di “The War Song” suona poco più di una filastrocca per bambini, lasciando completamente fuori posto la povera Helen Terry, che nel ponte continua a ululare senza ricevere il supporto necessario. Ma non solo; il testo, dai blandi toni pacifisti inneggianti “war is stupid! war is stupid!” snocciola una sequenza di scontati buonismi che potrebbero far felici solo i più pavidi cuori dell’Inghilterra vittoriana. Deluderà anche il video, messa in scena di un’improbabile sfilata di moda militar-chic ambientata in un cortile distrutto dai bombardamenti. “The War Song” è il loro singolo più debole di sempre, ma Boy George incassa comunque l’invito da parte di Bob Geldof per la prima versione di “Do They Know It’s Christmas?” dell’84.
Il secondo singolo estratto è “The Medal Song”, un trito cha cha cha flirtante con tropicalia in omaggio all’attrice Francis Farmer, che in Uk si fermerà alla top 30. Anche il terzo, l’obbligatoria ballad rarefatta e patinatissima “Mistake Number 3”, non sorpassa  il n.33 in classifica, lasciando addosso una sensazione di totale artificiosità (nel video dall'improponibile, si scorge Boy George vestito da meringa che troneggia dall’alto di una gigantesca torta nuziale...). Andrà meglio, semmai, con il lato B del singolo, quella “Love Is Love” che suona come una tenera ballata dotata della grazia melodica dei tempi migliori.

Forse i tempi sono già cambiati, e i Culture Club soffrono il rigetto del pubblico dopo la sovraesposizione mediatica dei mesi precedenti, ma la verve compositiva del passato sembra essersi un po' annacquata, e il fido Steve Levine in cabina di regia non riesce a replicare la magia del precedente Colour By Numbers, optando, probabilmente per mancanza di tempo, per un uso più prominente dei sintetizzatori. Sta di fatto che Waking Up With The House On Fire è sicuramente più figlio del proprio tempo. “Dangerous Man” (con un cantato che a tratti sembra imitare l'onnipresente Michael Jackson), “The Dive”, “Don’t Talk About It” e “Unfortunate Thing” (che nella strofa ricorda vagamente “Down Under” dei Men At Work) giocano tutte col collaudato r&b alla Culture Club, e nel contesto sono piacevoli e orecchiabili, ma rivelano una certa ripetitività d'idee. Più originale, semmai, seppur sempre sotto tono, il tardo glam-rock di “Hello Goodbye”.
Rimangono due brani da salvare e consegnare ai posteri: “Mannequin” e “Crime Time”. Inseriteli di diritto nel vostro Best Of casalingo, sia il primo - un delizioso numero corale dai toni sixties - che il secondo – uno scanzonato blues del Delta all’innocua ma profumatissima acqua di rose. Due canzoni che, da sole, non riescono a risollevare le sorti di un disco nato sotto luna calante, ma ricordano comunque che i Culture Club possono ancora scrivere sfiziose e pungenti canzoni.

I quasi due milioni di copie vendute da Waking Up With House On Fire non sarebbero nemmeno pochi a livello discografico, ma impallidiscono rispetto ai numeri dei precedenti album. Pertanto, il terzo capitolo dei Culture Club rimane un oggetto di culto destinato a pochi irriducibili fan, e a quei nostalgici che magari ricordano qualche canzone che passava per radio nell’inverno a cavallo tra l’84 e l’85 (Carrie Bradshaw lo esibirà nella sua collezione di vinili anni 80 nel primo film di “Sex And The City”). È il caso di dirlo: i Culture Club si svegliano con la casa già avvolta dalle fiamme. La band farà pure le sue scuse formali, imputando la stanchezza e le pressioni discografiche come cause per il flop qualitativo e commerciale del disco. I problemi però, sono solo iniziati.

L’addio in una pista da ballo

Culture ClubLa Virgin prova nuovamente a mettere la band sotto torchio, e per rimediare al flop del disco precedente, sostituisce Steve Levine con Arif Mardin, un produttore dal pedigrée a dir poco impressionante (si spazia dalle dive oldies come Barbra Streisand, Carly Simon, Petula Clark, Dusty Springfield e Aretha Franklin fino ai Bee Gees, Phil Collins, Queen e David Bowie, tanto per citare i più noti). Per i Culture Club, Mardin prova un approccio ancor più modaiolo, sostituendo i vecchi ritmi caraibici con pulsazioni dance decisamente più in al momento, e tramutando la sezione ritmica da acustica a sintetica, in perfetta sintonia con la nascente jacksonmania. Tuttavia, pur riuscendo nell’intento di rinnovare lievemente l’immagine della band, il disco sarà un flop totale, accelerando una caduta che nemmeno gli scagnozzi del boss di casa Richard Branson potranno più arginare. È Boy George, adesso, a creare i maggiori guai. Afflitto da una fortissima dipendenza da eroina, risulta il peggior collega col quale lavorare, e la sua già precaria relazione di amore/odio con Moss arriva alla fine dei suoi giorni, mandando all’aria l’equilibrio interno della band.

Frustrato come pochi, Mardin sarà costretto ad abbandonare le sessioni a metà, lasciando al tecnico del suono Lew Hahn il compito di terminare il lavoro. Anche per questo, From Luxury To Heartache (altro titolo tristemente azzeccato) arriverà solo nell’aprile del 1986, quando invece la Virgin lo avrebbe voluto molto prima. I giornali, nel frattempo, iniziano a far circolare la voce che Boy George soffre di dipendenza da droghe, e nonostante i primi tentativi di mascherare il fatto, la verità verrà presto fuori nel peggiore dei modi: nell’estate dello stesso anno, il tastierista Michael Rudetsky, uno dei session men che aveva preso parte alle registrazioni del disco, viene trovato morto per overdose nell’appartamento di George. È scandalo su tutti i fronti: Boy George viene arrestato e, mentre i benpensanti si prendono la loro vendetta, i Culture Club arrivano allo sfascio definitivo.

Cosa ci resta oggi di tutto quel dramma? Un disco che si fa metafora del proverbiale scheletro nell’armadio per tutti quegli appassionati di musica la cui infanzia o prima adolescenza è stata toccata dal pop di fine anni 80. From Luxury To Heartache è come quella vecchia giacchetta della zia con le spalline rinforzate che teniamo in fondo all’armadio, e indossiamo giusto una volta l’anno quando si viene invitati a una festa a tema anni 80, sfoggiandola con ironia, nostalgia e una punta di vergogna. From Luxury To Heartache non è insomma un disco memorabile, tutt’altro, ed è rimasto plastificato nel tempo come tutti i suoi contemporanei iper-prodotti da una tecnologia oggi ampiamente superata. La differenza è che qui, per lo meno, sopravvive qualche stralcio di melodia dei bei tempi andati, mentre l’interpretazione di Boy George rimane sempre sorniona, raffinata e mai troppo becera. La copertina prova a dare un’immagine completamente nuova: via i patchwork multicolori del passato e via l’immagine preponderante del frontmam, i Culture Club appaiono tutti nello stesso look, vestiti per la maggior parte in un più classico nero. Boy George porta un sobrio caschetto corvino, lasciando spazio a Jon Moss di sfoggiare il suo celebre sguardo da marpione, e a Roy Hay che, con quella gigantesca cascata di riccioli biondi, sembra una versione ingentilita di Michael Bolton.

Il singolo “Move Away” è sicuramente il numero meglio riuscito del lotto: forte di un ritmo scoppiettante e incorniciato da un tratteggio sintetico, rimane uno dei loro brani più radiofonici di sempre, grazie anche all’irresistibile ritornello che fa battere il piede a ritmo - meritato posticino in ogni Best Of. Anche “Work On Me Baby” svolge bene il suo compitino, con l’andamento al trotto sorretto da una (fintissima) chitarra elettrica e un altro ritornello decisamente appiccicoso. Il momento soul spetta invece alla populista e invero un po' grezza “God Thank You Woman”, aiutata ai cori da una sempre meno presente Helen Terry. Il resto, come già accennato, scivola via innocuo e plastico. “Too Bad”,”Sexuality” e “Heaven’s Children” lasciano poco e nulla, così come i toni hard-rock di “I Pray”, mentre “Reasons” conserva un solitario ritmo reggae. La tirata “Gusto Blusto” (o, come ulula Boy George, gastow blastow!) è un pastiche dance-rock-funky riservato veramente a pochissimi nostalgici dallo stomaco forte. Assolutamente da evitare la ballad pseudo-natalizia “Come Clean”.

From Luxury To Heartache non arriva al milione di copie vendute, e i singoli combinano ben poco in classifica. Causa problemi con la legge, Boy George è impossibilitato dal mettere piede in America e fa così perdere ai Culture Club la possibilità di farsi promozione (negli Stati Uniti il disco non è ancora stato ristampato). Insomma, i Culture Club si arrangiano con poco e dicono addio alle scene con un disco decisamente mediocre, che non fa che accelerarne la discesa. Spetterà a Mick Hucknall e ai suoi Simply Red, adesso, il compito di portare alta la bandiera del blue-eyed soul “made in Uk”.

Da quì in poi Jon Moss, Roy Hay e Mickey Craig si presenteranno puntualmente alle reunion dei Culture Club, ma le rispettive carriere soliste saranno deludenti. Jon Moss si ritaglia qualche lavoretto sparso in veste di produttore e session man (anche con Boy George), e nel 1991 pubblicherà, insieme a Nick Feldman “Promised Land”, l’omonino album del loro misconosciuto progetto neo-soul/chill-out. Roy Hay ha successo nel campo della produzione, ma molta meno fortuna avrà la sua band This Way Up – nel 1987 arriveranno un paio di singoli e un Lp intitolato “Feeling Good About It”, che rimane un culto per certi amanti del sophisti-pop Atteggiato in una posa da duro, Mickey Craig si mette al microfono (dove non se la cava neanche male) pubblicando nell’89 un singolo “I’m A Believer” (con annessa b-side “Love’s A Demon”) ma passa del tutto inosservato.

Decisamente più lunga e articolata sarà invece la carriera solista di Boy George, un capitolo che merita un approfondimento a parte. Il successo di pubblico non sarà più quello di un tempo (con l’esclusione di Sold dell’87), e la sua presenza sarà piuttosto relegata ad ambienti di culto, ma rispetto ai colleghi saprà tirar fuori dal cappello lavori di tutto rispetto, soprattutto se si considera l’ampio spettro stilistico nel quale spazierà: ricordiamo, per il momento, il progetto Jesus Loves You, col quale darà alle stampe nel 1991 l’ottimo The Martyr Mantras, un vero caposaldo per la dance anni 90.
A nome Boy George invece, vanno segnalate almeno la svolta glam-rock di Cheapness And Beauty (1995) e la reincarnazione come cantautore con U Can Never B2 Straight (2002), una collezione in chiave acustica di brani originali, b-side, rarità e vecchie canzoni che consegna un Boy George come non lo si era mai sentito prima.

L'eterno fascino delle reunion

Boy George - Culture ClubCredevate mica che i Culture Club fossero esenti dal proverbiale trip down memory lane? Dopo lo scioglimento della band, la Virgin stampa il primo doveroso greatest hits This Time – The First Four Years già nel 1987, un capitolo certo molto utile per riassumere la fulminante parabola di una band appena implosa. La prima reunion, invece, viene provata nel 1989, e produce una manciata di nuove canzoni che però non verranno mai pubblicate – sarà Boy George a rifiutare l’offerta, trovandosi più a suo agio al momento nel progetto dance con i Jesus Loves You. Ecco, quindi, il meno ortodosso At Worst... The best Of Boy George And Culture Club (1993) che riassume ancora una volta i fasti della band, facendo però allo stesso tempo il punto della situazione con la carriera solista di Boy George fino a quel momento, includendo la sua (ottima) cover di “The Crying Game” con produzione dei Pet Shop Boys – una raccolta più confusa, se vogliamo, ma altamente consigliato a chi vuole tentare un assaggio tutt’altro che scontato percorso del cantante. Nel 1998 invece viene pubblicata Greatest Moments – VHS Storytellers Live, ennesima raccolta dei loro successi alla quale viene aggiunto un secondo cd con un live registrato durante il reunion tour dello stesso anno. In Inghilterra vince il fattore nostalgia: il disco si attesta su vendite di platino, mentre il brano inedito registrato per il lancio, “I Just Wanna Be Loved”, arriva, a sorpresa, al numero 4 in classifica.

Insomma, i tempi sono decisamente maturi per un nuovo disco; i Culture Club si sono abbondantemente riposati e Boy George e Jon Moss hanno finalmente sotterrato l’ascia. Così nel 1999, a ben 13 anni dall’ultimo lavoro di inediti, arriva Don’t Mind If I Do.
Il disco non è certo sorprendente, ma rimane un capitolo piuttosto curioso di re-invenzione sonora senza perdere la matrice originale, l’atmosfera è rilassata, come sempre, ma le inevitabili autocelebrazioni rimangono fortunatamente al minimo. Musicalmente, Don’t Mind If I Do raccoglie tutti gli stilemi ormai conosciuti della band – melodie orecchiabili, uno stuolo di coriste soul, chitarre garbate e tanti ritmi reggae – producendoli con un’ottica moderna, sobria ed elegante, che occhieggia al neo-soul e al soul-pop tipico di quegli anni (l’acustica “Truth Behind Her Smile” potrebbe tranquillamente essere una canzone di Gabrielle o Des’ree). È insomma il passo più sicuro per una storica band degli anni 80 che ci riprova nei 90 (qualcosa che sanno bene pure Mick Hucknall e gli Eurythmics).

Boy George, notevolmente appesantito dagli anni e con una voce più roca e consumata, fa sempre la sua figura, cantando dolcemente col suo vibrato nasale senza strafare. Viene nuovamente inclusa “I Just Wanna Be Loved”, che in realtà è una canzone piuttosto anonima e di maniera, mentre l’altro singolo “Your Kisses Are Charity” rispolvera almeno uno di quei motivetti super-appiccicosi ai quali i Culture Club ci avevano abituati negli anni passati (la versione alternativa della canzone, registrata con Dolly Parton per il telefilm “Queer As Folk”, mostra nel video - categoricamente gay friendly - un balletto di cowboy che Madonna riprenderà su “Don’t Tell Me” l’anno dopo). Quando poi i Culture Club mettono in scaletta una cover per la prima volta nella loro carriera, puntano direttamente alle stelle, andando a ripescare nientemeno che “Starman” di suà maestà David Bowie: va da sé che il progetto parte già senza pretese, ma i Culture Club compiono comunque un dignitoso lavoro.

Il resto del disco scorre uniforme e senza grandi scossoni, e forse 15 canzoni in scaletta sono troppe, ma in compenso la produzione è decisamente valida e, a differenza del disco precedente, non c’è un episodio che si possa definire scadente. Il momento più disco di tutti è “Black Comedy”, che suona come farebbe una serata cabaret di drag queen in un club clandestino di Puerto Rico, ma anche la più elettrica “See Thru” e il luccicante piglio chill out di “Strange Voodoo” si mantengono a galla. Decisamente riuscita “Confidence Trick”, con un andamento quasi trip-hop, sfrigolii elettrici e riverberi notturni che si avvolgono su sé stessi fino all’esplosione ritmica di chitarra e batteria, e la bella “Fat Cat”, che però è decisamente più affascinante nella versione acustica che Boy George inciderà da solo qualche anno più tardi. In chiusura, la melodrammatica ballatona “Less Than Perfect”. Insomma, Don’t Mind If I Do è qui per ricordare che i Culture Club esistono ancora, ma se avete voglia di muovervi dagli anni 80 (e il fattore nostalgia non è il vostro forte), forse è meglio andare a rovistare nella carriera solista di Boy George, dove si trovano notevoli perle nascoste.

A completare la discografia arriva il Box Set (2003) con ben quattro Cd per un totale di 88 tracce, che ripercorrono in lungo e largo la carriera della band, e un booklet fotografico e storiografico decisamente goloso. Attenzione, però: più che completa, la tracklist è confusionaria; ci sono tutti i consueti pezzi storici dei Culture Club, oltre a notevoli b-side e diverse rarità, ma anche tanti brani meno memorabili e tanti (troppi) remix, versioni demo e alternative, dalla qualità non sempre buona. Non solo, il Box comprende anche molti pezzi del Boy George solista, alcuni dei quali in ulteriori versioni remix che contribuiscono alla confusione generale – è chiaro l’intento commerciale della Virgin nel voler capitalizzare anche su questi, usando furbescamente l’immagine della band che ha più pubblico. Pertanto, il Box Set rimane un oggetto prezioso, ma consigliato più ai proverbiali die hard fan che non al pubblico in cerca di scoperte.

Il 2003 vede pure il Dvd Live At The Royal Albert Hall, un bel concerto in onore del ventennale della carriera. Più consigliate, tuttavia, le ristampe rimasterizzate dei primi quattro dischi (sempre del 2003). Waking Up With The House On Fire e From Luxury To Heartache rimangono appannaggio di pochi, e la selezione di bonus track non aggiunge niente di veramente imperdibile, ma le versioni rimasterizzate di Kissing To Be Clever e Colour By Numbers sono decisamente raccomandate. Nel 2005, poi, arriva Greatest Hits, che fa ordinatamente il punto della situazione per includere i singoli di Don’t Mind If I Do, e un ulteriore Singles And Remixes.
Nel frattempo, tra una disavventura e l'altra, Boy George riesce ancora a emozionare nello splendido duetto di "You're My Sister", in compagnia di uno dei suoi massimi eredi, quantomeno in termini di ambiguità sessuale, Antony Hegarty (nell'album "I'm A Bird Now" del 2005).

Si rumoreggiava di una nuova reunion per il 2012, ma Boy George ha già rinviato tutto (forse) al 2013. Staremo a vedere. La stella Culture Club ha fatto il suo tempo, ma ci ha saputo intrattenere, emozionare e inorridire in egual misura, lasciandoci in eredità una manciata di ottime canzoni e, per lo meno, due dischi di valore, tra i quali Colour By Numbers che, a oltre trent’anni dalla sua pubblicazione, continua a farsi beffe degli anni che passano.

Culture Club

All'arrembaggio col rossetto

di Damiano Pandolfini

New-wave e new-romantic, ritmi caraibici, pulsazioni disco e tanto blue-eyed soul (di nome e di fatto) dal carismatico leader Boy George. Questi gli ingredienti della sgargiante formazione londinese, una band atipica il cui nome - scelto ad arte - seppe cogliere appieno l’estetica del gruppo, il sangue misto dei suoi componenti e l’inedita miscela della loro squisita proposta musicale
Culture Club
Discografia
 CULTURE CLUB
  
Kissing To Be Clever (Virgin/Epic 1982)
Colour By Numbers (Virgin 1983)
 Waking Up With The House On Fire
(Virgin 1984)
 From Luxury To Heartache
(Virgin/Epic 1986)
 This Time – The First Four Years
(antologia Virgin 1987)
At Worst, The Best Of Culture Club
And Boy George
(antologia Virgin 1993)
 Greatest Moments VHS Storytellers Live
(antologia + live, Virgin 1998)
 Don’t Mind If I Do (Virgin 1999)
 Culture Club Box Set (Virgin 2002) 
 Greatest Hits (antologia, Virgin 2005)
 Singles And Remixes (Emi 2005) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Do You Really Want To Hurt Me?
(live a Top Of The Pops, 23 settembre 1982)

Do You Really Want To Hurt Me?
(videoclip, da Kissing To Be Clever, 1982)

 

I'll Tumble 4 Ya
(videoclip, da Kissing To Be Clever, 1982)

Church Of The Poison Mind
(videoclip, da Coulour By Numbers, 1983)

Karma Chameleon
(videoclip, da Coulour By Numbers, 1983)

It's A Miracle
(videoclip, da Coulour By Numbers, 1983)

Miss Me Blind
(videoclip, da Coulour By Numbers, 1983)

Victims
(videoclip, da Coulour By Numbers, 1983)

The War Song
(videoclip, da Waking Up With The House On Fire, 1984)

Mistake no. 3
(videoclip, da Waking Up With The House On Fire, 1984)

Love Is Love
(videoclip, singolo, 1984)

Move Away
(videoclip, da From Luxury To Heartache, 1986)

I Just Wanna Be Loved
(videoclip, da Don't Mind If I Do, 1999)

Starman (David Bowie's cover)
(videoclip, da Don't Mind If I Do, 1999)

  
 

Boy George - One On One
(videoclip, da The Martyr Mantras, 1991)

Boy George - The Crying Game
(videoclip, dalla colonna sonora del film La moglie del soldato, 1992)

Antony & Boy George - You're My Sister
(live on Jonathan Ross Show, 2005)

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