Janet Jackson

Janet Jackson

La falena e la fiamma

di Damiano Pandolfini

In occasione del suo 50esimo anno di permanenza sul pianeta Terra, ripercorriamo la carriera di Janet Damita Jo Jackson, una donna dai mille volti che - grazie al suo celebre "pugno di ferro dentro un guanto di velluto" - ha saputo tracciare una delle più floride e ispirate parabole della musica pop contemporanea
Una gabbia di matti

Non so voi, ma per me seguire le vicende di casa Jackson è come stare al circo di Moira Orfei, non ci manca nulla. Successo, denaro e l'aura leggendaria che circonda i suoi componenti sembrano aver creato una teca di vetro attorno a quella famiglia, attraverso la quale tutti possono assistere ai loro scandali e ai drammi personali, alle liti tra figli e l'astio di alcuni di questi verso i genitori, oltre ovviamente alle innumerevoli carriere soliste, le decine di nipoti e le plastiche facciali compulsive. Un'intera famiglia, insomma, passata ruvidamente al setaccio del mondo dello spettacolo come mai accaduto prima di allora. Del resto in quella casa sono tanti e tutti mediamente disfunzionali al punto giusto, è come avere l'intero cast di una telenovela comodamente raccolto sotto un unico tetto - perché non approfittarne?

Tutto parte ovviamente dal celeberrimo papà Joseph Jackson, l'ex-musicista frustrato che instilla la propria passione ai figli a colpi di cinghiate. Considerato allo stesso tempo sia il principale fautore del successo del clan, che il responsabile delle turbe psichiche sviluppate dai membri più sensibili della sua famiglia, Joseph è il padre/padrone per antonomasia, e i suoi metodi educativi a tutt'oggi non mancano di creare accese discussioni tra l'opinione pubblica (che all'occorrenza si tramuta in una platea di esperti psicologi dell'infanzia). Ma va dato credito anche a mamma Catherine, eminenza grigia della famiglia nonché talentuosa pianista e costumista, una fervente testimone di Geova dipinta agli occhi del pubblico come una donna troppo silenziosa e complice del marito, quando invece "sarebbe dovuta intervenire nei momenti di bisogno" (sempre stando alla platea di psicologi di cui sopra). La verità è che nessuno è mai riuscito a intravedere la vera anima di Catherine sotto la sua faccia di bronzo, e la cosa rimane alquanto sospetta.

E poi ci sono i ben nove figli avuti dalla coppia (che sarebbero stati dieci se uno - Brandon - non fosse deceduto per complicazioni appena dopo la nascita).
La primogenita è la misconosciuta Rebbie, defilatasi dopo una breve quanto incongrua carriera conseguita verso la metà degli anni 80; oggi di lei si ricorda solo quel pezzo di entomologic-disco "Centipede" (che per altro non era affatto male). Ma anche per Jackie, il più adulto dei cinque maschi, nonché primo membro dei Jackson 5, la carriera solista è passata totalmente sotto traccia. Entrambi oggi mantengono un profilo decisamente basso. Tito, noto ai più come il chitarrista di famiglia, non ha fatto molto una volta finita l'avventura coi fratelli, riciclandosi tra un reality show e l'altro per mandare avanti la baracca, ma i suoi tre figli - Taj, Taryll e Tj - negli anni 90 formavano i famosissimi 3T (tutto troppo trito).
Jermaine, invece, è senza dubbio lo sfigato di famiglia; bello e bravo, oltre al lavoro coi Jackson 5, ad oggi ha pubblicato la bellezza di tredici album solisti, ma nonostante tutti gli sforzi, e qualche hit conseguita ai tempi, la sua carriera rimane sepolta sotto una spessa coltre di cenere (qualcuno lo ricorderà per quel tamarrissimo video in coppia con la non proprio carismatica Pia Zadora, "When The Rain Begins To Fall"). La sua chiacchierata conversione all'Islam, avvenuta sul finire degli anni 80, ha purtroppo dato motivo al pubblico più ignorante di metterci definitivamente una pietra sopra, ma la riscoperta dei suoi vecchi lavori di matrice disco-funk è consigliata a tutti.

Ma questo è nulla in confronto alla povera LaToya, anche lei con una carriera musicale piuttosto corposa alle spalle - ad oggi 9 album pubblicati tra l'80 e il 95 - ma nel suo caso spesso e volentieri inclementemente vacua. Sono state le drammatiche vicende private a renderla ugualmente un personaggio pubblico (o sarebbe meglio dire "bersaglio"). Tra le altre, verso la metà degli anni 80, tentò una trasformazione in pin-up di Playboy, forte peraltro di una silhouette da urlo, ma l'educazione fortemente conservatrice impartitale dalla madre finì col farla crollare sotto il peso dell'immagine, rendendola vittima di eccessiva chirurgia plastica. Ma soprattutto in molti ricordano ancora del forzato matrimonio col suo manager Gordon (fu letteralmente trascinata di peso all'altare da una guardia del corpo); questi era un uomo violento e possessivo oltre ogni limite, che per anni l'ha controllata finanziariamente e psicologicamente, e una volta la lasciò in fin di vita dopo averla colpita in testa con una sedia di bronzo. Ripudiata dalla famiglia a più riprese, e tacciata dal resto d'America come la pecora nera dei Jackson, o ancor peggio come quella senza talento, LaToya è invece sopravvissuta ai drammi ed è ritornata in salute, diventando nel processo una grande icona gay con tanto di consacrazione da parte di RuPaul e le sue drag queens.

Da Marlon e Randy invece non si è quasi mai sentito volare una mosca. Con un solo album solista inciso a testa (oggi entrambi introvabili), si specula che per loro, nonostante fossero certamente ottimi performer - Marlon al ballo e Randy in qualità di polistrumentista - la cinghia del padre abbia finito col guastare la passione per la musica una volta per tutte, sempre che non si tratti di partecipare in veste di session men a dischi cantati da altri.
Un capitolo a parte, ovviamente, è già stato dedicato su queste pagine all'ultimogenito maschio di famiglia Michael, quel piccolo e simpaticissimo bambinetto dalla vocina tanto acuta, trasformatosi poi in una delle figure più popolari della storia dell'intrattenimento del secolo scorso. Un uomo sul quale sono stati spesi oceani d'inchiostro, per parlare tanto della sua arte quanto della sua stramba e altamente controversa vita privata: cambi di colore, lo sventolamento di suo figlio fuori dalla finestra, le vicende giudiziare per la sua attitudine verso i minori e i pomeriggi passati a giocare con le pistole ad acqua assieme a Elizabeth Taylor, una lista infinita e alquanto grottesca. A tutt'oggi, anni dopo la sua prematura scomparsa, i pettegolezzi sul suo conto non accennano a scemare, ma la sua influenza artistica aleggia corposamente nel mondo della musica pop neanche fossimo ancora nel 1982.

youngjanet220x270E si giunge così all'ultimogenita Janet Damita Jo, classe 1966. Timidissima, paffutella e d'indole fragile, iniziata come tutti i fratelli all'arte del palcoscenico sin dalla culla, Janet si è trovata da subito sovrastata da una serie di violenti e coloriti individui, oltre a un fratello capace di mietere consensi di pubblico come uno schiacciasassi. Sarebbe potuta diventare tranquillamente la monella di turno, quindi, oppure rimanere in un angolo senza la possibilità di far udire la propria flebile voce in mezzo alla caciara. Invece, la piccola di casa Jackson ha fatto forza sulla sua attitudine gregaria e si è saputa trasformare in una delle figure più importanti e influenti dell'r&b di tutti i tempi.
Superba ballerina, energica e scattosa, dotata di una voce tenue e delicata con inflessioni calde e intimiste, ma soprattutto autrice e interprete di una delle parabole musicali più forbite della sua era, Janet Jackson ha definito il suono di almeno un paio di generazioni. Dalla nascita del new jack swing alle contaminazioni con l'elettronica, il neo-soul, il trip-hop, l'house e il dubstep, se oggi l'r&b è diventato - non senza controversie - un esperanto utilizzabile sia dai grandi nomi da classifica che dalle frange del popolo indie, molto lo si deve anche all'operato di Janet "Miss Jackson If You Nasty".
 
Certamente anche per lei non sono mancati gli esordi imbarazzanti, i passi falsi, i cali d'ispirazione e gli scorni del pubblico (dice nulla la parola "capezzolo"?), ma il suo lascito rimane impossibile da ignorare. Da tutta quella gabbia di matti, insomma, forse la più interessante è proprio l'ultimogenita.

La vita è come un bubblegum (appiccicato sotto il banco di scuola)

Alla piccola Janet non è concesso entrare nell'ensemble dei Jackson 5, in quanto femmina, ma questo non la scagiona certo dal ricevere anche lei l'avvio al mondo dello spettacolo. A soli 4 anni già calca i palchi in giro per gli Stati Uniti, intrattenendo il pubblico di hotel e casinò con l'equivalente americano delle buffe faccine e canzonette che in Italia vediamo durante il periodo dello Zecchino D'Oro (famose, e spassose, le esibizioni in coppia col fratello Marlon). Ma a 10 anni appena Janet fa già il salto lungo, quando viene introdotta agli occhi dell'intera nazione dal programma Tv della famiglia, "The Jacksons", in onda ogni mercoledì sera durante la stagione estiva per un totale di dodici puntate a cavallo tra il 76 e il 77.

Seguiranno presto altre partecipazioni a svariati programmi televisivi, ma pochi mesi dopo il suo sweet sixteen il padre ha già tutto pianificato: niente collegio né studi di legge né corsi di equitazione, come da richiesta della piccola, Janet farà la cantante e stop. Viene dunque firmato un contratto con la A&M Records, e presto si è già deciso sul vestiario e l'acconciatura (terribilmente conservatori), le canzoni da cantare, i produttori e i fotografi. Janet è come una marionetta attaccata ai fili. L'aneddoto più esplicativo del periodo l'ha raccontato lei stessa anni più tardi; durante i lavori per il servizio fotografico della copertina - che la ritrae in volto mentre il resto del corpo è immerso nell'acqua fino al collo - Janet si tolse i vestiti in fretta e furia per entrare in piscina, e aspettò che tutti se ne fossero andati per uscire dalla vasca, perché la sola idea di stare in costume di fronte a tutta quella gente la terrorizzava oltre ogni limite. Quando si dice "non essere in controllo della propria carriera".

janetjacksonyoung220x270_01Janet Jackson (1982) insomma è l'antonomasia del metodo "a tavolino". Un album di bubblegum-disco-soul chiaramente forgiato sul successo di "Off The Wall" di Michael, ma che su otto tracce non riesce a incastrare manco un singolo pezzo degno di nota. Anche quando le canzoni sono formalmente ben scritte - i quasi 7 minuti dell'iniziale "Say You Do" in buona aria disco music, o la chiusura di "Come Give Your Love To Me" in onesta chiave new wave - l'impressione è quella di un generico né carne né pesce. Ballate come "Love And My Best Friend" o "Forever Yours" si spiegano già dagli svenevolissimi titoli. Ma l'anello più debole del progetto è proprio Janet, giovanissima e inesperta, che interpreta il tutto con lo stesso tono senza mai cambiare di registro; che le canti lei, o che le canti Topo Gigio, le canzoni di Janet Jackson rimangono cocciutamente immemorabili anche dopo un tour de force di ascolti. L'album raggiunge il n.6 della classifica r&b statunitense, ma col passare del tempo sarà irrimediabilmente dimenticato. Per l'ascoltatore moderno è come se non fosse mai esistito (il tutto aggravato poi dal fatto che il 1982 è l'anno della pubblicazione di "Thriller").

Ma ai tempi l'esito è comunque incoraggiante, così per il successivo Dream Street (1984) il padre decide di ingaggiare addirittura la vecchia coppia d'oro Giorgio Moroder/Pete Bellotte. Certo la disco music è morta da un pezzo, e in quegli anni di gran confusione, colori eccentrici e Second British Invasion, le quotazioni del duo non sono proprio al massimo. Per Joseph Jackson, dunque, il budget è conveniente, ma in realtà, se potesse, metterebbe tutto in mano a Quincy Jones e buonanotte ai suonatori. Ah, se solo potesse... ma che dite, si può almeno provare a imitare?
Stando ai racconti dello stesso Giorgio, le sessioni di registrazione di Dream Street assumono presto dei toni surreali. Janet è una ragazza dolcissima e disponibile, ma di fatto non ha alcuna voce in capitolo. Anzi, tutte le volte che si presenta in studio, arriva circondata da uno stuolo di amici e intrusi vari, tutta gente che dovrebbe farsi i cazzi propri mentre lei lavora, ma che invece appare sospettosamente curiosa circa il suo operato. Insomma, per farla breve, il lavoro di Giorgio viene scrutinizzato e riferito a papà Joseph giorno dopo giorno, e quest'ultimo sembra non apprezzare una singola battuta di quanto inciso (troppo europeo, ci mancherebbe!). Così, in un botta e risposta attraverso misinformati piccioni viaggiatori, Moroder si trova costretto a modificare, ripulire e sintetizzare tutto il lavoro fatto; a fine operato, quel suono solitamente riconoscibile tra mille si è tramutato in un magma totalmente indistinguibile.

Dream Street, insomma, è un vero pastrocchio. Un album che vorrebbe avere lo stesso tiro da classico di "Thriller", ma che in realtà suona al massimo come una versione poraccia di "Donna Summer", ovvero l'omonimo album di Donna Summer dell'82 prodotto per l'appunto da Quincy Jones (ma che onestamente non era proprio il massimo della qualità). Forzatamente modaiolo, ma in maniera confusionaria e senza alcuna fantasia, Dream Street suona generico e svuotato di ogni colore dalla prima all'ultima delle nove tracce presenti, un crogiuolo di ritmi dance-r&b e girelle sintetiche come se ne sentivano a quintali all'apice della (Michael)jacksonmania. Ma soprattutto l'album non ha neanche un'interprete capace di emergere dal brodo come aveva fatto (a sprazzi) la Summer sul suo pastiche, perché ancora una volta la piccola e pilotata Janet vocalmente parlando è come se non esistesse.

Per la carriera di Giorgio Moroder, Dream Street è poco più d'un sassolino nella scarpa, che sarà presto archiviato nel cassetto degli aneddoti curiosi (mentre commercialmente il Nostro si riscatterà l'anno dopo in coppia con Philip Oakey e la sempiterna "Together In Electric Dreams"). Ma per il team Jackson le sorti dell'album sono talmente povere che la situazione si fa insostenibile, e presto Janet reagirà impugnando le redini della propria carriera una volta per tutte. Messa in numeri (stando alle certificazioni dei tempi): se lo scadente e dimenticato Janet Jackson aveva raggiunto comunque una cifra standard di quasi 200mila copie vendute in Usa, Dream Street ne smercia probabilmente meno di 20mila, un numero scandalosamente inaudito ai tempi del supporto fisico, soprattutto per un disco della sorella di Michael Jackson (numeri del genere li vediamo giusto oggi, nell'era dello streaming gratutito e del download illegale).
Il controllo di papà Joseph sulla più piccola delle sue tre figlie finisce qui, con la creazione di un album che scompare nel giro di una settimana. Ma chi dovesse conservarne una vecchia copia originale sappia che i fan più accaniti sono pronti a svenarsi per poter completare la collezione, dal momento che fino ad oggi Dream Street non è stato certo ristampato, e la considerazione di Janet circa i suoi esordi è talmente scarsa che con tutta probabilità una ristampa ufficiale non vedrà mai la luce. Da qualche parte del globo, insomma, si presume che anche lo sfortunato Dream Street stia facendo il suo compitino, rendendo felice qualche vecchio acquirente che può finalmente riprendersi indietro i soldi sprecati ai tempi con un cospicuo interesse. L'importante è non farlo riscivolare sul piatto.

Gimme a beat! Ovvero del futuro della musica black: l'era di Control
Papà, sei licenziato!
E l'adolescenza finisce col botto. Dopo l'insuccesso dell'ultimo album, Janet decide che ne ha avuto abbastanza del controllo del padre, e in un'inaudita mossa lo licenzia in tronco. Certamente tale decisione è molto più sofferta di quanto non traspaia dalla frase qui sopra, ma la spinta è necessaria alla crescita. Anzi, in un impeto di ribellione verso la famiglia, Janet arriva addirittura a sposarsi per dispetto con lo scapestrato e abusivo cantante James DeBarge (uno dei sei fratelli dell'omonimo gruppo noto per la famosissima "Rhythm Of The Night"). Fortunatamente il matrimonio sarà annullato l'anno dopo, e tra le cause citate vi sono riferimenti ai forti problemi di droga di lui, ma emotivamente Janet la pagherà dura per anni a venire. Stando a James, pare che i due abbiano pure avuto una figlia ai tempi, ma la cosa non è mai stata ufficializzata.

Certo è che anche nell'ultimogenita di casa Jackson s'è ormai instillato il desiderio di fare la cantante a tempo pieno, ma se così dev'essere, allora che possa prendersi la libertà di decidere per se stessa! Janet non è affatto stupida e inesperta come la dipingono; si emancipa dalla famiglia e taglia i ponti col padre, ma mantiene vivo il contratto con la A&M Records e il vicedirettore dell'etichetta, John McClain, che diventerà presto il suo nuovo manager. Joseph Jackson la prende malissimo; oltre a esser stato abbandonato in malo modo di fronte al resto della famiglia, si vede pure tradito dal suo ex-collega, che gli sta "rubando" la carriera della figlia da sotto gli occhi, e farà di tutto per tenersela il più vicino possibile, chiedendole per lo meno di continuare a lavorare in uno studio in città. Janet, ovviamente, monta sul primo volo e se ne scappa a Minneapolis.

young220x270Presto McClain la introduce a due sue vecchie conoscenze, Jimmy Jam e Terry Lewis, ottimi musicisti e beatmaker, già collaboratori di Prince. I due sono dei veri ratti di studio, fomentati da una curiosità inestinguibile, e passano le ore a rimestare, sintetizzare e modificare i suoni ottenuti attraverso una nuovissima drum machine - la Roland Tr-808 - seguendo a grandi linee le idee buttate giù qualche mese prima da conoscenze del giro, in particolare Teddy Riley e Bernard Belle. Ma Jimmy e Terry sono anche due abili songwriter con diversi pezzi già abbozzati, e stanno giusto cercando una voce capace di far quadrare il tutto, possibilmente qualcuno in grado di coniugare il loro suono decisamente "nero" con l'energia del pop da classifica generalista. La sinergia con Janet è istantanea, e nel giro di pochi giorni il trio sta già registrando nuovo materiale. Sarà l'inizio di uno dei più lunghi, fortunati e ispirati sodalizi del mondo dell'r&b, che continua tutt'oggi. Janet, in particolar modo, respira a pieni polmoni l'aria fresca iniettata da Jimmy e Terry; presto modifica e riscrive gran parte dei testi, prendendo spunto dal suo recente spaccato di vita, e nel far ciò tira fuori una grinta vocale e interpretativa completamente nuova. Nel giro di una notte la ragazzina s'è fatta adulta.

Per le orecchie dei giovani adolescenti del periodo il sound che viene coniato dal trio è la vera quintessenza del cool: pensate ai più ruvidi beat dell'hip-hop riprocessati attraverso rumori tribal-industriali alla Peter Gabriel o ai trattamenti tutti princeiani delle tastiere in stile "Parade", pensate a concitate ritmiche dance e sincopi quasi in aria di jazz, con la voce di Janet che vi ricama sopra aggressive melodie urban-r&b. Il Roland Tr-808 ha un suono grasso e corposo, la grana del basso si sbava fino a sembrare techno: è sbocciato il seme del new jack swing e Control (1986) è l'album che lo porta all'attenzione mondiale, con tanto di nomine a Grammys, AMAs e svariati milioni di copie vendute.
Janet inaugura il nuovo corso della propria carriera nel migliore dei modi, con un album di enorme successo e dalla portata storica, capace di far tendenza per gli anni a venire e allo stesso tempo di differenziarla una volta per tutte dalla proposta del sempre più famoso fratello.

Inizialmente il pubblico americano viene preso d'assalto dal filmato che accompagna l'iconica "What Have You Done For Me Lately". L'amica Paula Abdul - abile coreografa che già aveva lavorato con i Jackson 5, nonché futura popstar per suo stesso merito - passa le giornate assieme a Janet a creare nuove routine di ballo, e il video del nuovo singolo si presenta come la trasposizione della sfuriata di un adolescente verso il fidanzato maldestro e scapestrato (l'ex-marito, possibilmente?). La scena si ambienta in un comunissimo diner, come quelli frequentati da tantissimi suoi coetanei; Janet si muove come un tornado, sprizzando ritmo ed energia da tutti i pori, agghindata nel classico look del periodo, composto da un enorme cesto di riccioli e una doverosa giacca con spalline XL. È nata una popstar, e il pezzo - con la sua ossatura robusta sotto un fascio di nervi - si piazza al n.4 in classifica. L'aggressiva "Nasty" - ovvero il pezzo che contiene il celebre detto "call me Janet, Miss Jackson if you're nasty!" - sale al n.3, preparando il terreno alla scoppiettante "When I Think Of You", che tocca la vetta nel luglio 86.
Con "The Pleasure Principle" invece Janet assicura quello che, negli anni a venire, si tramuterà nel suo primo vero classico da proporre ai concerti, anche se ai tempi il successo non è paragonabile a quello dei singoli precedenti; trattasi di un pezzo dall'andamento più smaccatamente funk-pop e un video di accompagnamento nel quale Janet mostra di avere tutte le qualità della ballerina di razza (e una muscolatura lontana anni luce dalla magrezza del fratello).
Ma questo è nulla in confronto alla consacrazione d'immagine che avviene col mini-film della title track "Control", che sfrutta la spinta comunicativa del videoclip nell'era Mtv ai massimi livelli. La scena iniziale mostra Janet che litiga col padre, ed esce di casa per dirigersi con un gruppo di amici al suo primo concerto. Su disco infatti "Control" si apre con un breve parlato che recita testualmente:
This is a story about control
My control
Control of what I say
Control of what I do
And this time I'm gonna do it my way (my way)
I hope you enjoy this as much as I do
Are we ready?
I am
'Cause it's all about control (control)
And I've got lots of it
Tutto troppo irresistibile, insomma. Per gli adolescenti del periodo, Janet Jackson diventa improvvisamente la nuova icona da emulare, una ragazza grintosa ma tutto sommato semplice e con la testa ben piantata sulle spalle, capace d'incarnare il sogno di ogni giovane desideroso di ribellarsi al potere dei genitori e iniziare la propria vita fuori dal nido familiare.
A completare il quadretto di Control ci pensano l'incedere squadrato di "You Can Be Mine" e la sbarazzina canzonetta da diario segreto "He Doesn't Know I'm Alive" (perdonabile caduta di stile). Ma il pubblico rimane affascinato soprattutto dai due pezzi lenti: "Let's Wait Awhile", il consueto momento da brava ragazza che dice tra le righe "no, non te la do", e soprattutto le terse atmosfere della conclusiva "Funny How Times Fly (When You're Having Fun)", forte di una delicatissima timbrica electro e ritmo tenuto a passo, tutta roba che nel decennio successivo si ritroverà in tantissimi pezzi del cosiddetto movimento neo-soul (e tre decenni dopo in tutta l'ondata chill-r&b).

Certamente per l'orecchio odierno il sound di Control potrà anche far sorridere per il modo un po' goffo in cui è invecchiato, e l'irruenza di Janet rende il tutto a tratti smaccatamente adolescenziale, ma i temi trattati sono universali nella musica pop e l'esecuzione del progetto è delle più riuscite. Aggiungiamo poi l'ideazione di un sound capace d'imporsi all'istante e far tendenza per gli anni a venire (gli stessi Michael e Prince ne prenderanno spunto), e abbiamo comunque tra le mani un piccolo pezzettino di cultura popolare americana di metà anni 80 che è sempre curioso andare a riscoprire.
Non solo; per chi ama sguazzare senza vergogna nelle più spudorate sonorità new jack swing dell'epoca vale sicuramente anche il ripescaggio di Control: The Remixes (1987), una compilation che viene immessa esclusivamente nei mercati europei e in Giappone (dove viene rinominata "More Control"). La tracklist varia a seconda del paese e del formato, ma la versione Uk su cd è la più completa di tutte, presentando otto tracce in versione dance-mix, tra i quali i due ottimi remix di "The Pleasure Principle" a cura di Shep Pettibone, e il video-mix di "Control".

[Further listening: per avere un'idea anche vaga della vasta capillarità del fenomeno new jack swing è invece consigliato ripescare almeno i 4 volumi di "New Jack Swing Mastercuts", pubblicati tra il 1992 e il 1995 dalla serie Mastercuts per la Beechwood Music Ltd; da celebri gruppi come Guy e Jodeci, da Bobby Brown, Keith Sweat e Wreckx-N-Effect all'arrivo di Mary J. Blige, le TLC e R. Kelly & The Public Announcement, sul finire degli anni 80 e metà del decennio 90 il sound di Jam & Lewis imperversa in ogni dove, raggiungendo la classifica come il dancefloor dei club più underground. Tra chi v'innesta sopra delle melodie soul, chi inneggia di gospel o chi ci snocciola sfrontate rime hip-hop, la formula new jack swing sarà l'esperanto dalla scena per anni a venire - anche in negativo, volendo, dal momento che una volta svuotata di ogni accenno soulful, la base ritmica sarà pure il canovaccio sul quale si fonderà il fenomeno virale delle boyband, in particolare quello di gente come *Nsync o i Backstreet Boys della famosa "Everybody"].

Una nazione che batte a ritmo

In un panorama industriale post-apocalittico buio e piovoso come il set di "Blade Runner" un ascensore a grate scende dall'alto. Passi, rumori assordanti e lo sguardo disperato di un sopravvissuto. Poi parte il conto alla rovescia: 5.. 4.. 3.. 2.. 1.. Janet e il suo corpo di ballo esplodono in una serratissima coreografia che si muove sincronizzata con la precisione di un macchinario ben oliato. Tute paramilitari, stivali di pelle, volti serissimi e una fotografia in bianco/nero, "Rhythm Nation" incalza come un carro armato su una ritmica industriale dai toni spietati, strofa e ritornello legati assieme dall'irruenza di Janet e un coro tutto al maschile.


Tre anni dopo il primo fortunatissimo exploit, Janet Jackson's Rhythm Nation 1814 (1989) si presenta al mondo intero con un'aggressiva nuova immagine, candidandosi da subito come il disco che traghetterà una volta per tutte la sua interprete verso lo status di icona a tempo pieno.
Il trio Jam/Lewis/Jackson è sempre saldo in cabina di regia, la formula new jack swing si fa più grossa, bombastica ed esplicita che mai. Passate le adolescenziali sfuriate anti-patriarcali del disco precedente, Janet volge lo sguardo all'America contemporanea, mettendo in evidenza temi quali il divario sociale e l'importanza dell'istruzione. Il disco infatti si presenta come un concept album, 12 tracce più 8 intermezzi che legano il tutto in un ascolto ponderato da cima a fondo. Certamente nulla toglie il fatto che Janet provenga da una famiglia che s'è fatta economicamente agiata prima ancora che lei raggiungesse la maturità, ma il suo modo di porsi appare genuino e sostanzialmente privo di retorica; la sua è una voce ancora giovane e politically correct ma capace di parlare con integrità, al punto che per il pubblico sarà come ascoltare la confortante - e alle volte pungente - voce di una sorella.
La copertina scura e una giacca abbottonata fin sotto al collo rendono bene l'idea di come si svolge buona parte del disco: una tirata totalmente sintetica dove pezzi come "State Of The World" e "The Knowledge" incalzano su ritmiche possenti, mentre le aggressive chitarre di "Black Cat" presentano addirittura qualche richiamo hard-rock.

Ma non sono solo ritmiche industriali e liriche sociali; Janet Jackson's Rhythm Nation 1814 sa anche come presentare momenti di svago e intimità, che stemperano l'implacabile incedere delle tastiere di Jam e Lewis e regalano qualche sfiziosissima pop-song. Scelta saggiamente come terzo singolo estratto, "Escapade" è una volutamente svagata e romantica fuga giovanile verso il pop, pur presentandosi sorretta da un ritmo sempre molto abbondante, e lo stesso si può dire anche della squadrata ma pimpante "Miss You Much" (entrambi i pezzi raggiungono la vetta della classifica).
Ma ancora una volta Janet dà il meglio quando il ritmo si quieta e la timbrica si fa delicata, perché poche altre voci nel suo campo sono in grado di colorare un sussurro come sa fare lei. Fa specie un pezzo come "Lonely", delicato momento confessionale dedicato a chiunque soffra di solitudine e isolamento mentale (una serie di liriche che, anni più tardi, Janet dovrà ridedicare a se stessa), ma la palma va agli oltre 6 minuti della conclusiva "Someday Is Tonight", un pezzo intimo e notturno condito da un filo di tromba noir-jazz.

Il successo di Janet Jackson's Rhythm Nation 1814 è travolgente e per un po' tiene quasi testa a "Bad" del fratello, ma il paragone tra i due di fatto non ha più alcun senso perché ormai Janet viaggia su un binario tutto suo, forte di un suono che la rende artista di tendenza per suo stesso merito. Il resto del mondo si accorge definitivamente dell'esistenza dell'ultimogenita di casa Jackson, mentre in America il trionfo è inarrestabile: nell'arco di quasi 2 anni di distanza tra il primo e l'ultimo pubblicato, tutti e 7 i singoli estratti dall'album si piazzano entro la top 5 di Billboard (con 4 di questi direttamente in vetta). Si tratta di un record ad oggi ancora imbattuto, che rende bene l'idea della longevità dell'album nell'immaginario del pubblico. Certamente il suo sound è rimasto ingessato nel tempo, e sarà Janet la prima a liberarsene alla volta del decennio 90, ma oggi come allora la legacy di Janet Jackson's Rhythm Nation 1814 lo rende uno dei dischi più rispettati e celebrati nella storia dell'r&b, un vero pezzettino di cultura popolare americana.

rhythmnation220x270Al resto pensa invece il "Rhythm Nation World Tour 1990", la sua prima serie di concerti che avanza come un bulldozer in giro per il globo, totalizzando oltre 2 milioni di biglietti venduti su 113 date - record assoluto per il tour di debutto di una cantante pop. Pubblico e critica sono entusiasti, Janet si conferma un'ottima live perfomer timbrando un altro importante cartellino necessario alla consacrazione tra le icone della musica popolare. Giusto ribadirlo, in tanti notano subito che la voce non è il piatto forte dello show; per quanto capace di riprodurre un'intonazione sempre perfetta (proprio come il fratello, l'orecchio è di famiglia), il timbro intimo e gentile di Janet è sicuramente più adatto allo studio che non al palcoscenico. Vengono così impiegate delle basi pre-registrate che accompagnano il pezzo, sulle quali Janet ricanta sopra dal vivo per ottenere un effetto che si avvicini il più possibile al suono dei dischi di studio, ma rendendo comunque abbastanza evidente al pubblico la differenza tra quanto è eseguito dal vivo e quanto no. Si tratta di una tecnica spesso criticata da alcuni professionisti, ma che tutto sommato si mantiene onesta, in quanto non tenta di mascherare eventuali debolezze, ma pensa piuttosto a raggiungere un effetto che sia piacevole all'udito dei paganti in sala, ed è a tutt'oggi ampiamente impiegata nel mondo della musica pop.
Ma soprattutto l'utilizzo di suddette basi acquista chiaramente senso nel momento in cui Janet monta sul palcoscenico, perché dove non arriva la voce arriva sicuramente il corpo. Guardarla muoversi assieme al suo corpo di ballo - che è stato selezionato con cura pescando sia tra professionisti che tra break dancer di strada per ricreare sul palco la giusta dose tra tecnica formale ed energia urban - è uno spettacolo già di per sé, un tripudio visivo ad altissimo tasso adrenalinico, dove le coreografie più serrate si susseguono l'una sull'altra in una sequenza mozzafiato. Janet non è la popstar di turno che si muovicchia sul palco mentre il resto della crew le costruisce attorno lo show, no: Janet è la leader dell'intero gruppo, sono gli altri che devono correrle dietro. Nessuno, insomma, dovrebbe veramente aspettarsi che un essere umano - per quanto giovane e in forma - possa andare avanti per 90 minuti di show ballando coreografie impegnative e cantandoci pure sopra nota per nota senza mai perdere il fiato. Lo sa bene anche Madonna, la vera regina delle platee che più di tutti è riuscita a trasformare il concerto in un evento a tutto tondo, trascendendo dalla voce. Qualcuno lo rammenti alla vecchia zia gelosa Elton John.

Nuda, e come se gli anni 80 non fossero mai esistiti

La stanza è alquanto affollata, c'è chi grida e chi canta, chi balla e chi si rincorre attorno al tavolo. Ognuno ha un'opinione e alza la voce per sbraitarla - "fai questo, fai quello, senti qui che roba!". Seduta in un angolo, Janet osserva il tutto con la pazienza di una madre e lascia che la gente si scanni a piacere. Poi, quando ne ha avuto abbastanza, si alza e inizia a tessere a piacimento la propria tela. Il vantaggio di esser cresciuta in una famiglia numerosa come i Jackson si manifesta in un'insita capacità gregaria, nel trovarsi cioè a proprio agio in mezzo alle opinioni altrui senza perdere di vista l'obiettivo personale. Lontana anni luce dalla tipica immagine della popstar strabordante ed egocentrica tanto cara agli anni 80, Janet è la quieta ragazza della porta accanto che sfodera un sorriso sornione mentre si lascia cullare dalle onde. Inutile stressarsi, tanto poi alla fine si fa comunque quel che vuole lei: un pugno di ferro dentro a un guanto di velluto.

janet_rs220x270Difatti, con lo scarto di decade e con l'acquisto di una nuova maturità emotiva ed espressiva, Janet cambia totalmente approccio alla sua arte; nel settembre 1993 la copertina di Rolling Stone la mostra al mondo intero seminuda e col seno coperto a malapena da un paio di mani maschili che spuntano da dietro - una delle foto più iconiche e chiacchierate del periodo. Benvenuti nei bombastici anni 90, dove l'attitudine al sesso e al corpo riassume un ruolo più sfrontato e libertino quasi come ai tempi della disco music, e dove anche Janet s'è fatta donna, tra lo shock e le urla di apprezzamento del pubblico che impazza alla vista di un perfetto ombelico e un corpo sinuoso e tornito da anni di ballo. Ma il mondo intero balzerà nuovamente sulla sedia quando si scopre che suddette mani maschili appartengono a tale René Elizondo Jr, un ballerino conosciuto attraverso sua sorella LaToya che nel frattempo Janet ha sposato in gran segreto. Un nuovo contratto milionario con la Virgin (il più grosso mai firmato sino a quel momento nel mondo discografico) mette ufficialmente Janet in dirittura d'arrivo nel pantheon delle grandi popstar del secolo scorso.

Il punto è che l'ombelico sarà pure scoperto, ma a Janet la stoffa non manca. "That's The Way Love Goes" attacca le classifiche mondiali di quell'anno candidandosi da subito come il suo nuovo manifesto, un pezzo suadente e notturno permeato da un'innata morbidezza e una certa dose di sensualità; sarà un successo clamoroso, grazie anche all'iconico video di accompagnamento che mostra Janet circondata da un gruppo di coloriti amici (e se guardate bene, tra le comparse scoverete una giovanissima Jennifer Lopez).
Il segreto, insomma, sta nel saper cambiare pelle al momento giusto senza snaturarsi, e janet. (1993) ne è l'esempio più eclatante. Janet, Jam & Lewis mettono in piedi una sorta di album-contenitore, 14 tracce e altrettanti intermezzi che formano uno sconfinato concept di oltre un'ora di musica, nel quale si spazia in lungo e in largo attraverso decenni di popmuzik, mescolando le carte fino a rendere il tutto un magma sonoro sul quale Janet imprime la propria orma. Si parla di amore e di sesso, di razzismo e di libertà, di rabbia repressa e di solitudine, ma le sonorità tipiche del new jack swing sono ormai poco adatte allo scopo. Così Janet sterza di netto, mostrando un'attitudine tutta nuova nel mondo dell'r&b: non si tratta più di decodificare a tutti i costi il nuovo suono del popolo afroamericano, insomma, quanto di espandere la palette al resto del mondo, aprendo nuove possibilità di intersezione, dove la comunicazione è tra esseri umani prima ancora che tra razze o ceti sociali.

Scorrendo lungo janet. si passano in rassegna un concitato pezzo house che guarda alla club culture britannica ("Throb"), un momento pop-rock ("What I'll Do"), e quello condito da corpulente chitarre elettriche del singolo "If", che giunge corredato da un celebre videoclip dove si cavalca l'onda della fascinazione tutta americana per l'immaginario della vecchia Asia e delle arti marziali (il pubblico avrà da discutere sul fatto che l'oggetto del desiderio di Janet in suddetto video sia un uomo orientale, e il termine "blasian" è improvvisamente sulla bocca di tutti).
Ma spiccano anche gli oltre 6 minuti della vendicativa "This Time", con il controcanto di una voce lirica, e soprattutto la sampledelica di "Funky Big Band", un sintetico pezzo costruito campionando il suono di un'intera banda di ottoni proveniente dagli anni 20 (Timbaland e Pharrell avranno solo da imparare). La moda del momento invece sono pezzi come "You Want This" e "Because Of Love", veri e propri esempi di crossover tra r&b e dance-pop, capaci di spopolare nell'immaginario collettivo, ma vanno forte anche quelli più delicati come "Where Are You Now" e "The Body That Loves You". Non può mancare neanche una bella ballad per pianoforte e orchestra come "Again". Ma Janet sa anche come non prendersi troppo sul serio: la ghost track "Whoops Now" è sostanzialmente un momento di puro trollaggio che fa il verso allo scipito bubblegum dei suoi esordi - dapprima Janet fa pure la seria mentre canta, ma presto il pezzo finisce in caciara, tra le risate generali sue e delle coriste.

janet90s220x270Il pezzo forte tuttavia è "Any Time, Any Place", un vero e proprio momento di neo-soul largamente in anticipo sulla tabella di marcia; base soffusa e ritmica tenuta al passo con uno schiocco di dita, mentre la voce di Janet si strugge nel desiderio di un amore delicato e allo stesso tempo carnale. Anche qui il video fa il suo dovere per attrarre l'attenzione del pubblico, in quanto gioca con lo spirito voyeurista dello spettatore mentre si assiste a un corteggiamento tra vicini di pianerottolo. La Virgin manderà alle stampe anche una modaiola e ben più piatta versione alternativa del pezzo a cura di R. Kelly, che non si avvicina minimamente all'atmosfera dell'originale, ma ottiene comunque un buon riscontro di pubblico.
Sintomatico del periodo quanto forte di un'attitudine visibilmente più avanti rispetto ai suoi contemporanei, janet. è un disco che si lascia ascoltare ancora oggi con immenso piacere. La personalità dell'autrice assume finalmente un ruolo centrale all'interno dell'opera, la sua voce è un faro nella notte per tanti ascoltatori a casa, che in lei trovano conforto, onestà e piccanti confidenze come se si trattasse di un'amica fidata. Mentre gran parte della scena sta ancora facendo i conti col new jack swing, e il trittico Houston/Carey/Dion smercia vagonate di dischi riportando in auge la figura della power-vocalist, una duttile Janet scivola via fresca e leggera come un pesce tra la corrente, e nel far ciò finisce col raccogliere un pubblico ancor più ampio rispetto al suo già possente seguito; il successo di janet. e dei suoi singoli è enorme, il disco rimane a tutt'oggi il suo pluriplatinato bestseller ed è uno dei momenti-clou per l'immaginario popolare della decade Novanta.

Ma il successo che investe Janet presto mostra anche i suoi effetti collaterali. Le 125 date del "janet. World Tour" - consumate tra il novembre 1993 e il maggio 1995 - saranno un mostruoso tour de force durante il quale la ragazza darà fondo a tutte le sue energie, spossandosi fino all'esaurimento nervoso, e facendo affiorare tutta una serie di insicurezze e fobie che poi troveranno sfogo nel disco successivo. Questo è pure il periodo durante il quale l'amato fratello Michael si trova alle prese con la prima di una lunga serie di cause giudiziarie per via della sua attitudine verso i minori, e lo stress mette a ferro e fuoco i rapporti di famiglia (ma anche dell'intero sistema giudiziario americano...). In un gesto di puro amore fraterno, quanto di controverso supporto incondizionato, Janet si accosta a lui per realizzare un attesissimo duetto; trattasi di "Scream", vera e propria produzione hi-tech che non bada minimamente a spese, ma che segna una nuova frontiera per la produzione dell'r&b anni 90. Il video allegato passa alla storia come il più costoso mai realizzato fino a quel momento, e nonostante l'eccesso di simbologie nineties che oggi l'hanno reso quasi caricaturale, vale sempre la pena andarlo a riscoprire.

janetdisco220x270_01Ma indipendentemente dalle criticate scelte di Janet circa la sua famiglia, il pubblico l'ha ormai eletta a nuova paladina dell'r&b, così in Europa e Giappone viene mandato alle stampe Janet.Remixed (1995). Due le B-side: "And On And On" è un pezzo già celebre di per sé, ottimo momento radiofonico inspiegabilmente rimasto fuori dall'album originario. Ma la migliore è senza dubbio la sterzata sex-jam dell'inedita "70's Love Groove", un vero e proprio lentazzo tutto sussurri e moìne, reminescente di Donna Summer e di tutte le ladies of the night che spopolavano in quegli anni (e per l'occasione Janet organizza addirittura un servizio fotografico ispirato al periodo, come potete vedere qui a fianco).
I remix invece coprono l'intera gamma della dance anni 90 e oltre. I Brothers In Rhythm mettono mano a una versione molto soulful di "If", ma i nomi più altisonanti sono Frankie Knuckles & David Morales alle prese con una sintetica versione di "Because Of Love", mentre Morales da solo rimaneggia pure la già di per sé dancefloor-oriented "Throb", trasformandola in un baccanale techno-orgiastico di oltre 9 minuti - e così anche Janet timbra l'agognato cartellino della Warehouse. Buffo l'apporto di Dave Navarro, che alza il tasso di chitarre rock di "What I'll Do", mentre dall'Inghilterra Nellee Hooper offre i suoi servigi con una morbida versione di "Where Are You Now".
Janet.Remixed può anche essere annoverato tra le curiosità, ma è un disco valido e caldamente consigliato agli amanti del genere, dal momento che il suo ascolto fluisce con la studiata accortezza di un album di studio, tra soulful-house, r&b, rock e nessuna ripetizione di troppo. Da notare, semmai, che la versione in doppio vinile contiene 4 tracce in più rispetto a quella standard, tra le quali figura una ballad decisamente reminiscente dello stile del fratello, "One More Chance" (originariamente b-side di "If").

Dopo quest'orgia di suoni e colori totalmente nineties fa dunque strano trovarsi tra le mani la prima raccolta della carriera di Janet - Design of a Decade: 1986-1996 (1995) - e rendersi conto che, oltre a due non proprio memorabili inediti ("Runaway" e "Twenty Foreplay"), l'unico pezzo anni 90 è "That's The Way Love Goes". Il resto sono solo singoli provenienti dall'era di Control e Rhythm Nation, tutto materiale ampiamente valido ma che in un simile contesto sembra riportare la lancetta indietro nel tempo e non aiuta certo a mostrare il nuovo corso della carriera della cantante - la decade di Janet è capace di offrire molto di più.
Vari formati dell'album riportano tracce differenti, ma la versione limitata della stampa internazionale aggiunge un secondo disco con 5 ulteriori tracce che tentano timidamente di andare a ripescare qualche momento anche dai due dimenticatissimi primi album di studio. In ogni caso, si tratta nuovamente di un disco dalle vendite pluri-milionarie in giro per il globo, e che contribuisce a cementare l'immagine di Janet agli occhi del mondo intero, ma allo stesso tempo anche a metterle il fiato sul collo.

La corda di velluto

È quindi anche grazie alla stessa Janet se, verso la metà dei Nineties, lo scenario che circola attorno alla musica black sembra particolarmente ricettivo verso altre sonorità. Un nuovo movimento denominato neo-soul sta prendendo piede grazie al supporto incondizionato della critica e di una decente fetta di pubblico - personaggi come Meshell Ndegeocello, Maxwell e D'Angelo vengono eletti a paladini di un nuovo modo d'intendere le radici della cultura afroamericana, attraverso un misto tra nostalgia per il vecchio soul dei 70, alienazione urbana e un'attualissima rivendicazione sociale. Anche il tessuto dell'r&b inizia a cangiare in maniera sempre più evidente, le classifiche generaliste si trovano a fare i conti con prodotti che uniscono grosse vendite a una qualità pop tutt'altro che scontata, dalle TLC alla voce del ghetto Mary J. Blige e la chiacchieratissima "conversione" all'r&b della bestseller per eccellenza dei anni 90, Mariah Carey. Ma di là dall'oceano le cose sono ancor più interessanti, con il trip-hop che cattura l'immaginario dei più attenti ai lavori, mentre svariati stili di musica da ballo s'intrufolano e si mescolano nel tessuto, dalla drum'n'bass alla techno all'eurodance.

Anche il mondo dell'hip-hop è in fermento e non solo sull'estetica gangsta; ci sono personaggi potenti e inquisitori come i Roots, per esempio, e Guru col suo flow esistenzialista ambientato in un fumoso jazz bar. Ma soprattutto questo è il momento del talentuoso e visionario J Dilla, le cui produzioni espandono e destrutturano decenni di musica nera in un nuovo linguaggio che farà veramente scuola negli anni a venire. Proprio lui, assieme a Q Tip, ha creato - tra le tantissime - una base che circola inedita nell'ambiente degli studi di registrazione; qualche anno dopo Jam & Lewis la scovano e ci rimettono mano, mentre un'entusiasta Janet tenta il tutto per tutto e contatta personalmente Joni Mitchell per chiederle il permesso di campionare "Big Yellow Taxi" e legarla alla parte di Q Tip. Il risultato è questo piccolo capolavoro:


Janet è nuovamente in moto, protratta in avanti come non mai. Il pezzo non viene ufficialmente estratto come singolo, ma presenta al mondo l'incompromettente nuovo corso di una trentenne nel pieno del suo cammino. Ma stavolta non è più solo questione di stare sul pezzo o anticipare una qualche moda. Al team di Jam & Lewis si aggiunge il marito René, e i tre si accapigliano tra di loro e con svariati altri collaboratori per oltre due anni di lavori, nel tentativo di dare alle stampe un attesissimo seguito all'album precedente, che al momento è stato riassicurato alla Virgin con un contratto-monstre di 80 milioni di dollari. Ma Janet latita e si prende tempo; sta seduta in disparte e sfoglia il suo diario, rileggendo pagine zeppe di parole scritte con calligrafia talmente fitta che escono dalle righe e si accavallano le une sulle altre in un densissimo magma di memorie ed emozioni apparentemente inconfessabili.
Quello che la gente non sa, insomma, è che nel giro di pochi anni, la famosa popstar che salta sul palco con l'energia di una gazzella ha subìto un tracollo emotivo che spesso le rende impossibile alzarsi dal letto. Sta facendo terapia per curarsi dalla depressione che la attanaglia giorno e notte, e per mettere un freno ai forti attacchi d'ansia che le impediscono di uscire di casa. Ma è andata pure in pellegrinaggio nel deserto, a incontrare un "cowboy" dai dubbi poteri magici per vedere di ritrovare una qualche guida spirituale in grado di rimetterla in contatto col mondo circostante. Fama e soldi servono a poco se non si è in pace con se stessi, e quel tanto agognato sogno americano - una volta raggiunto - si dimostra solo fumo, soprattutto se il prezzo da pagare è la pressione di dover mandare avanti una carriera dettata da cifre pazzesche e mostrarsi sempre al meglio nel momento in cui esce di casa e si trova tampinata dai paparazzi. Quando Janet è da sola e si guarda allo specchio, si trova incapacitata da una forte bulimia e da pericolosi episodi di autolesionismo. La naturale ossessione per il corpo, tipica di ogni ballerino, si somma alle pressioni sociali e culturali che dettano l'immagine alla quale la donna afroamericana deve conformarsi per mantenere un posto sotto ai riflettori; nel caso di Janet il debilitante risultato di tali pressioni è un costante stagliuzzamento del naso, che al momento ha già passato la soglia del realistico nel tentativo di ottenere una forma sostanzialmente impossibile da raggiungere (con tutto che in casa Jackson l'ossessione per il nasino alla francese è una pratica che si attua sin dagli anni 70). Ecco perché "Got 'Til It's Gone" e annesso video sono importantissimi per lei: l'unione tra le epidermiche atmosfere urban di J Dilla, l'idealizzazione dell'Africa più tribale, il rap di Q Tip e le parole di un lume del songwriting mondiale come Joni Mitchell rappresentano in essenza la creazione di un suo personalissimo mondo, una sorta di isola quieta dove poter esprimere la propria identità al di fuori dei canoni prestabiliti dalla sua famiglia, dai media, dalle convenzioni musicali del tempo e dal colore della pelle.

L'intero The Velvet Rope (1997) è il suo personale capolavoro, un disco che musicalmente volge lo sguardo verso l'esterno per aiutare a esprimere i sentimenti che si agitano nell'interno. Lei stessa lo spiega con queste parole:
We've all driven by premieres or nightclubs, and seen the rope separating those who can enter and those who can't. Well, there's also a velvet rope we have inside us, keeping others from knowing our feelings. In The Velvet Rope, I'm trying to expose and explore those feelings. I'm inviting you inside my velvet rope. I have a need to feel special, and so do you. We share a burning need to belong. During my life, I've been on both sides of the rope. At times, especially during my childhood, I felt left out and alone. At times I felt misunderstood. Times when I ran into the backyard to confide in our dogs. Through them, I felt like I was talking to God. But no human heard those feelings expressed. They stay buried in my past. But the truth has to come out, and, for me, the truth takes the form of a song.
E per ottenere simile risultato la tipica formula r&b deve essere trasfigurata verso nuove lande. L'apertura è delle più travolgenti; "Velvet Rope" avanza su un felpatissimo battito elettronico in tensione e il ricamato sample delle celebri "Tubular Bells" di Mike Oldfield, mentre nel ponte il violino classico di Vanessa Mae impazzisce in uno stridente assolo. Di controparte, la torrida atmosfera di "You", con la sua cornice di violini sintetici, si strascica attraverso un biascicato cantato e un ritornello dove la voce si innalza ma viene filtrata attraverso la cornetta, quasi a voler trasmettere quell'effetto di rabbia e sorda indifferenza che animano il testo. Quando invece Janet pone attenzione all'attanagliante senso di solitudine e isolazionismo, il risultato sono "Empty", la cui fluttuante poliritmica digitalizzata e arricchita di campanellini suona come un chiaro omaggio a Bjork, e le splendide produzioni di "I Get So Lonely" e "My Need" - tre pezzi per i quali la corretta terminologia, oggi, potrebbe essere quella di "r&b alternativo".

janetrope220x270Non è invece dato sapere a chi sia veramente dedicato il racconto di violenza domestica di "What About", un pezzo passivo/aggressivo giocato sul contrasto tra l'indolenza della strofa e la sfuriata del ritornello; c'è chi ritiene che si tratti del suo ex-marito, e chi invece fa un forzato parallelo col caso dei Clinton e Monica Lewinsky, ma potrebbe anche trattarsi dell'attuale compagno René, che è un marito tanto passionale e talentuoso quanto indomito donnaiolo e maschilista, così come potrebbe essere un riferimento alla burrascosa relazione di sua sorella LaToya con Gordon. Di questi tempi, del resto, le furibonde e debilitanti liti tra Janet e LaToya raggiungono l'apice, al punto che le due non si parleranno per anni. Il motivo di fondo sui problemi circa il loro rapporto non è tanto la gelosia, quanto l'odiosa constatazione del vedersi impotentemente riflesse l'un l'altra, perché pur con esiti diversi entrambe sono sempre soggiogate da una presenza maschile che tenta di controllarne le gesta - un tempo era il padre, oggi sono i rispettivi mariti ("What about the times you lied to me/ What about the times you said no one would want me/ What about the shit you've done to me/ What about that?").

Ma a onor del vero René è anche un uomo capace di dimostrare amore ed evidentemente fare tanto sesso, aiutando così Janet a schiudere la sua intimità dopo anni di repressione ed educazione religiosa, e al contempo di spronarla a scrivere e mettere nero su bianco i suoi pensieri (la maggior parte dei pezzi sono co-firmati anche da lui). L'inedito incedere jazzato di "Rope Burn" e la conturbante "Anything" si aggrovigliano tra le lenzuola, raccontando senza peli sulla lingua di sado-maso e masturbazione, mentre musicalmente si segna un nuovo standard per lo svolgimento di certo r&b e del soul-step degli anni a venire: quell'idea di "spazio" all'interno della traccia, ottenuto tramite l'uso di arrangiamenti minimali e un filo di ritmica tenuto al passo con uno schiocco di dita appena.
Ma fa specie anche quella "Tonight's The Night" di Rod Stewart, trasformata in un sensuale gioco d'intesa dai possibili risvolti omosessuali, dal momento che - durante la ricerca di se stessa - Janet ha iniziato pure a sperimentare nuovi orizzonti. E la questione omosessuale viene espletata soprattutto da "Free Xone", un originalissimo collage che potrebbe esser definito solo come "stop/pop & go/funk"; Janet presenta l'elogio alla diversità in maniera incompromissoria, anche a costo di trovarsi criticata dalle frange cattoliche del suo pubblico, e di vedere The Velvet Rope messo fuori commercio in alcuni paesi asiatici.
Tutto si suggella poi con "Together Again", vero e proprio perno della produzione, dedicato a un amico gay scomparso dopo una lunga lotta con l'Aids. Su una semplicissima base eurodance, Janet intona una purissima melodia pop, capace di cangiare con un minimo cambio di accordo tra la nostalgia per la mancanza della persona amata e un senso di speranza nel credere fermamente che, un giorno, i due saranno nuovamente assieme - tutta l'insostenibile leggerezza del pop nascosta dentro a un brano dance. Sapere che il pezzo rimane (a ragione) uno dei singoli più venduti della storia, e che parte dei guadagni sono stati devoluti alla ricerca contro l'Aids, è sempre motivo di conforto contro i mali del mondo: diffidate di chi dice altrimenti.

Il successo di The Velvet Rope è nuovamente enorme, anche se non bissa minimamente le vendite del disco precedente; paradossalmente è proprio l'America a dimostrarsi più fredda verso l'album, stordita dal vedere una delle popstar più famose del periodo parlare di temi scomodi, come violenza, depressione e masturbazione, mentre il suo tessuto musicale trascende dal concetto di musica afroamericana per abbracciare nuove correnti all'interno della musica pop. Per controparte, sarà l'Europa ad accogliere Janet a braccia aperte, grazie prima di tutto al successo di "Together Again", che s'inserisce a meraviglia nel filone eurodance che sta spopolando ovunque, e poi grazie a un disco che, nel complesso, è capace di comunicare su più fronti. Janet ha passato il traguardo, la sua voce ha acquistato una nuova profondità che la rende ufficilamente un'autrice/interprete degna del titolo, e che - non me ne vogliano i fan - ha ormai ampiamente superato la plasticità di Michael, dal momento che quest'ultimo, per quanto creativo e talentuoso, non ha mai avuto (ne mai avrà) l'ardire di mettere in musica la sua vera personalità in maniera così incompromissoria.

janetropex220x270Assieme all'altro enorme successo di una brillante Lauryn Hill l'anno dopo, The Velvet Rope è un disco che nel suo piccolo fa storia. Janet non è certo la prima a esprimere tali sentimenti, né tantomento la prima a mescolare le carte dell'r&b, ma è sicuramente la donna più in vista del periodo a mettere in atto simile trasformazione, portando all'attenzione di milioni di ascoltatori un nuovo modo d'intendere la musica afroamericana. Nel corso degli anni, infatti, The Velvet Rope ha assunto un ruolo quasi profetico, dal momento che ancora oggi il suo contributo aleggia pesante tra le classifiche di mezzo mondo così come tra i risvolti più indie: dall'attitudine geniale di Kanye West, Timbaland e Missy Elliott alle umbratili malinconie del contingente Uk di James Blake, Jamie Woon e Rosie Lowe, dalle confessioni esistenzialiste di Drake, The Weeknd e Frank Ocean alle pupille Tinashe e Kelela e alle forsennate danze di DAWN e Ciara - Janet Jackson funge da madrina e The Velvet Rope è la sua Bibbia. Del resto basta dare un'occhiata ad alcuni degli altisonanti nomi chiamati in causa - Mitchell, Oldfield, Stewart - per capire l'importanza del ruolo di Janet nello sviluppo della musica popolare contemporanea. E nel caso ci siano dubbi, ricordatevi sempre una cosa: Joni Mitchell never lies...

Sex songs for the new Millennium

Come si affronta la fine di un matrimonio? Come ci si rialza in piedi con orgoglio, magari mandando a quel paese la persona che ci ha fatto star male? Qualcuno vi ha mai chiesto se vi siete innamorati per davvero almeno una volta nella vita? Tutte domande tremendamente irritanti, ma che implicano da parte di chi viene interpellato un'inevitabile analisi delle proprie relazioni passate. Janet pure non è estranea alla sensazione; il nuovo millennio la trova nuovamente single dopo la drammatica fine del suo matrimonio con René Elizondo, a fare i conti con gli acciacchi del passato e una ritrovata voglia di riprendere in mano la propria vita e divertirsi un po', complice quel brividino di nuove prospettive che le corre lungo la schiena. La risposta ai quesiti di cui sopra è racchiusa in un disco dal titolo inequivocabile: All For You (2001).

Copertina candida come una pubblicità del Perlana, sorriso a 36 denti e corpo nudo avvolto in uno spolverino di pelo bianco (aprite il libretto del cd per vedere meglio), All For You è l'inizio di un nuovo capitolo nella vita e nella carriera di Janet: millennio nuovo, amore nuovo, vita nuova. Il tutto si suggella col desiderio di scoprire nuova musica ed espandere ancor di più la lista dei collaboratori alla ricerca di nuova linfa. Non tutto finirà su disco, anzi, ma la nuova attitudine di Janet finisce col cambiare comunque drasticamente il proprio sound. Si passa, per esempio, attraverso il lavoro con i Neptunes di Chad Hugo/Pharrell Williams, coi quali Janet registrerà diversi brani che non verranno mai rilasciati a suo nome, ma due di questi almeno saranno reincisi da altri: "Boys" troverà successo per bocca di Britney Spears, mentre "What It Is" si trasformerà in un duetto tra Busta Rhymes e una lanciatissima Kelis. Ma si contano anche flirt con la musica di Basement Jaxx e Thievery Corporation, Missy Elliott e gli Outkast, e addirittura si tentano due duetti - uno con Aaliyah e uno con Robbie Williams - i quali però non verranno mai portati a termine.
Il dado è tratto; per la prima volta dal 1986 Janet affida la co-produzione pure a un quarto elemento, il produttore Rockwilder, figura nota nell'ambito del pop-r&b, e All For You ne risente a pieni polmoni. Difatti, quando Janet torna all'ovile da Jam & Lewis i due quasi non la riconoscono più; la vedono presentarsi spettinata e con un sorriso idiota stampato sul volto, a momenti fissa il vuoto con lo sguardo tra le nuvole, in altri salta sul divano come una pazza. Cos'è successo alla fragile e ipersensibile autrice di The Velvet Rope? Semplice: dopo il non proprio amichevole tracollo del matrimonio con Elizondo, Janet ha conosciuto il non bello ma decisamente carismatico produttore Jermaine Dupri e tra i due è scoppiata la più tenera e al contempo selvaggia delle passioni, che si protrarrà per nove lunghi anni di coccole, burrasche emotive e terribili tatuaggi (cercate su Google: Jermaine Dupri + tattoos).

all4youx220x270All For You si divide in 4 sezioni circa. Da un lato ci sono i singoli pop di enorme successo che riscaraventano Janet in vetta alle classifiche di mezzo mondo; radiofonica ai limiti dello stucchevole grazie a quel sample di piano elettrico, "All For You" vede Janet lanciarsi alla conquista di un bel tipo che ha adocchiato in un club, e le parole che gli dedica sono tutt'altro che pudiche ("All my girls at the party/ Look at that body/ Shakin' that thing/ Like I never did see/ Got a nice package alright/ Guess I'm gonna have to ride it tonight").
Più gentile ma sempre dannatamente irresistibile, semmai, l'altro famosissimo singolo "Someone To Call My Lover", con quel primaverile giro di chitarra preso in prestito da "Ventura Highway" degli America e la celebre linea di piano della "Gymnopédie No.1" del compositore Erik Satie estrapolata e ritessuta sul ritornello. Viene anche incluso l'r&b-pop con sincopi garage di "Doesn't Really Matter", un pezzo del 2000 estratto dalla colonna sonora dello stupidissimo "Nutty Professor II: The Klumps" con Eddie Murphy. Tutti e tre i pezzi toccano la vetta in Usa per settimane, ma vanno benissimo anche in Europa, Giappone e il resto del globo.

Poi ci sono i pezzi chiaramente dedicati all'ex-marito, lividi di rabbia e sorda delusione, quali gli smottamenti di sintetizzatori che accompagnano "You Ain't Right", e l'efferato electro-rock di "Trust A Try", famoso per quel refrain iniziale sul quale Janet snocciola parole a velocità supersonica - buoni, ma fin troppo laccati e già sentiti. Ma la vera imperdonabile caduta di stile avviene con "Son Of A Gun (I Betcha Think This Song Is About You)", un pezzo che ricalca senza fantasia alcuna la formula di "Got 'Til It's Gone"; stavolta l'ospite d'onore è Carly Simon, che ripete ad libitum una frase tratta dalla sua famosa "You're So Vain", mentre il resto della canzone le viene costruita attorno come da copione, ma il risultato non ha nulla della levità né del genio dell'idea originaria, e tutto si perde nel giro di quasi 6 noiosissimi minuti (a nulla serve il remix a cura di Missy Elliott e P. Diddy che viene estratto come singolo).

Ma a fare scalpore adesso ci sono soprattutto le cosiddette sex songs, che sono il nuovo pallino di Janet. Trattasi di brani lenti e diafani ai limiti dell'impalpabile, vere e proprie slow-jam concepite tra le lenzuola e sussurrate nel microfono, immaginando però che quel microfono sia il c---o di Dupri (non è una battuta). "When We Oooo" e "Love Scene (Ohh Baby)" si spiegano già dal titolo, ma il picco della sfrontatezza lo si tocca (letteralmente) con "Would You Mind", il cui testo a un certo punto recita:
Baby would you mind kissing me
All over my body
You missed a spot - there
Baby would you mind tasting me
It's making me all juicy
Feeling your lips on mine

[...]

Baby would you mind coming inside of me
Letting your juices free
Deep in my passion
Davvero poco da commentare qui, se non aggiungere il fatto che l'intermezzo "Lame" immediatamente seguente a "Would You Mind" si compone di Janet che, dopo aver mugolato come una Donna Summer per i 4 minuti nel brano precedente, si lamenta del fatto che il suo lui è già venuto mentre lei non ha ancora finito. Un avvertimento per tutti gli uomini in ascolto: Janet non è assolutamente a favore dell'eiaculazione precoce.

Ci sono vari modi di guardare ad All For You; da un lato si tratta indubbiamente di un disco di enorme successo, il suo sound è nuovamente in vetta all'attualità del momento e sarà preso ad esempio da future popstar. Con quindici anni di costante successo alle spalle, Janet Jackson è ormai una vera e propria icona che ha capito il gioco e si rinnova con facilità ad ogni mossa, una costante della sua carriera che non verrà più abbandonata. Ma dall'altro lato questo è sicuramente il primo album dai tempi del controllo paterno dove l'ispirazione viene quasi sempre meno, in favore di una formula che - per quanto rivestita a nuovo - si ripete senza mordente. Del resto, Janet al momento è felice e innamorata, e non ha bisogno di arrovellarsi l'anima con problemi esistenziali. Dunque, il lato dei pezzi dai toni introspettivi come "Better Days", "Theory" e "China Love" sembra non imprimersi più come un tempo, pur donando un ampio spiraglio sul senso di rinascita emotiva e spirituale che Janet sta attuando nella propria vita privata - altro tema a dir poco "eterno" nella musica pop.
Ma soprattutto sono le prime avvisaglie di insofferenza del pubblico a far sì che oggi All For You sia un disco largamente dimenticato se non per quei due o tre famosissimi brani. Perché nulla trapela dai radiofonici singoli estratti, ovviamente, ma chi si avventura nell'ascolto delle sex songs si trova di fronte a testi a dir poco spinti, e All For You si becca di diritto il celebre bollino nero del Parental Advisory. Janet ha un po' passato il limite, dice qualcuno, il buon gusto le sta venendo meno. Tapini, questo è ancora nulla.

Capezzoli, sudore & sesso orale: Janet scambia il palco del Super Bowl per la sua camera da letto e dà involontariamente il "la" all'esplosione dei social network. Ovvero, tutta l'ipocrisia del popolo-dietro-lo-schermo e della cocciutaggine di una Diva riassunta in 5 semplici mosse

superbowlreal220x2701) Il Fatto: Houston, 1 febbraio 2004. Janet Jackson è la principale attrazione dello spettacolo d'intermezzo del Super Bowl XXXVIII, la celebre e combattuta finale di football che da decenni rappresenta il culmine della stagione sportiva americana (storica l'esibizione di Michael nel 1993). Lo show di per sé a questo giro è una pacchianata disumana; P. Diddy (in pelliccia) e Nelly (unto e in canotta bianca) rappano circondati da gruppo di cheerleader, Kid Rock si presenta avvolto in un'oscena maglia con la bandiera americana e vomita dentro al microfono, mentre tutto attorno esplodono fuochi d'artificio e palloncini, ballerini attaccati ai cavi e una banda di rullanti in divisa militare. Ma una carichissima Janet inizialmente fa la sua porca figura, muovendosi con la grinta di una pantera tra il tripudio del pubblico presente sull'erba che balla e canta in coro con lei; apre lo show con "All For You" e si ripresenta più tardi con "Rhythm Nation", mentre per il gran finale viene raggiunta sul palco dal pupillo Justin Timberlake, e insieme i due scorrazzano e si rincorrono divertiti mentre intonano la famosissima hit di lui, "Rock Your Body". Ma proprio all'ultimo secondo, quando la musica sta per finire e le luci stanno per spegnersi, Justin raggiunge con la mano il corpetto di pelle di Janet e le tira via una coppa, scoprendole per un nanosecondo il seno e il capezzolo, che appare avvolto da un tassello di metallo a forma di stelletta ninja.

2) Le reazioni: Un nanosecondo appena di tetta scoperta, insomma, tanto che il pubblico presente manco ci fa caso. Ma per i 143 milioni di telespettatori seduti in poltrona il fattaccio è evidentemente un grande shock, come se nessuno avesse mai visto un seno prima di allora. Janet è ancora in macchina diretta in hotel quando iniziano a partire le telefonate di protesta, la FCC (Federal Communications Commission) viene presa d'assalto e presto si troverà sul collo una multa di 500.000$ per indecenza e volgarità. A nulla servono le scuse, e nemmeno il (geniale) termine coniato ad arte di "wardrobe malfunction" per spiegare l'incidente. Anche la Cbs - il canale responsabile per la trasmissione - viene messa in croce per non aver fermato le riprese a tempo, mentre ad Mtv - l'organizzatore dello show - viene ufficialmente reciso il contratto per ogni futuro impegno col Super Bowl, che d'ora in avanti sarà gestito da altri.
Nel giro di una notte il fatto viene amplificato a dismisura e il giorno dopo il mondo intero sembra non parlare d'altro, mentre l'immagine del seno semi-scoperto di Janet viene mandata in onda a ripetizione su tutti i telegiornali del Pianeta. I media si dividono tra chi s'indigna oltre ogni limite e chi invece pensa che il tutto sia una futile stronzata che non dovrebbe nemmeno essere riportata. Ma in un bizzarro momento di rabbia e stizza, gran parte dell'America - da sempre patria delle più nude e sboccate popstar della storia - sembra decidere invece che il capezzolo di Janet è un affronto alla morale che non può essere assolutamente tollerato. Gogna per tutti, insomma.

3) Gli effetti collaterali: Il risultato presto travalica la questione ridicolo/moralista, ed entra direttamente negli annali. Il Guinness World Records 2007 riporta Janet Jackson come la persona più cercata nella storia di internet sino a quel momento, mentre la Nielsen Television Research Company stila l'episodio come il momento di più grande impatto mediatico degli ultimi 50 anni da parte di un musicista (rivaleggia solo con la morte di Whitney Houston nel 2012). Ma non solo; Jawed Karim, uno dei tre fondatori di Youtube, accredita l'accaduto come uno dei momenti ispiratori per la creazione del suo sito - la scintilla, dice lui, sarebbe scaturita dalla frustrazione provata nella difficoltà di trovare una copia del video del capezzolo di Janet da poter guardare ad libitum e condividere in Rete. Quattro giorni appena dopo l'evento, invece, un certo Mark Zuckerberg anticipa il lancio in rete di un sitarello dal nome di Facebook; come Karim anche lui si proclama oltremodo incuriosito dall'effetto "virale" che un episodio come quello di Janet può fruttare alla sua causa. Internet sta ormai diventando una potenza comunicativa non indifferente, e il capezzolo di Janet sembra essere la definitiva riprova di tutto il suo enorme potenziale. Il resto, come si suol dire, è storia contemporana. Volenti o nolenti, l'espansione a macchia d'olio dei social network, sui quali tutti noi oggi viviamo e comunichiamo "embeddati" di dati fino al collo, passa anche dalle (belle) tettine di Janet Jackson.

damita220x2704) La cocciutaggine non paga: Il problema tuttavia si fa ancor più grosso nel momento in cui Janet decide di andare avanti col programma, pubblicando come prestabilito Damita Jo (2004) un mese appena dopo l'evento del capezzolo. Trattasi infatti di un disco alquanto piacione e che, ancor più dei precedenti, sposta l'attenzione verso l'intimità della camera da letto, tra umide electro-slow-jam e intermezzi sussurrati di pura libidine del corpo. Il che non vuol certo dire che Damita Jo sia un brutto disco, anzi. Rispetto al meno convincente All For You, ma anche a tanti lavori suoi contemporanei nel genere - non ultimo il pur buon debutto solista della giunonica Beyoncé, che sta riportando in auge nel panorama r&b la figura dell'urlatrice - Damita Jo è forte di una produzione tra le migliori sulla piazza: sintetica e futuribile, ma anche calda e tropicale. Certamente non ci sono più le delicate introspezioni dei suoi anni migliori, ma del resto al momento Janet è felice e innamorata del suo bel Jermaine e, come tutti i nati sotto il segno del toro in Venere, ama abbuffarsi di quello che le provoca più piacere, ovvero amore, coccole e tanto sesso.
Dall'ariosa atmosfera urban-Motown di "Damita Jo" a quella torrida di "Sexhibition", dai sussurri di "Island Life" e "Strawberry Bounce" al patinato neo-soul di "Spending Time With You" e i saltelli di "R&B Junkie", Damita Jo è sicuramente un altro album-prodotto che non compete certo con le glorie degli anni 90, ma stavolta è dannatamente ben fatto e si lascia ascoltare con piacere, almeno per chi già bazzica nel genere. Non a caso un giovanissimo Kanye West, suo dichiarato fan ed eterno debitore, fa carte false per partecipare al disco, mettendo la co-firma su vari pezzi e infilando il suo rap su un buon momento radiofonico quale "My Baby". Janet stessa nei ringraziamenti gli dedica una frase alquanto sibillina e aperta a interpretazioni:
Kanye, your infectious energy is felt on this album, and I thank you for that. I can't wait 'til our next juicy conversation
In America Damita Jo debutta al secondo posto della chart e presto raggiunge certificazioni di platino, ma il suo successo sembra non prendere più piede come accaduto ai precedenti lavori, anche perché sia le radio che Mtv si rifiutano di passare i vari singoli estratti. Lo sbarazzino e orecchiabile pop-rock di "Just A Little While" non è niente di troppo eccitante, ma potrebbe tranquillamente entrare nel suo carnet di successi assieme ai fortunati singoletti pop del disco precedente. Ma il boicottaggio imposto dai media lo fa presto scomparire dalla circolazione, nonostante l'iniziale buon responso della critica e l'impennata dei primi download venduti (probabilmente è anche l'annesso videoclip a non aiutare la causa, in quanto mostra Janet che balletta di fronte all'obiettivo strizzata in un corpetto di latex rosso con il seno che sembra sul punto di detonare ad ogni suo passo).
Ben più valido, semmai, il successivo estratto "I Want You", una sfiziosa rivisitazione di certo vintage-soul sapientemente riaggiornato ai tempi attuali - ottime sia la base ritmica, tutta sincopi e saltelli, che la sovrastante cornice di violini. Considerando il fatto che appena qualche anno più tardi in Uk le varie Lily Allen, Amy Winehouse, Duffy e Adele punteranno i riflettori proprio su alcune di queste sonorità (e non sempre con risultati così "moderni"), il pezzo potrebbe quasi crearsi un certo seguito, ma l'embargo dei media sussiste e la sua presenza nelle classifiche è pari a zero (e anche qui, il videoclip di accompagnamento non aiuta alla causa, perché nonostante l'idea di creare uno scenario romantico, Janet viene ritratta mentre cammina per strada con una scollatura che sembra sorretta da quello che può solo essere definito come "push-up in orizzontale"...).
Ma sarebbe potuto essere soprattutto "All Nite (Don't Stop)" a trasformari in un ottimo riempipista, forte di una base tribal-futurista semplicemente irresistibile, sulla quale Janet ansima e snocciola parole a fil di voce. Ma ovviamente un pezzo del genere è esattamente il contrario di quello che vorrebbero i media da lei. Così, mentre altre "puttanelle" del giro sfornano celebratissimi pezzi urban da urlo - "I'm A Slave 4 U" di Britney Spears, "Milkshake" di Kelis, "Hollaback Girl" di Gwen Stefani e "Fergalicious" di Fergie - il "puttanone" per eccellenza Janet viene insabbiato dalla censura.

Damita Jo va avanti grazie alla legacy del passato, quindi, ma in tanti sono quasi timorosi di fronte al suo cospetto, un po' come accadde con "Erotica" di Madonna dopo la pubblicazione di quel famoso libriccino di foto con la copertina borchiata.
Damita Jo è un album oggi dimenticato per i suoi meriti musicali, e ricordato solo per i contenuti extra; nei mercati orientali le tracce "Warmth" (una lezione sul sesso orale) e "Moist" (l'umida conseguenza di tale lezione) vengono totalmente depennate dalla scaletta per formare la cosiddetta Clean Version del disco, una scelta che la dice lunga su quanto il perseverare di Janet stesse danneggiando la sua immagine a livello mondiale.

5) La Storia insegna: La caduta di Janet apre le porte di un nuovo mondo per i media, dove il confine tra pettegolezzo e notizia si fa sempre più labile, e dove l'opinione del singolo può potenzialmente essere udita tanto quanto quella dell'esperto. Justin Timberlake (in questa istanza un gran furbo e un grandissimo codardo) si salva il culo all'ultimissimo minuto, imputando tutta la colpa dell'accaduto al corpetto di Janet. Sarà quest'ultima a trovarsi additata dal mondo intero come la troia di turno; la sua presenza diviene presto un incomodo, sia in radio che in Tv come sul palco dei Grammys. Si tratta di pagare un prezzo enorme: il rapido e inevitabile sgretolamento di una carriera che solo qualche mese prima era ancora delle più milionarie. Sembra incredibile oggi, a oltre un decennio di distanza dall'accaduto, ma la storia di Janet sarà di lezione per tutti: basta un nanosecondo per rovinare una carriera intera.
Ma è grazie al suo sacrificio che tutte le future popstar chiamate a cantare durante l'intermezzo del Super Bowl manterranno un profilo sobrio e particolarmente attento a non giocare troppo sui doppi sensi, perché di fronte al popolo televisivo americano semplicemente certe cose NON si fanno, punto e basta. Beyoncé, Bruno Mars, Katy Perry e i Coldplay si presenteranno in campo facendo del proprio meglio per creare uno show d'intrattenimento dal sicuro impatto visivo, ma che si mantenga a debita distanza da ogni possibile parvenza di volgarità, o di un subliminale messaggio politico che non sia un'aleatoria pace nel mondo. Il miglior trionfo in tal senso lo registrerà (come sempre, del resto) proprio quella gran furbastra di Madonna nel 2012; nel suo caso, infatti, sarà l'ospite di turno M.I.A. a fornire quel pizzico di provocazione necessaria alla riuscita di ogni evento madonnaro che si rispetti, e finire sul rogo al posto della Diva dopo aver mostrato il dito medio di fronte alle telecamere, mentre la Ciccone ne esce illesa e più sorridente di prima. "Ma io non ne sapevo nulla!" commenterà poi, la stronza. Grazie tanto, invece, M.I.A.!

20 Y.O. & Discipline - verso il crollo definitivo

Il repentino calo di popolarità sembra non scalfire il morale di Janet più di tanto (almeno per il momento), e così si arriva in un battibaleno anche al 2006, anno che segna il ventennale dell'uscita di Control. Janet deve ancora pubblicare un disco sotto il marchio Virgin per onorare il contratto, quale occasione migliore dunque se non celebrare la ricorrenza del suo personale ventennale di carriera con un album intitolato 20 Y.O.? Jermaine Dupri s'inserisce a tempo pieno alla co-produzione assieme a Jam & Lewis, e i lavori proseguono spediti (pur non senza qualche inevitabile scaramuccia tra uomini, dovuta a un eccesso di ego e testosterone).

Tuttavia l'idea del quartetto non è assolutamente quella di creare un album che faccia perno sulla nostalgia. Anzi, la sfida di 20 Y.O. è far ritrovare a Janet il mojo di quando aveva 20 anni e poi riproporne l'energia in chiave totalmente moderna. Trattasi insomma di una vera e propria operazione di svecchiamento, studiata appositamente per scongiurare la dura legge del mondo dello spettacolo che affligge chiunque abbia raggiunto una certa età.
Sulla carta la sfida viene pure vinta, perché ancora una volta il sound di Janet Jackson cambia drasticamente, e 20 Y.O. è un pullulare continuo di sample e loop, intarsi mediorientali, ritmi dance-r&b digitalizzati secondo le ultime tecnologie disponibili e felpatissimi battiti scossi da un sospiro. Tutto suona perfettamente eseguito e sempre al passo coi tempi, insomma, ma l'eccessivo utilizzo di filtri e costosissimi software finisce col rendere il suono fin troppo laccato e surreale. Ma soprattutto stavolta sotto il luccicante involucro della produzione si nasconde uno dei canzonieri più deboli dell'intera carriera. Nonostante la breve durata (11 tracce e 5 intermezzi per 49 minuti di musica) 20 Y.O. fa acqua da tutte le parti, dimostrandosi ascolto semplicemente noioso da cima a fondo, con testi e interpretazioni ormai ampiamente scontati, sia nei momenti più ballabili che in quelli spinti e dedicati ai piaceri della carne. Inutile girarci attorno, per quanto fosse giovane e inesperta quando aveva veramente 20 anni, Janet era molto più coinvolgente allora che non adesso.

callonme220x270Per il singolo di lancio "Call On Me", Hype Williams dirige uno dei video più costosi dell'epoca: una serie di sgargianti paesaggi digitali dai colori accesissimi sui quali Janet sfoggia alcuni dei suoi look più ricercati di sempre - pare un curioso incrocio tra una regina tribale e un uccello del paradiso. Indubbiamente l'immaginario di Williams centra in pieno il contesto lussuoso e decadente che si vuol ricreare, ma il pezzo di per sé non è davvero nulla di nuovo; trattasi del più classico dei midtempo r&b-hip-hop in voga al momento, costruito su un sample ripetuto all'infinito e con uno stanco gioco delle parti tra Janet e l'ospite di turno Nelly. Una formula, insomma, che dopo il successo planetario di "I Know What You Want" di Busta Rhymes e Mariah Carey è stata ormai imitata centinaia di volte - vedasi per dire le celebri "So Sick" di Ne-Yo, "Be Without You" della Blige e "We Belong Together" della stessa Mariah, che spopolano proprio in quel periodo.
Ed è proprio con Mariah Carey che Dupri vorrebbe far realizzare un duetto da inserire su 20 Y.O. per aumentarne il tasso di sfarzo e bling bling (nonché le quotazioni), ma la cosa non si concretizzerà mai dal momento che la Carey non viene informata del fatto, altrimenti avrebbe accettato molto volentieri, dice lei stessa oggi. Ma alcune voci di corridoio sostengono un teoria un filo più cattiva: dopo essere miracolosamente resuscitata da un periodo di magra grazie a "The Emancipation Of Mimi", pare che sia proprio Mariah a non aver alcun desiderio di affiliarsi a una figura in pieno embargo mediatico come Janet. Sta di fatto che "Call On Me" non ottiene il successo sperato, e il periodo di magra per Janet continua imperterrito pure con l'altro singolo "So Excited", ennesimo contemporary-r&b di forte tendenza al momento messo in piedi con l'aiuto della rapper Khia, ma che di fatto non presenta alcun piglio particolare se non quello di essere totalmente ignorato da radio e Tv.

Esattamente come i suoi singoli, il resto di 20 Y.O. scorre nel solco del prevedibile. Di tutta la scaletta si salva un solo brano - "Enjoy" - ovvero un momento di rara e pregevole eleganza, costruito su una melodia soul vecchio stampo e intarsiato da un giro di piano che viaggia all'unisono con la linea vocale, mentre nel ritornello Janet sale in un angelico falsetto. Un pezzo veramente di razza, insomma, purtroppo isolato e dunque rimasto totalmente dimenticato in mezzo al plasticume. Come da copione 20 Y.O. debutta sempre altissimo in classifica e presto scompare nel nulla, rimanendo a tutt'oggi uno dei suoi album meno conosciuti. Per la Virgin l'abbandono di Janet non potrebbe arrivare in un momento migliore, dopo 15 anni di storici successi è giunto il momento di occuparsi di altri nomi e lasciare che i vecchi se ne vadano per la loro strada ("al cimitero degli elefanti").

Janet si mette anche a preparare il tour, perché è decisa ad accompagnare il suo disco in giro per il pianeta, ma con la troppo repentina nuova firma messa sotto l'altro colosso discografico Island presto le giunge l'ovvia richiesta di quest'ultima: abbandonare il tour di un album sfortunato (e per di più pubblicato sotto la competizione) e concentrarsi su un altro disco di studio per onorare l'inizio della nuova partnership.
Il cambiamento è nuovamente drastico. Per la prima volta dall'86, Jam & Lewis non sono più al suo fianco. Ma soprattutto, per la prima volta dall'86, Janet non scrive né produce una singola nota della sua musica, quasi si stesse arrendendo alla costruzione passiva di una "nuova Janet Jackson" - quello che lei stessa tenterà di definire con poca convinzione come un "nuovo processo creativo". Dell'intero Discipline (2008) Janet cura solo l'immagine e le acconciature, e la versione deluxe dell'album contiene infatti il Dvd "The Making Of Discipline", che mostra i retroscena del lavoro di selezione con designer e fotografi. Onestamente, la nuova immagine è pure una delle sue meglio assemblate di sempre, ma per il resto Discipline è un album che artisticamente parlando la riscaraventa indietro nel tempo, quando ancora era sotto il controllo del padre (pur con tutte le dovute differenze del caso). Spetterà a Jermaine il compito di raccogliere attorno a Janet il team di autori e produttori per mettere in piedi il suo decimo album di studio, e si tratta di una lista decisamente lunga e che non bada a spese, nella quale compaiono nomi noti come Stargate, Darkchild e un quasi debuttante Dernst Emile.

L'indizio chiave per parlare di Discipline a questo giro ce lo fornisce... Britney Spears. È proprio per bocca sua, infatti, che giusto l'anno prima la Jive ha mandato alle stampe "Blackout", ovvero uno degli album più controversi ma sicuramente influenti del decennio scorso in campo mainstream. La storia la conoscono tutti: Britney un giorno ha un crollo nervoso e si rade la testa a zero, mentre il mondo intero la osserva col fiato sospeso. Svuotata e intontita dagli psicofarmaci, viene dunque affiancata da un gruppo di "illuminati" - Danja e Bloodshy & Avant su tutti - che assemblano per lei uno degli album più marci e allo stesso tempo ferocemente veritieri del pop americano. Britney partecipa molto poco alla stesura del disco, ma del resto non ne ha nemmeno bisogno, perché chi per lei ha capito appieno lo spirito del gioco e il suo attuale stato d'animo; "Blackout" è il disco che sdogana al mondo intero la spinta dubstep proveniente dall'Inghilterra, infilando 12 tracce mozzafiato di screzi elettronici e deliri al vocoder montati su una serie di filastrocche lancinanti e malaticce. Il pubblico generalista rimane interdetto, ma tra i musicisti e i produttori dell'ambiente non c'è una singola persona che non parli di quel disco; presto in tantissimi salteranno sul vagone, da Rihanna a Kanye West e Flo Rida fino alla leziosa country-girl Taylor Swift, che diversi anni più tardi userà la tecnica del drop per darsi una svecchiata.

images_02Ecco così spiegato "Feedback", il singolo di lancio di Discipline che presenta a quel poco di mondo ancora interessato una Janet Jackson liofilizzata, spezzettata e rimontata in un robot. Il pezzo, per inciso, non è affatto male, il videoclip è ovviamente patinatissimo e - nonostante il solito embargo mediatico - la critica non può fare a meno di notare che, in apparenza, questa ormai leggendaria 42enne è ancora in movimento. Ma presto viene fuori l'altro limite di un album concepito a questo modo: Janet non è Britney, per lei il gioco della costruzione a tavolino semplicemente non può funzionare (come del resto spesso non funziona per la stessa Britney). E se l'altro singolo "Rock With U" si salva sul filo del rasoio grazie a una lucidissima sterzata electro-dance (e un videoclip girato in un solo take con un'epica coreografia di ballo) il resto del disco annaspa nel cellophane e stride a ogni movimento come la tutina di latex che avvolge il corpo dell'interprete.

Certamente ci sono altri episodi formalmente ben eseguiti, come l'incedere percussivo di "Rollecoaster", l'atmosfera da party anfetaminico di "LUV", o quella "2nite" tutta lustrini e mirror ball, nella quale Janet sgomita ansimante alla riconquista del suo trono come sta facendo l'altrettanto non giovanissima ma agguerrita Madonna sul suo "Hard Candy". Ma l'arrivo di pezzi come le stomachevoli ballate "Never Letchu Go" e "Greatest X", o anche la blanda imitazione di qualche vecchia melodia disco di suo fratello Michael di "Can't B Good" non fanno che rendere l'ascolto vuoto e scontato.
Il mandatorio momento erotico della title track si snoda su una languida slow-jam dalle ripercussioni sintetiche che nel suono non è affatto male, ma il testo è talmente forzato che - incidentalmente - finisce con l'essere il pezzo che meglio di tutti spiega l'attuale stato d'animo di Janet. Come aveva detto lei stessa presentando il disco:
I wanted to name the album Discipline because it has a lot of different meanings for me but the most important would be work—to have done this for as long as I have ... And to have had the success that I've had—not excluding God by any means—but it takes a great deal of focus
E la sensazione generale infatti è quella di un album ideato più per dovere che per piacere o bisogno di dire qualcosa, come se Janet stesse dando fondo a tutta la disciplina di cui è capace per forzarsi a pubblicare qualcosa a tutti i costi. Ma il gioco ovviamente non può funzionare per una personalità umbratile e sensibile come lei; Discipline gode dell'ennesimo debutto al n.1 in America (il suo sesto), al quale segue una rapidissima scomparsa dalle classifiche e presto pure dalla memoria popolare.
Ma stavolta, con già l'insuccesso dei due album precedenti a gravare sulla schiena, Janet finisce col subire un crollo emotivo di drammatiche proporzioni. Il "Rock Withcu Tour" parte con grandi fanfare in nord America nel settembre 2008, ma presto Janet cancella 9 delle date annuciate per problemi di salute, e ancor peggio avviene in Giappone, dove tutte e 5 le date pianificate non vedranno mai la luce. Il resto del tour implode nel giro di brevissimo tempo. Forte di un discreto comando finanziario (e un buon team di avvocati), Janet riesce a pelo a slacciarsi dal contratto con la Island dopo soli 15 mesi, citando tra le cause la scadente campagna pubblicitaria che quest'ultima ha condotto per la promozione di Discipline. Ci vorranno oltre sette anni per dare un seguito di inediti a questa batosta, un'operazione che Janet metterà in piedi solo affiliandosi al consorzio Bmg.

Ma per il momento Janet si ritrova totalmente sola. La relazione con Dupri è andata a rotoli dopo mesi di drammi e infedeltà da parte di quest'ultimo, il pubblico sembra averla dimenticata una volta per tutte, e l'improvvisa morte di Michael nel giugno 2009 le dà il colpo di grazia. I paparazzi iniziano a tampinarla quando si accorgono che, nel giro di pochissimo tempo, Janet è quadruplicata di peso a causa di stress e una forte depressione. Quel fisico scolpito e tornito da anni di ballo, noto a tutti per una pancia piatta come un'asse da stiro e un culo sul quale si può bilanciare un bicchiere, si presenta ora quasi irriconoscibile sotto una serie di tute sdrucite e sformate, e la notizia fa il giro del pianeta - "Janet is sooo trailer trash!" tuonano le sempre poco gentili riviste scandalistiche (ne sanno qualcosa anche Jessica Simpson, Christina Aguilera e la stessa Britney). Sono momenti bui per lei e per chi le sta accanto, uno dei punti più bassi della sua vita intera.

Certamente Janet continua a combattere, dando alle stampe Number Ones (2009), una raccolta di ben 33 successi che hanno toccato la vetta di varie classifiche al mondo che viene pubblicizzata dal concitato inedito "Make Me". Arriva poi il turno di Icon: Number Ones (2010) che ripropone più o meno lo stesso concetto ma ridotto a sole 12 tracce. Per il resto, Janet si rimette in forma fisica con le ben 81 date del "Number Ones: Up Close And Personal" tour, uno show che ottiene pure un discreto successo, anche se certamente non ha il fascino e la carica dei suoi vecchi concerti. Si tratta, insomma, di pura autocelebrazione, che in questo preciso momento è certo molto utile per lei, ma che alla fine non lascia grandi memorie nel resto del pubblico. Janet l'instancabile esploratrice sembra ormai finita una volta per tutte.

Unbreakable - Della rinascita che non ti aspetti, delle paure che ti porti dentro e degli "imprevisti" della vita

Presto Janet sembra svanita nel nulla; dopo un calo d'ispirazione durato per buona parte di un decennio e preoccupanti segnali di squilibri psicosifici, l'ultimogenita di casa Jackson sembra aver definitivamente assecondato la sua natura di donna schiva e riservata, quale del resto è sempre stata. Nonostante qualche comparsata in giro per il globo, il ritiro dalle scene sembra definitivo e irrevocabile. Le ultime notizie sul suo conto la vedono eclissarsi dai rotocalchi e trasferirsi a Dubai, dopo un matrimonio avvenuto in gran segreto con un noto uomo d'affari del Qatar, Wissam Al Mana.
Invece, nell'estate del 2015, compare su Dailymotion un teaser di pochi secondi, con quell'inconfondibile voce che sembra sorridere anche quando sussurra; " [...] I've been listening, let's keep the conversation going...". E presto Janet si palesa con una mossa che nessuno davvero si aspetta: si rende artista indipendente - Rhythm Nation è la sua etichetta personale, affiliata al gruppo Bmg - taglia ogni carosello promozionale (probabilmente dopo le ultime dispute con la Island avvenute ai tempi del suo ultimo album), e annuncia un nuovo tour mondiale per andare a ritrovare quel vecchio pubblico fedele che non l'ha mai abbandonata. Ma soprattutto, il 2015 vede Janet alle prese con un nuovo disco che, ancora una volta, la traghetta verso una dimensione inedita, nella quale sembra trovarsi a proprio agio come non accadeva ormai da oltre un decennio.

unbreakable220x270Unbreakable (2015), insomma, non potrebbe suonare più diverso dagli ultimi lavori del suo debosciato passato prossimo; Janet impugna la penna più inerente al suo stato d'essere e dà voce alla malinconia e la successiva ritrovata serenità dopo i traumi vissuti negli ultimi anni, in particolare la scomparsa di Michael, la fine della sua storica relazione con Dupri e lo sgretolamento di una carriera andata irrimediabilmente in calare dopo la storia del capezzolo al Super Bowl. Ma tra le tracce di matrice dance-r&b del nuovo corso si susseguono senza sosta curiosi rivoli sonori e trovate particolari, che donano all'album un effetto "collagista" e mettono in luce la sua spiccata vena di electro-songwriter, grazie anche alla ritrovata partnership con Jimmy Jam & Terry Lewis.
Unbreakable gioca di sottrazione, ma il suo tappeto sonoro cangia con sorprendente coerenza da felpatissimi battiti dance a umbratili ballate pianistiche, solitarie linee di synth, chitarre e filtri elettronici applicati con sapienza.
Michael, il grande assente della sua vita, viene apertamente omaggiato da qualche momento disco-funk come l'elegante title track e "Broken Hearts Heal", che guardano entrambe con occhio benevolo agli anni 70 senza risultare calligrafiche, ma anzi mostrando una matura verve tutta contemporanea (la seconda si chiude con un'evanescente ascesa vocale filtrata dall'808 che ricorda i lavori di Imogen Heap). La presenza di Missy Elliott e un sound quasi timbalandiano fanno di "BURNITUP!" un doveroso momento energico, mentre l'urban di "Dammn Baby", il passo andante di "The Great Forever" e l'arioso ritornello di "Shoulda Known Better" sono pura eleganza adult oriented pop. Il frizzante pop-rock di "Take Me Away" si candida come il suo pezzo più spiccatamente melodico dai tempi della sfortunata "Just A Little While" del periodo Damita Jo - ma l'energia sbarazzina d'un tempo è oggi sostituita da un lieve velo di nostalgia.

Ma il cuore pulsante di Unbreakable s'intravede nel momento in cui Janet trasfigura la formula, ponendo un'attenzione inedita alla composizione o su qualche arrangiamento particolarmente d'effetto nella sua essenzialità, una deriva quasi indie che ricorda l'operato di Frank Ocean, che a sua volta è un dichiarato discepolo del verbo Jackson. "After You Fall" è uno scarno ed emozionante momento pianistico, le felpate atmosfere di "Night" e l'intimità notturna dell'altro singolo "No Sleeep" schiudono la vecchia corda di velluto e accendono incenso e candele. L'attacco vintage di "Dream Maker/Euphoria" si trasforma subito in un curioso momento Motown sbavato da decostruzioni elettroniche, i continui scarti armonici sul finale di ogni fraseggio fanno di "2 B Loved" uno sbilenco r&b a passo di ballo, mentre la mini-canzone "Promise" è una delicata bossa nova dalle tinte autunnali (la versione integrale - di gran lunga più bella - si trova nell'edizione deluxe del disco, rinominata "Promise Of You"). Ma fanno colpo anche "Lesson Learned", semplicissima canzone country modernizzata da un calibrato lavaggio elettronico che lascia la slide come sospesa in aria, e il semplice schiocco di dita dai tratti neo-soul che tiene il tempo della spaziosa e spiritata "Black Eagle".

Unbreakable non fa gridare al miracolo, il minutaggio è sempre molto abbondante come da tradizione, e si potevano forse stemperare i toni eccessivamente "volemose bene" delle ultime due tracce - quella "Well Traveled" dai cori un po' tronfi, e una "Gon' B Alright" fin troppo plasmata sui Jackson 5 vecchissima maniera. Ma nel complesso questo album è una sorpresa alquanto gradita. Nell'eterno dilemma che ogni Diva pop di una certa età si trova costretta ad affrontare - stare al passo coi tempi o stare al passo con se stessa? - Janet al momento sceglie la seconda, accollandosi tutti i rischi e le critiche del caso. Ma la sua arte è tutt'altro che sopita, anzi; tanto di cappello a una che, 33 anni di carriera e una manciata di dischi imprescindibili per lo sviluppo dell'r&b contemporaneo alle spalle, ancora riesce a ritagliarsi il suo posticino nel mondo con un disco che la rappresenta appieno e che non ha eguali stilistici nel panorama attuale.
L'album debutta in vetta alla classifica americana con 119mila copie vendute nella prima settimana, un numero non esorbitante, ma che le ricorda quanto il suo pubblico sia ancora pronto ad accoglierla, nonostante tutto.

tour220x270Ma nel momento in cui si scrive sembra proprio che le controversie tipiche della famiglia Jackson siano ancora all'ordine del giorno. Le reazioni per l'"Unbreakable World Tour" inizialmente sono molto buone; Janet è invecchiata e non balla più con la grinta di un tempo, ma tiene il palco con maestria e si mostra visibilmente felice di essere di nuovo tra il pubblico, mentre una scaletta di 33 tracce in totale (alcune ovviamente presentate in medley) raccoglie il meglio di oltre 30 anni di onorata carriera.
Tuttavia, ad inizio 2016, vengono subito cancellate alcune date a causa di una non precisata operazione alle corde vocali, e il mondo intero inizia a parlare di cancro. "Non credete a niente finché non lo sentite dire dalla mia bocca", saranno le sue parole, ma purtroppo qualche mese appena dopo la ripresa l'intera ala europea viene cancellata. Janet continua a mantenere un insostenibile silenzio, così alcune voci di corridoio iniziano a vociferare che la Live Nation, lo sponsor del tour, ha forse fatto il passo più grosso della gamba: un disco intimo e dal sentore praticamente indie come Unbreakable, pur essendo di gran lunga la cosa più coerente che Janet poteva pubblicare a questo punto della propria carriera, da solo non può ovviamente avere la portata mediatica in grado di supportare un ritorno in grande stile come quello preventivato. Annunciare la bellezza di 92 date in arene medio/grandi in giro per il mondo, insomma, è forse stata una mossa un po' azzardata, e pare che fuori dal Nord America i biglietti non si stessero vendendo come sperato, forse anche a causa dei prezzi non proprio abbordabili e del fatto che il nome di Janet Jackson non è più in voga da oltre una decade.

Infatti presto il tour si ferma nuovamente, stavolta sospeso per intero a tempo indefinito, così che in tanti non possono neanche ottenere il rimborso dei biglietti e sui social scoppia subito una dannosa quanto francamente giustificata ira dei fan. Ma il motivo stavolta lascia tutti a bocca aperta: all'età di 49 anni Janet è ufficialmente incinta per la prima volta in vita sua (se non si dà conto alle speculazioni del suo primo marito). Il tempismo è a dir poco pessimo, dal momento che alla sua età una gravidanza non è casuale ma chiaramente voluta ("aveva le uova in frigo"). Ma dopo una vita passata in compagnia di uomini non proprio affidabili, Janet sembra aver trovato una persona con la quale si sente sicura al punto di dare alla luce una creatura, un dato di non poco conto, viste le passate burrasche della sua vita sentimentale. E come ha spiegato lei stessa, alla sua età non si può aspettare all'infinito, le priorità si sono capovolte all'ultimo minuto ma ci tiene ad assicurare che la storia non è certo finita qui. A noi per il momento, non rimane altro che farle le più sentite congratulazioni, e aspettare.

16/05/2016 - Happy birthday miss Jackson, to the great forever Xxx
#slay

Janet Jackson

La falena e la fiamma

di Damiano Pandolfini

In occasione del suo 50esimo anno di permanenza sul pianeta Terra, ripercorriamo la carriera di Janet Damita Jo Jackson, una donna dai mille volti che - grazie al suo celebre "pugno di ferro dentro un guanto di velluto" - ha saputo tracciare una delle più floride e ispirate parabole della musica pop contemporanea
Janet Jackson
Discografia
 Janet Jackson (A&M, 1982)
 Dream Street (A&M, 1984)
Control (A&M, 1986)
Control: The Remixes (remix album, A&M, 1987)
Janet Jackson's Rhythm Nation 1814 (A&M, 1989)
janet. (Virgin, 1993)
 janet. Remixed (remix album, Virgin, 1995)
 Design Of A Decade: 1986-1996 (raccolta, A&M, 1995)
The Velvet Rope (Virgin, 1997)
 All For You (Virgin, 2001)
 Damita Jo (Virgin, 2004)
 20 Y.O. (Virgin, 2006)
 Discipline (Island, 2008)
 Number Ones (raccolta, A&M/Universal, 2009)
 Icon: Number Ones (raccolta, A&M/Universal, 2009)
Unbreakable (Rhythm Nation/BMG, 2015)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

What Have You Done For Me Lately (da "Control", 1986)

 

When I Think Of You (da "Control", 1986)

 

Control (da "Control", 1986)

 

The Pleasure Principle (da "Control", 1987)

 

Miss You Much (da "Janet Jackson's Rhythm Nation 1814", 1989)

 

Escapade (da "Janet Jackson's Rhythm Nation 1814", 1990)

 

Come Back to Me (da "Janet Jackson's Rhythm Nation 1814", 1990)

 

Black Cat (da "Janet Jackson's Rhythm Nation 1814", 1990)

 

If (da "janet.", 1993)

 

Any Time, Any Place (R Kelly Mix, da "janet.", 1994)

 

Scream (Michael Jackson feat. Janet, da "HIStory: Past, Present and Future, Book I", 1995)

 

Twenty Foreplay (da "Design Of A Decade 1986-1996", 1995)

 

Together Again (da "The Velvet Rope", 1997)

 

All For You (da "All For You", 2001)

 

Son Of A Gun feat. Missy Elliott & P. Diddy (remix, singolo, 2001)

 

Call On Me feat. Nelly (da "20 Y.O.", 2006)

 

So Excited feat. Khia (da "20 Y.O.", 2006)

 

Feedback (da "Discipline", 2008)

 

Rock With U (da "Discipline", 2008)

 

Make Me (da "Number Ones", 2009)

 

No Sleeep feat. J Cole (da "Unbreakable", 2015)

 

Dammn Baby (da "Unbreakable", 2016)



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Recensioni

JANET JACKSON

Unbreakable

(2015 - Rhythm Nation)
L'elegante ritorno in pista di un'icona dell'r&b, tra umbratili malinconie e ritrovata serenità ..

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