Grace Jones

Grace Jones

Schiava del ritmo

di Damiano Pandolfini

Dalla disco music sguaiata e solare degli anni 70 fino alla superba commistione di stili degli anni d'oro e al recente ritorno a sorpresa. Riscopriamo il fascino magnetico e indiscreto della selvaggia Queen of disco, in una rivisitazione della sua variegata e troppo spesso sottovalutata carriera musicale. Una delle figure di punta di quegli anni folgoranti e densi di creatività, ai quali il pop di oggi deve ancora molte delle sue influenze
Un animale in gabbia. Nuda, il corpo longilineo tirato a lucido e un ghigno famelico sul volto mentre fissa l'obiettivo come se volesse mangiarselo. Per terra attorno a lei pezzi di carne cruda masticata. E un cartello appeso alla gabbia che dice "Do not feed the animal". Così Jean-Paul Goude ritrae Grace Jones sulla copertina del suo libro "Jungle Fever" nel 1982. Una visione del soggetto piuttosto forte e soprattutto molto controversa, un uomo bianco che ritrae una donna di colore in quel modo non può che destare forti discussioni di stampo razziale e sessista che si protraggono ancora oggi. Le sue teorie vengono poi esposte all'interno, dove tra foto, testi, disegni e collage l'artista propone un libro di puro graphic design per raccontare la sua personale esperienza di amore/odio con le donne di colore, che ritiene bellissime, selvagge, alle volte impossibili e sessualmente "superiori". In quel 1982 Goude e la Jones sono infatti nel bel mezzo della loro lunga e burrascosa relazione sentimentale e artistica e hanno già avuto un figlio, Paulo.
A giudicare dal suo libro, quindi, non dev'essere facile tenere testa a una come Grace Jones, una di quelle donne che intimorisce con uno sguardo, bellissima e "machista", una personalità focosa e allo stesso tempo algida e distaccata, dura, ma anche incredibilmente ironica. Anche intervistarla poi pare non sia impresa semplice. Cronicamente in ritardo, gioca a nascondino con David Letterman e tira uno schiaffo in diretta a Russel Harty durante il suo show, quando lui "osa" darle le spalle per rivolgere la parola agli altri ospiti del programma. Ride fragorosamente quando non ve n'è bisogno e risponde alle domande a casaccio, salvo poi tirar fuori all'ultimo un sarcasmo asciutto e pungente. Difficile, poi, dimenticarsi quel fisico statuario ("scolpito da Michelangelo" diranno alcuni), quel volto androgino marcato dal rossetto color fuoco, tagli di capelli copiati da centinaia di uomini e donne, la sua presenza scenica e un gusto per il trasformismo ai confini del kitsch che verrà emulato da moltissime popstar a venire, tra le quali si annoverano senz'altro le più celebri Madonna, Lady Gaga e l'ultima Rihanna.

Grace JonesQueste qualità faranno la fortuna di Grace Jones, forte di una lunghissima carriera che dagli anni 70 fino ad oggi ha spaziato dalla moda al cinema alla musica. In una parola, una diva.
Ma se l'immagine è il suo punto di forza, a volte ne sarà anche il limite: paradossalmente, Grace Jones rimane un personaggio di culto e non riuscirà quasi mai a raggiungere quell'immenso successo che ci si potrebbe aspettare guardandola muoversi sul palco o in passerella. È nell'ambito musicale, quindi, che risiede gran parte del suo successo. Perché molti lavori di Grace Jones (incluso l'ultimo, sorprendente Hurricane) possono essere annoverati a pieno titolo come disco music d'avanguardia, per la marcata originalità che li contraddistingue, nitide istantanee di una sfolgorante era come i primi anni 80. I detrattori, dal canto loro, hanno agio a sostenere che Grace Jones sia forma più che sostanza e che dietro di lei si nasconda uno stuolo di produttori, musicisti, grafici e fotografi di gran calibro senza i quali il fenomeno Jones non sarebbe mai esistito. Resta però indubbio che la sua personalità scenica e la sua commistione di stili musicali si avvertano ancora oggi in molta musica pop. E basta guardarla esibirsi sul palco anche oggi, a sessant'anni suonati, per cogliere un carisma e un'energia sconosciute ad altre cantanti con la metà degli anni.
Seguire la lunga carriera discografica di Grace Jones dagli esordi negli anni 70 fino agli album più recenti significa tracciare un'affascinante storia della disco music più attinente ai nightclub alternativi, che viaggia parallela a quella dei più celebrati esponenti del genere come Giorgo Moroder, Donna Summer, Gloria Gaynor, Sylvester e i Bee Gees. Si tenterà, quindi, per quanto possibile di fare ordine nel marasma della sua attività e di concentrare l'attenzione sull'aspetto musicale, pur senza trascurare le incursioni nelle arti parallele.

Dalla Giamaica ai club

L'inizio della storia della ribelle Grace Jones è apparentemente "normale". Nasce in Giamaica da una famiglia piuttosto benestante, con forti legami politici e religiosi. Quando i genitori si trasferiscono per lavoro a Syracuse, nello stato di New York, Grace e i due fratelli, Chris e Noel, rimangono insieme ai nonni, finché non sono grandi abbastanza per spostarsi a loro volta a studiare in America. Dell'infanzia Grace ricorderà più volte nelle interviste una forte e soffocante disciplina religiosa impartitale dalla famiglia: niente radio, televisione o cinema, camicie abbottonate fino al collo e niente sandali perché "i piedi non vanno scoperti".
Quando da adolescente, in America, studia teatro, le si apre davanti un mondo nuovo. Dopo appena un semestre, abbandona in preda alla frenesia di seguire una carriera in performing art,qualsiasi cosa essa significhi. In piena fase di ribellione adolescenziale inizia così a frequentare i localipiù libertini di New York, dove cambia radicalmente immagine, rasandosi i capelli a zero. Conosce il mondo dei club nudisti e ci prova pure come spogliarellista. La sua particolare bellezza le permette di emergere e di procurarsi il primo contratto da modella. Gli stilisti del periodo s'innamorano subito di quel corpo d'ebano, così sinuoso e longilineo. Così, di lì a poco, Grace si trova a seguire le orme del fratello Chris, che sta già lavorando come modello a Parigi.

Siamo nella metà degli anni 70 e inizia per Grace Jones una discreta carriera, che la porterà sulle copertine di celebri riviste di moda come Vogue, Elle e Essence e la farà sfilare sulle più prestigiose passerelle d'Europa. Tuttavia il mondo della moda le sta stretto ed emerge presto il limite stesso della sua immagine, forse troppo forte per i canoni del periodo. Per molti Grace Jones è un'aliena e c'è persino chi, vista la somiglianza col fratello gemello, arriva a metterne in dubbio la femminilità. Ma basta guardarla mentre si aggira per la passerella con quella camminata da famelica pantera nera per rendersi conto che qualunque cosa abbia indosso diventi un dettaglio secondario.
In poche parole, non è una modella tradizionale, non è un'indossatrice/manichino a beneficio dello stilista di turno: Grace Jones i vestiti se li mangia a colazione.

Alla corte di Tom Moulton


Grace JonesE allora la leggenda ci racconta che durante una festa dopo uno show Grace Jones in un momento di esibizionismo salga sul tavolo e si sgoli a cantare mentre passa "Dirty Old Man" del trio r'n'b femminile The Three Degrees. Una sua amica resta molto impressionata e racconta la storia al fidanzato, che, guarda caso, fa il produttore discografico e le procura un primo contratto in Francia. Il rapporto non decolla, ma basta comunque a farla notare alla Island, che la riporta di filato a casa, a New York, alla corte del leggendario produttore Tom Moulton, il padre del disco mix, che conia la ricetta della prima Grace Jones. Trattasi di rifacimenti di classici di vario genere (principalmente i musical di Broadway, ma in futuro anche molte altre sorprendenti incursioni in svariati generi musicali) in chiave disco music. La critica, inizialmente, si limita a etichettarla come una cantante di cabaret senza particolare originalità, ma nelle discoteche gay di New York la Jones fa già sfracelli, aggiudicandosi fin da subito il titolo di Queen of gay disco. Mentre passa tempo in studio a registrare i primi demo, diviene una musa per nientemeno che Andy Warhol, che la porta con sé alle più esclusive serate del leggendario Studio 54. Sarà però Richard Bernstein (amico e collaboratore di Warhol) a prendersi cura dell'aspetto grafico delle copertine dei primi dischi, piccole opere di pop art di non poca importanza, visto il personaggio.

Quando nel 1977 Portfolio arriva nei negozi, Grace Jones è già conosciutissima al popolo delle discoteche di New York al quale il disco è destinato, e in quel contesto il successo è garantito. Per il resto del mondo, invece, è solo una bella sorpresa. Oltre alla prorompente immagine che marchia a fuoco i suoi video e le sue esibizioni dal vivo, Grace Jones si conferma una cantante atipica, fuori da ogni schema. Forse unica nera al mondo a non avere una voce soul e unica giamaicana a non adottare il reggae come stile personale (ci vorranno un altro paio di dischi per tornare alle radici), la nostra si cimenta in un disco di sette tracce interamente composto da cover.
Il lato A propone un medley di classici di Broadway, godibile anche se piuttosto acerbo, che mette in luce la sua strana vocalità, dividendo le opinioni. Il suo forte registro da contralto risalta per il timbro carismatico, ma anche aspro e poco duttile, che viene messo inevitabilmente a nudo quando ci si cimenta in brani già interpretati da cantanti come Frank Sinatra, Shirley Bassey e Judy Collins.
Il lato B, però, regala subito due classici da knock-out immediato. Il primo è il trascinante inno gay di "I Need A Man", un vero tormentone scuotichiappe, degno precursore di quella "I Will Survive" della Gaynor che uscira solo due anni più tardi. La ciliegina sulla torta è però "La Vie En Rose", audace cover del classico dei classici di Edith Piaf, nel quale Grace Jones magicamente si trova a proprio agio e dà subito vita a una delle sue migliori performance vocali di sempre. Il brano le frutterà anche un gran successo in Europa scalando le classifiche e ampliando notevolmente il suo pubblico.
Da un punto di vista prettamente musicale, Portfolio conia una disco music leggera e gradevole, con solari venature orchestrali, arrangiamenti funky e di stampo Motown misti a vaghe influenze di bossa nova e calypso che si riflettono bene nella lucente pelle nera di Grace Jones.

L'anno dopo segue a ruota Fame, che riprende il discorso esattamente da dove l'aveva lasciato Portfolio, ma in più propone, oltre alle consuete cover di svariato genere (tra le quali un bel rifacimento in chiave melodrammatica del classico "Autumn Leaves", cantato in francese, che rincorre i fasti di "La Vie En Rose") alcuni brani inediti, scritti appositamente per lei, tra i quali spiccano i fortunatissimi "Do Or Die", "Fame" e "Pride", che si confermano tutti nuovi classici di pura disco in pieno stile-Jones.
Il disco segna poi una maturazione dal punto di vista vocale, suggellando uno stile che matura passo dopo passo. Per il mercato italiano poi viene inserita nella tracklist una coraggiosa quanto spiazzante versione di "Anema E Core" cantata in napoletano, che non convince nessuno, ma aiuta questo strano personaggio dallo sguardo intimidatorio a farsi conoscere anche in Italia. Sempre in Italia, nel 1978, Grace Jones partecipa insieme alle altrettanto talentuose Patty Pravo, Mia Martini, Anna Oxa, Amanda Lear, Gal Costa e molte altre alla mini-serie televisiva Stryx, in onda per sei puntate su Rai2, prima di essere sospesa, anche a causa delle accuse di oscenità per i temi blasfemi trattati (si parlava d'inferno e aldilà) e per la nudità esibita dalle cantanti-performer. Divertentissimo, invece, andarla a riscoprire oggi: Stryx è un momento di memorabilia televisiva altamente gay friendly e dai toni sontuosamente kitsch, che combina musica e momenti di narrazione in un set da oltretomba futurista. Grace Jones fa la sua figura quando intona "Fame" e appare coperta (poco) in una pelle di leopardo che molla subito per danzare di fronte alla telecamera in una tutina metallica.

Anche le altre sue esibizioni dal vivo in questo periodo non sono certo facili da dimenticare. Sono anni di interminabili e folli feste in discoteca, sperimentazioni lisergiche e forti trasgressioni sessuali. Grace Jones forgia la sua immagine di sensuale e spaventosa "mangiatrice di uomini". Si presenta seminuda sul palco con una frusta in mano e tra una canzone e l'altra "cattura" i malcapitati delle prime file spogliandoli di fronte a tutti in uno spettacolino sadomaso che farebbe impallidire gli show dei Genitorturers.

Muse
(1979) conclude la trilogia e il sodalizio con Tom Moulton, riproponendo ancora una volta una leggera disco music di stampo tropicale. Il lato A è composto da 4 tracce ("Sinning", "Suffer", "Repentance (Forgive Me)" e "Saved") che formano un mini-concept a sé, sul tema del peccato, mentre il lato B propone, tra gli altri, il singolo "On Your Knees", l'ennesimo sculettante inno gay.
Il formato, però, inizia ad apparire un po' stanco e a mostrare la corda: ciò che solo un anno prima era di gran voga oggi appare già superato, tale è il fermento dell'ambiente disco di quegli anni.
Il pubblico sembra ignorare Muse in favore di altre uscite più orecchiabili nel genere, tra le quali la già citata Gloria Gaynor e soprattutto Sylvester, che sta ancora spopolando con la sua "You Make Me Feel (Mighty Real)".
Penalizzato dalle vendite e considerato il disco "oscuro" di Grace Jones, fino ad oggi Muse è l'unico capitolo della sua discografia che non è stato ancora ufficialmente ristampato su cd.

On Top Of The World


Grace JonesC'è bisogno di reinventarsi e alla svelta, insomma. La Island non vuole certo che uno dei suoi artisti di punta perda il treno proprio adesso e all'alba della nuova decade Grace Jones torna sulle scene con Warm Leatherette (1980), che rappresenta un notevole cambio di direzione e d'immagine e un discreto salto in avanti per la sua carriera musicale. Già la foto in copertina, sfocata, con gli occhiali da sole a nascondere il viso, segna un netto cambiamento rispetto all'immagine glamour che la accompagnava da sempre. Il disco poi viene registrato ai mitici Compass Point Studios, nelle Bahamas, e nella sua realizzazione vengono coinvolti musicisti del calibro di Sly and Robbie, Mikey Chung e Uziah Thompson. In cabina di regia, un altro produttore storico come Alex Sadkin e a supervisionare il tutto c'è Chris Blackwell, che oltre a essere il padre fondatore dell'etichetta Island, è anche rinomato per aver collaborato con Bob Marley, aiutando il reggaea lasciare i confini della Giamaica e a raggiungere la platea mondiale.
Questi anni sono anche sinonimo di un suono di stampo più elettronico, elaborato da artisti come Roxy Music, David Bowie, Peter Gabriel, Japan, Talking Heads, e Warm Leatherette percorre magistralmente un ponte immaginario che coniuga con disinvoltura la disco music degli esordi con il dub, il reggae, l'elettronica più minimale, il rock e soprattutto l'imperante new wave. Le geniali trovate dell'album suonano fresche ancora oggi e, anche se di fatto ci troviamo di fronte alla consueta raccolta di cover (salvo un paio d'eccezioni), si tratta di un lavoro che finalmente dona spessore musicale alla Jones.
L'approccio reggae si coglie subito sull'ottima "Private Life" (originariamente dei Pretenders e oggi pietra miliare per i fan di Grace Jones) una lunga e asciutta base elettronica dub dove il recitato carismatico, acuito dal forte accento, scandisce il testo snaturato rispetto alla versione originale. "The Hunter Gets Captured By The Game" (una cover di William "Smokey" Robinson) e "A Rolling Stone" (uno dei brani originali) coniano uno spaziale electro/reggae da spiaggia lunare, mentre la splendida title track (scritta da Daniel Miller dei The Normal e fondatore della Mute Records) non differisce forse molto dall'elettronica sperimentale dell'originale, ma l'interpretazione della Jones è di gran lunga più coinvolgente.
Si passa poi dal godurioso r'n'r di "Bullshit" all'apoteosi della commistione new wavecon "Love Is The Drug" dei Roxy Music, qui riproposta con un ritmo più veloce e con una forsennata interpretazione, che diventa uno dei cavalli di battaglia nelle esibizioni dal vivo. A seguire, una bella resa di "Breakdown" di Tom Petty, che asciuga la ritmica mantenendo le chitarre blueseggianti in un'atmosfera metafisica. La chiusura, invece, suggella ancora una volta l'amore per la canzone d'autore francese, con "Pars", delicato bozzetto dai sapori quasi orientali.
Com'era lecito aspettarsi da un tale gruppo di musicisti e dalla forte presenza della Jones, ci troviamo di fronte a otto tracce senza una pecca. Warm Leatherette è un piccolo gioiellino che vale proprio la pena andare a (ri)scoprire.

A confermare ulteriormente i fasti arriva nel 1981 Nightclubbing, degna prosecuzione del lavoro precedente. Un disco ancor più ambizioso e premiato dal pubblico. Il formato non si discosta molto da quello di Warm Leatherette: viene registrato nuovamente ai Compass Point Studios sotto la supervisione di Chris Blackwell e con la consueta alternanza di cover e brani originali, ma con una marcia in più che ne farà il disco più famoso della sua carriera e trascinando Grace Jones in vetta alle classifiche mondiali e consacrandola star. Già il titolo è eloquente, perché se Warm Leatherette prendeva il nome da una canzone dei misconosciuti The Normal, ora Grace Jones con Nighclubbing mira direttamente alle santità di David Bowie e Iggy Pop, e la title track è tutta un programma. "Walking In The Rain" diventa un altro classico istantaneo, mentre Sting le regala "Demolition Man" e Grace Jones ne fa tesoro, ma è un singolo come "Pull Up To The Bumper", dai forti accenti sessuali ("Pull up to my bumper baby/ In your long black limousine/ Pull up to my bumper baby/ Drive it in between") che scandalizzerà e spopolerà.
Nuovamente in bilico tra reggae e r'n'r, "Use Me" tira fuori il perfetto ritornello in crescendo, "Feel Up" sembra invece giocare divertita con la jungle e i ritmi africani. Tra i brani originali spiccano la splendida "I've Done It Again", la sua prima vera ballata pop con un dolce ritmo di bossa nova e un delicato canto con reminiscenze di Astrud Gilberto, e l'autobiografica "Art Groupie", che mescola sapientemente il reggae con l'elettronica da Nintendo.
La vera perla (e capolavoro dell'intera carriera) è però la ormai celeberrima "I've Seen That Face Before (Libertango)", una rivisitazione in chiave electro/reggae/weird del classico tango di Astor Piazzolla, con inserzioni di testo in francese e malinconiche fisarmoniche di stampo parigino, a creare una splendida atmosfera che farà scuola negli anni a venire (i Gotan Project sono stati concepiti quì). Si conferma poi la crescita sbalorditiva della Jones come interprete, in barba a tutti i suoi detrattori della prim'ora.

One WoMan Show

Grace JonesCon l'enorme successo di critica e pubblico raggiunto a livello mondiale arriva anche un tour che verrà chiamato con ironia "The One Man Show" (poi immortalato in un documentario). Abbandonato il concetto sado-maso degli spettacolini precedenti, Grace Jones si fa aiutare dal compagno Jean-Paul Goude alla ricerca di quella performing art che ha sempre inseguito.
Affinata ormai appieno la sua vocalità, Grace Jones si fa ammirare con la sua presenza magnetica imponendosi sul palco come una carismatica interprete che passa con disinvoltura da raffinata chanteuse a sguaiata rockstar senza freni. I suoi continui flirt con l'alta moda le regalano dei vestiti scultorei che solo il suo corpo può indossare e degli incredibili copricapi da far impallidire la Lady Gaga coperta di bistecche o Madonna con gli assorbenti interni avvolti tra i riccioli, mentre le trovate sceniche, con giochi di luci e scenari metafisici, aggiungono una dimensione di teatralità nella quale la Diva è regina assoluta. Chi ha assistito a uno dei suoi concerti in questi anni giura non lo dimenticherà mai, tale è l'impatto visivo e sonoro che si sprigiona dal palco. Senza voler essere blasfemi, si può dire senza timore che il personaggio Grace Jones dei primi anni 80 viaggia, per immaginario e potenza scenica, sulla stessa orbita che occuperà Prince un paio di anni più tardi.

Sono anni molto intensi per Grace Jones, che diventa anche madre e pubblica cinque dischi in cinque anni, ai quali si aggiungono concerti e apparizioni televisive, incursioni nel cinema (anche se al momento rimangono minori) e nella moda, serate a tutto glamour in giro per il mondo e un discreto uso di alcol e droghe. La macchina Island però non ha intenzione di fermarsi, per lo meno non adesso che Grace Jones è al picco della sua carriera. Si corre il rischio di rimanere schiacciati, insomma, ma una donna dalla personalità così esplosiva decide che la miglior difesa è l'attacco e piuttosto che farsi trascinare in giro, seduta sui sedili posteriori, balza direttamente al volante. Il risultato è Living My Life (1982), il primo disco nel quale la Jones riesce a mettere la firma su tutte le canzoni (eccetto una). L'altra mano è del fidato Barry Reynolds, autore col quale ha già lavorato ad alcune tracce sparse nei dischi precedenti.
Si conclude così con classe la trilogia dei Compass Point Studios e il sodalizio con Chris Blackwell alla produzione, in un disco che per certi versi cambia direzione. In copertina, una foto su sfondo bianco del suo volto senza trucco, tagliato agli angoli, e reso più squadrato, la fronte tersa di sudore e un cerotto sul sopracciglio ci dicono che Grace Jones è dura, ma non invincibile, e che vivere la sua vita non è facile. Musicalmente ci si sposta ancora di più verso il reggae e il dub, con il bel singolo "My Jamaican Guy" e la lunga "The Apple Stretching", con seducenti richiami di tropicalia, mentre le altre tracce sono permeate piuttosto da sonorità di stampo moroderiano, nelle quali ritmi lenti e tastiere eteree creano atmosfere più patinate ma sempre di egregio gusto. Sintomatica di questo nuovo suono per esempio la pregevole "Inspiration", che sembra già giovarsi dell'influenza dei nuovissimi Eurythmics appena usciti con "Sweet Dreams (Are Made Of This)" e soprattutto della vocalità di Annie Lennox.
La traccia chiave di Living My Life è però "Unlimited Capacity Of Love", con un cosmico lavoro di tastiere e forte di un testo che mette a nudo per la prima volta la fragilità di Grace Jones. E' un discreto passo laterale per la queen of disco music che si fa riconoscere semmai solo in "Nipple To The Bottle" e "Cry Now, Laugh Later", grazie a quella leggera ritmica funky in superficie, reminiscente degli esordi di Portfolio. Quello che colpisce di più, però, è l'interpretazione vocale più sentita sui brani lenti, che ne fanno un disco in contrasto col precedente Nightclubbing, lasciando il pubblico un po' disorientato. Forse meno "spettacolare" dei due precedenti dischi, Living My Life regala comunque una manciata di buone canzoni e aggiunge una nuova dimensione, più riflessiva, alla già cangiante immagine dell'artista. Strano anche il fatto che la canzone omonima, "Living My Life", forte di una ritmica new wave più consona al suo personaggio del periodo, venga tagliata all'ultimo dalla scaletta (sarà pubblicata come singolo solo un anno più tardi, ottenendo però scarsissimo successo - da guardare, comunque, il video).

E' giunto il momento di una meritata pausa, ma solo da un punto di vista discografico. Le viene infatti offerta l'opportunità di apparire sui film "Conan The Destroyer" e soprattutto "A View To Kill" della serie James Bond, che ovviamente coglie al volo, inaugurando così la sua carriera sul grande schermo, che da qui in poi correrà parallela alla musica. Certo, non si tratta di film prestigiosi e la sua presenza è più che altro d'impatto visivo, piuttosto che recitativo: una serie di cammei mirati a consolidare la sua immagine di donna dall'aspetto duro e portentoso.

Slave to the rhythm


Grace JonesNessuno si aspettava quindi il suo ritorno alla musica con un'ulteriore opera così diversa dalle precedenti e davvero sopra le righe, come Slave To The Rhythm (1985), che per la critica contende a Nightclubbing il titolo di miglior disco dell'intera carriera. Il successo di pubblico che otterrà (passando il milione di copie vendute) è emblematico della popolarità raggiunta da Grace Jones in quel periodo, uno status che le consente di dare alle stampe il suo lavoro più ermetico e meno orecchiabile di sempre ed entrare tranquillamente in classifica.
Stando alla descrizione data sulle note di copertina, Slave To The Rhythm è una personalissima "biografia musicale" dove ogni brano rappresenta in maniera piuttosto creativa un particolare passo della sua carriera. Da un punto di vista musicale, questo disco anomalo si colloca in una posizione unica nel panorama del periodo e il primo indizio ce lo offre ancora una volta la foto di copertina, dove il volto della Jones, catturato in un urlo aggressivo, viene tagliuzzato e allungato a dismisura, risultando in diverse "versioni". Slave To The Rhythm, infatti, contiene una sola canzone, ovvero la traccia omonima (che sarà poi il singolo di successo), mentre le rimanenti sono rielaborazioni sulla stessa, in un formato da tema e variazioni in chiave moderna, in cui si spazia con totale libertà dall'elettronica a chitarre spaziali, passando per ritmiche jungle e momenti di pura avanguardia, in un'orgia sonora che spiazza e affascina. Ad accompagnare la voce di Grace Jones nelle tracce del disco, uno stuolo di musicisti, diretti da nientemeno che Trevor Horn, uno di quei produttori leggendari che si fa prima a dire con chi non ha lavorato. Ai fini di questo disco, però, basti nominare il suo apporto su "Welcome To The Pleasuredome" dei Frankie Goes To Hollywood, per certi versi affine alle sonorità di Slave To The Rhythm.La canzone stessa, del resto, era stata originariamente concepita da Horn come una b side per il singolo "Relax". "Slave To The Rhythm" assume dei toni epici che ne fanno a tutt'oggi uno dei brani più noti della Jones, allontanandola parzialmente dalle sonorità disco degli esordi.

Il resto dell'album prosegue sostanzialmente sulla stessa falsariga. C'è davvero poco da ballare, adesso, e Grace Jones ci invita (o meglio costringe, visto il personaggio) a seguirla in un'odissea sonora senza precedenti, segnata da una fantasia a briglia sciolta. Come spiegare altrimenti un pezzo come "Operattack", uno scollegato delirio di sola voce campionata degno dell'avanguardia vocale di Laurie Anderson? Oppure "The Frog And The Princess", con un lungo recitato estratto da "Jungle Fever"? Solo "The Fashion Show" sembra regalare un momento di più tradizionale r'n'b, con tastiere alla Stevie Wonder, ma anche continue deviazioni dal formato canzone. "The Crossing (ooh the action...)" è invece uno strano pezzo strumentale di atmosfere ambient da foresta pluviale all'alba di una nuova era.
In conclusione, Slave To The Rhythm è un bel concept schizofrenico dal mondo dell'arte, che si conquista solo ascolto dopo ascolto. Unica pecca, l'inspiegabile fatto che la versione su cd, rispetto all'originale in vinile, abbia tagliato fuori quasi tutti i pezzi di parlato e gli stralci di interviste inseriti tra un pezzo e l'altro, che invece erano di vitale importanza anche per esprimere il senso di una "biografia" in musica.

A suggellare la fine del contratto con la Island (che non verrà rinnovato) arriva poi sempre nel 1985 la raccolta Island Life, che ripercorre con un paio di canzoni-chiave per ogni album tutti i dischi da Portfolio fino a Slave To The Rhythm ed è caldamente consigliata a chiunque voglia farsi un giro panoramico nel lungo e variegato repertorio di Grace Jones. Oltre a essere uno dei suoi dischi più venduti, Island Life vince anche il premio per la miglior copertina di sempre, con una foto di Grace Jones che, praticamente nuda, è in bilico su una gamba, mentre regge un microfono attaccato direttamente alla presa nel muro retrostante.

La decadenza del regno

Il 1985 è anche l'apoteosi di quella particolare, coloratissima scena gay, perché da qui in poi inizierà una fase drammatica, che idealmente culminerà, il 24 novembre 1991, con la morte di Freddie Mercury. Iniziava a diffondersi, infatti, la piaga dell'hiv, che già viaggiava sottotraccia fin dai primi anni 80. Un intero movimento fondato sull'assoluta e spensierata libertà sessuale si ritrovava a fare i conti con una stagione di angoscia e di dolore.
Dal punto di vista musicale, si assiste a una scissione. Con l'avvento di nuove tecnologie e di sintetizzatori dal suono più possente, il lato melodico della disco si carica di una struttura pesante e barocca, molto accattivante, anche se a volte stucchevole. Cotonature impossibili e ombretti color pastello sono adesso il nuovo look da imitare. Certo, c'è chi, come Boy George o i Pet Shop Boys, sa dispensare ancora una discreta ironia. E c'è chi, come Madonna, riesce ad abbinare il battito sensuale della disco a una nuova, provocatoria ridefinizione del ruolo della popstar in gonnella. Ma in classifica spopolano anche fenomeni smaccatamente commerciali, che abbiano l'ugola preziosa di Whitney Houston (esplosa nel 1987 con "I Wanna Dance With Somebody") o siano solo meteore trash come Samantha Fox con "Touch Me" (1986), Tiffany con "I Think We're Alone Now" (1987), Mel & Kim con "Respectable" (1987) e via dicendo.
In Europa si assiste invece al progressivo declino dell'italodisco, quel particolare movimento che fin dalla fine degli anni 70 aveva regalato musica dance accattivante e dalla forte impronta creativa, che fa scuola ancora oggi. Il lato più ritmico della disco troverà invece nella musica house (che già esisteva da tempo, ma non era ancora uscita dai confini di Chicago) un nuovo filone d'oro, con sonorità più dure e serrate, che spingono la folla delle discoteche a ballare fino allo sfinimento, gettando anche le basi per la nascente scena rave.

I due dischi di Grace Jones del periodo - Inside Story (1986) e Bulletproof Heart (1989) - mostrano un senso di disorientamento, come se la queen of gay disco si trovasse, di fatto, senza più un regno su cui esercitare il suo potere. Quella commistione di musica, arte, moda e teatralità che l'aveva resa celebre aveva bisogno di trasformarsi ancora, ma non era ancora chiaro quale fosse la direzione giusta da seguire. Tra i singoli di Inside Story (pubblicato sotto nuovo contratto con la Manhattan) "Party Girl" si mantiene all'altezza dei suoi standard, ma gli altri tre estratti non sono proprio memorabili. "I'm Not Perfect (But I'm Perfect For You)" riscuote successo in virtù di un refrain accattivante ma troppo di maniera , "Crush" risente della jacksonmania sempre più imperante senza riuscire a metterla a fuoco, mentre "Victor Should Have Been A Jazz Musician" è un'improbabile, quanto vano tentativo di cavalcare l'onda dell'astro nascente Sade.
L'invettiva politica di "White Collar Crime" è del tutto fuori dagli schemi di Grace Jones e si fa notare semmai per le diverse censure che colleziona, tra radio e televisioni in giro per il mondo, perché la sonorità da piano bar che accompagnano il controverso testo sono quasi soporifere. Anche i sentimentalismi di "Scary But Fun" e "Barefoot In Beverly Hills" passano piuttosto inosservati, mentre "Hollywood Liar" sfodera plasticate sonorità degne degli Eighties più decadenti.
L'apporto di un personaggio del calibro di Nile Rodgers alla produzione non riesce insomma a sollevare un disco piuttosto trascurabile, e le furiose litigate tra i due durante la fase di registrazione finiranno poi per allontanare Grace Jones dall'etichetta Manhattan.

Segue per Grace Jones un periodo piuttosto difficile, in cui sarà anche costretta a dichiarare bancarotta e resterà fuori dalla musica per un paio di anni, fino al seguente Bulletproof Heart (1989), pubblicato per la Capitol. Siamo quasi alla soglia dei 90 e le sonorità tipiche della prossima decade sono già visibili a tratti, seppur ancora in fase embrionale. Basta l'apertura di "Driving Satisfaction" a ricordare che, comunque vadano le cose, la cantante di "Slave To The Rhythm" si sforza di restare al passo coi tempi. "Seduction Surrender", per esempio, è ancora pregna di quel sound fine anni 80 ormai familiare, ma ci aggiunge sopra una produzione di tastiere dalla vaga sonorità trip-hopprimordiale. Certo, però, va detto che questo nuovo suono non le è sempre congeniale e l'interpretazione risulta un po' appiattita dai nuovi ritmi più patinati, veloci e serrati. "Crack Attack", con tanto di cammeo del rapper Freedom è un pezzo alla moda, così come il singolo "Love On Top Of Love", che è anche accompagnato da un video in cui Grace Jones è sempre e comunque in gran forma, ma non si può negare una certa stanchezza di idee. Peccato anche che la title track (oltre a clonare "The Way You Make Me Feel" di Michael Jackson) disperda un po' del carisma vocale della sua interprete, mentre il prevedibilissimo rifacimento di "Amado Mio" è un passo falso non indifferente per un'artista divenuta celebre proprio cantando le canzoni altrui.

Sembra che Grace Jones sia davvero giunta al capolinea. Del resto, dopo aver pubblicato 9 dischi in 12 anni, preso parte in film e sfilate di moda, aver avuto diverse tormentate relazioni sentimentali e girato il mondo in lungo e largo, vivendo il tutto molto intensamente, qualche segno di stanchezza può essere perdonato. Avrebbe potuto reinventarsi nuovamente alla soglia della nuova decade, come hanno fatto con successo le colleghe Cher e Madonna, a lei piuttosto vicine nel sapersi fare strada e sopravvivere all'interno del music business, ma alla fine la sua indole più irruenta e meno calcolatrice ha finito per prendere il sopravvento. Non stupisce, quindi, che quando Bulletproof Heart passa irrimediabilmente nel dimenticatoio (come già era successo al precedente Inside Story) Grace Jones decida di prendersi una pausa discografica che durerà quasi 20 anni.

(Like a) Hurricane

Grace JonesPer tutti gli anni 90 Grace Jones preferisce infatti dedicarsi ad altro o a tratti scomparire del tutto dalle scene. Ci saranno un paio di tentativi di rinfrescare la discografia - un lavoro dall'annunciato titolo "Black Marilyn" nel 1994 e nel 1998 un altro dal nome "Force Of Nature" al quale collabora anche Tricky - ma nessuno dei due vedrà mai la luce. Le uniche canzoni ufficialmente pubblicate nella decade saranno "7 Day Weekend" (colonna sonora del film "Boomerang", nel quale ha una parte a fianco di Eddie Murphy), "Evilmainya" (altra colonna sonora) e "Sexdrive", ma sono tutte abbastanza trascurabili.
Il talento di Grace Jones è a riposo, ma non si è esaurito. Basti ricordarla, ad esempio, quando nel 2002 si presenta sul palco del Pavarotti And Friends. Rispetto ai consueti e spesso imbarazzanti siparietti di queste performance, Grace Jones, invece di costringere il Maestro a cantare magari un'improbabile versione di "Pull Up To The Bumper", si avventura senza timore nel campo della classica con l'aria "Porquoi Me Reveiller?" (dall'opera Werther di Jules Massenet e della quale tra l'altro Pavarotti è famoso interprete). Con la sua possente voce da contralto, Grace Jones interpreta la più drammatica, sguaiata e androgina delle Charlotte, scuote la testa spasmodicamente e prende note più basse di Pavarotti stesso, ma alla fine si emoziona e il risultato è un duetto degno di nota.

E' quindi con sorpresa che finalmente nel 2008 Grace Jones rompe il silenzio e pubblica un nuovo disco. A distanza di quasi vent'anni dal poco felice Bulletproof Heart, e di circa trenta dall'esordio di Portfolio, specchio di un'epoca di plastica, eccessi, suggestioni mutant disco, timor panico eppur immediata acquisizione dello status di icona, la pantera del pop d'avanguardia torna, armata di un nuovo, elegante frustino, a stupire con Hurricane (2008), nato dalla collaborazione con Sly & Robbie, Brian Eno e Ivor Guest e con la partecipazione di Bruce Wolley, Tricky e Tony Allen.
Essenza animale, agilità nel nascondersi tanto nei meandri di un reticolo metropolitano veloce come un videogioco, quanto in una selva nella stagione dell'amore ferino, pece mescolata con l'argento a segnare il territorio, un'allucinazione futuristica introducono l'urban reggae di "This Is Life", discorso che prosegue, nell'oscuro calore sprigionato dalla penombra di "Well Well Well", colonna sonora di pomeriggi da diva underground in una qualche isola cool.
Se per pop(ular) si vuol intendere un'innata capacità di rimescolare il tessuto emozionale senza girarci troppo intorno con inutili e falsi manierismi, "William's Blood" ne possiede da vendere, forte di un tessuto sonoro sorretto dalla mano provvidenziale di Eno, capace di elettrificare e raffreddare un magnetico soul. Ma la stessa capacità di disseminare inquietudine, utilizzando un registro vocale algido, enigmatico, marziale, torna con il singolo "Corporate Cannibal", corredato di video in b/n deformante, specchio distorto di un'identità provocatoria e sfuggente, nel suo avvolgersi attorno a un trip-hop che, carico dell'alienazione trickyana, in "Hurricane", fa da sottofondo a una sfilata di moda per mutanti à-la page.
Il topos del tango torna, vischioso più che mai, a tenere le fila di ciò che, a tutti gli effetti, è un discorso dei sensi ("Love You To Life") e un languido inseguirsi, vellutato ammiccare, intrecciarsi di pulsioni conturbanti ("Sunset Sunrise"). La drammatizzazione, riprendendo "I'm Crying (Mother's Tears)", chiude questo viaggio intorno alla vertigine, sfiorando l'alta, eppur ammaliante, tensione con "The Devil in My Life".

Superati in scioltezza i sessant'anni, dunque, Grace Jones apre un altro capitolo del suo libro di shock ed eccessi, rivendicando idealmente il primato su una nuova generazione di popstar, che sgomitano all'ombra della sua marmorea e inquietante silhouette.

Contributi di Mimma Schirosi ("Hurricane")

Grace Jones

Schiava del ritmo

di Damiano Pandolfini

Dalla disco music sguaiata e solare degli anni 70 fino alla superba commistione di stili degli anni d'oro e al recente ritorno a sorpresa. Riscopriamo il fascino magnetico e indiscreto della selvaggia Queen of disco, in una rivisitazione della sua variegata e troppo spesso sottovalutata carriera musicale. Una delle figure di punta di quegli anni folgoranti e densi di creatività, ai quali il ..
Grace Jones
Discografia

Portfolio (Island Records, 1977)

 

 Fame (Island Records, 1978)
 
 Muse (Island Records, 1979)

 


Warm Leatherette (Island Records, 1980)

 


Nightclubbing (Island Records, 1981)

 

 Living My Life (Island Records, 1982) 

Slave To The Rhythm (ZTT Records, 1985)
 
Island Life (antologia, Island Records, 1985) 
 Inside Story (Emi, 1986)

 

 Bulletproof Heart (Capitol, 1989)

 

 Private Live. Compass Point Sessions (antologia, Universal Records, 1998)

 

 

Classic Grace Jones (antologia, Universal Records, 2003)

 
 The Collection (Universal Records, 2004)

 


Hurricane (Wall Of Sound, 2008)

 

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

GRACE JONES

Hurricane

(2008 - Pias/ Self)
Dopo 20 anni torna la pantera del pop d'avanguardia, supportata da Brian Eno, Tricky e altre stelle

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