House Of Love

House Of Love

I giorni fuggono via

di Enrico Iannaccone

Formazione nata nel 1986 nei dintorni di Londra, gli House of Love di Guy Chadwick sorgono sulle orme dei Jesus and Mary Chain per poi aprire nuovi luminosi sentieri all'indie-pop-rock d'oltremanica, poco prima della grande esplosione del Brit-rock. Ripercorriamo la loro storia, tra successi e sfortuna
I giorni fuggono via, trascinando inesorabili nel vortice del tempo giovinezza e sogni di gloria. Un millennio fa, gli House Of Love sembravano avere avanti un lungo e luminoso futuro: il successo sarebbe giunto rapido e corruttore, travolgendo il gruppo inglese e consegnandolo a un precoce oblio, dal quale sarebbe faticosamente riemerso solo con i più miti consigli e con la pacatezza della maturità. Una catarsi lunga trent'anni: saliamo sulla macchina del tempo e proviamo a ripercorrerla.

Nel 1986, Guy Chadwick non è più esattamente un ragazzino: nato nel 1956 in Germania, l'ormai trentenne musicista ha trascorso l'infanzia in giro per il mondo al seguito del padre militare, ma da tempo si è stabilito a Londra, dove insegue il progetto di una band con la quale dare sostanza alla sua visione musicale. Ci aveva già provato cantando e suonando la chitarra in un gruppo chiamato The Kingdoms, ma si era trattato di un fuoco di paglia, bruciato rapidamente dopo aver dato alle stampe un solo singolo per la Rca. Leggenda vuole che sia stato un concerto di The Jesus & Mary Chain a fungere da ispirazione per una nuova band: grazie a un annuncio sul Melody Maker, vengono reclutati il ventunenne chitarrista londinese Terry Bickers, già membro dei poco noti Colenso Parade, la cantante e chitarrista tedesca Andrea Heukamp e il bassista neozelandese Chris Groothuizen, ai quali si aggiunge il batterista gallese (nonché amico di vecchia data di Chadwick) Pete Evans, per una sorta di variegata multinazionale della musica alla quale viene imposta la denominazione di The House Of Love, in omaggio al romanzo breve “A Spy In The House Of Love” (pubblicato in Italia da Bompiani con il titolo “Una spia nella casa dell'amore”), della scrittrice Anaïs Nin, a lungo amante di Henry Miller e della moglie June Mansfield nel torbido ménage à trois raccontato nei suoi “Diari” e successivamente trasposto dal regista Philip Kaufman nel film “Henry & June”.

Non è un caso che i neonati The House Of Love, all'inseguimento di un contratto, si rivolgano proprio ad Alan McGee, fondatore della Creation, etichetta per la quale incidono gli adorati The Jesus & Mary Chain. Dopo qualche iniziale resistenza, il discografico cede e consente al gruppo la realizzazione di alcuni singoli che, assieme a inediti e B-side, andranno a formare una raccolta senza titolo, inizialmente lanciata solo sul mercato tedesco e, per questo motivo, meglio nota come The German Album. Lungamente vagheggiato dai fan della band e solo nel 2007 (sembra già passata un'eternità!) finalmente ristampato su cd in una deliziosa riedizione dalla piccola e meritoria Renascent Records, il disco paga l'inevitabile scotto del noviziato, ma presenta già in fieri gli elementi caratterizzanti del suono del gruppo, un guitar-pop con venature psichedeliche, che attinge agli anni 60 e inevitabilmente si riallaccia alla lezione del post-punk anni 80, ma che, arrampicandosi sul muro sonoro alzato dalle chitarre del trio Chadwick-Bickers-Heukamp, già si proietta (probabilmente costituendosi come fonte d'ispirazione) verso lo shoegaze che sta per vivere la sua breve e intensa stagione.
In copertina i cinque componenti della band, con al centro Chadwick che abbraccia letteralmente Bickers e Heukamp, inquadrati dall'alto su uno sfondo scuro, come se il quintetto emergesse dal basso, in una letterale scalata verso il successo. I suoi momenti più significativi, l'Album Tedesco li propone soprattutto all'inizio del programma con “Destroy The Heart”, brano destinato a diventare uno dei più noti del gruppo con il suo incedere pimpante e dannatamente orecchiabile che a più riprese evoca gli Echo & The Bunnymen, e con la celeberrima “Shine On”, forse addirittura “la” canzone per eccellenza della band, presentata in una prima versione che, riveduta e corretta, verrà riproposta sull'omonimo del 1990.
Comunque interessante anche il resto del programma: “Real Animal” ha un'anima velvettiana innestata in una struttura di scatenato pop psichedelico che strizza l'occhio alla lezione del coevo Paisley Underground; “Nothing To Me” insegue ombrose divagazioni post-punk, con il basso di Groothuizen in bella evidenza e l'incrocio di voci di Chadwick e Heukamp a disegnare suggestivi ricami; “The Hedonist” è pura psichedelia sixties; “Plastic” e “Blind” brevi accenni di delizioso pop da cameretta, con qualche richiamo al movimento C86; “On The Hill” è un esperimento con Andrea Heukamp alla voce e il tono declamatorio della ragazza, elevato su arpeggi di chitarra orientaleggianti, a tratti riporta alla mente la lisergica California dei Jefferson Airplane; “Flow” è un piacevole riempitivo che scorre via (nomen omen) senza lasciare grandi tracce; “Mr Jo” è ancora Paisley Underground, mentre “Welt” di nuovo C86 e “Love” un (quasi) strumentale dalle atmosfere post-punk; “Loneliness Is A Gun”, infine, è un delicatissimo gioiello acustico con il quale si chiude la raccolta.
Nell'insieme, il German Album è un lavoro stuzzicante che lascia intravedere il grande potenziale del gruppo, ma che tradisce ancora una certa irrisolutezza, percepibile soprattutto nel fatto che diverse canzoni appaiono come appena abbozzate e in qualche modo incompiute. I primi singoli targati Creation ricevono comunque una certa attenzione dalla stampa, che comincia a parlare di Chadwick & Bickers come dei nuovi Morrissey & Marr, mentre anche in tour la band ottiene incoraggianti riscontri di pubblico.

I tempi sono maturi per un vero e proprio album d'esordio, che arriva nel 1988 per la Creation ed è omonimo, come il disco precedente e, cosa curiosa, come quello successivo. Nel frattempo, però, gli House Of Love si sono ridotti a quartetto a causa della pesante defezione (solo la prima di una lunga serie) di Andrea Heukamp che, con grande delusione dei compagni di avventura, decide di lasciare il gruppo e tornare in patria. Prodotto con l'aiuto di Pat Collier, The House Of Love è senza dubbio il capolavoro della band inglese, un piccolo gioiello di psichedelia chitarristica, abilmente in bilico su melodie pop di mirabile immediatezza, nel quale ha un ruolo chiave la crescente intesa tra la voce di Guy Chadwick e la chitarra di Terry Bickers. L'opera è decisamente più raffinata e compiuta rispetto al German Album, le canzoni finalmente libere da quel senso di indeterminatezza che costringeva in una sorta di limbo le pur apprezzabili intuizioni delle prime incisioni. In copertina, quasi a ribadire la centralità dei loro ruoli, un primo piano del frontman e del suo chitarrista, con il quartetto che si ricompone aprendo a 180 gradi il vinile (o, nella ristampa Renascent su cd, il digipack).
L'iniziale “Christine”, con i suoi vortici chitarristici di zucchero filato, è forse il brano-simbolo degli House Of Love e un ideale anello di congiunzione tra i Jesus & Mary Chain più melodici e il fenomeno shoegaze che sta per esplodere con i lavori di gruppi come My Bloody Valentine, Ride e Slowdive; l'immediata “Hope” trova un perfetto equilibrio tra il tono confidenziale del frontman, mai così sornione e comunicativo, e le improvvise accelerazioni chitarristiche di Bickers; ben più ansiogena la successiva “Road”, con la sezione ritmica a martellare compulsivamente, mentre la chitarra solista continua a disegnare svolazzi lisergici in un cielo dai toni cangianti; “Sulphur” è un rock che parte in maniera piuttosto tradizionale per culminare in un grandioso crescendo, mentre “Man To Child” è una rilassante camera di decompressione utile a offrire un attimo di pausa prima della forsennata “Salome”; le atmosfere grandiose di “Love In A Car” introducono alla magnifica “Happy”, nella quale di nuovo sembra riaffacciarsi la psichedelia di stampo Paisley Underground che pareva aver influenzato alcuni brani del German Album; la piacevole “Fisherman's Tale” ancora una volta mette in evidenza il perfetto connubio tra la voce di Chadwick e la chitarra di Bickers, con quest'ultima che impazzisce letteralmente nel distorto e acido finale della notevole “Touch Me”, con la quale si conclude un lavoro a dir poco entusiasmante.
La stampa inglese, da sempre propensa ad appoggiare le novità più promettenti del locale firmamento musicale, concentra le proprie attenzioni sul progetto The House Of Love e non sfuggono certo all'invasività dei media gli eccessi e le dipendenze nelle quali i componenti del gruppo sembrano indulgere in maniera pericolosamente autodistruttiva, minando la serenità dei rapporti interni alla band.

L'attenzione della critica e il buon risultato di pubblico del primo album finiscono inevitabilmente per destare l'interesse delle multinazionali: lasciata la Creation (ad Alan McGee viene comunque affidato il ruolo di manager del gruppo), tra le varie proposte ricevute, Chadwick sceglie quella della Fontana, label olandese in orbita Polygram, nonostante l'assoluta contrarietà di Terry Bickers, fermamente intenzionato a conservare l'indipendenza del progetto. La lavorazione del nuovo materiale si dimostra a dir poco tribolata, con le prevedibili pressioni della casa discografica e ben quattro produttori che si avvicendano in studio. Eppure, nonostante un travaglio lungo e complicato, la terza raccolta degli House Of Love, ancora una volta omonima e di conseguenza denominata dai fan The Butterfly Album, per l'illustrazione di copertina di Trevor Key (una farfalla policroma impressa su uno sfondo di mattoni, quasi a simboleggiare la maturità raggiunta dalla band, non più crisalide), o alternativamente Fontana come l'etichetta, si rivela essere un disco decisamente riuscito, ancorché in tutta evidenza concepito per tentare un assalto alle heavy rotation radiofoniche.
Il suono del quartetto si è fatto più pulito e raffinato, probabilmente privo della febbrile urgenza che aveva caratterizzato le prime incisioni e sicuramente più pop, nel senso più nobile del termine. Il trittico iniziale è da applausi e, già da solo, vale il prezzo del biglietto: le inquietudini e i nervi tesi sotto pelle di Hannah introducono alla già nota “Shine On”, qui riproposta in una versione definitiva levigatissima e terribilmente radio friendly; “Beatles And The Stones” è probabilmente uno degli assoluti capolavori di Guy Chadwick, una ballata dolcemente malinconica e quietamente adagiata su un tappeto di chitarre jingle-jangle, un brano in grado di regalare quella speciale “gioia di essere tristi” che è solo delle grandi canzoni.
Il resto del programma è validissimo, ma forse meno entusiasmante: “Shake And Crawl” è un intermezzo pop che non decolla mai sul serio; “Hedonist” stempera (qualcuno direbbe “normalizza”) le atmosfere lisergiche e orientaleggianti della versione presente sul German Album, per donare al pezzo un inedito (ma non sgradevole) graffio rock 'n' roll; “I Don't Know Why I Love You” e “Never” sono due brani di orecchiabilissimo guitar-pop, non a caso scelti dalla Fontana come primi singoli, nonostante il parere contrario della band.
La parte finale della raccolta alterna le atmosfere pensose e sognanti di “Someone's Got To Love You” e “Blind” (anche quest'ultima riveduta e corretta rispetto a quella già ascoltata nel German Album), ai ritmi frizzanti delle vivacissime “In A Room” e “32nd Floor”, mentre i capricciosi saliscendi emotivi della bella “Se Dest” chiudono un disco che, pur non eguagliando lo splendido esordio, si mantiene su livelli comunque notevoli, riuscendo a mediare tra pressioni commerciali e esigenze artistiche, ma non a risolvere il dissidio tra Chadwick e Bickers, che diventa presto insanabile, con relativo crollo nervoso del chitarrista che esce dal gruppo, sostituito da Simon Walker, già componente di The Dave Howard Singers.
Il Butterfly Album, intanto, ottiene un buon successo di vendite, anche se probabilmente inferiore alle attese della Fontana, che decide di supportare il disco con un lungo tour (che in alcune date vede la gradita presenza della vecchia socia Andrea Heukamp) e di raschiare il fondo del proverbiale barile con la pubblicazione nel 1991 di una, invero trascurabile, raccolta di scarti e rarità for fans only alla quale viene imposto il titolo di A Spy In The House Of Love.

Nel 1992, la band si presenta all'appuntamento del nuovo lavoro con l'ennesimo cambio di formazione: pur figurando nei crediti del disco, il chitarrista Simon Walker è già di fatto fuori dagli House Of Love e anche Alan McGee, sempre più assorbito dagli impegni legati alla sua etichetta, ha rinunciato a svolgere le funzioni di manager del gruppo. Sono passati solo due anni dal celebrato esordio e tre dal German Album, ma i tempi sono profondamente cambiati e l'attenzione della stampa musicale che sembrava circondare Chadwick e soci si è rapidamente dissolta. Culturalmente lontanissimi dal grunge che imperversa dall'altra parte dell'oceano, superati sul piano della psichedelia chitarristica dal movimento shoegaze, troppo seri per abbandonarsi alle danze in odor di ecstasy della scena Madchester e in sostanziale anticipo rispetto alla travolgente ondata Brit-rock che sta per abbattersi sul Regno Unito, ma che appena s'intravede all'orizzonte, gli House Of Love sono già fuori moda e fuori tempo, snobbati dalla critica e progressivamente abbandonati dal pubblico. Eppure, nonostante i pessimi presupposti, il nuovo album Babe Rainbow si rivela un vero gioiello: Chadwick non rinuncia a una certa immediatezza guitar-pop, ma, con la complicità del produttore Warne Livesey (anche coautore di alcuni brani), decide di “sporcare” il suono forse troppo levigato del disco precedente con atmosfere torbide e inquiete, fino a tornare alle radici post-punk e psichedeliche della band e, quasi a testimoniare questo desiderio di ritorno alle origini, tra gli ospiti figura anche la vecchia amica Andrea Heukamp.
Il titolo dell'opera fa riferimento a una stampa di Peter Blake (artista pop inglese noto per essere stato l'ideatore della celeberrima copertina del “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band” dei Beatles), all'epoca conservata negli Eel Pie Studios di Pete Townshend, nei quali la quarta raccolta degli House Of Love viene incisa. La coloratissima e discinta Babe Rainbow è visibile in secondo piano sulla copertina dell'album, in disorientante contrasto con la quasi monocromia del resto dell'immagine, opera della fotografa Suzie Gibbons. La scaletta si apre con “You Don't Understand” che, con le sue chitarre orientaleggianti e la sua sostanziale immediatezza radiofonica, sembra preconizzare il futuro esordio dei Kula Shaker; “Crush Me” è un pop dalle tinte oscure che rilascia frammenti d'inquietudine a ogni nota; “Cruel” è psichedelia purissima, come il gruppo non ne produceva da (troppo?) tempo, forse il capolavoro della raccolta, assieme al torrenziale e oscuro post-punk della successiva e indimenticabile “High In Your Face”; “Fade Away” è una tenue e malinconica ballata elettroacustica che funge da breve intermezzo prima delle atmosfere più ariose e “aperte” di “Feel”; “Girl With The Loneliest Eyes” insegue (sfiorandolo soltanto) il miraggio del perfetto jangle-pop, mentre il fantasma della psichedelia torna a scuotere le sue catene negli incalzanti sei minuti di “Burn Down The World” che, con gli oltre quattro del grandioso Brit-rock di “Philly Phile” e gli altrettanti della epica “Yer Eyes”, formano una micidiale sequenza che chiude un album cupo e bellissimo, indomabile e tristemente sottovalutato.
In Babe Rainbow, gli House Of Love sembrano aver riversato tutte le inquietudini e le tensioni striscianti che minano la serenità della band, mettendone a repentaglio la stessa esistenza. Il sostanziale disinteresse di pubblico e stampa specializzata di fronte ai quattro singoli estratti dalla raccolta e al successivo tour americano in compagnia di Ocean Colour Scene e Catherine Wheel è un duro colpo all'autostima del gruppo e pone le basi per una nuova minimale rivoluzione.

Confermando in qualche modo il vecchio detto secondo il quale la fretta non è mai buona consigliera, Guy Chadwick decide di esorcizzare il fallimento commerciale di Babe Rainbow tornando immediatamente in studio per la lavorazione di un nuovo album. Nel tentativo di avviare un'inedita democrazia interna, il frontman decide di lasciare spazio ai suoi soci, permettendo a Chris Groothuizen e Pete Evans di partecipare al processo creativo e alla scrittura dei brani. Il risultato si rivela disastroso e, di fatto, costituisce un vero e proprio epitaffio per la prima fase della storia del gruppo. Audience With The Mind esce nel 1993 ed è un pastrocchio senza capo né coda, nel quale si fa davvero fatica a salvare qualcosa, un disco che non decolla mai, sospeso su ali di cera di idee appena abbozzate e mal realizzate, un disastro artistico e un vero tracollo commerciale.
Brani che si susseguono anonimi e indistinguibili, come la teoria di sculture identiche fotografate (di nuovo da Suzie Gibbons) sulla tetra copertina dell'album. Tutto suona scialbo e monocorde: i pezzi più elettrici (“Sweet Anatomy”, “Erosion”, “Call Me”, “Corridors”) sono privi di nerbo e non s'imprimono nella memoria, alcuni sembrano persino velleitari (la lunga e inconcludente “Into The Tunnel”), mentre le ballate (“Audience With The Mind”, “Shining On”) appaiono banali e insignificanti. Non stupisce, quindi, che nemmeno un singolo venga estratto dalla raccolta. La Fontana, senza troppi convenevoli, scarica gli House Of Love che, giunti a un punto morto e ormai dimenticati da pubblico e critica, decidono di sciogliersi, per ironia della sorte, giusto un attimo prima che il Brit-rock raggiunga il successo planetario.

Orfano dei suoi compagni storici e probabilmente tormentato dai demoni di un successo svanito troppo in fretta, Guy Chadwick attraversa un lungo periodo nel quale gira sostanzialmente a vuoto. Prima forma i Madonnas, poi gli Eyedreams, ma entrambi i gruppi si dissolvono senza riuscire a realizzare nemmeno un'incisione. Da questa fase inconcludente, il musicista inglese esce solo nel 1997, con la pubblicazione di un Ep da solista per l'etichetta Setanta, seguito l'anno successivo da un album full length, prodotto con il prezioso supporto dell'amico Robin Guthrie dei Cocteau Twins. Il titolo del disco, Lazy, Soft & Slow, si rivela decisamente programmatico: pigro, morbido e lento, come le undici meraviglie prevalentemente acustiche che lo compongono, vere delizie indie-pop delle quali, purtroppo, si accorgono in pochi. La suadente “One Of These Days”, la vivace “In Her Heart”, la sinuosa “Song For Gala” da citare tra i brani probabilmente più piacevoli di una raccolta che riserva il suo unico graffio elettrico nella splendida “You've Really Got A Hold On Me”. In copertina, un ritratto virato in seppia dell'autore ormai quarantaduenne, dall'espressione disillusa o forse soltanto pacificata rispetto alle turbolenze del passato. Alle sue spalle un camino, in primo piano dei fiori, quasi a sottolineare ulteriormente il tono bucolico della raccolta.

Nel frattempo, anche Terry Bickers ha vissuto anni difficili. Lasciati gli House Of Love, il chitarrista si è buttato a capofitto nel progetto Levitation, ma il nuovo gruppo non è mai decollato davvero, nonostante una vivace attività in studio che frutta la produzione di un paio di album e di alcuni Ep tra il '91 e il '94. Anche i Cradle, formati subito dopo, hanno vita assai breve e, all'ennesimo bivio di un'esistenza inquieta, il chitarrista ritrova il vecchio amico Guy Chadwick, con il quale condivide tanti ricordi, ma anche una lunga lotta con i demoni di una mai sopita depressione. Per entrambi è un incontro chiarificatore: lontani dagli eccessi e dai vecchi contrasti che ne avevano minato il sodalizio, i due riscoprono il desiderio di fare musica insieme e di ricomporre la vecchia band. All'iniziativa aderisce subito Pete Evans, mentre Chris Groothuizen, ormai architetto a tempo pieno, declina l'offerta e, al suo posto, viene convocato il bassista Matt Jury.
Significativamente, la quinta raccolta di inediti degli House Of Love si intitola Days Run Away e viene pubblicata nel 2005 per la Art & Industry del vecchio amico (e per un certo periodo agente del gruppo) Mick Griffiths. La reunion viene completata dalla fotografa Suzie Gibbons che, ancora una volta, si occupa della copertina dell'opera, un ritratto virato in rosso di Terry Bickers, come a sottolineare la centralità del ruolo di figliol prodigo del chitarrista londinese. Il disco recupera la serenità campestre già evocata nel riuscito album solista di Chadwick e la innerva con le fitte trame elettriche della chitarra di Bickers, per un risultato gradevolissimo, forse il lavoro più “americano” degli House Of Love.
“Love You Too Much”, sfiziosa e ritmata, è una sorta di curiosa rilettura della “Girls & Boys” di Prince (da “Parade”, 1986), apertamente citata nel testo e nel ritornello; “Gotta Be That Way” è un fluido folk-rock, punteggiato dal classico jingle-jangle della band; “Maybe You Know” è lineare e immediata, “Kinda Love”, al contrario, tortuosa e inquieta; “Money And Time” è una (invero splendida) escursione sulle strade della West Coast che esplode in un finale epico ed emozionante; la title track e “Wheels” sono frizzante power-pop, “Already Gone” piacevole folk, “Kit Carter” intenso guitar-rock; “Anyday I Want” un rilassato divertissement acustico posto alla fine di un lavoro solare e pacato, che sembra stemperare nel piacere di stare insieme e fare musica gli eccessi e le dipendenze di un passato tormentoso.
Days Run Away passa sostanzialmente inosservato, fermandosi alla posizione 189 della classifica inglese, ma poco importa: gli House Of Love sono tornati.

Gli anni successivi sono in qualche modo dedicati alla celebrazione del glorioso passato della band: nel 2007 arrivano finalmente le già citate ristampe del German Album e dell'omonimo del 1988, alle quali fa seguito nel 2009 il Live At The BBC, con registrazioni dal vivo risalenti ai primi anni 90, e, a fine 2012, una lussuosa e onnicomprensiva riedizione del materiale Creation in triplo cd, con dovizia di demo, inediti e versioni alternative, a cura della Cherry Red Records.
Per la stessa etichetta e con la medesima line-up del disco precedente, nei primi mesi del 2013, viene pubblicato She Paints Words In Red, sesta raccolta d'inediti degli House Of Love. Evidentemente la reunion del 2005 non era da considerarsi un mero fuoco di paglia, ma il rilancio di un sogno musicale che ha attraversato le tempeste del passato per giungere alla serenità del futuro conservando tutta la sua freschezza e i suoi mille colori, ben riassunti in un pittorico artwork a cura della solita Suzie Gibbons. Prodotto dalla band con il vecchio sodale Pat Collier, peraltro già coinvolto nella lavorazione di Days Run Away, il nuovo album fa anche meglio del suo predecessore, risultando decisamente più a fuoco e, in alcuni momenti, più vicino al suono “classico” della band.
“A Baby Got Back On Its Feet” è un tuffo al cuore, una sorta di “Shine On” aggiornata al nuovo millennio; si segnalano anche “Hemingway”, “She Paints Words In Red” e “Lost In The Blues”, mentre “Trouble In Mind” è un rilassato indie-pop, intervallato dalle tensioni striscianti dell'incalzante “PKR” (rivisitazione di una vecchia B-side del 1991), dall'evocativo folk di “Low Black Clouds” (probabilmente da annoverare tra i capolavori del disco) e dall'eccellente “Money Man”, con il suo sopraffino guitar-rock che strizza l'occhio agli amati Sixties, così come del resto il pimpante power-pop della sfiziosa “Never Again”.
“Sunshine Out In The Rain” immerge l'ascoltatore in quella speciale malinconia che attraversa come un filo rosso tutta la produzione di Chadwick e soci; “Holy River” è uno scorrevole flusso di bellezza folk-rock che vorresti non finisse mai, mentre il finale del programma è affidato al crescendo chitarristico della pensosa e magnifica “Eye Dream”.
Ormai la musica degli House Of Love è ghiottoneria per pochi buongustai, se volete irriducibili nostalgici di un'epoca nella quale una bella canzone poteva sul serio cambiare la vita e non semplicemente fungere da indistinto brusìo di fondo di una navigazione internet, ma beati quei pochi: alle soglie dei 57 anni, in un autunno della vita che conserva la dolcezza della primavera, Guy Chadwick si (e ci) regala una raccolta deliziosamente senza tempo, da serbare come cosa preziosa.

Il resto della vicenda degli House Of Love è storia recente: a fine 2014, la band si consente un'altra piccola autocelebrazione con la pubblicazione di un nuovo album dal vivo, il Live At The Lexington 13-11-13, mentre Terry Bickers avvia una collaborazione con Pete Fij degli Adorable, che frutta due dischi, “Broken Heart Surgery” (2014) e “We Are Millionaires” (2017).
Si chiude così, almeno per il momento, la storia degli House Of Love. Dal buco nero di depressione, eccessi, dipendenze e illusori sogni di gloria che sembrava averli inghiottiti, Guy Chadwick e Terry Bickers sono finalmente riemersi alla luce di una serenità a lungo inseguita e faticosamente conquistata. Attendiamo con impazienza nuovi capitoli di questa lunga e preziosa catarsi.

House Of Love

I giorni fuggono via

di Enrico Iannaccone

Formazione nata nel 1986 nei dintorni di Londra, gli House of Love di Guy Chadwick sorgono sulle orme dei Jesus and Mary Chain per poi aprire nuovi luminosi sentieri all'indie-pop-rock d'oltremanica, poco prima della grande esplosione del Brit-rock. Ripercorriamo la loro storia, tra successi e sfortuna
House Of Love
Discografia
 THE HOUSE OF LOVE
 
   
 The German Album (Creation, 1987)

7

The House Of Love (Creation, 1988)

8

The Butterfly Album (Fontana, 1990)

7,5

Babe Rainbow (Fontana, 1992)

7,5

 Audience With The Mind (Fontana, 1993)

4

 Days Run Away (V2, 2005)
 6,5
 She Paints Words In Red (Cherry Red, 2013)

7

   
 GUY CHADWICK 
 
   
 Lazy, Soft & Slow (Setanta Records, 1998)
 7
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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