Japan

Japan

Esorcizzando i fantasmi

di Claudio Fabretti

Fondere gli aromi del glam con le spezie esotiche (soprattutto orientali), la vena romantica del prog con le fascinazioni di dandy elettronici come Bryan Ferry e David Bowie. Quella dei londinesi Japan è una missione ad alto rischio nel marasma wave degli anni 80. Una missione perfettamente riuscita

I londinesi Japan hanno tracciato uno dei percorsi più suggestivi della new wave. Un set assortito di musicisti - con il vocalismo struggente di David Sylvian, le linee di basso ipnotiche di Mick Karn, le tastiere "esotiche" di Richard Barbieri e il drumming ossessivo di Steve Jansen - già bastava a dar vita a uno degli ensemble più spettacolari della storia del rock. In più, v’era un altrettanto inebriante progetto sonoro: fondere gli aromi del glam con le melodie del rock romantico-progressivo, le sonorità esotiche (soprattutto orientali) con l’eccentricità di dandy elettronici d'oltre Manica come Brian Eno, Roxy Music e David Bowie. Inquadrarli pertanto nel movimento "new romantic", come molti fanno, è forse limitativo, così come per gli Ultravox, band antesignana di questa wave elettronica figlia degenere del punk e spregiudicata al punto da lambire la dance più atmosferica.

Il mio primo look era una maschera dietro cui nascondermi. Anche la musica era una maschera. Mi nascondevo, cercando disperatamente di essere qualsiasi altra cosa. Era l'unico modo per sopravvivere.
(David Sylvian)

I Japan nascono nel 1974 nei sobborghi di Londra sud, mettendo in mostra fin dall'inizio la propensione per un estetismo decadente. I quattro dandy della suburbia londinese sono David Sylvian (all'anagrafe Batt), il fratello Steve "Jansen" Batt alla batteria, il bassista Mick Karn (cipriota di nascita, vero nome Anthony Michaelides) e il tastierista Richard Barbieri.
Sylvian - da Syl Sylvain dei New York Dolls - è da subito il frontman e la "maschera" del gruppo, grazie anche al suo look androgino: truccato di bianco in viso, con una zazzera cotonata biondo-platino, incarna più che altro il desiderio di evasione dalla grigia desolazione di Catford, il quartiere proletario dove cresce da famiglia umile (il padre è derattizzatore) e con limitate prospettive davanti a sé. "Era una maschera dietro cui nascondermi - racconterà più avanti - Anche la musica era una maschera. Non dice nulla su ciò che ero, salvo il fatto che mi nascondevo, cercando disperatamente di essere qualsiasi altra cosa. Ero convinto che fosse l'unico modo per sopravvivere".
Giudizio piuttosto ingeneroso, quest'ultimo, perché la musica dei primi Japan contiene spunti di sicuro interesse, svelando in nuce alcune inutizioni che sarebbero state poi sviluppate meglio nel corso della fase matura della loro carriera.

Whatever gets you through the night
Just keep on dancing
("Adolescent Sex")

Neppure la critica dell'epoca, però, riesce a coglierne il valore, fermandosi superficialmente all'aspetto estetico e bollando Sylvian e compagni come dei Roxy Music fuori tempo massimo. "Disco-rock abbagliato da una palla stroboscopica piena di cocaina", secondo la curiosa definizione di Simon Reynolds del loro debutto su Lp, Adolescent Sex, che esce nel 1978 per Hansa Records.
Eppure, in questo calderone di chitarre taglienti, rossetti scarlatti e pose ammiccanti, spunta fuori qualche numero ad effetto, come la sovraeccitata title track che invita a un ballo sfrenato e permanente ("Whatever gets you through the night/ Just keep on dancing"), oppure la pulsante linea di basso funky di "The Unconventional" e "Wish You Were Black" (invettiva antirazzista contro il National Front), o ancora la jam di sette minuti di "Suburban Love", che sconfina quasi in territorio disco.
Sorprende anche la cover di "Don't Rain on My Parade", canzone di scena, scritta dagli statunitensi Bob Merrill e Jule Styne per il musical del 1964 "Funny Girl", mentre "Communist China" ha poco a che fare con le tematiche maoiste, inseguendo piuttosto frenesie hard-rock, e "Television" mostra che il legame con il post-punk resiste, tra sonorità aggressive e testi finemente provocatori ("You've got blasphemy with a smile").
Indubbiamente i modelli di riferimento (Bowie, Roxy Music, New York Dolls) sono ingombranti, ai limiti della parodia, ma, in mezzo a tante ingenuità, Adolescent Sex mette in mostra una band aggressiva e smaniosa di farsi largo tra le file serrate della new wave. "Una commistione di aggressività e frustrazione", come ricorderà Sylvian, appena ventenne all'epoca dell'uscita del disco.
Praticamente trascurato in Gran Bretagna, Adolescent Sex sarà invece apprezzato in quella che diventerà la seconda patria della band, il Giappone (ça va sans dire) dove raggiungerà la posizione 20 nelle classifiche (ma anche in Olanda, dove il singolo omonimo arriverà al n.30).

L'idillio giapponese è insito nella ragione sociale del gruppo, e non solo per il nome prescelto. Sylvian e compagni, infatti, iniziano a intessere un fitto dialogo con il paese del Sol Levante, dove si trasferiscono spesso, allacciando contatti con alcuni importanti musicisti locali, come gli Ippu Do del chitarrista Masami Tsuchiya, Akiko Yano e il tastierista della Yellow Magic Orchestra, sua maestà Ryuichi Sakamoto, che tanta importanza avrà nel successivo percorso della band e (soprattutto) nella carriera solista del suo leader.

Ma è un periodo di grande prolificità per i giovani Japan, che nello stesso anno pubblicano subito il secondo album, Obscure Alternatives (1978), che sfodera subito una gemma di nome "Rhodesia", stravagante ritratto dell'ultimo avamposto del potere bianco postcoloniale a suon di funk, con sapori caraibici che flirtano col reggae. Un ibrido di tale audacia da mostrare già, agli occhi di tutti, una certezza inconfutabile: i Japan non hanno paura di nulla, non temono pregiudizi e steccati. Al momento, sono solo fuori tempo, ma basterà un rapido cambio di vento (nella fattispecie, l'esplosione dell'estetica New Romantic), per rendere affascinante ciò che fino a un minuto prima veniva considerato irrimediabilmente demodé.
Sylvian intanto non ha esitazioni nell'esibire il suo volto più sfacciato e arrogante in "Automatic Gun", sostenuto da un pugno di chitarre scintillanti, mentre l'oscura, atmosferica title track e la torbida "Love Is Infectious" (con un piano spiazzante in mezzo a un'orgia di chitarre) lasciano trasparire il lato più vicino all'art-rock del loro irruento post-punk, ancora, però, in cerca di una rotta definita.

It seems so artificial
Why should I care?
Oh ho ho
Life can be cruel
Life in Tokyo
("Life in Tokyo")

Ma è un anno dopo con il terzo album, Quiet Life (1979), che si compie la definitiva trasformazione dei Japan, da glam-rocker fuori tempo massimo a romantici profeti del futuro sintetico.
Ormai la svolta New Romantic del 1980 è alle porte, con Londra, il Blitz e le sue serate eccentriche, Steve Strange e Rusty Egan, i Visage e la sempiterna "Fade To Grey". Ed è proprio un synth d'impronta neoromantica a farsi largo tra i solchi del nuovo album dei Japan, impreziosito sempre dall'impareggiabile basso fretless di Karn e dai vocalizzi languidi di Sylvian, sempre più a suo agio nel suo ruolo di frontman carismatico, in grado di ipnotizzare il pubblico con la sua aristocratica compostezza e con le sue pose estetizzanti alla Bowie. A contribuire a questa svolta nel sound è anche la produzione di John Pinter, già al fianco dei Roxy Music nel loro secondo, magistrale album "For Your Pleasure".
La title track è un esempio di synth-pop raffinato ed elegante, ma il suono si fa anche più stratificato e complesso, ammiccando all'ambient-music più eterea e al jazz da camera, con un approccio vicino all'avantgarde. Più immediata - ma non meno spettacolare - l'incalzante "Fall In Love With Me", che fungerà praticamente da pietra fondante per l'intera carriera dei Duran Duran, i quali del resto non negheranno mai la loro profonda devozione per Sylvian e compagni.
Anche le atmosfere si fanno più tese. Lo strumentale "Despair", l'intensa ballata "In-Vogue" e il deliquio finale di "The Other Side Of Life", dove Sylvian si strugge tra arrangiamenti ariosi e dolci rintocchi di piano, sono pervasi da una sottile nevrosi, mentre la cover della "All Tomorrow's Parties" dei Velvet Underground scandaglia i recessi più oscuri del loro universo onirico.

Il successo è ormai a un passo, e arriva nello stesso anno, ma grazie a un singolo, "Life In Tokyo", in cui mette lo zampino nientedimeno che il mago della disco-music, Giorgio Moroder. Uno splendido brano di dance atmosferica e sensuale, pieno di sequencer e arrangiamenti elettronici, che si avvita intorno a un ritmo incalzante, con Sylvian che sale in cattedra ammonendo su quanto la vita possa essere disumanizzante e crudele nella megalopoli giapponese ("Somewhere there's a sound of distant living/ Welcome in high society/ It seems so artificial/ Why should I care?/ Oh ho ho/ Life can be cruel/ Life in Tokyo").

Here am I alone again
A quiet town where life gives in
Here am I just wondering
Nightporters go
Nightporters slip away
("Nightporter")

La prova dell'affiatamento formidabile ormai raggiunto da Sylvian e compagni è il successivo album Gentlemen Take Polaroids (1980), che valorizza le potenzialità di un set di musicisti tra i più ambiziosi dell'epoca. Musicalmente, è il consolidamento della formula messa a punto nell'album precedente, con una maggiore enfasi su arrangiamenti, armonia e "spazio".
Il disco si avvale della collaborazione di Sakamoto, che contribuisce ad arrangiare la title track e scrive a quattro mani con Sylvian la splendida "Taking Islands in Africa". Ad accentuare la dimensione elettronica provvede, invece, il sapiente John Punter. Il canto rallentato e le tastiere delicate di Sylvian e Barbieri, le linee di basso "funk" di Karn, il drumming cupo di Jansen creano un collage di sonorità esotiche e di effetti stranianti in cui la chitarra è relegata in secondo piano.
Il risultato sono alcune delle canzoni elettroniche più raffinate del decennio: la decadente title track, che anticipa l'album come singolo, e la sinuosa "My New Career", impreziosita da un assolo di violino di Simon House, la trascinante "Methods Of Dance", che prende quota sulle ali di un ritmo irresistibile, con Karn anche al sax e una voluttuosa voce femminile in coda, la malinconia fiabesca di "Nightporter", costruita attorno a una prodigiosa melodia per pianoforte e orchestra da camera, lo strumentale d’avanguardia di "Burning Bridges", dall’atmosfera sinistra e spettrale alla Eno. Completano lo scenario esoticamente sofisticato dell'album la cover di "Ain’t That Peculiar" (Marvin Gaye), virata in chiave electro-world, e una "Swing" che strizza l'occhio al Bryan Ferry sornione di "Stranded" e "Manifesto", tra controtempi, fiati sintetici e accenti tribali.
Sylvian canta con un fatalismo decadente alla Bowie, ma è al tempo stesso lo sciamano di una liturgia orientale, capace di sdilinquirsi in cerimoniali sfibranti e di inerpicarsi lungo sentieri di ascetismo quasi zen. Le sue miniature sonore gettano un ponte tra la suburbia di Londra e i giardini di loto giapponesi, tra i pub fumosi della Mitteleuropa e le risaie di Canton, in un crescendo sempre più mistico e visionario. La band lo asseconda instancabilmente, e ogni musicista riesce a lasciare la sua impronta, a cominciare da quel mostro sacro del basso di nome Mick Karn.
Gentlemen Take Polaroids è uno scrigno di suoni puri e rarefatti, costruiti con una cura certosina per il particolare e un'attenzione meticolosa alla ricerca melodica. Una sequenza di squisite composizioni, che combinano suoni orientali, ritmi funky ed eteree melodie, dimostrando come si possa effettuare una sperimentazione d'avanguardia sulla forma-canzone pur senza travalicarne i dogmi. Incasserà l'ovazione unanime della stampa britannica e riuscirà ad avere anche un discreto successo commerciale, entrando nella Uk Top 50.

All'inizio eravamo un misto di aggressività e frustrazione. Poi, album dopo album, ci siamo tecnicamente evoluti fino ad approdare a 'Tin Drum', che continuo a ritenere un album pressoché perfetto.
(David Sylvian)

La formula è ribadita con il successivo, e non meno suggestivo, Tin Drum (1981), in cui il quartetto incrementa le suggestioni esotiche (anche africane) e riesce a mescolare alla perfezione il battito elettronico con i timbri degli strumenti acustici, come il flauto africano e la dida, suonati da Karn. Tuttavia, l’originalità del sound sta soprattutto nella straordinaria coesione tra i ritmi spesso sincopati del batterista Steve “Jansen” Batt, gli ambientali tappeti sonori del tastierista Richard Barbieri e i virtuosismi del basso fretless di Karn. Quest’ultimo presenta un suono glissato e spesso caratterizza i diversi brani, attribuendo ad essi una vero e proprio modo di essere: sovente rappresenta l’hook stesso, come avviene, ad esempio, nell’hit single “Visions of China”, che, col suo ritmo energico e incalzante alimentato dalla potenza delle percussioni finali, rappresenta un punto d’incontro tra musica africana e orientale. Altro singolo di rilievo è “Ghosts”, ballad lugubre con una base armonica costruita su accordi minori di sintetizzatore e dominata da rumori spettrali. I fantasmi di cui parla Sylvian, tuttavia, sono quelli interiori, quelli che possono affliggere un essere umano proprio quando sembra che tutto vada per il meglio (“Proprio quando penso di vincere e ho sfondato qualsiasi porta, i fantasmi della mia vita soffiano più selvaggi di prima”, canta nel ritornello).
La voce di Sylvian, sempre sofferta e decadente, enfatizza le atmosfere suggestive e inquietanti di gran parte delle tracce. La variopinta “Still Life In Mobile Homes” si fonda su vigorosi andamenti sincopati, oltre che sui complessi slap del basso di Karn; nella parte centrale si ha una variazione di ritmo, mentre i cori vocali della giapponese Yuka Fujii, già compagna di Sylvian, si amalgamano a brevi ed eguali virtuosismi di flauto; successivamente Sylvian si scatena con un assolo di chitarra noise-rock. Lo stupendo strumentale di “Canton”, invece, è un richiamo ancor più eloquente al mondo cinese, sia nelle percussioni, sia nella melodia, eseguita dalle tastiere.
Prodotto dall’ingegnere del suono Steve Nye, manager della Penguin Café Orchestra, Tin Drum suggella il definitivo approdo di una ricerca sonora d'indubbia originalità, al crocevia tra la moderna elettronica occidentale e le suggestioni d'Oriente.

"Eravamo dilettanti che incoscientemente si mettevano a suonare e a comporre musica - racconterà David Sylvian -. Da questo punto di vista il nostro fu un approccio simile al punk, un misto di aggressività e frustrazione. Poi, album dopo album, ci siamo tecnicamente evoluti fino ad approdare a 'Tin Drum', che continuo a ritenere un album pressoché perfetto". Ma, raggiunta la perfezione, non poteva mancare la crisi, che puntuale arriva dopo la pubblicazione dell'ottimo live Oil On Canvas (1983) e dell'antologia Exorcising Ghosts (1984).

Sylvian, che ha già realizzato insieme a Sakamoto "Forbidden Colours", il tema del film di Nagisa Oshima "Furyo" (con David Bowie), è tentato dalla carriera solista. Anche Karn si allontana dalla band, dedicandosi alla scultura, a collaborazioni con Midge Ure ("After A Fashion") e Gary Numan, e a un progetto-solo, "Titles". Tra le due anime creative della band i contrasti si fanno insanabili: per i Japan è l'ora dello scioglimento.
Ma quattro musicisti di quel calibro non potevano restare disoccupati a lungo. Così Karn alternerà progetti solisti, la militanza nei Dali's Car (con Peter Murphy dei Bauhaus) e una fortunata attività di session-man . Barbieri si unirà ai Porcupine Tree e insieme a Jansen pubblicherà un album a proprio nome e uno a nome Dolphin Brothers.

Blackwater
Take me with you
To the place that I have spoken
Come and lead me
Through the darkness
To the light that I long to see again
("Blackwater")

Tutti, insomma, procedono in ordine sparso, finché, nel 1991, avviene l'imponderabile. Una sorta di reunion mascherata, che sotto il nome Rain Tree Crow raccoglie tutti i membri dei Japan: Sylvian, Karn, Jensen e Barbieri. Il processo di lavorazione, però, è tutt'altro che un'allegra rimpatriata in famiglia. La Virgin vuole imporre al progetto il nome Japan, ma i musicisti si oppongono strenuamente. In assenza di un budget discografico per proseguire le session, è Sylvian a mettere i soldi, assumendo però così una sorta di controllo dispotico sull'intera operazione, al punto che alla fine parrà quasi di trovarsi di fronte a un suo disco solista. Phil Palmer, chitarrista prescelto per corredare l'opera, racconterà di una tensione non proprio positiva, soprattutto perché gestita da persone legata da profonda stima e amicizia. Così, a detta degli interessati, si tratterà di un disco insoddisfacente per evidenti contrasti personali-artistici.
Eppure Rain Tree Crow (1991) ha un suo fascino - sommesso, dimesso, profondamente malinconico e autunnale - nato da una band cresciuta con l'elettronica che si ritrova alle prese con una dimensione acustica, elemento che ne aumenta lo struggimento e la profondità. Strofe e ritornelli non sono mai forzati ma viaggiano in equilibrio. E il suono, così dilatato ed etereo, sembra quasi anticipare il nascente post-rock, sulla falsariga di "Spirit Of Eden" dei Talk Talk.
Tra le tracce, svetta la bellezza maestosa del singolo "Blackwater", tra carezze acustiche e melodie esili, ma anche la trasognata "Pocket Full Of Change", la delicata "Every Colour You Are", cui tanto spazio avrebbe poi riservato Sylvian nelle sue scalette live con Robert Fripp, e la vertiginosa "Blackcrow Hits Shoe Shine City".
Altrove, domina un senso di disorientamento, di sperimentazione a campo libero, a tratti sfibrata e disomogenea, nel solco di quella jazz-world-ambient che Sylvian stava elaborando in quel periodo in combutta con Holger Czukay, l'ex-leader dei Can.

Chiusa la tormentata esperienza dei Rain Tree Crow, gli ex-Japan prendono ognuno la sua strada, ma tutti, in vario modo, accompagneranno in tour David Sylvian, che intraprenderà un'ambiziosa carriera solista, chiamando al suo fianco alcuni degli intellettuali più raffinati della storia del rock. Su tutti, ancora una volta un nome: Ryuichi Sakamoto, proprio colui che aveva ispirato l'affascinante saga dei Japan.

Contributi di Michele Camillò ("Tin Drum"), Davide Sechi ("Rain Tree Crow")

Japan

Esorcizzando i fantasmi

di Claudio Fabretti

Fondere gli aromi del glam con le spezie esotiche (soprattutto orientali), la vena romantica del prog con le fascinazioni di dandy elettronici come Bryan Ferry e David Bowie. Quella dei londinesi Japan è una missione ad alto rischio nel marasma wave degli anni 80. Una missione perfettamente riuscita
Japan
Discografia
 JAPAN 
   
 Adolescent Sex (Hansa, 1978)

6,5

 Obscure Alternatives (Hansa, 1978)

6

Quiet Life (Hansa, 1979)

8

Gentlemen Take Polaroids (Virgin, 1980)

9

 Assemblage(antologia, Hansa, 1981) 
Tin Drum (Virgin, 1981)

8,5

 Oil On Canvas (live, Virgin, 1983)

7,5

Exorcising Ghosts (antologia, Virgin, 1984) 
   
 RAIN TREE CROW 
   
Rain Tree Crow (Virgin, 1991)7
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Gentlemen Take Polaroids

(1980 - Virgin)
Il vertice della stratosferica all-star band capitanata da David Sylvian

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