Innocence Mission

Innocence Mission

Una liturgia domestica

di L. Righetto, A. D'Addato

Splendida unione della poesia immaginifica di Karen e della sapiente abilità di chitarrista di Don Peris, gli Innocence Mission rappresentano una band unica nel panorama americano. Le loro canzoni, fragili e struggenti, sono permeate di una fede non ostentata - non si considereranno mai membri del movimento della Christian music - ma sempre esplicita

Ho sempre avuto la sensazione che scrivere musica fosse come unirsi a una conversazione con altre persone.
(Karen Peris)

Un eterno, commovente passo di danza, quello degli Innocence Mission: il lieve fruscio di un idillio quotidiano, domestico, la bellezza espressa e interiorizzata attraverso la contemplazione del compagno di sempre, il dolore mitigato da una serena accettazione dell'inevitabile, da una fede non esibita in qualcosa di più grande. La musica di Katie e Don Peris è una di quelle opere umane di cui non si sarà mai abbastanza grati: un dono incondizionato alla vita, il dono di chi non sarebbe in grado di muovere un passo senza lasciarne apprezzare il significato a sé e agli altri.
Nella lunga carriera di questa band della Pennsylvania si trova la forza sì della bellezza, della poesia tangibile del mondo naturale, ma soprattutto di chi, da questa, sa suggerire un'interpretazione, sa tirare linee tra segni ed eventi, componendo inni a questo mirabile disegno. A leggere i testi di Karen Peris - che, dopo più di vent'anni, ha ancora il candore di quando, timidamente, scriveva canzoni con la chitarra appena regalata; da qui il successo della sua "missione" - solo incidentalmente compare il nome di Dio. La cristianità della cantautrice traspira surrettiziamente dal cuore pulsante delle sue parole, della sua musica: un planisfero interiore, nel quale tracciare rotte; una tavolozza infinita, con la quale dipingere il mondo.

Qualcosa si compie, nell'innalzarsi gentile della voce di Karen e della chitarra di Don: una speranza, testimoniata con l'esempio di sé, col dono della propria arte agli altri e a un Altro.

Chasing the light

La storia degli Innocence Mission inizia a metà degli anni 70 a Lancaster, Pennsylvania, nella stanza della piccola Karen Mc Cullogh. Affascinata dalla musica fin da bambina, Karen passa le sue giornate a sfogare la sua timidezza attraverso pochi semplici accordi di chitarra ed una voce che sembrano fungerle da unica porta verso il mondo. Dovrà passare qualche anno prima che quello stesso mondo le riservi l'incontro più importante della sua vita: iscrittasi alla Lancaster Catholic High School, Karen fa infatti la conoscenza del chitarrista Don Peris, suo futuro marito ed esatta metà di un'unione artistica, amorosa e spirituale che costituirà il nucleo fondamentale del progetto Innocence Mission.
Con l'aiuto di Mike Bitts al basso e Steve Brown alla batteria i due decidono così di fondare una band con la quale accompagnano la rappresentazione del musical "Godspell" presso la loro scuola e, dopo un momentaneo scioglimento a metà degli 80, si ricongiungono per dare alla luce il loro primo Ep, "Tending The Rose Garden". Il lavoro in questione avrà la fortuna di passare dalle mani di Joni Mitchell che, ammaliata dalla freschezza compositiva della band e dal delicato lirismo di Karen, decide di affidare il quartetto al suo produttore e marito Larry Klein per la registrazione di un full-length album.

im_iiiCon l'omonimo esordio sulla lunga distanza (1989), lo stile della band è però ancora lungi dal definirsi personale e dotato di identità. "Innocence Mission" è infatti un disco che brilla eccessivamente di bagliori riflessi: i fantasmi di band come 10000 Maniacs e Prefab Sprout sono molto più che semplici influenze e la levigata e scintillante produzione di Larry Klein non fa altro che muovere le coordinate musicali della band verso un anonimo easy listening di fine decennio, rendendo il sound eccessivamente derivativo.
A risentirne è prima di tutto la scrittura,spesso costretta a naufragare tra tronfi sintetizzatori e chitarre ovattate che ne annullano la magia. Lo scanzonato singolo d'apertura "Black Sheep Wall" scorre così ballabile ed innocuo con suoni ed arrangiamento  semplicemente finalizzati a sottolineare l'appeal radiofonico della linea vocale; la situazione non cambia man mano che ci si addentra verso il cuore del disco: "Surreal" è una ballad eterea ben costruita, sui cui delicati intrecci di basso e chitarra acustica la voce di Karen Peris irradia la sua angelica forza comunicativa, ma anche qui manca un'identità sonora adeguata che possa permettere al brano di essere ricordato.

Laddove la band sembra muoversi con disinvoltura (il folk-pop di "Curious", le ballate notturne "Broken Cyrcle" e "Notebook") gli espedienti di Larry Klein intervengono a stemperare l'atmosfera,limitando la freschezza delle intuizioni melodiche. Altrove è la stessa band a dimostrare ancora eccessiva incertezza rispetto alla strada da intraprendere, spezzando qua e là il tono intimista che pervade l'opera con rassicuranti cavalcate radio-friendly che attingono liberamente dai primi U2 ("I Remember Me") o dai già citati Prefab Sprout ("Mercy").
Dall'ascolto del loro album d'esordio gli Innocence Mission appaiono come una band dotata di una buona capacità di scrittura di melodie pop e di un discreto gusto per valorizzarle, ma la loro personalità rimane eccessivamente in ombra : il tentativo di evocare un immaginario che oscilla tra la speranza terrena di un'eterna fanciulezza (la copertina dell'album è un'opera di Eva Roos, illustratrice di testi per bambini) e quella ultraterrena legata ad un'esplicita fede cristiana (Il delicato outro per voce e chitarra "Medjugorje", emblematico fin dal titolo) viene annullato da soluzioni massificanti ed anonime. Purtroppo anche la voce bianca di Karen Peris si trova a diventare parte integrante di un apparato sonoro eccessivamente zuccheroso, ancora lontana dal seducente limbo tra sogno e malinconia che sarà in grado di evocare negli anni a venire.

Orecchiabile e radiofonico, l'album d'esordio degli Innocence Mission riesce a raggiungere la posizione 167 della classifica di Billboard, ma il successo di pubblico è contrastato da una critica che storce il naso davanti ad una formula eccessivamente epigonica. La risposta del gruppo giunge due anni dopo con la pubblicazione di "Umbrella" (1991), album che, pur risentendo anch'esso della patinata produzione di Larry Klein, lascia intravedere lungo il percorso qualche slancio sorprendente. "Umbrella" si fa innanzitutto apprezzare per la sua volontà di non ricercare a tutti i costi il singolo di presa, decidendo di puntare su un discorso musicale unitario quasi interamente imperniato su sognanti ballate circolari che sembrano far leva sul successo di band come i Sundays.
L'ascolto nella sua totalità, a dire il vero, risulta piuttosto faticoso e monocorde, ma, se la band sembra ogni tanto perdere la bussola in brani eccessivamente pretenziosi come l'elettroacustica cantilena beatlesiana "Revolving Man" o il tedioso dream-pop sommerso nei riverberi "Now In This Hush", la sua personale poetica inizia qua e là a emergere in piccoli, affascinanti spunti . La title track è una nenia incantevole in cui la produzione è finalmente messa a nudo e la vocalità di Karen è libera di muoversi su pochi, morbidi accordi di pianoforte, mentre la dolcissima "Beginning The World" è sostenuta da un ritmo incalzante timidamente solcato da una vena di malinconia.

Gli interventi della chitarra e dell'hammond di Don Peris contrappuntano una scrittura che inizia ad essere di alto livello e in cui la linea tra leggerezza e fragilità  nella voce di Karen si fa sempre più sottile. La frizzante apertura "And hiding away", pur essendo ancora una volta limitata da dei suoni non all'altezza, si preoccupa invece di perfezionare un discorso lirico iniziato da Karen due anni prima col singolo "Wonder of birds" a proposito di un romantico anelito per il volo che accompagnerà la cantante durante tutto il suo percorso artistico : la squisita capacità evocativa di versi come "I prize the cloudy, tearing sky / For the thoughts that flap and fly" costituisce solo il punto di partenza di un delicato lirismo che dovrà attendere quattro anni per considerarsi definitivamente giunto a compimento.

Everything's different now


im_xviIn una recente intervista Karen Peris ha praticamente rinnegato il suo lavoro svolto durante la registrazione dei primi due album: "Nonostante sia stata una splendida esperienza per tutti mi vergogno della scrittura e del mio modo di cantare in quegli album. Ero giovane e mi preoccupavo semplicemente di somigliare a qualcun altro. Riascoltandoli oggi, difficilmente mi riconosco nei primi due dischi". Per quanto eccessivamente dura, la critica della Peris è comunque efficace nell'analizzare un periodo in cui la band e lei stessa erano ancora alla ricerca di una ricetta personale e riconoscibile.
La svolta per gli Innocence Mission sarà proprio il periodo immediatamente successivo all'uscita di Umbrella con i quattro musicisti impegnati sia in tour promozionali di spalla a nomi altisonanti del pop-rock americano come EmmyLou Harris e Natalie Merchant, sia in preziose collaborazioni tra cui quella di Don Peris nell'album "From Strength To Strength" del genero di Bob Dylan Peter Himmelman, mentre la moglie veniva chiamata a duettare col roots-rocker John Hiatt nel suo "Stolen Moments" del 1990.

Passano così quattro anni in cui il quartetto di Lancaster matura, esperienza dopo esperienza, una nuova consapevolezza artistica che lo conduce alla pubblicazione della sua prima opera fondamentale. Per le registrazioni di quello che diventerà Glow viene subito accantonato il nome di Larry Klein, il produttore dei primi due album colpevole di aver snaturato il sound della band e qui prontamente sostituito da Dennis Herring, già al lavoro con i Camper Van Beethoven. Preceduto dal fortunato singolo "Bright as yellow" (arrampicatosi fino alla 33esima posizione della classifica di Billboard), Glow esce nel giugno del 1995 e finalmente mostra un collettivo coeso, personale nelle sonorità e forte di una dozzina di composizioni immacolate impreziosite da una produzione accorta. Il lavoro di Herring in cabina di regia spoglia i suoni del gruppo dai soffocanti riverberi che avevano contraddistinto i primi due lavori e catapulta gli Innocence Mission in una dimensione più intima in cui il dream-pop degli esordi viene bilanciato con sorprendente naturalezza da squisiti arrangiamenti folk.
Ideale collante fra i due mondi è la voce di Karen, meno votata a dimostrare le sue qualità e più intenta ad abbracciare i brani piuttosto che aggredirli. Una voce che avrebbe potuto scadere nell'anonimato in un'altra formula musicale e che qui diventa invece  il marchio di fabbrica di un suono pop che si serve del folk per destrutturarlo con una leggerezza fanciullesca, senza che il risultato appaia eccesivamente straniante o pretenzioso. La candida, confidenziale vocalità di Karen Peris snocciola delicate immagini di tepore domestico nell'opener "Keeping Awake", scandita da un sinuoso arpeggio di Don Peris ed evocativa nella confortante spiritualità del refrain "I'm near to sleeping, I am keeping awake/ Hearing your voice in the house". Irrompe così "Bright As Yellow", claudicante filastrocca elettroacustica con una melodia pronta ad imprimersi nella mente dell'ascoltatore, minimale negli arrangiamenti e segnata dalla convivenza fra la disincantata interpretazione di Karen e il tremolo della chitarra morriconiana di Don Peris, perturbante elemento desertico che impreziosice il brano senza scalfirne la presa pop. 
Ancora l'eterea chitarra di Don si rende protagonista su un tappeto acustico in "Brave", country-song vivace nei ritmi e al contempo leggera come la corsa in un campo alla flebile luce del tramonto. Il capolavoro del disco è però "That Was Another Country", una ballata per spazi infiniti in cui le chitarre elettriche sembrano galleggiare sulle percussioni di Steve Brown finchè basso e chitarra acustica non intervengono a supporto della voce di Karen, intenta a dipingere affreschi di memorie viventi ancora in grado di scaldare il cuore. 

A coronamento di un "lato A" praticamente perfetto la breve "Speak Our Minds" alza il ritmo , introdotta da un incalzante scheletro di basso e batteria su cui il resto della band si muove con una frenesia sempre contenuta da una patina di romanticismo, mentre "Happy The End" chiude la prima metà dilatando l'atmosfera in una sequenza di istantanee di ricordi d'infanzia in cui piccoli particolari si trasformano nei versi della poesia di una vita ("In this story we sit down on Lunda Bridge/ and catch snow in our cupped hands/ And music is coming from the houses/ Or it sings inside me").
Il bucolico intermezzo per voce e acustica "Our Harry", nella sua disarmante fragilità, conduce ad una seconda metà ancora più dimessa in cui le aperture melodiche scaldano come timidi raggi di luce le compassate interpretazioni di una Karen Peris sempre più vicina alla definizione datale da Peter Himmelman: "Pallida, eterea bambina, la cui voce è una sorta di unione di spiriti, totalmente bianca".
La cantante si adagia con una dolcezza quasi sinistra su evanescenti composizioni notturne tra cui svettano la candida folk-song "Go" e la strisciante "Everything Is Different Now", quasi una "Bright As Yellow" risuonata al chiaro di luna. Spezza momentaneamente l'incantesimo "There"con la sua scanzonata melodia gustosamente irradiata dal calore dell'hammond, prima di affidare la chiusura all'asciutta "I Hear You Say So", un risveglio primaverile sulle ali di una scarna chitarra acustica dal sapore brit-pop.

È la degna conclusione di un album che, oltre a segnalarsi come una delle più entusiasmanti e sottovalutate raccolte di pop-songs del decennio, è specchio del nuovo equilibrio raggiunto dalla band tra le sfuggenti atmosfere dei primi 90 e una nuova intimità cameristica in cui la voce di Karen Peris si staglia come una soglia tra un fantastico mondo di ricordi infantili e una quotidianità intrisa di poesia.

A suggello di un periodo di fertilità artistica iniziato con le sessioni di Glow e protrattosi fino al successivo Birds Of My Neighborhood del 1999, durante la seconda metà degli anni 90 gli Innocence Mission raccolgono una manciata di brani destinati a costituire il contenuto di una collezione di tesori nascosti intitolata "Small Planes". Pubblicato nel 2001, l'album non può di certo considerarsi una raccolta di scarti: la band, sempre più matura, riesce a inserire l'opera in un discorso sonoro unitario fatto di arrangiamenti ridotti all'osso a sostegno di una Karen Peris che qui sembra aver lasciato il posto al suo fantasma. La sua voce si fa quasi impalpabile nella breve apertura "Rooftop", alt-country a tempo di valzer che si apre alla radiosa "Too Early To Say", il cui ritornello killer illuminato dall'organo si trova a fare i conti con liriche di placida rassegnazione ("The sky may open/ But it won't be today").
Il clima si fa sempre più mesto nel piccolo capolavoro "Migration", ballata spettrale in cui Don e Karen intrecciano i loro respiri affannosi tra una palude di chitarre e un piano che galleggia quasi per miracolo. I luminosi paesaggi dei primi album cedono definitivamente il passo a piccoli quadri di solitudine: sugli ansimanti rintocchi di acustica di "The Girl On My Left" la Peris sussurra "Some days ring out into night/My failures with people right here", prima di sfociare nella strepitosa "Song About Traveling", in cui il passo felpato della batteria consente a chitarra e basso di inseguirsi in una sobria danza notturna. E se l'intermezzo per piano e voce dall'aldilà "I left the grounds" suona come un punto di non ritorno, la circolare title track si sforza di spiegare i propri petali lungo il cammino, nonostante la cupa incertezza del testo.
Conclude il tutto una "I have loved you" in cui Karen sembra riapparire improvvisamente nella sua stanza sola con la sua chitarra, per cantare davanti ad una finestra di ricordi le gioie di un amore lontano.

"Hope is that thing with feathers" (E. Dickinson)

Nel 1999, dopo quattro anni alla ricerca di un'etichetta che permettesse loro di continuare il progetto (e dopo la nascita del loro primo figlio), arriva la firma con la Kneeling Elephant, una sussidiaria della RCA. La svolta vera e propria è rappresentata però dall'abbandono del batterista Steve Brown, che compare solo per la sezione percussiva di "Snow".
L'evoluzione del sound della band è però netto e probabilmente prescinde dalla necessità contingente di dover fare a meno di un componente. In Birds Of My Neighborhood gli Innocence Mission, dopo aver perfezionato il proprio songwriting in Glow, giungono alla realizzazione pratica di quanto si agitava nella loro anima.

La voce e l'acustica di Karen; la lead guitar di Don; il basso acustico di Tim. Intorno a questa esigua manciata di astri orbita un microcosmo di pianeti, asteroidi e meteore, in lenta processione e, a volte, in silenziosa collisione. Affetti e sentimenti, piccole immagini deflagrano così nella mente, vivide e plastiche e indimenticabili. È la poesia del ricordo di Karen che ricostruisce eventi, così come nella memoria, e ci si ritrova a remare sui "laghi del Canada".

"The Lakes of Canada" crea un ambiente sia terrificante che familiare, usando il linguaggio sensoriale: bulbi incandescenti e barche a remi sono resi tangibili dall'attenzione al ritmo, da rime non invadenti e specificità di linguaggio. Ciò che è così distintivo dei versi di Karen Peris è l'economia delle parole, nomi concreti - pesci, luci, un uomo che ride - che prendono vita tramite melodie che danzano attraverso la scala [musicale] come creature marine. Panico e gioia, un terribile senso di timore, le oscure indentazioni della memoria si palesano all'unisono, accompagnate dalle ridenti pennate di una chitarra acustica. Questa è una canzone in cui oggetti quotidiani iniziano ad avere un significato tremendo.
(Sufjan Stevens)

Gli Innocence Mission inaugurano con Birds Of My Neighborhood il nuovo corso che rimarrà poi il loro marchio di fabbrica negli anni a venire, uno struggente folk-pop imperniato su un apparentemente fragile duetto coniugale. Gemmate da una cura amorevole - la stessa Karen confessa che la produzione musicale fu un benvenuto surrogato emotivo negli anni in cui non potè avere figli - le canzoni del disco risplendono di una dolce condivisione, per mezzo della quale superare perdite e incomprensioni.

Balconies and flights
of wooden stairs down to the water at low tide.
I'll carry you and we will walk in the light.
Waiting for you to arrive
where does the time go?

im_xLa timida, ancillare melodia di "You Are The Light", l'angelica tramontana di "Going Away", il vergine stupore di "I Haven't Seen This Day Before" parlano di un disco in cui l'ispirazione di Karen Peris è forse ai suoi vertici, se non dal punto di vista musicale, sicuramente da quello della presa sui testi. Un enigma che non è necessario decifrare, questo succedersi di cose e persone che è sogno dell'anima, in processione nel paesaggio innevato, che è tanto più inospitale e ovattato quanto più riesce a far risaltare le tepide movenze del cuore. Straordinario in questo senso il viaggio di "Snow", preghiera che sembra farsi carico e dissolvere nella neve un lutto personale, che diventa anche pena universale.

Lo straordinario sbocciare della band, l'approdo alla dimensione magica di una sospettabile intensità minimalista si perpetuano l'anno dopo, nell'uscita prodotta attraverso la propria etichetta, la LAMP, di Christ Is My Hope, raccolta di inni religiosi e canzoni popolari. La produzione è quasi inesistente, tanto che il disco pare un succedersi di odi casalinghe, occasionali momenti di preghiera ("It Is Well With My Soul") lievemente imperniati sul fragile abbandono di Karen Peris, seduta al pianoforte del soggiorno o accompagnata en passant dalla chitarra (e dalla voce) del marito. Tra la concisione di pezzi di ancora grezzo fervore ("Morning Star", "No Storms Come"), piccoli alleluja racchiusi nello spazio di un minuto e mezzo, spiccano la più completa title track e lo struggente volteggio di "O Sacred Heart Surrounded", o di "Were You There".

L'ineffabile poesia della "normalità"

La produzione della band prosegue, lenta ma inesorabile, senza smuovere più di tanto il mondo della distribuzione discografica americana, ma abbastanza per strappare un contratto con la Badman di San Francisco, per più di un disco. Nel 2003 arriva Befriended, in cui a spuntare, più che la relativa sicurezza di un sound e di un'espressività ormai collaudati, è la capacità  di realizzare ancora un piccolo miracolo di intensità, di dono di sé, costruito con un'impeccabile maestria musicale.
Brividi percorrono il valzer di "Look For Me As You Go By", impetuosa  lullaby in cui tutti i membri della band concorrono al finale panico, un augurio di pace e fratellanza. La levità murdochiana di "When Mac Was Swimming" illumina il cuore, col suo arrangiamento jazzato, i giochi di pianoforte e le "rimembranze" sintetiche.

Befriended porge un'occasione, con la bella, sognante "Martha Avenue Love Song", per descrivere una delle caratteristiche più affascinanti e coinvolgenti del cantautorato di Karen Peris: lo sguardo di un'innocenza che viene dall'esperienza, una vigile curiosità per le cose e le persone che non solo sopravvive, ma è anzi effetto della consapevolezza di un disegno. Canzoni come "Tomorrow On The Runway" acquistano così una potenza che diventa inoffensiva solo per chi non intende accoglierne il dono: la "fonte artistica" non sono il tormento e l'alienazione, ma la devozione e la ricerca dell'innocenza.
Spinte espressive tanto rare quanto poco in voga presso il mondo cantautorale dei decenni precedenti, eppure dimostrano come l'opera di Karen Peris abbia un valore inestimabile, nella sua unicità.
Befriended è anche, complessivamente, poco più di un sequel alla "rivelazione" di Birds Of My Neighborhood. Non ci sono vere canzoni "di punta", tutto si regge sulle abilità di interpretazione di Karen e sugli arrangiamenti chitarristici - sempre di altissimo livello - di Don.

In perfetta riproduzione di quanto avvenuto in corrispondenza di Birds Of My Neighborhood, Befriended è seguito, l'anno dopo, da un'uscita di beneficenza composta in gran parte di rielaborazioni. Now The Day Is Over è una compilation di canzoni delle più famose (da "Over The Rainbow" a "Moon River", ma soprattutto "(What A) Wonderful World"), trasformate per l'occasione in ninna-nanne.
Musical dell'anima, rarefatto volteggio nivale, Now The Day Is Over dribbla agilmente le diffidenze di chi si attende un lavoro ruffiano, pregno del qualunquismo di plastica di una strenna natalizia dell'ultim'ora. Come avviene quando veri artisti riescono a far proprie interpretazioni ormai talmente radicate nell'immaginario collettivo da costituirne un linguaggio, un'espressione universale, le versioni "cameristiche" di "Moon River" ed "Edelweiss" - a chi non suonasse familiare quest'ultimo: è il tema principale di "Tutti insieme appassionatamente" - riverberano di un nuovo spirito, quello di chi rivive nelle grandi opere passate ciò che tenta di esprimere ogni giorno con la sua musica.

L'irresistibile lacrima della tradizionale "Bye-Lo", interpretata a cappella da Karen (ancora vertiginosa in "Over The Rainbow"), il sogno pianistico di un "Miracolo A Milano" di "Somewhere A Star Shines For Everyone" si intrecciano indistinguibilmente con la serenata da "piccola fiammiferaia" di "My Love Goes With You": non un classico del passato o una lullaby tradizionale, ma l'unico pezzo originale del disco.
Don Peris non manca di dare un saggio (a due anni dal suo esordio solista) di quanto la propria maestria di chitarrista, la delicatezza del suo tocco e la modesta ma geniale abilità di artigiano siano stati e siano determinanti per il suono degli Innocence Mission, con l'arrangiamento per chitarra e basso del "Prelude In A" di Chopin e della "Sonata No.8" di Beethoven.
Sogni d'infanzia vissuti da adulti piroettano nella sicurezza del tepore domestico, mentre sferzate di ghiaccio e neve si abbattono sugli infissi; per un attimo, l'umanità pare redenta, e pura.

Una radiosa maturità "tra gli alberi"


We are in the wind, planting the maples
We meet an older man who seems to know
I miss my dad.
And he smiles through the limbs.
We talk easily with him
until the rain begins.
This is the brotherhood of man


im_viiiQuesta è l'umanità che ha in mente Karen Peris: fatta di rimembranze, seguace del bioritmo della natura e delle persone, ma mai addomesticata in un quadretto di sfioriti ideali. Una poesia vivida, quella di "Happy Birthday": basta però una corona di foglie d'acero, per accendere gli odori di quella fotografia sbiadita di giovani volti ridenti.
La poetica di segni, talmente modesti e terrigni da sembrare frutto dell'immaginazione di un Dio bambino, si riflette in questa "fratellanza dell'uomo" (concetto che torna anche in "Colors Of The World"), fragile e luminosa rete di mani tese, dipinta dalla band in toni tenui e brillanti nel contempo.

La Verità sepolta nella confusa e multiforme realtà si rivela così per via dei lievi stacchi melodici di "Love That Boy", nel tenero escapismo di "Over The Moon", nell'indifesa fragilità di "A Wave Is Rolling", col suo arrangiamento "onomatopeico". Toni da filastrocca di puerile innocenza per la leggera brezza di "Since I Still Tell You My Every Day" - un intreccio di acustica e pianoforte che grida di meraviglia - che non possono però nascondere la sopraggiunta maturità della band.
Sarebbe troppo facile, infatti, anche per chi ha la fortuna di raccontare l'affascinante carriera degli Innocence Mission, adagiarsi e godere, all'ombra di uno dei numerosi alberi in fiore che crescono tra le note di We Walked In Song, del sogno a volte soverchiante della musica del gruppo. La necessità di una ricostruzione anche critica scade un po' al cospetto di una band come gli Innocence Mission, nella quale ci si vorrebbe assopire, dimentichi del Male, o perlomeno pronti ad affrontarlo.

Tocca però ravvisare in questo disco del 2007 forse una stanchezza verso la formula minimalista, a volte anche radicalmente, degli Innocence Mission del terzo millennio. Pezzi come "Lake Shore Drive" lo dimostrano, con quell'arrangiamento di onirica e quasi straniante eleganza, che trapela al di sotto, anzi al di sopra del consueto afflato confessionale di Karen Peris.
Qualcosa manca, a We Walked In Song, ed è così che l'umile intensità del fedele, radiante ma soffusa, può venir scambiata per il "pensiero debole" del collage domestico di umori e malinconie.

Questa sottile patina di opacità si rivela niente più di una fisiologica oscillazione della sensibilità di Don, Karen e Mike. My Room In The Trees esce ben tre anni dopo, nel 2010, e già il tempo resosi necessario alla sua pubblicazione dice parecchio sulla sua riuscita.
Fin dal primo, gentile strumming di "Rain (Setting Out In The Leafy Boat)", si torna ad aggirarsi per casa Peris e si scopre che nulla è cambiato. È tutto ancora intatto: la tappezzeria floreale immacolata, il servizio da tè della nonna infrangibile, l'odore di ricordi vissuti insieme aleggia immutato tra il soggiorno e la cucina. L'esile voce di Karen non ha perso la capacità di infilarsi in pertugi sempre spalancati, anche nel cuore più avvizzito, per estrarne dapprima una soave malinconia e poi, da ultimo, la meraviglia. La meraviglia di scoprire, nascosto in gentili movimenti di piano e acustica, il segreto del movimento delle nuvole - e di tante altre cose, evidenti e nascoste nella nitida impressione dell'infanzia.

La vivace fissità dei caseggiati sullo sfondo della copertina, spezzata dal richiamo flebile e inestinguibile di un albero solitario, racconta già del gondriano luogo dell'anima sul quale questo nuovo lavoro è posato. Una promessa di felicità imprendibile attraverso i vetri inondati di pioggia di un pomeriggio nel New England, un ricordo d'infanzia tristemente confuso: eppure è tutto vividamente a portata di mano.
Il ruscellare di violino di "Rain (Setting Out In The Leafy Boat)", corroborante ninnananna, è lo squarcio di un velo che introduce in un sogno, non un'effimera allucinazione ma una nitida rimembranza popolata di affetti: la voce di Karen Peris ne è guida infallibile.
La prima parte del disco è una progressione inesorabile, un carosello emozionante di gemme in cui ogni apparizione è un legaccio che comprime e raffina le emozioni in un nucleo rilucente: lo sbocciare indifeso e fiducioso di "God Is Love", lo sposalizio verdeggiante di "Gentle The Rain At Home", il crepuscolo profumato di "Spring"... Eppure non pare più che un sentiero propedeutico, una suadente anestesia, utile a reggere l'urto emotivo del bozzetto pianistico di "North American Field Song". "Stay calm!", sussurra Karen, mentre rimuove con un gesto gentile e deciso quanto di putrescente e maligno si è incancrenito nel tempo negli anfratti del Sé più profondo.

Si è liberi quindi di volteggiare lungo le punteggiature delle strumentali "Mile-Marker" (composizione di Don, qui abile rifinitore e attento complice per tutto il disco) e "The Melendys Go Abroad", come se la voce di Karen fosse parte, ormai, del proprio ciclo biologico. Dopo l'amorevole violenza a cui è stato sottoposto l'organismo, è salutare la più melliflua compostezza della seconda parte: una meritata convalescenza ospitata tra le fronde ("The Leaves Left High", "I'd Follow If I Could", "Shout For Joy").
Decisamente qualcosa di inaudito dai tempi di Birds Of My Neighborhood si riaccende in My Room In The Trees: non solo per la ritrovata misura negli arrangiamenti, forti ora di un lirismo espressivo pienamente maturo, ma soprattutto per l'inflessibile e puro dettame di spirito. È qui che si realizza il miracolo per il quale rendere grazie a Karen e Don Peris e Mike Biggs.

Nel 2015, dopo i lavori solisti di Kare e Don, arriva Hello I Feel The Same. Ascoltare un nuovo disco dei due è scoprire, ogni volta, che qualcuno dall’altra parte dell’oceano si sente come te, giù in fondo. Ed è così che riprende quella conversazione della quale Karen si sente parte, quella a cui non riesce a partecipare parlando, ma solo cantando. Chiunque l’abbia sentita sa quanto è difficile scriverne in modo distaccato, tentando come al solito di mettere ordine nel torrente di informazioni che ci piove addosso tutti i giorni.
Non ci mette tanto, Karen, a farsi sentire, interloquendo con gli arpeggi claudicanti di Don come in un radioso mattino di convalescenza, nella filastrocca della title track, che culmina appunto in un “Hello, hello, hello/I feel the same”.
Rispetto al precedente, di ispirazione assoluta ma dagli arrangiamenti più diretti e “terrestri”, Hello I Feel The Same riproduce con maggior fedeltà il mondo fatato, di nobiltà Miyazaki-ana - e quindi di sempre viva curiosità e rispetto per l’animo umano - dei coniugi Peris. Quello sepolto dalla neve, dove gli uomini sembravano aggirarsi come creature più di spirito che di carne, di Birds Of My Neighborhood. Il disco solista di Karen di un paio di anni fa arricchisce di sparute e commoventi note di piano il disco, colorando il dialogo (interiore?) di “When The One Flowered Suitcase”, uno degli apici dell'album, con la sua storia di figure itineranti, ombre colorate in un mondo ostile e incomprensibile, che Karen prende per mano.
Una sensazione di movimento, come un’invisibile mano tesa, permea il disco, e così la muta strumentale “Barcelona”, che riecheggia i Kings Of Convenience, con la sua riproposizione in chiave chamber-pop di stilemi spagnoli, diventa veicolo di emozioni inespresse. Come già sottolineato, è il diverso approccio, più delicato che in My Room In The Trees, agli arrangiamenti a nobilitare Hello I Feel The Same: “Tom On The Boulevard” è la canzone che scriverebbe Kozelek, se avesse ancora le forze dentro di sé di farla sbocciare come succede nella semplice grandiosità di questo album.
Ma è “Washington Field Trip” il vero culmine emotivo del disco, un brano che nell’improvviso calar di tono dell’intermezzo riporta ai tempi in cui la band nacque, a fine anni 80, e gli arrangiamenti di chitarra e pianoforte che scolpiscono una scenografia indimenticabile, di fiocchi di neve e zampillii d’acqua, sulla quale si staglia la struggente fragilità di Karen.
Il climax emotivo fino a “Barcelona” è talmente impegnativo che la seconda parte del disco rappresenta una sorta di operazione misericordiosa, per come contiene brani meno d’impatto, da sorseggiare pian piano, da scoprire “un’altra volta”. Subito arriva il formicolio di emozioni di “State Park”, una delle lullaby più riuscite di una band che alle ninna-nanne ha dedicato un intero disco, con la sua parata di kodama luminescenti. “Fred Rogers” recupera un’idea sonora che ci riporta al passato più indie-pop della band, con il suo sound così secco.
Va sottolineato come gli Innocence Mission non abbiano mai perso di vista l’impronta pop: anche qui i brani rimangono sempre di durata ridotta, e comunque centrati sulle melodie vocali.
Ed è così che si giunge, con una sorta di grumo interiore luminoso andato via via crescendo di dimensioni, alla chiusura piano e voce di “The Color Green”, in cui Karen sembra spiegare la trasformazione che è capitata, la musica che sembra provenire dagli edifici, dallo scandire del tempo e della meteorologia, dalle altre persone. “Il colore verde è entrato dentro di me”: un simbolo cromatico per indicare una cosa semplice e rarissima, che dalla musica degli Innocence Mission non si torna indietro.

Lorenzo Righetto: Birds Of My Neighborhood, Christ Is My Hope, Befriended, Now The Day Is Over, We Walked In Song, My Room In The Trees, Hello I Feel The Same
Andrea D'Addato: The Innocence Mission, Umbrella, Glow, Small Planes

Innocence Mission

Una liturgia domestica

di L. Righetto, A. D'Addato

Splendida unione della poesia immaginifica di Karen e della sapiente abilità di chitarrista di Don Peris, gli Innocence Mission rappresentano una band unica nel panorama americano. Le loro canzoni, fragili e struggenti, sono permeate di una fede non ostentata - non si considereranno mai membri del movimento della Christian music - ma sempre esplicita
Innocence Mission
Discografia
 The Innocence Mission (1989)

5

 Umbrella (1991)
6
Glow (1995)
8
Birds Of My Neighbourhood (1999)
8
 Christ Is My Hope (2000)

7

 Small Planes (2001)7
 Befriended (2003)6,5
 Now The Day Is Over (2004)7
 We Walked In Song (2007) 7
My Room In The Trees (2010)8
Hello I Feel The Same (2015)7,5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
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Recensioni

INNOCENCE MISSION

Hello I Feel The Same

(2015 - Korda)
Dopo cinque anni tornano le fragili, commoventi preghiere dei coniugi Peris

KAREN PERIS

Violet

(2012 - Self-released)
La musa degli Innocence Mission pubblica un disco solista imperniato su voce e pianoforte

THE INNOCENCE MISSION

My Room In The Trees

(2010 - Badman)
Il folk-pop terapeutico dei coniugi Peris commuove e ristora

THE INNOCENCE MISSION

We Walked In Song

(2007 - Badman)
Il dolce adult-oriented pop dei coniugi Peris

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