Felt - Denim - Go-Kart Mozart

Felt - Denim - Go-Kart Mozart

Star mancate del pop inglese

di Alessandro Nalon

I Felt non sono che la prima creatura musicale di Lawrence Hayward, bizzarra popstar mancata dell'indie-rock inglese degli ultimi trent'anni. Di seguito riportiamo la storia della disperata ricerca della fama di un outsider del rock dall'immenso talento, dal misterioso jangle pop dei Felt sino al citazionismo nostalgico e al lo-fi dei progetti Denim e Go-Kart Mozart

Uno strambo figuro si aggira per le strade di Londra, mugugnando con un fortissimo accento brummie e sfoggiando orgoglioso la sua figura di barbone suburbano. Due ciocche di capelli unti scendono dal cappello da baseball, mentre il suo volto senza età tradisce una bellezza lontana, ormai consumata. È Lawrence (sì, non ha un cognome. Pare sia Hayward, ma nessuno ne è sicuro), ex-frontman dei Felt, ma a vederlo sembrerebbe un ubriacone che racimola monetine dal marciapiede in attesa di incassare l'assegno di disoccupazione. Se ne sta per conto suo, con la speranza mai morta che il suo ultimo lavoro ("On The Hot Dog Streets", a nome Go-Kart Mozart) sia quello buono, quello che lo renderà famoso. Patetico, vero? Eppure non è sempre andata così. Un tempo questo bizzarro personaggio non era un disadattato, ma un promettente pretty boy del rock, dall'immenso talento e dalla penna formidabile. La sua arte, di cui il grande pubblico è ignaro, ha cambiato la vita di molti musicisti negli ultimi due decenni, con le sue note e - soprattutto - le sue liriche. La fortuna però gli è sempre stata avversa, e il suo carattere intransigente e la sua attitudine provocatoria hanno fatto il possibile per sprecare le pochissime occasioni avute per compiere il salto da grande artista underground a grande popstar. Inutili tutte le recensioni positive, le collaborazioni, gli endorsement e le lodi dei colleghi: il carattere auto-disfacista di Lawrence lo ha relegato a un culto per pochi, trasformandolo in un eremita indie-rock, lontano dai riflettori e ignorato dalle masse, anche se i suoi piani sarebbero dovuti andare diversamente. Quella che segue è la sua malinconicissima storia.

I'd be the brightest star you heard - la storia dei Felt

Negli anni Settanta Lawrence (classe 1961), un adolescente originario di Birmingham, divorava musica pop nella sua cameretta. Il glam-rock di T Rex, Gary Glitter e Lou Reed lo infervorava e alimentava il suo sogno di entrare anch'egli, un giorno, nella mitologia rock. Come tanti ragazzi della sua generazione, la sua vita fu sconvolta dall'esplosione del punk e della new wave. Guardare i gruppi punk suonare nello show televisivo di Marc Bolan gli fece capire che era possibile formare un gruppo senza essere degli strumentisti dotati. Erano anni di grande fervore creativo, in cui la musica mutava nel giro di pochi mesi, e il passare delle mode faceva cadere nell'oblio il passato; la musica del lustro precedente e l'immagine dei musicisti rock come star della cultura pop subiva un ridimensionamento, come notava il giovane Lawrence ai concerti dei suoi gruppi post-punk preferiti. L'ispirazione principale però venne da Tom Verlaine e dall'album "Marquee Moon" dei suoi Television, scoperto a 16 anni e mai più accantonato. Il canto fuori fase e monotono del newyorkese (l'altro suo nume sarà Lou Reed), le sue pennate scampanellanti sulla chitarra, ma soprattutto i suoi testi decadenti definirono la visione musicale del giovane Lawrence, che prese in mano la sua prima chitarra e di lì a poco registrò il suo primo singolo a nome Felt - nome che omaggia il ritornello "How we feeeelt…" di "Venus" dei Television.

Si intitola “Index” e suona come ci si può aspettare da uno scarabocchio di un diciottenne che è al massimo capace di abusare della propria chitarra, mugugnando su un battito a malapena percepibile. Una schifezza, ma la stampa dell'epoca era così assetata di novità che "Index" finì per essere eletto singolo della settimana su Sounds. Le cose cambiarono radicalmente dopo che Lawrence formò un gruppo vero e proprio, con la sua persona come figura centrale. Scriveva i testi, co-firmava le musiche, curava gli artwork e decideva chi licenziare e assumere, in modo non propriamente democratico e spesso non basato su alcun motivo razionale (qualcuno fu cacciato dal suo gruppo perché portava i capelli troppo ricci!). Di lì a poco il giovane chitarrista Maurice Deebank, anche lui cresciuto nello stesso sobborgo di Birmingham, completò la prima formazione della band. Chitarrista di formazione classica, Deebank era un talento precoce, e la sua tecnica sopraffina e aliena alla maggior parte dei coevi gruppi new wave stregò Lawrence (ai tempi un maldestro autodidatta), che vide in lui il mezzo perfetto per veicolare il suo talento lirico. Il suo gruppo preferito erano gli Yes, ma Lawrence gli ripeteva a perdifiato di non ammetterlo mai in nessuna intervista: "Se lo dici in giro, siamo finiti!". Erano altri tempi. I due co-firmarono tutti i pezzi dei Felt fino al 1985, salvo rare eccezioni.

Il secondo singolo, “Something Sends Me To Sleep”, esce per la storica Cherry Red Records eaggiusta il tiro. Si tratta di guitar pop narcotizzato dalle forti tinte reediane: l'uragano di accordi casuali di “Index” si tramuta in un jingle-jangle dai toni orecchiabili e dal ritornello suadente, che anticipa la psichedelia velvettiana in miniatura degli Ultra Vivid Scene.

Lawrence - FeltNel 1982 i Felt pubblicano il primo dei loro dieci dischi. La leggenda vuole che l'eccentrico Lawrence avesse segretamente in programma di pubblicare dieci dischi e dieci singoli in dieci anni, e poi sciogliere la band. Il titolo che scelse fu Crumbling The Antiseptic Beauty, primo assaggio del suo gusto per titoli altisonanti ed enigmatici. Seppur breve e grezzo, il disco racchiude tutta l'estetica e la magia della band, a partire dall'artwork, un primissimo piano in bianco e nero di una porzione del viso angelico di Lawrence, con l'occhio che fissa l'osservatore. Le sei tracce ribollono di un'alchimia assolutamente inedita e definiscono già il suono dei primi Felt: batteria wave rigorosamente senza piatti, in stile "Peter Gabriel III", voce nasale alla Reed, tra parlato e cantato, e alternarsi di due chitarre dal suono cristallino e acuto. Se il suono era in linea con l'estetica della prima new wave (spazi immensi tra gli strumenti, mix che preme sulle frequenze alte ecc.), le melodie erano qualcosa di unico e mai sentito. Ai semplici accordi strimpellati da Lawrence si aggiungono le scale arzigogolate di Deebank, che intersecano le strofe rompendo il continuum delle canzoni.
"Fortune", il manifesto, è una litania spiritata rotta da mini assoli di chitarra di malinconia infinita. Ne registreranno una versione cristallina e meglio prodotta che finalmente renderà giustizia alla bellezza della melodia; uscirà come b-side di un singolo. "Birdmen" evoca una trance psichedelica, con la chitarra che si inalbera su una spirale di note e un loop di batteria tribale. "Cathedral" tende una mano alla wave come la conosciamo, ma il drone martellante della chitarra ritmica su due accordi ripetuti in loop tradisce le intenzioni psichedeliche del quartetto.

Due pubblicazioni cambiano le carte in tavola, sono i singoli “My Face Is on Fire/Trails of Colour Dissolve” e “Penelope Tree”. L'acustica "My Face Is On Fire", ad opera del solo Lawrence, è il loro primo pezzo basato su melodie western. Il testo, pieno di immagini stranianti (miraggi nel deserto?) è uno dei capolavori del Lawrence autore. Verrà ri-registrata con Deebank (comunque accreditato nell'originale) e rinominata "Whirlpool Vision of Shame". Interessante anche la b-side, che prosegue sulla falsariga degli hook di "Something Sends to Sleep", aggiungendo percussioni scalpitanti e ritornelli micidiali. "Penelope Tree" compie il passo finale: con l'aggiunta dei cori i Felt sono finalmente un gruppo pop a tutti gli effetti. Entrambi i singoli compaiono nei due volumi della storica compilation della Cherry Red, “Pillows & Prayers”.

Con The Splendour of Fear (1984) già si respira un'aria diversa. La produzione è lussureggiante, epica e ariosa. La batteria tuoneggia come una parata di tamburi militari, le chitarre suonano rotonde e cristalline come ci si aspetta da un ottimo disco jangle-pop, laddove prima erano sottili e spigolose. Gli arrangiamenti sono più vari, con l'alternanza tra chitarra ritmica acustica e solista elettrica, con le dita di Deebank che svolazzano sui tasti alti della tastiera dello strumento. Anche gli accordi semplici dell'esordio vengono accantonati in favore di dolci arpeggi. Lawrence stesso ammise che ai tempi dell'esordio era un principiante e faceva fatica a suonare.
Si coglie subito che al secondo album i Felt si fossero già liberati del peso ingombrante delle loro influenze, suonando una musica che nessuno prima di loro aveva concepito. I suoni sono associabili alla new wave, ma le melodie e le strutture meritano un discorso a parte. La scaletta di sei pezzi è infatti composta per due terzi da strumentali dall'andamento solenne. Il battito sordo del batterista Gary Ainge, concentrato sui tom e il timpano, imprime una forte spinta marziale, mentre Deebank ha tutto lo spazio di prodigarsi nei suoi fraseggi, dipingendo paesaggi e scenari cinematografici (un altro maestro della sei corde faceva del rock così "descrittivo", Hank Marvin degli Shadows).
L'opening "Red Indians" inizia spettrale con un mantra in cui si ripetono dei rintocchi in 6/8 di due chitarre; il pezzo si richiude sullo stesso tema dopo che una melodia meditativa fa capolino. "Mexican Bandits", altro strumentale, è un mantra strumentale. I capolavori sono le due canzoni, tuttavia. "The World Is As Soft As Lace", prototipo dei Felt a venire, è venata di folk e i suoi dolcissimi fraseggi elettrici quasi distraggono da alcuni dei versi più belli di Lawrence ("I'd be the brightest star you heard / We'd be the softest lace on earth"). Gli otto minuti di "The Stagnant Pool" dominano il disco. Il pezzo è un monstre costruito su una progressione di tre semplici accordi. Una prima parte cantata con tono austero e sepolcrale lascia presto spazio a una lunghissima jam di tintinnii e riccioli di note, arpeggi glaciali, piccoli riff e armonici di malinconia lancinante. I Low dieci anni dopo ne ripresero il formato nella loro "Lullaby". Il testo è romanticismo allo stato puro e meriterebbe di essere studiato, tanta è la forza delle immagini utilizzate per esprimere la più assoluta immobilità e impotenza. Un estratto: "The stagnant pool/ Like a drowned coffin/ Still as a deceased heart/ Haunting the ghost of the noble crusader/ Who recalls pellucid ice/ Clutching the aching twigs/ Never a drop to disturb stagnation".
Due strumentali completano la scaletta, uno firmato da Lawrence e l'altro, articolato e di sola chitarra, ad opera di Deebank, com'era da aspettarsi.

FeltThe Strange Idols Pattern and Other Short Stories (1984) contiene sia canzoni che strumentali, ma pende dalla parte delle prime, mentre i secondi assumono la forma di brevi bozzetti di sola chitarra firmati da Deebank, anziché di composizioni di gruppo.
L'idea era fare un album di pop-song immediate e rispettose della forma-canzone, giocando sull'alternanza tra la voce sorda e immobile di Lawrence e le ricchissime costruzioni strumentali che lo accompagnano. Sfrontatamente upbeat e solare nelle musiche, ma malinconico e riflessivo nei testi, The Strange Idols Pattern è un capolavoro indie-pop in tutto e per tutto, con un fiorire di chitarre acustiche, ritmi saltellanti e dolcissime figure arpeggiate. Il suono aperto e brillante si deve al produttore John Leckie (Bill Nelson, The Fall, Stone Roses…). A farlo risplendere sopra orde di gruppi che verranno è la maestria di Deebank, lo Steve Howe dell'indie-pop, ispiratissimo e prodigo di trucchi e licks ispirati alla sua formazione classica e alla chitarra spagnola (sentire "Crucifix Heaven", per sola chitarra classica).
Il singolo "Sunlight Bathed The Golden Glow" è una dichiarazione di intenti: riff jangle-pop, rullante anni 80 potentissimo, cascatelle di note acutissime di chitarra, un semplice assolo melodico: non è forse il paradigma dell'indie-pop di fine decennio? La versione singolo, pesantemente arrangiata con cori femminili, è più svergognatamente pop ed eighties, a un passo da gruppi come i Lotus Eaters.
"Roman Litter" e "Spanish House" ne seguono la falsariga, ma il meglio è tutto nella seconda metà del disco, con pezzi più enigmatici e dalle atmosfere stranianti. La morriconiana "Vasco Da Gama", con intro da antologia dello stile jingle-jangle, vede un Lawrence più austero che mai intonare dei versi pieni di veleno, senza mai scomporsi. "Crystal Ball" si snoda per tre minuti di grovigli byrdsiani, con Deebank che scodella riff dopo riff senza soluzione di continuità; ancora una volta la musica dolcemente malinconica distrae da un testo carico di pessimismo sui rapporti umani e da un'interpretazione sprezzante e ambigua.
Nonostante le maggiori concessioni al mainstream rispetto ai precedenti lavori (batteria più pop, forma canzone, melodie più ariose...), The Strange Idols Pattern non porterà i Felt in classifica. Le difficoltà nell'andare in tour e la mancata affiliazione a una qualunque scena dominante contribuivano a relegarli nell'underground, anche se le loro note erano già giunte alle orecchie attente di alcuni illustri colleghi e i testi di Lawrence avevano contribuito a creare un'aura di mistero attorno alla sua bizzarra figura di songwriter e poeta introverso.

Arrivati a questo punto, i Felt sembravano quasi una versione underground degli Smiths. Insieme a loro e pochi altri furono tra i primissimi a codificare l'indie-pop chitarristico contemporaneo, non a caso. Lo schivo, indecifrabile ed eccentrico Lawrence era un Morrissey capovolto, assolutamente avulso dall'istrionismo e all'esplicita poetica adolescenziale del mascellone di Manchester. Deebank, il Marr della situazione, era invece un virtuoso dal tocco austero e tecnico, un chitarrista con una disciplina progressive sceso tra i punk, laddove Marr sembrava veicolare le sue emozioni attraverso la chitarra con assoluto candore. Uno spettatore di un concerto dei Felt non percepiva alcun divismo, giacché le pose del gruppo erano introverse ma non ostentate. Il carattere di Lawrence era fin troppo snob per lasciare che altri ragazzi della sua generazione facessero di lui un'icona, per non parlare dell'enigmaticità dei testi, difficili da interpretare al volo anche per un madrelingua.

Il 1984 è anche l'anno dell'unico disco solista di Deebank. Inner Thought Zone mette a nudo influenze progressive, new age e classiche. Sbeffeggiato da sempre da Lawrence, è invece un buon disco di rock strumentale, complementare ai lavori di Cocteau Twins, Durutti Column e Dif Juz.

Il 1985 sarà un anno cruciale per il gruppo. La formazione cambia (Thomas Marco è il nuovo bassista) e Lawrence decide di allargare il gruppo assumendo un altro chitarrista. Proprio mentre appendeva un annuncio in un negozio di dischi in città, un cliente si fa avanti dicendo "Conosco un tastierista. Ha sedici anni e ha appena finito la scuola. È un genio". Il genio si chiama Martin Duffy, bambino prodigio alle tastiere. Il mix delle note calde e luminose del suo Hammond e di quelle glaciali e cristalline della chitarra di Deebank sarà il sound dei nuovi Felt. Spetta al chitarrista dei Cocteau Twins Robin Guthrie, produttore del nuovo album, forgiare la miscela perfetta.
Ignite The Seven Cannons esce nel 1985 ed è un disco più accessibile. Sarà trainato dall'unica hit dei Felt, "Primitive Painters", manifesto del loro nuovo corso e di cui verrà fatto un video (o meglio, "mezzo video", come ammetterà Lawrence). Anticipata da un valzer di solenni armonici che si schiude in una miniatura di organo e chitarra acustica, la canzone esplode in una radiazione di pura luce. "I just wish my life could be/ As strange as a conspiracy", la rima più bella di Lawrence, non è che l'inizio di un mantra di intensità crescente, che culmina con un ritornello a due voci: un Lawrence più esagitato del solito e una Elizabeth Fraser (Cocteau Twins) rapita da una forza trascendente. È una di quelle canzoni che potrebbero proseguire all'infinito, con l'arrangiamento che cresce di intensità fino a consumarsi - notare la seconda linea vocale di Lawrence sul finale che ne accresce la potenza.
Gli asset del disco non si fermano qui: gli strumentali sono delle autentiche cavalcate western che rivivono lo spirito dei primi lavori del gruppo. Meno riuscite le canzoni stavolta, anche a causa del mix annacquato, ma almeno "The Day The Rain Came Down" è all'altezza dei loro classici.

Deebank, non soddisfatto della produzione di Guthrie, perde interesse nel progetto. Sposerà di lì a poco una ragazza spagnola conosciuta a un concerto a Barcellona, e parteciperà solo marginalmente alle registrazioni del mini Ballad Of The Band, la prima uscita dei Felt per la Creation Records di Alan McGee.
La title track fotografa lo stato del rapporto tra il cantante e il chitarrista: "Where were you/ When we wanted to work/ You were still in bed/ You're a total jerk […] Ain't got no money/ Ain't got no fame/ And that's why I feel like giving in". Deebank, mai attento ai testi bizzarri del frontman, registrò la canzone senza accorgersi di essere il jerk della canzone; inutile dire che fu il suo ultimo contributo per il gruppo.
Nonostante il veleno delle liriche, Ballad Of The Band conduce nel mondo dei nuovi Felt: riff orecchiabili di organo, semplici progressioni di accordi e ritornelli a presa rapida, con le chitarre mai troppo in evidenza. I primi Charlatans dovranno la loro esistenza a questo pezzo, da cui la loro "White Shirt" prende più di un'idea.
Il mini anticipa anche un altro nuovo corso della band, stavolta più sotterraneo, quello ambient-pop e new age di cui si può avere un assaggio nel lato B: "Candles In A Church" (Lawrence), e la più complessa "Ferdinand Magellan" (Duffy) sono toccanti sonate di piano.

FeltNel 1986 il gruppo era all'apice della sua fama e poteva permettersi di pubblicare un modesto mini-album strumentale, Let The Snakes Crinkle Their Heads To Death, prima di dare alle stampe il suo disco più acclamato, Forever Breathes The Lonely Word.
L'album si pone come l'inizio di una nuova era per la band, con la copertina che richiama quella dell'esordio, solo stavolta il primo piano è dell'efebico tastierista Martin Duffy, a rimarcare la svolta in termini di formazione e strumentazione. È uno dei classici della Creation e, riconfermando la svolta pop di Ballad Of The Band, eserciterà una forte influenza sotterranea sull'indie del decennio successivo. Via gli strumentali, via gli svolazzi di chitarra, la musica di questi Felt è una ventata di aria fresca primaverile dominata da luminosi mulinelli di organo.
"Down But Not Yet Out" è puro jangle pop suonato divinamente e impreziosito da raggianti riff di Hammond. "September Lady", così cristallina da sembrare musica liturgica, si libera dall'ingombrante fantasma di Deebank, dischiudendosi in minuziosi arpeggi e riscoprendo deliziosi lasciti morriconiani. "Grey Streets", insolitamente articolata e brulicante di note e cambi, è psichedelia alla Julian Cope che prende un'inaspettata piega prog: tutto sta nel virtuosismo di Duffy, che riesce ad arrampicarsi su scale ripidissime senza trascurare per un attimo la leggerezza e i ganci melodici delle canzoni. Anche il basso è più snodato e armonico, finalmente libero dalle pennate scattose del post-punk (in "Gather Up Your Wings And Fly" si concede a una mini-jam finale con la tastiera).
Più adagiata sul tipico stile anni 80 della Creation (The Loft, Jasmine Minks...), "All The People I Like Are Those That Are Dead" è in realtà uno dei pezzi più lugubri di Lawrence: "Maybe I should entertain/ The very fact that I'm insane/ I wasn't fooling when I said/ All the people I like are those that are dead".
Credenza comune vuole che questi secondi Felt siano il frutto del sodalizio tra Lawrence e Martin Duffy, ma il peso degli altri gregari viene spesso sottovalutato. Il nuovo chitarrista Tony Wille ha un tocco più vibrante e country di Deebank, oltre a essere più parsimonioso di note. La sua chitarra è evidente in tutti i pezzi: costruisce armonie, intreccia arpeggi e suona piccole linee soliste (sentire l'arrangiamento acustico fingerstyle della mestissima "A Wave Crashed on Rocks"). Lo stesso dicasi del basso di Marco Thomas che, al contrario, si muove di più che in passato, suonando più agile e ricco.

Ogni anno vede un progressivo cambio di direzione dei Felt. Nel 1987, forti del tocco country-folk di Tony Wille - lui e Lawrence condividevano l'amore per la musica di Nick Drake - pubblicano il loro materiale più acustico. Tolto il garage psichedelico dell'opening track "Declaration", Poem Of The River è infatti il loro disco più tenue e autunnale. La gestazione fu più che mai travagliata: il produttore spesso lasciava le sessioni, piazzando il figlio adolescente e inesperto alle manopole del mixer. Il risultato fu così terribile che Robin Guthrie si offrì di rimettere a posto i nastri, ma si fece promettere di non venire accreditato. Il suono è sì più sottile del solito, in quanto a melodie Poem Of The River è in tutta probabilità la cosa più splendida composta da Lawrence in ogni sua incarnazione, e dimostra una maturità musicale e un'organicità totale tra i musicisti della band.
"She Lives By The Castle", meraviglia indie-pop, è incentrata sui viaggi in macchina con l'ex ragazza di Lawrence, Sarah Cocknell (futura cantante dei St. Etienne), che ai tempi viveva dalle parti del castello di Windsor. Il canto in punta di piedi, la batteria che sfiora i piatti, il dolcissimo giro di chitarra acustica e il basso rotondo preludono a uno degli assoli più riusciti di Duffy. La melodia radiosa di "Dark Red Birds" si allaccia alla psichedelia West Coast, ma le note irradiate dal tastierista e il mormorio sonnacchioso di Lawrence ancora una volta distraggono da un testo crepuscolare sulla morte. "Silver Plane" e "Stained-Glass Windows In The Sky" ampliano lo spettro di influenze, raccogliendo una classicità pop aliena alla maggior parte dei gruppi indie coevi.
"Riding On The Equator" si impone come una delle creazioni più grandiose dei Felt: un lunghissimo brano che si contrae e rilassa per nove minuti come una jam di musica sacra, ma dai toni più che mai leggeri e cullanti. La seconda metà del pezzo è occupata dall'assolo di chitarra più lungo e bello dell'indie-pop tutto, una dolce planata di note che puntellano la coda del brano come pennellate su un dipinto. Ricorda "The Stagnant Pool", ma al posto dell'umore suicida e i suoni glaciali del capolavoro del 1984, abbiamo timbri caldi e un piglio sornione.

L'Ep The Final Resting Of The Ark è ancora una volta un corollario sperimentale al disco, con la title track che parte ballata psichedelica e finisce per dissolversi in una nebulosa di linee di chitarra e sax trascendentali. Le rimanenti tracce sono strumentali prodotti da Robin Guthrie, tutte in odore di space-folk.

Lawrence - FeltA un passo dall'ottenere il tanto agognato stato di celebrità, Lawrence commette uno dei più eclatanti suicidi commerciali della storia. La mattina prima di un concerto fondamentale, con svariati talent scout tra il pubblico, prende un acido. Sul palco non regge le luci e il pubblico, interrompe i compagni di band dopo pochi secondi e manda gli spettatori a casa, invitandoli a farsi ridare i soldi.
Possibilissimo che l'abbia fatto di sua spontanea volontà, per voler fare terra bruciata attorno al suo gruppo. D'altronde, si sarà capito ormai, Lawrence non è una persona normale, e giornalisti e colleghi hanno negli anni diffuso aneddoti su aneddoti sulla sua lucida follia. Ossessionato dalla giovinezza, dalla magrezza anoressica e dalla pulizia, Lawrence non mangia verdura né formaggi e non accetta che nessuno usi il suo bagno. Si racconta anche di un lunghissimo viaggio in auto tutto in prima marcia per raggiungere il locale dove avrebbero dovuto suonare. Non ci è dato sapere quante di queste storie siano vere o invenzioni, Lawrence non ha mai negato nulla; fatto sta che il mito che avvolge il gruppo è stato gonfiato anche dalla statura di genio outsider del leader. "Ci sono un sacco di voci su ciò che ho fatto e non ho fatto. Non ho mai detto che tutto ciò fosse vero o falso, non ho ammesso nulla", dichiara Lawrence in tutta onestà.
Tutta la stima dei colleghi, della critica e di uno zoccolo di fan fedelissimi non gli ha però permesso di vedere le classifiche, nonostante l'effimero successo di "Primitive Painters" e nonostante le recensioni positive sulla stampa indie.
Non si contano gli estimatori dei Felt che negli anni non hanno nascosto il loro amore per il gruppo: Charlatans, Bobby Gillespie, Kevin Shields, Belle And Sebastian, Brett Anderson, Girls, Real Estate, St. Etienne e Manic Street Preachers. Questi ultimi hanno omaggiato con una cover "Primitive Painters", purtroppo in tempi troppo recenti per avere una qualche influenza.

Negli ultimi due anni di esistenza (ricordiamo che i Felt nascono per durare dieci anni!) Lawrence, rassegnato a fare dischi per la gioia dei suoi fedeli, raffina e rilegge la sua formula, senza dimenticare di concedersi qualche stravaganza, provocazione e scivolone. The Pictorial Jackson Review (1988) è un Lp di 32 minuti con un lato B interamente strumentale.
La prima facciata dà una spinta più d'autore all'indie-pop del periodo Creation e in "Ivory Past" azzecca uno dei loro migliori ritornelli. I restanti pezzi soffrono la mancanza dei minuziosi ricami strumentali, e il mix di verbosità di Lawrence e accordi strimpellati dà la sensazione di ascoltare un Bob Dylan dei poveri. Meglio il lato strumentale (due pezzi, di cui uno che tocca i 12 minuti), con un malinconicissimo brano di solo piano ambient, "Sending Lady Load" (l'unico firmato da Duffy) e una sorta di inquietante seduta spiritica, "The Darkest Ending".
Duffy registrerà un disco di patinato jazz strumentale, Train Above The City, in cui il contributo di Lawrence si limita ai titoli dei pezzi. Provocazione? Tentativo di prendersi gioco dei fan? Non c'è da stupirsi che questi ragazzi non riuscissero a sfondare.
Bellissimo il singolo “Space Blues”, sempre del 1988. John Lockie torna a produrre e i suoni si fanno moderni, caldi e sgargianti: "Space Blues" è un soul caramelloso e vibrante (il sax è suonato da Richard Thomas dei Dif Juz), "Be Still" una meditazione ambient-pop con un arrangiamento di fiati trascendentale, degno del David Sylvian dei "Brilliant Trees". "Tuesday's Secret" ritorna al guitar sound di "Strange Idols Pattern" e dei primi singoli pop, con la dodici corde arpeggiata che disegna figure alla Byrds (splendido l'assolo un po' sfasato che entra in sordina) e il ritornello luminosissimo che sprigiona un'energia incalcolabile. Non avrebbe sfigurato nell'esordio dei compagni di etichetta Primal Scream.

Me And A Monkey On The Moon (1989) sarà il loro ultimo Lp e sarà ancora una volta un disco anticipatore di future tendenze indie-pop. Esce per él Records, etichetta emblema dell'indie-pop più zuccheroso e artistoide, fondata dal boss della Cherry Red. È un disco più adulto e meglio riuscito del precedente, pieno di ballate dai colori pastello che fanno sfacciatamente riferimento a modelli pre-punk per nulla sdoganati all'epoca (country-rock, rock Fm, soul ecc.). Oggetto di culto di alcuni fan, l’album sfoggia alcuni dei loro pezzi meglio arrangiati e più compiuti melodicamente. Questo lo si deve anche alla strumentazione più variegata, ai cambi di formazione (il veterano indie-pop John Mohan, già nei Servants, sostituisce Marco Thomas alla chitarra solista) e a una serie di turnisti e ospiti di rilievo, tra cui Adrian Borland in veste di produttore. Nel lento "I Can't Make Love to You Anymore" si sente il suono carezzato di una steel guitar, nel soul in crescendo di "New Day Dawning" un roboante assolo elettrico, in "She Deals in Crosses" della psichedelia vulcanica. "Cartoon Sky" ha i soliti arpeggi incrociati di chitarra e tastiere (stavolta elettroniche), ma Lawrence non ha mai cantato così bene.
L'asso nella manica è il soul-pop di "Mobile Shack", col ritornello più appiccicoso della raccolta, la chitarra che funkeggia e Lawrence che infila una sequenza di sillabe a mo' di rap - irresistibile. La commistione di generi classici e contemporanei (viene spesso alla mente il sophisti-pop di Lloyd Cole & The Commotions), i suoni vellutati e spaziosi rendono "Me and a Monkey…" il disco dei Felt più accessibile ai neofiti dell'indie anni Ottanta.

Dieci anni, dieci singoli e dieci dischi, tutti con l'articolo "the" nel titolo (altro obiettivo del diabolico piano segreto di Lawrence). Missione compiuta.

He's back in Denim - La rinascita

LawrenceI Denim sono il progetto più importante di Lawrence negli anni Novanta e, seppure per pochi mesi, gli permetteranno di coronare il suo sogno: arrivare al mainstream con un progetto indie.
L'idea era di fare un revival rock puramente nostalgico fatto esclusivamente di elementi del passato (rock e pop anni 70, soprattutto glam), senza riletture contemporanee. Stava proprio qui la differenza con il nascente britpop, che invece suonava puramente anni 90, pur avendo assimilato l'abc del pop-rock d'oltremanica. La visione dei Denim univa la nostalgia di un'epoca in cui i musicisti erano vere star, e una pungente satira contro la musica di allora e del passato, soprattutto contro il suo contorno (stampa musicale, industria discografica, media, fan). La struttura del gruppo è ancora più liquida che nei Felt, con la line-up in costante cambiamento e Lawrence sempre più centrale nella scrittura.

Back In Denim è un capolavoro del rock britannico in tutto e per tutto. I suoi suoni massicci, risonanti di riff elettrici e tastiere elettroniche vintage, bruciavano i ponti con l'esperienza dei Felt. La produzione scintillante e retrofuturista tende la mano a Slade, Gary Glitter e Cars, il cantato nasale di Lawrence non è più enigmatico e ipnotico, ma più sbarazzino e ironico, tra Jonathan Richman e Lou Reed, senza mai perdere la sua distintiva cadenza scattosa.
Pur essendo un frullato di archeologia rock, il disco anticipa di un paio d'anni i Pulp in "Bubblehead" (ironia della sorte, i Denim finiranno per aprire i loro concerti). Nel power pop di "Fish and Chips" si rileggono i Cars, dalle tastiere gelide agli assoli strappacuore, passando per la voce nevrotica alla Ocasek.
Il colpo di genio è "Middle Of The Road", sorta di rifacimento di "Roadrunner" dei Modern Lovers, che fa a pezzi la storia del cosiddetto classic rock. Rolling Stones, Elvis, il blues, il primo Dylan, Spector: Lawrence li odia tutti. Dice davvero? Possibile, ma l'ironia meta del pezzo fa pensare all'ennesima provocazione del nostro - una specie di film con il protagonista che rompe la quarta parete (notato il lick di chitarra rock che parte quando Lawrence pronuncia "I hate riffs and guitar licks"?). Il battito tutto uguale, l'andamento meccanico e senza picchi, il numero contenuto di accordi e i cori femminili alla Free Design ne fanno una specie di progenitrice del kraut-pop degli Stereolab. La suoneranno in Tv nello studio di Jools Holland, sprecando l'ennesima occasione per attirare le simpatie del grande pubblico.
Il finale del disco racchiude il meglio dell'estetica tongue-in-cheek dei Denim. "Here Is My Song For Europe", invettiva caustica e autobiografica contro i parassiti dell'industria discografica, apre la strada al capolavoro del disco, "I'm Against The Eighties". Dura oltre sette minuti ed è la loro "Sister Ray" in versione a fumetti. Un riff garage-rock ripetuto a oltranza fa da base ai versi di Lawrence, pieni di amarezza contro un decennio che non è stato buono con lui ("I made a new sound and they put it underground/ It was a thunderbolt crash they said it's never going to last/ In the 80s"). Nel corso della durata si susseguono scie di elettronica analogica (ancora i Cars), assoli country-rockabilly, cori kitsch, fino alla totale saturazione dell'arrangiamento.
Grandiosi anche gli altri pezzi lunghi, pieni di morbosa ironia - "American Rock" - e nostalgia dell'infanzia - "The Osmonds".

Denim On Ice (1996) espande il repertorio di generi rimasticato da Lawrence, includendo gli anni 80 (rap, synth pop, new wave, hard rock patinato...). L'ironia e la parodia stavolta hanno valenza polemica piuttosto che nostalgica e più di una volta i testi contengono spunti di satira sociale. "Council Houses" e "Job Centre" sono spaccati spiritosi ma pungenti sulle periferie britanniche, tra disoccupazione cronica e degrado sociale (un po' di ironia amara: Lawrence stesso vive in una council house al momento). "The Great Pub Rock Revival" è un'invettiva Aor contro la scena inglese degli anni 90: "Everybody believes what they're told to/ Everybody believes what they read/ In the Nme".
Altri capolavori sono il singolo "If I Fell off the Back of a Lorry", pura new wave con basso slappato e cori anni Ottanta, il funk-rap di "Brumburger" , il punk a cartoni animati di "Jane Suck Died in 77", la parodia degli Ultravox più epici di "Synthesisers In The Rain", più la solita infornata di ritornelli glam micidiali ("Shut Up Sidney", "The Supermodels", "Romeo Jones Is In Love Again"). Tutte testimonianze della cultura musicale enciclopedica di Lawrence e della sua ironia acida sui generi musicali e i loro fan ("Acid? Techno? Kraftwerk? Electro? […] That's not rock'n'roll!").
La title track, remake di un minuto e mezzo di "Sebastian" dei Cockney Rebel, chiude il disco con colossali arrangiamenti orchestrali.

L'anno dopo Lawrence scrive “Summer Smash”, singolo di lancio del terzo Lp. Si tratta del loro primo pezzo spudoratamente commerciale, un pop solare dalle tinte dance anni Novanta rinfrescato da coloratissime armonie vocali. Non una nota fuori posto, un biglietto per il successo - in teoria. Già suonato in radio prima dell'uscita, il singolo aveva già procurato ai Denim una comparsa su Bbc radio. Il giorno prima dell'uscita, però, la principessa Diana muore in un incidente d'auto e la Emi, per evitare fraintendimenti per via del titolo accusabile di cattivo gusto, ne impedisce l'uscita all'ultimo momento. "Summer Smash" è di fatto materiale d'archivio, mai rilasciato ufficialmente. Doveva essere il trampolino di lancio dei Denim, ne stato invece la tomba: il terzo disco dei Denim, "Denim Take Over" non vedrà mai la luce a nome loro.

"Cos I think I’m gonna come/ Straight in at number 1/ And stay there all summer".

Prima di scaricarli, la Emi pubblicherà la raccolta di b-side Novelty Rock, forse il disco meno commerciabile in assoluto di Lawrence. Si tratta di pura archeologia pop anni 70: tutto è ispirato a hit più o meno dignitose, melodie irritanti prese di peso dai peggiori guilty pleasures, sigle di telefilm e altri rimasugli dai meandri più remoti della memoria di un adolescente dell'epoca. Non si pensi a un apprezzamento ironico e provocatorio come nel caso del recente hypnagogic pop: l'intento del progetto è quasi celebrativo. In tutto questo va menzionato un solo capolavoro, "I Will Cry At Christmas". La produzione spartana con elettronica giocattolo e le melodie idiote saranno un'anteprima di ciò che Lawrence farà negli anni successivi.

Lasciato a piedi dall'etichetta  e rimasto senza soldi (questo per aver scelto testardamente di non fare grandi tour), l'instancabile Lawrence è costretto a reinventarsi in chiave modesta, lo-fi e casereccia. Nasce il progetto Go-Kart Mozart.

Go-Kart Mozart: la prima band di sole b-side

"Questa è la band che ho messo su alla buona perché non potevo più comporre niente di grandioso. Ho messo tutto me stesso nei Felt e nei Denim, e a questo punto non potrei più formare un gruppo di quella scala […] Dovevo fare qualcosa di veramente semplice, di messo insieme alla buona, ad hoc. Allora ho pensato: mi rapporterò alla musica come fosse una b-side. Ed ecco qual era l'idea - siamo la prima band di sole b-side".
Con queste dichiarazioni di intenti Lawrence riparte da dov'era rimasto a fine 90. Un gruppo casereccio fatto di mini-canzoni pop, suonini, synth giocattolo e piccoli guazzabugli elettronici. Un gruppo che fa solo canzoni minori, le classiche tracce della tua band preferita che skippi senza rimorsi.

Instant Wigwarm And Igloo Mixture (1999) è una raccolta di bozzetti indie-pop dalle armonie ricercate e i timbri volutamente orribili (ogni tastiera suona volutamente come se fosse un giocattolo o uno strumento da due soldi). Tutto il disco è pervaso da suoni e melodie degli odiosi anni Ottanta sbeffeggiati nell'era Denim, dal sophisti-pop al synth-pop al microcosmo indie da cui erano emersi i Felt. "We're Selfish And Lazy And Greedy", degna delle migliori creazioni di Lawrence, ha il ritornello più dolce e appiccicoso. "Here Is A Song" potrebbe essere la versione pianobar di un pezzo dall'ultimo album dei Felt, l'intro "Mandrax For Minx Cats" è uno strumentale intriso di delizioso lounge-pop; "Elephant Trunk" una filastrocca adorabile.
Il difetto del disco è che funziona fintanto che Lawrence scrive canzoni, mentre quando si perde in divertissement, brevi intermezzi, canzoni abortite (un'improbabile cover strumentale di "Windy" degli Association) e pasticci di suoni orribili, il tutto diventa stancante e l'idea di base del progetto si perde.

Il documentario biografico “Lawrence of Belgravia” ha ridato un po' di visibilità a Lawrence, e On The Hot Dog Streets del 2012 ha goduto di una promozione insolita. È anche il primo disco dei Go-Kart Mozart che suona compatto e riuscito dall'inizio alla fine. Doveva originariamente essere un album più cupo, ma per motivi economici Lawrence ha dovuto riutilizzare vecchio materiale dei Denim (il terzo disco mai pubblicato dopo l'incidente di "Summer Smash").
Sebbene il disco sia un'infornata di ritornelli catchy e divertimento a fiumi, il tono è comunque più velenoso e polemico dei precedenti lavori, con alcune delle considerazioni più estreme di Lawrence sulla società e sui rapporti umani. "Lawrence Takes Over" è britpop con scorie di funk caotico suonato da un'orchestrina di omini Lego. "Retro-Glancing" è post-punk ballabile alla New Order con ventate di tastiere gotiche e assoli di basso; "West Brom Blues" rifà gli Stranglers dei primi anni 80. "Glowin' In A Secular Breeze" è una ballata nostalgica sul glorioso passato - ormai in declino - dell'impero britannico. Il passo e lo spirito è quello delle marcette dei Kinks, le armonie vocali e i vari inserti di chitarra e piano tradiscono una cura per gli arrangiamenti sopraffina, facile da percepire dietro l'ingannevole produzione lo-fi.
Sono ancora tastiere glaciali quelli di "White Stilettos In The Sand" e "I Talk With Robot Voice", dove si sentono echi della wave androide dei Devo. La seconda, assieme alla conclusiva "Men Look at Women", formano una doppietta di invettive misogine contro ogni forma di relazione con l'altro sesso. Lawrence ha infatti ammesso fieramente di non stare con donna dal 2000, impossibile far convivere la sua passione per la musica con le relazioni sentimentali.

L'idea che ci si può fare su Lawrence basandosi su On The Hot Dog Streets è quella di un burbero che prova nostalgia per un passato che ha a malapena vissuto. E forse un po' conservatore lo è il nostro, con le sue frecciate all'Europa unita, all'Inghilterra che ha lasciato la porta aperta troppo a lungo e sulle donne che costringono gli uomini in ginocchio. Del resto è risaputo che la tecnologia non fa per lui. È un tipo da vinili, il cd non gli è mai piaciuto ("I cd sono rettangoli, no? Ed è per questo che li odio, perché odio i rettangoli", ha dichiarato in un'intervista più delirante del solito), e anche Internet e il download musicale sono a detta sua due ostacoli per chi fa il possibile per vivere di musica.
Ma Lawrence non vuole arrendersi, anche se i soldi mancano: "Sono in una situazione terribile, poiché penso di avere qualcosa da offrire, e penso che quello che faccio sia meglio di tanta gente che ha fatto una fortuna con la musica. Però poi penso: perché dovrei arrendermi? Perché dovrei rinunciare all'unica cosa che amo, l'unica cosa che sono capace di fare, solo perché tutta questa gente riesce a guadagnare abbastanza soldi per vivere con un solo spot pubblicitario?". Solo un amore spropositato per la musica può spingere un loser del suo calibro a produrre materiale nuovo con così tanta convinzione, anche nei periodi più neri della sua vita - è stato per dei periodi senza fissa dimora.
Di riformare i Felt non ne vuole sapere però, è un capitolo chiuso, il loro.

Felt - Denim - Go-Kart Mozart

Star mancate del pop inglese

di Alessandro Nalon

I Felt non sono che la prima creatura musicale di Lawrence Hayward, bizzarra popstar mancata dell'indie-rock inglese degli ultimi trent'anni. Di seguito riportiamo la storia della disperata ricerca della fama di un outsider del rock dall'immenso talento, dal misterioso jangle pop dei Felt sino al citazionismo nostalgico e al lo-fi dei progetti Denim e Go-Kart Mozart
Felt - Denim - Go-Kart Mozart
Discografia

 FELT
  
 Crumbling The Antiseptic Beauty (Cherry Red, 1982)
The Splendour Of Fear (Cherry Red, 1984)
The Strange Idols Pattern And Other Short Stories (Cherry Red, 1984) *
 Ignite The Seven Cannons (Cherry Red, 1985)
 Ballad Of The Band (Ep, Creation, 1986)
 Let The Snakes Crinkle Their Heads To Death (Creation, 1986)
 Rain Of Crystal Spires (Creation, 1986)
Forever Breathes The Lonely Word (Creation, 1986)
Poem Of The River (Creation, 1987)
 The Final Resting Of The Ark (Ep, Creation, 1987)
 The Pictorial Jackson Review (Creation, 1988)
 Train Above The City (Creation, 1988)
 Me And A Monkey On The Moon (él Records, 1989)
  
 DENIM
  
Back In Denim (Boy's Own, 1992)
 Denim On Ice (Echo, 1996)
 Novelty Rock (EMI, 1997)
  
 GO-KART MOZART
  
 Instant Wigmarm And Igloo Mixture (West Midlands, 1999)
 Tearing Up The Album Chart (West Midlands, 2005)
On The Hot Dog Street (West Midlands, 2012)
  
 MAURICE DEEBANK
  
 Inner Thought Zone (Cherry Red, 1984)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Felt - Denim - Go-Kart Mozart su OndaRock
Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.