Hefner - Darren Hayman

Hefner - Darren Hayman

La via cantautorale all'indie-pop

di Stefano Bartolotta

In quasi vent'anni anni di carriera, Darren Hayman ha saputo trovare un perfetto equilibrio tra l'attitudine introspettiva del cantautorato più intimista e la freschezza e l'immediatezza del pop. La sua ampia produzione ha subito diversi cambi a livello sonoro ma ha sempre saputo mantenere questo importantissimo punto di forza, già da solo indice di una spiccata personalità. Riviviamo l'alternarsi tra folk, pop puro ed elettronica che caratterizza il repertorio di questo talento
Chi l'ha detto che per esplorare la propria interiorità ed esprimere le sensazioni conseguenti, sia necessario un accompagnamento musicale caratterizzato da toni dimessi e da un andamento melodico dinoccolato? Chi l'ha detto che sia necessario parlare di argomenti frivoli quando si hanno a disposizione un suono fresco e brillante e melodie a presa rapida? Non sono molti gli artisti o i gruppi che hanno provato a smontare questi luoghi comuni, cercando un equilibrio tra intimismo nei testi e spensieratezza in musica, e non tutti quelli che ci hanno provato hanno ottenuto buoni risultati. Gli Smiths sono ritenuti, quasi all'unanimità, coloro che hanno compiuto questa missione meglio di tutti gli altri, ma se restringiamo l'analisi agli ultimi quindici anni, non si può evitare almeno di nominare il lavoro di Darren Hayman, quarantenne nato nell'Essex, aspetto da nerd perenne e autore piuttosto prolifico (nove album in tredici anni). Il suo stile melodico molto riconoscibile e il taglio disincantato con cui ha sempre descritto le pulsioni, le gioie e i dolori propri della sfera sentimentale di ogni uomo rappresentano la base che ha permesso il mantenimento dell'equilibrio di cui sopra durante le diverse fasi della carriera dell'artista, ma non va tralasciata una ricerca sonora che ha spinto Hayman a spaziare tra folk, pop puro ed elettronica, stazionando spesso in zone di confine tra questi tre diversi territori e riuscendo quasi sempre a trovare un accompagnamento efficace alle proprie idee compositive.

La sua spiccata genuinità, la sua capacità di far capire all'ascoltatore attento che dietro la sua proposta non c'era alcuna voglia di sfruttare produzioni artistiche pretenziose o un linguaggio forbito ma fine a se stesso, hanno sempre favorito una simpatia epidermica nei confronti del suo modo di porsi. Si potrebbe trovare un limite nella scarsa capacità di discostarsi da un proprio schema compositivo consolidato, che prevede una partenza lenta e un crescendo di intensità sonora ed emotiva al quale si accompagna armoniosamente un aumento dell'immediatezza melodica, ma è anche giusto che ogni artista abbia delle certezze a cui appoggiarsi e poi Hayman è stato bravo a variare gli elementi che stanno attorno a questo scheletro base, in modo da non smarrire mai la propria capacità propulsiva.
La prima metà della carriera di Hayman si è svolta all'interno degli Hefner, di cui il Nostro era leader indiscusso e autore quasi unico di musiche e testi. È con questa band che Hayman ha ottenuto i maggiori riscontri al proprio lavoro, ma anche in seguito, prima con la breve parentesi electro-pop del progetto The French e poi con una carriera solista ancora attiva, non sono mancati i riconoscimenti e le attestazioni di stima per un artista che non ha mai ottenuto davvero il successo commerciale ma è ancora in grado, a tredici anni dal suo primo disco, di proporre canzoni di spessore e personalità.

hefner3Darren Hayman inizia la sua carriera con canzoni in cui suona tutti gli strumenti e il suo vecchio compagno di scuola Antony Harding canta i cori. A un certo punto Harding si posiziona stabilmente alla batteria e ai due si unisce il bassista John Morrison. Il trio pubblica il singolo "A Better Friend" - che finirà poi nel disco d'esordio - suscitando l'interesse della Too Pure, che propone un contratto discografico a Hayman, il quale estende l'offerta ai suoi due compagni d'avventura. Siamo nel 1997, e un anno dopo arriva il primo album, intitolato Breaking God's Heart.

Ci sono casi in cui i gruppi si allontanano dallo stile del proprio debutto per percorrere nuove strade; altre volte, invece, l'esordio definisce i confini entro i quali si snoderà almeno parte del successivo percorso artistico. Breaking God's Heart appartiene a questa seconda categoria, poiché in esso vi sono elementi dai quali la band faticherà ad allontanarsi, in termini sia di suono che, soprattutto, di songwriting. Dal primo punto di vista, tutto si basa su un'impronta di base lo-fi e sull'alternanza tra le chitarre acustiche, che occupano un ruolo di primo piano per la maggior parte del tempo, e quelle elettriche, che entrano in scena talvolta per dare corpo e profondità al suono acustico, talvolta invece per prendersi totalmente la ribalta. Non mancano episodi di ulteriore arricchimento tramite l'utilizzo della tastiera, e anche dal punto di vista vocale Hayman talvolta sfrutta il contributo di seconde voci, anche se per la stragrande maggioranza del tempo è solo la sua voce a cantare. La sua cadenza ostentatamente britannica, il suo timbro obliquo e la grande emotività presente in ogni singola nota rendono estremamente riconoscibile fin da subito la voce di Hayman. L'insieme degli elementi crea un risultato di grande vitalità e forza espressiva, amplificate dalla varietà tra una canzone e l'altra nel senso sopra descritto.
Il songwriting si basa su melodie né troppo immediate, né troppo difficili da assimilare. Spesso lo schema compositivo, come si diceva, prevede una partenza con la voce che dà l'idea di lavorare quasi su una bozza piuttosto che su una canzone finita e con un prosieguo nel quale la bozza iniziale si completa, svelando la melodia vera e propria solo nel ritornello. In questi casi il suono si accompagna perfettamente alla scrittura, con pochi e delicati tocchi di chitarra acustica e inserendo gli altri elementi man mano che la melodia si chiarifica. È uno schema che Hayman utilizza spesso ancora oggi, e se il mancato distacco da esso può essere visto come un limite, non se ne può negare la grande efficacia allo scopo di dare all'ascoltatore canzoni dallo sviluppo sempre coinvolgente. Anche perché, delle dieci tracce del disco, più di una si allontana da questa struttura, ponendosi come pop song più classica ("Love Will Destroy Us In The End", God Is On My Side"), o rimanendo eterea e delicata ("Tactile"), o ancora scaricando adrenalina ed elettricità fin da subito ("Eloping").

Un altro aspetto importante fin da subito nel repertorio degli Hefner è quello dei testi, arguti, stimolanti e dotati di grande forza evocativa, pur senza utilizzare alcun tipo di immagine poetica, ma solo grazie all'estremo realismo nel descrivere la realtà delle cose, amplificato dalla cura da parte di Hayman nei confronti della metrica e dell'utilizzo di parole il cui stesso suono sia in grado di stuzzicare l'orecchio dell'ascoltatore.
Quest'ultima qualità è ben esemplificata dalla brillante allitterazione del ritornello di "The Sad Witch" ("She promised me three wishes, and all I wish is she should remain here"), mentre il miglior esempio della capacità di rappresentazione di situazioni e sensazioni davvero reali è il ritornello di "Another Better Friend", rifacimento del singolo che ha fruttato alla band il contratto discografico ("It's not love, it just smells like it, the scent of summer is so exciting. No matter how you brush your teeth, I can still smell the nicotine. And there's no face I'd rather kiss than, your sweet face, oh when it's smiling. I loved you until you were bedded, and our parents still talk of a wedding. Those bruises don't betray any violence on my part, You've taken my possessions, we're both dressed up like tarts, but it's miserable and sluttish to be acting like I do in front of you").
È subito evidente come Hayman non abbia alcun timore nel mettere a nudo la girandola di sensazioni conseguenti alla fine di un amore importante, e il fatto che sia facile immedesimarsi in questi versi, così come in molti altri, non deriva dal qualunquismo che troppo spesso emerge quando si vuole parlare per forza a tutti, ma proprio dal grande realismo delle immagini che l'autore quasi dipinge con le proprie parole.
Un'altra canzone che merita quantomeno una menzione è "A Hymn For The Postal Service", un po' perché fa una certa impressione ascoltare adesso, nell'era di internet, di qualcuno che prega ogni mattina affinché il postino gli recapiti una lettera tanto attesa, e poi perché questo è il primo di una serie di hymn che Hayman dedicherà alle cose più improbabili, sempre per esprimere il proprio variegato rapporto con le situazioni inerenti la sfera sentimentale.
Breaking God's Heart, in definitiva, ha tutte le caratteristiche per essere ritenuto un ottimo debutto: il suo ascolto è sempre stimolante, senza cali di intensità o di qualità, e dimostra già evidenti i segni della maturità e della personalità del gruppo. In un anno come il 1998, generalmente considerato come quello del tramonto del brit-pop, gli Hefner si presentano sulle scene con una proposta il cui essere pop e britannica rappresenta solo una parte di uno stile ben più ampio e personale.

Passa solo un anno, e per gli Hefner è già tempo del secondo disco, intitolato The Fidelity Wars. In questo lavoro inizia a dare il proprio apporto il polistrumentista Jack Hayter, che qui è semplicemente citato nei ringraziamenti per aver suonato e che a breve diventerà ufficialmente il quarto membro della band. Il disco può essere posto sullo stesso livello qualitativo dell'esordio, ma non perché ne sia una copia: infatti, rispetto a Breaking God's Heart, si riscontra un maggior senso di compiutezza dei brani, per via di una più attenta definizione del suono e delle melodie, con queste ultime che mantengono un alto tasso di ispirazione e di personalità. C'è una maggior varietà di soluzioni: non emerge soltanto il lato più malinconico della personalità di Hayman, ma anche un atteggiamento più sfrontato e sicuro di sé. L'impressione è poi confermata nei testi, soprattutto nel primo dei due hymn presenti nell'album, precisamente "The Hymn For The Cigarettes". Qui Hayman canta: "She smoked in my bed cause she thought it would annoy me, but I love to see the girls smoke in my bed", evidentemente perché se in quel letto ci sono finite c'è almeno un altro motivo venuto prima della voglia di fumare... Un'iniezione di autostima che l'autore stentava a darsi solo un anno prima e che qui appare salutare e convincente, anche grazie all'accennata capacità di suono e melodia di evocare vibrazioni positive.
Anche se il disco inizia con questo tipo di sensazioni, nel prosieguo assume un ruolo parimenti importante il già noto senso di malinconia per un amore finito. In questi casi, c'è molta più somiglianza con i brani passati, anche se nemmeno qui manca una maggior definizione del suono e compiutezza melodica e vi è, inoltre, una maggior robustezza del timbro vocale nei momenti di massima intensità, che conferisce ulteriore forza ai messaggi lanciati da Hayman. Anche qui l'esempio perfetto è nell'altro hymn, ovvero "The Hymn For The Alcohol", in cui l'autore racconta l'incontro con colei che lo ha lasciato per un altro, sei mesi dopo. Tra gli inevitabili ricordi dei momenti belli e le recriminazioni per ciò che lei non accettava prima, ma che con il compagno nuovo sembra invece gradire, Hayman a un certo punto alza i toni per urlare ripetutamente una frase banale ma efficacissima: "And if you know what's true, you know I love you".
In generale, a convincere è proprio questa acquisita capacità di accostare perfettamente stati d'animo così diversi, proponendo soluzioni vocali, strumentali e compositive molto più ampie, ma senza mai perdere una forte coerenza d'insieme. Rispetto al disco precedente, però, The Fidelity Wars manca di quel senso di sfida al pop convenzionale dato dall'impronta lo-fi propria della struttura dei brani: ovviamente questo non può che essere un effetto collaterale della scelta di definire meglio suoni e melodie, che può essere tranquillamente accettata, visti i risultati a cui ha portato. È quindi il caso di essere pienamente soddisfatti del modo in cui gli Hefner e Darren Hayman hanno saputo intraprendere il viaggio che hanno scelto di compiere.

La pubblicazione successiva, datata 2000, è Boxing Hefner, una raccolta di b-side e rarità, con l'aggiunta di un paio di inediti e della cover di "To Hide A Little Thought" di Jonathan Richman. Il disco, che vede ufficialmente il nome di Jack Hayter presente a tutti gli effetti nella formazione, ha le potenzialità per suscitare interesse anche in coloro che finora hanno collezionato tutti i singoli: infatti, la maggior parte delle canzoni presenti sono in versione diversa rispetto a come appaiono nella qualità di lati B. La scelta di proporre un disco del genere è dovuta alla voglia di portare all'attenzione di più gente possibile il fatto che la band non aveva soltanto i due album all'attivo, ma anche un gran numero di singoli ed Ep, mentre la circostanza che molte canzoni siano state ri-registrate ha, probabilmente, due scopi: da un lato mostrare dove si trova la band in questo particolare passaggio da una line-up a tre a una a quattro, dall'altro il non far perdere di importanza alle collezioni dei fan, visto che l'acquisto della raccolta non dà comunque la possibilità di avere i brani così come sono contenuti in quegli introvabili singoli. Il giudizio su questa compilation è buono, perché i brani hanno poco o nulla da invidiare a quelli che finirono nei due album. Anche in questo caso, tra gli episodi migliori ci sono due hymn, ovvero "The Hymn For The Coffee" e "The Hymn For The Things We Didn't Do": entrambi i brani fanno parte del repertorio più malinconico e nostalgico di Hayman, con il primo particolarmente struggente e il secondo più disincantato.
Meritano di essere menzionate anche le allegre "Christian Girls" e "Hello Kitten", caratterizzate da un suono leggero e fresco e da melodie molto brillanti, l'incalzante "Pull Yourself Together" e la sporca e adrenalinica "Mary Lee". Come si vede, gli Hefner hanno sviluppato tutti gli aspetti del proprio stile anche nei brani più nascosti, e paradossalmente questo può rappresentare un freno all'acquisto della raccolta, perché comunque non si aggiunge niente di nuovo a quanto già si sapeva con la conoscenza dei primi due album.

hefner8Sempre nel 2000, vede la luce anche il terzo album, intitolato We Love The City. Il gruppo mette ancora più in risalto i cambiamenti di The Fidelity Wars rispetto a Breaking God's Heart e, in un momento in cui il brit-pop è ormai morto e sepolto, realizza la propria opera più vicina ai canoni propri della scena che dominava la Gran Bretagna fino a pochi anni prima. Risulta ancora presente in diversi brani il classico schema dello sviluppo dei brani basato sui paralleli crescendo di chiarezza della melodia e di intensità del suono, ma ormai i momenti fatti di melodie poco nitide e di arrangiamenti poco curati sembrano un lontano ricordo. La fruibilità del songwriting, infatti, è praticamente immediata, e il suono è sempre pulito e spesso costruito su sovrapposizioni non solo di chitarre, ma anche di fiati e aggiunte alla sezione ritmica particolarmente morbide. Tutte le spigolosità sono ormai smussate, e il disco si presenta rotondo, molto facile da ascoltare e pieno di vibrazioni positive.
Anche i testi seguono la scia di buonumore data dal titolo e dalla parte musicale: certo, qualche residuo di malinconia c'è ancora (particolarmente riuscito, in questo senso, il finale del singolo "The Greedy Ugly People", in cui si ripete il verso "Love won't stop no wars, won't stop no cancer, it stops my heart"), ma i momenti difficili vengono visti più con distacco che con sentimenti negativi, e le situazioni positive abbondano rispetto al passato. Proprio per quanto riguarda i testi, è necessario menzionare la coraggiosa divagazione politica che caratterizza "The Day That Thatcher Dies", nella quale, come già si intuisce dal titolo, ci si augura, senza mezze misure, la morte dell'ex-Lady di ferro, nel momento della quale, "even though we know it's not right, we will dance and sing all night". Parole accompagnate da una delle melodie più immediate della band e da un suono più allegro che mai, e che certamente avrebbero potuto procurare seri guai legali a Hayman e soci: chissà se, da quel punto di vista, non c'è stato alcun seguito perché alla signora Thatcher o al suo partito non è nemmeno giunta alle orecchie la canzone o se invece c'è stata la volontà di lasciar correre.
Il disco, nel suo complesso, è ancora di ottima qualità: nonostante le caratteristiche sopra esaminate lo allontanino da una qualsivoglia idea di indipendenza musicale, non c'è mai l'impressione che l'acquisita immediatezza sia figlia di una banalizzazione o di una voglia di piacere a tutti i costi, anzi, queste canzoni rappresentano in modo molto efficace il lato nobile del pop, quello che ha il potenziale per coinvolgere le masse esclusivamente grazie all'ispirazione compositiva e alla genuina bellezza estetica del suono. Se poi, in questo caso come in mille altri, detto coinvolgimento non è avvenuto, non è certo colpa del disco in sé, ma è soltanto un'ennesima dimostrazione che troppo spesso in musica non c'è corrispondenza tra potenziale comunicativo e riscontri ottenuti.

Gli Hefner continuano a pubblicare un disco all'anno, e nel 2001 arriva Dead Media, il loro ultimo sforzo sulla lunga distanza. Il disco rappresenta la svolta più marcata di tutto il percorso artistico della band, perché segna l'inizio del breve periodo in cui Darren Hayman si infatua dell'electro-pop. Il suono, quindi, è completamente diverso rispetto a tutto ciò che gli Hefner hanno proposto finora: chitarra, basso e batteria non spariscono del tutto, ma vengono relegati a un ruolo estremamente marginale, mentre la scena se la prendono i sintetizzatori, utilizzati in gran quantità, come testimonia il lungo elenco delle varie marche e modelli presenti sul booklet. Il lavoro nel suo complesso è lungo e anche piuttosto eterogeneo, dando l'impressione che Hayman si sia comportato come un bambino che scopre un giocattolo nuovo, col quale vuole provare tutti i modi possibili per divertirsi. Troviamo, quindi, una grande varietà non solo nel risultato prodotto dai sintetizzatori, ma anche nello stile melodico e nelle sensazioni espresse dai brani. Vi sono momenti in cui il suono è sporco, saturo e potente, accanto ad altri in cui invece ci si basa su una certa delicatezza; melodie a presa rapida convivono gomito a gomito con altre molto più sfuggenti; l'aspetto emozionale del disco è caratterizzato da continui sbalzi d'umore tra malinconia e spensieratezza.
Tutti questi aspetti hanno come conseguenza un paio di problematiche non indifferenti: intanto, si riscontra una scarsa coesione d'insieme tra le canzoni, che, a differenza di quanto era avvenuto in precedenza con i dischi degli Hefner, danno l'idea di essere non una raccolta unitaria con un filo logico, ma una serie di esperimenti messi insieme solo per arrivare a un numero di brani sufficienti per la lunghezza di un disco, e questo nonostante la prevalenza della componente digitale nel suono di tutte le canzoni; poi, la stessa costruzione sonora è troppo dozzinale, a dare l'idea proprio di una band alle prime armi con questo tipo di strumentazione, come del resto gli Hefner sono, in questo caso. È vero che ascoltando il disco la scelta appare consapevole, e viene da pensare a un ipotetico parallelismo tra l'impronta lo-fi di Breaking God's Heart e quella di Dead Media, ma se, in un contesto rock, il lo-fi ha sempre un certo fascino, soprattutto se corredato dalle melodie e dai testi di qualità, l'electro-pop necessita comunque di un suono organico e fluido, e qui c'è poca traccia di queste caratteristiche. Il disco non è comunque da buttare, perché le idee melodiche di Hayman sono sempre interessanti e perché alcuni brani trovano un buon compromesso tra il suo stile compositivo e questa nuova veste sonora, risultando molto piacevoli. Non è però per Dead Media che verranno ricordati gli Hefner, e anche ascoltando il disco ora, nove anni dopo la pubblicazione, è sempre più forte la sensazione che si tratti di un'appendice di cui si sarebbe potuto benissimo fare a meno.

Il 2001 vede anche l'unico concerto italiano degli Hefner, il 15 novembre al Binario Zero di Milano. Fortunatamente in questa occasione la band non si concentra sul nuovo materiale, ma propone una setlist che pesca brani quasi equamente da tutti i loro dischi, brani che vengono tutti eseguiti in modo egregio, sia musicalmente che alla voce, sempre ferma e sicura anche quando deve affrontare difficili crescendo. Meno di un mese dopo, si svolgerà a Londra quello che risulterà poi essere il loro ultimo concerto. Il 2002 vede la pubblicazione di un Ep intitolato The Hefner Brain, con cinque canzoni, tre delle quali danno continuità allo stile di Dead Media, mentre due recuperano il vecchio sound. Sempre nello stesso anno, avviene lo scioglimento. Secondo il sito ufficiale, la causa è da ricercarsi nell'incapacità da parte del gruppo di mantenere una fanbase solida nel momento in cui stava rendendo il suo suono molto diverso rispetto a quanto aveva fatto in precedenza.

Prima di esaminare tutto ciò che ha fatto Darren Hayman dopo gli Hefner, è giusto accennare all'altro membro della band che ha avviato una propria carriera. Si tratta del batterista Antony Harding, che da solista si fa chiamare semplicemente Ant. Il suo stile musicale è estremamente essenziale e delicato, voce tenue e arpeggi di chitarra acustica dal suono altrettanto lieve, da ragazzo che suona da solo in camera da letto con un tempo uggioso fuori.
Ant inizia a pubblicare Ep già dal 1999, e ovviamente intensifica la produzione una volta che gli Hefner si sciolgono. Il suo primo album, intitolato A Long Way To Blow A Kiss è del 2002, ma i maggiori riscontri vengono ottenuti nel 2006 con il secondo Footprints Through The Snow, soprattutto in Italia, dato che il disco è pubblicato dalla bolognese Homesleep. Da allora, Ant continuerà nel far uscire singoli, Ep e split su varie etichette locali e nel giugno 2009, sempre per un'etichetta italiana, la Black Kitten, arriva un singolo nel quale, per la prima volta dallo scioglimento degli Hefner, Ant fa musica con Darren Hayman. Chissà che non si tratti di un'uscita prodromica a una reunion completa degli Hefner, anche se è ormai passato un anno e mezzo dalla pubblicazione e ancora tutto tace sotto questo versante. Vista la limitatezza della distribuzione del materiale di Ant, in questa sede è possibile un giudizio sulla sua musica basato sul materiale pubblicato qui in Italia, nel quale l'ex-batterista sforna idee melodiche senz'altro interessanti e una buona capacità di esprimere le sensazioni decisamente introspettive che stanno alla base dei suoi brani, ma che nel complesso manca di quella sostanza che spinga l'ascoltatore a rimettere il cd nel lettore. L'ascolto, infatti, può essere piacevole per due o tre volte, ma poi Ant non fa nulla per dare al binomio voce-chitarra arpeggiata un po' più di varietà, per evitare che alla lunga il tutto risulti un po' troppo ripetitivo.

Hayman, invece, continua a coltivare l'interesse per l'electro-pop e forma, allo scopo, il progetto The French, insieme al bassista della sua ormai ex-band, John Morrison (che in quel periodo collabora anche al citato primo album di Ant). The French realizzano soltanto un album, prima che Hayman inizi la carriera solista che sta continuando ancora oggi. Il lavoro si intitola Local Information ed esce nel 2003. Ascoltandolo, e ripensando a Dead Media, è subito chiara la differenza tra un disco con un suono sintetico volutamente vintage ma costruito in modo poco organico, come è appunto l'ultimo degli Hefner, e uno che ha le stesse caratteristiche di base ma gode di tutt'altra qualità, non solo sonora, ma anche dal punto di vista compositivo e della coerenza stilistica dell'insieme dei brani, come questo Local Information. Prima si diceva che nel 2001 era come se Hayman si stesse sforzando per capire come meglio concretizzare la propria passione per l'electro-pop: ebbene qui il Nostro prende una strada chiara e ben definita, basata, manco a dirlo, sulle sensazioni malinconiche e agrodolci.
Dal punto di vista del songwriting, tutti e dieci i brani potrebbero essere assimilati alle ballate degli Hefner, anche se qui mancano i crescendo di intensità tipici di quel lato del repertorio della band. Le melodie hanno lo stesso modo di risultare più sfuggenti nelle strofe e più immediate nei ritornelli, e anche i testi trattano di argomenti simili a quelli del passato, fra ritratti di ragazze sole che cercano di sopperire alla mancanza di una vita sentimentale ostentando un'esuberanza che è però un puro atteggiamento, alle complesse dinamiche dell'amore, tra dubbi, paure e speranze. Questi aspetti comuni ai vari brani concorrono nel creare il filo logico che con gli ultimi Hefner si era perso, e la maggior abilità in fase di costruzione del suono riesce a mantenere le canzoni legate tra loro senza che mai si abbia l'impressione di ascoltare sempre le stesse cose. Particolarmente riuscita è l'iniziale "Porn Shoes", ma tutto il disco è di buona fattura e dimostra che quando Hayman ha le idee ben chiare in testa, è ancora capace di far interagire in modo unico le sue due anime, quella cantautorale e quella indie-pop.
Con questo progetto, Darren Hayman torna in Italia, precisamente al Covo di Bologna nel febbraio 2004. Nello stesso anno, però, decide di lasciarlo da parte in favore di una carriera solista che lo porterà, passo dopo passo, al contesto nel quale ha sempre saputo esprimersi al meglio della proprie possibilità.

hayman2_01Il primo disco a nome dell'autore arriva nel 2006, si intitola Table For One ed è realizzato con una band tutta nuova a eccezione del fedele John Morrison. Hayman mantiene il proprio abituale stile melodico, ma lo ammanta di una veste sonora ancora diversa rispetto al passato, sia recente che remoto. L'elettronica viene praticamente accantonata, salvo pochi e fugaci momenti, ma rispetto alle produzioni dall'impronta rock, qui c'è la voglia di risultare il più immediati e freschi possibile. Questo tentativo viene perseguito tramite la costruzione di arrangiamenti a più ampio respiro rispetto al solito, con la presenza di molte più chitarre e di una grande varietà nel modo di suonarle, e l'arrivo di una serie di strumenti finora assenti, come il mandolino, o sottoutilizzati, come gli archi e certi suoni di tastiera. I testi seguono il disincanto della parte musicale, proponendo, in modo piuttosto soft e senza mostrare il coinvolgimento emotivo del passato, l'abituale alternanza tra ritratti di personaggi ben specifici, ricordi dell'autore tra adolescenza ed età matura e tematiche sentimentali, qui poste comunque in secondo piano. L'ascolto di questo disco è molto piacevole, però, per un giudizio complessivo, non si può fare a meno di considerare l'effetto collaterale proprio del cambiamento di suono, ovvero la mancanza di valorizzazione delle melodie dell'autore, per le quali l'impressione è che avrebbero molta più efficacia se supportate dall'accompagnamento più essenziale che aveva sempre caratterizzato il suo repertorio. In mezzo a questo sound così costruito, invece, finiscono per perdersi, così che le canzoni arrivano all'ascoltatore a un livello più superficiale.
Per la promozione di questo disco, Hayman giunge in Italia per la terza volta, nell'aprile del 2006, sempre al Covo di Bologna. Poiché in questa veste live la band è costituita da soli quattro musicisti in totale, risulta impossibile riprodurre tutte le sfumature del suono, e ciò si rivela un bene, proprio in quanto le melodie riescono a emergere meglio, rendendo così i brani molto più coinvolgenti.

Hayman, ormai, è lanciato nella propria carriera solista, e torna alla prolificità di un tempo. Nel 2007, infatti, è già tempo per il secondo disco, il primo pubblicato come Darren Hayman And The Secondary Modern, denominazione con cui ancora oggi l'autore si propone. Il titolo del disco è omonimo a quello della band. Il suono risulta ancora di numerosi elementi: a seconda dei brani, troviamo curiose interazioni tra banjo e sax, oppure un suono prettamente elettrico, o ancora giri di violino che si prendono il centro della scena, o anche un suono acustico particolarmente brioso; non mancano nemmeno momenti di maggior tranquillità, ed elementi digitali fanno capolino ogni tanto.
La quantità di strumenti presente sembrerebbe, quindi, avere come conseguenza una continuità con la strutturazione degli arrangiamenti propria del lavoro precedente, ma c'è una certa differenza nell'utilizzo del materiale a disposizione: tutto, infatti, ha un carattere più misurato, così che l'insieme dei fattori risulta decisamente più sobrio. Queste nuove canzoni hanno uno spettro emotivo non dissimile rispetto al repertorio degli Hefner, anche se i testi continuano a essere più distaccati e meno passionali rispetto agli anni Novanta: d'altronde è lo stesso percorso che subisce l'emotività di ogni essere umano quando inizia ad avere qualche anno in più sulle spalle, e qui il Nostro ne ha trentasette. Il disco è comunque ben riuscito sotto ogni punto di vista e fa piacere, dopo qualche anno, ritrovare un Darren Hayman che esprime bene il proprio potenziale.

Il 2008 non vede alcuna pubblicazione solista per Hayman, ma il Nostro non sta certo fermo. Avvia, infatti, un progetto bluegrass-country realizzato con altri tre musicisti, ovvero Dave Watkins, Simon Trout e John Lee: il quartetto fa uscire un disco intitolato semplicemente con i rispettivi cognomi dei suoi membri e tiene una serie di concerti.
All'inizio del 2009 arriva invece il terzo disco solista, il secondo con i Secondary Modern. Pram Town viene descritto dall'autore come un'opera folk, registrata con una vera e propria orchestra. Il suono, come ci si può facilmente immaginare, è particolarmente pieno e rotondo, ma anche qui ritroviamo diverse caratteristiche dell'album precedente: c'è, infatti, la stessa voglia di utilizzare l'ampio set strumentale a disposizione con classe e misura, in modo da valorizzare al massimo le melodie, sempre brillanti e ispirate. Anche i testi mostrano maggior leggerezza e meno passionalità. Probabilmente, della carriera solista, questo è il disco più accattivante di tutti, per il senso di calore e morbidezza che riesce a trasmettere, grazie alle carezze raffinate degli archi e dei fiati, alla buona varietà dei tempi della sezione ritmica e alla pulizia di chitarre e voce.

L'ultima uscita discografica di Darren Hayman è del 2010: l'autore, non pago dell'ormai raggiunta vastità della propria produzione discografica, annuncia Essex Arms come il secondo capitolo di una trilogia, della quale, evidentemente, Pram Town rappresentava l'inizio. Non c'è, però, continuità sonora con il lavoro precedente, perché qui si torna a un'essenzialità che non si registrava dai tempi di "The Fidelity Wars". In realtà i vari banjo, mandolino, archi e fiati non sono spariti, ma questa volta risultano poco più che un lieve sottofondo, e il tradizionale trio chitarra acustica-basso-batteria fa, invece, la parte del leone.
Non si deve pensare, però, che si tratti di un ritorno in tutto e per tutto allo stile degli anni Novanta: intanto perché il mood dei brani è costantemente tranquillo, privo degli slanci sentimentali che invece erano la linfa di quel periodo, poi perché Hayman mostra un certo interesse per il songwriting folk classico, ai cui canoni queste nuove canzoni aderiscono quasi completamente. Non si può comunque parlare di un mero lavoro calligrafico di recupero del passato, perché il tocco melodico dell'autore si sente distintamente, e anche il suo timbro e la sua espressività vocale restano sempre unici.

Per il prossimo mese di gennaio 2011, Darren Hayman ha annunciato che metterà a disposizione in free download una canzone per ogni giorno del mese, per 31 canzoni in totale. Questa è la pagina web relativa al progetto.

Il 2012 è un anno molto prolifico per Hayman, che inizia con i 17 bozzetti di The Ship's Piano, suonati su un piccolo pianoforte verticale simile a quelli che si usavano sulle navi, prosegue con The Shit Piano (contenente le versioni per tastierina Casio degli stessi pezzi), passa attraverso il buffo concept Lido (musiche strumentali dedicate ai luoghi di ricreazione balneare degli inglesi) e si conclude - stavolta in modo ben più ispirato e costruttivo - con The Violence, poderoso ed ambizioso album incentrato sulla persecuzione delle streghe all'epoca della Guerra Civile Inglese del XVII secolo. L’iniziale, toccante, misuratissima canzone che dà il titolo all’intero lavoro, introduce perfettamente nell’atmosfera di quieto dramma intimo che pervade tutti i venti pezzi dell’album: la perizia di Hayman nella cura dei testi è al servizio di un folk di classica raffinatezza, dove l’essenzialità acustica è efficacemente contornata da eleganti quanto discreti arrangiamenti per archi e fiati. Nell’ampiezza dell’intero disco è inevitabile avvertire un po’ di ripetitività, tuttavia l’insolita Spoon River femminile tracciata dalla penna di Darren Hayman ospita una serie di episodi davvero belli ed emozionanti, di una profonda e al contempo leggiadra ed ironica immediatezza che può ricordare tanto il primo Badly Drawn Boy quanto il tocco inimitabile di un Nick Drake o di un Elvis Costello. Citiamo fra tutte l’inquietante serenità di “How Long Have You Been Frightened For?”, l’obliqua ballata delle impiccate “Elizabeth Clarke”, la spontanea semplicità di “I Will Hida Away”, la morbida dolcezza di “Henrietta Maria” e la luminosa sorprendente leggerezza alla Belle And Sebastian con cui viene raccontata la triste vicenda di “Rebecca West”, prima fra tante innocenti a subire un processo per stregoneria.  In verità l’opera di Hayman meriterebbe un’analisi accurata non solo da un punto di vista musicale, ma prima di tutto storico e poetico, visto l’ammirevole impegno profuso dal musicista inglese in questa impresa. Di certo comunque The Violence  è il lavoro migliore e più ispirato di Hayman da molti anni, a testimonianza ulteriore del timido, rapsodico ma instancabile genio dell’ ex-leader degli Hefner.

La conferma che Darren Hayman viva una seconda giovinezza musicale, giunge con Chants For Socialists , che offre al musicista inglese l’occasione giusta per riaffermare l’autenticità del suo urban-folk, con una serie di canzoni agrodolci, ispirate agli scritti di William Morris: scrittore ed ideologo del movimento socialista in Inghilterra. Darren Hayman si colloca sempre di più a metà strada tra il pop e il songwriting, coniugando poesia e canzone popolare con raffinate ballad che mettono insieme testi amari e melodie ricche di ottimismo, canzoni poco inclini alla modernità ma ricche di  comunicativa. Chants For Socialists è l’album più ispirato e coeso che Hayman abbia inciso dopo lo scioglimento degli Hefner, quasi un incrocio tra il vecchio Billy Bragg e il recente escursus storico di King Creosote in “From Scotland With love”.
La vita, le sofferenze, la libertà, il lavoro e la morte sono gli argomenti intorno al quale si alternano canzoni dai toni militanti (“March Of The Workers”, “No Master High Or Low”), a volte illuminate dall’energia del pop più nobile (“May Day 1984”), e più spesso accorate e sottilmente romatiche (“The Day Is Coming”, “All For The Cause”). Hayman mette a segno alcune delle canzoni più belle e intense della sua carriera, affrontando gli aspetti più dolorosi e delicati del suo racconto politico-musicale: il valzer nostalgico ed evocativo di “Down Among The Dead Men” e il sofferto e aspro folk di “A Death Song” sono delicate e toccanti come solo la miglior musica popolare sa essere, e dimostrano che dietro Chants For Socialists c’è un attenzione al dettaglio e al contesto lirico delle canzoni, che al di là della semplicità esposta è invece ricca di sfumature e dettagli da analizzare con cura.

Dopo molti anni di carriera, insomma, Hayman ha probabilmente smesso di cercare di dire qualcosa di nuovo, ma non ha perso la voglia di approfondire soluzioni musicali che siano comunque a contatto con il suo mondo e che gli consentano, quindi, di esprimere la propria inconfondibile personalità. È, quindi, ragionevolmente possibile aspettarsi ancora diversi lavori di buona qualità da parte di questo talentuoso autore.

contributi di Andrea Cornale ("The Violence") e Gianfranco Marmoro ("Chants For Socialists")

Hefner - Darren Hayman

La via cantautorale all'indie-pop

di Stefano Bartolotta

In quasi vent'anni anni di carriera, Darren Hayman ha saputo trovare un perfetto equilibrio tra l'attitudine introspettiva del cantautorato più intimista e la freschezza e l'immediatezza del pop. La sua ampia produzione ha subito diversi cambi a livello sonoro ma ha sempre saputo mantenere questo importantissimo punto di forza, già da solo indice di una spiccata personalità. Riviviamo ..
Hefner - Darren Hayman
Discografia
 HEFNER 
   
Breaking God's Heart (Too Pure, 1998)7,5
The Fidelity Wars (Too Pure, 1999)7,5
 Boxing Hefner (Too Pure, 2000)7
We Love The City (Too Pure, 2000)7,5
 Dead Media (Too Pure, 2001)6
   
 THE FRENCH 
   
 Local Information (Too Pure, 2003)7
   
 DARREN HAYMAN 
   
 Table For One (Track & Field, 2006)6,5
 The Ship's Piano  (Fortuna Pop!, 2012)
6
 The Shit Piano  (self released, 2012)5
 Lido  (Wiaiwya, 2012)5,5
Chants For Socialists (Wiaiwya, 2015)7,5
   
 DARREN HAYMAN AND THE SECONDARY MODERN 
   
 Darren Hayman And The Secondary Modern (Track & Field, 2007)7
 Pram Town (Track & Field, 2009)7
 Essex Arms (Acuarela / Fortuna Pop!, 2010)7
   
 DARREN HAYMAN AND THE LONG PARLIAMENT 
   
The Violence (Fortuna Pop!, 2012)7
pietra miliare di OndaRock
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