I londinesi Japan hanno tracciato uno dei percorsi più suggestivi della new wave. Un set assortito di musicisti - con il vocalismo struggente di David Sylvian, le linee di basso ipnotiche di Mick Karn, le tastiere "esotiche" di Richard Barbieri e il drumming ossessivo di Steve Jansen - già bastava a dar vita a uno degli ensemble più spettacolari della storia del rock. In più, v’era un altrettanto inebriante progetto sonoro: fondere gli aromi del glam con le melodie del rock romantico-progressivo, le sonorità esotiche (soprattutto orientali) con l’eccentricità di dandy elettronici d'oltre Manica come Brian Eno, Roxy Music e David Bowie. Inquadrarli pertanto nel movimento "new romantic", come molti fanno, è forse limitativo, così come per gli Ultravox, band antesignana di questa new wave elettronica a cavallo tra il punk e la dance più atmosferica.
In questo crocevia di tendenze musicali, i Japan, nati nel 1974 nei sobborghi di Londra sud, cercano una loro strada, mettendo in mostra fin dall'inizio la propensione per un estetismo decadente. I quattro dandy della suburbia londinese sono David Sylvian (all'anagrafe Batt), volto pallido e look androgino alla Bowie, il fratello Steve "Jansen" Batt alla batteria, il bassista Mick Karn (cipriota di nascita, vero nome Anthony Michaelides) e il tastierista Richard Barbieri. La band si cimenta con tre album di glam-punk chitarristico. Brani come "Adolescent Sex" e "Rhodesia" sono un curioso ibrido tra David Bowie e i Sex Pistols, tra i Clash e gli Ultravox. "Una commistione di aggressività e frustrazione", come ricorderà David Sylvian.
In questo periodo, la band vive soprattutto in Giappone, dove entra in contatto con artisti come gli Ippu Do del chitarrista Masami Tsuchiya, Akiko Yano e il tastierista della Yellow Magic Orchestra, Ryuichi Sakamoto.
Quiet Life, il terzo album, rivela una formazione ancora alla ricerca di una fisionomia compiuta, ma già dominata dalla personalità del suo leader, David Sylvian. La title track è un esempio di synth-pop raffinato ed elegante, mentre lo strumentale "Despair", la ballata "In-Vogue" e il deliquio finale di "The Other Side Of Life" sono pervasi da una nevrosi di stampo quasi kafkiano.
Ma è nel 1979, con il singolo "Life In Tokyo" (con lo zampino del mago della disco, Giorgio Moroder), che i Japan costruiscono il loro primo successo: un brano di dance atmosferica e sensuale, pieno di sequencer e arrangiamenti elettronici, che si avvita intorno a un ritmo incalzante.
La prova dell'affiatamento ormai raggiunto da Sylvian e compagni è il successivo album Gentlemen Take Polaroids (1980), che valorizza le potenzialità di un set di musicisti tra i più ambiziosi dell'epoca.
Il disco si avvale della collaborazione di Ryuichi Sakamoto, che contribuisce ad arrangiare la title track e scrive a quattro mani con Sylvian la splendida "Taking Islands in Africa". Ad accentuare la dimensione elettronica provvede, invece, il sapiente John Punter. Il canto rallentato e le tastiere delicate di Sylvian e Barbieri, le linee di basso "funk" di Karn, il drumming cupo di Jansen creano un collage di sonorità esotiche e di effetti stranianti in cui la chitarra è relegata in secondo piano.
Il risultato sono alcune delle ballate elettroniche più raffinate del decennio: la decadente title track , la trascinante "Methods Of Dance", che prende quota sulle ali di un ritmo irresistibile, la malinconia fiabesca di "Nightporter", costruita attorno a una prodigiosa melodia per pianoforte e orchestra da camera, lo strumentale d’avanguardia di "Burning Bridges", dall’atmosfera sinistra e spettrale. Completano lo scenario esoticamente sofisticato dei Japan la cover di un brano di Marvin Gaye, "Ain’t That Peculiar", e la sinuosa "My New Career".
Sylvian canta con un fatalismo decadente alla Bowie, ma è al tempo stesso lo sciamano di una liturgia orientale, capace di sdilinquirsi in cerimoniali sfibranti e di inerpicarsi lungo sentieri di ascetismo quasi zen. Le sue miniature sonore gettano un ponte tra la suburbia di Londra e i giardini di loto giapponesi, tra i pub fumosi della Mitteleuropa e le risaie di Canton, in un crescendo sempre più mistico e visionario. La band lo asseconda instancabilmente, e ogni musicista riesce a lasciare la sua impronta, a cominciare da quel mostro sacro del basso di nome Mick Karn.
Gentlemen Take Polaroids è uno scrigno di suoni puri e rarefatti, costruiti con una cura certosina per il particolare e un'attenzione meticolosa alla ricerca melodica. Una sequenza di squisite composizioni, che combinano suoni orientali, ritmi funky ed eteree melodie, dimostrando come si possa effettuare una sperimentazione d'avanguardia sulla forma-canzone pur senza travalicarne i dogmi.
La formula è ribadita con il successivo, e non meno suggestivo, Tin Drum , in cui il quartetto incrementa le suggestioni esotiche (anche africane) e riesce a mescolare alla perfezione il battito elettronico con i timbri degli strumenti acustici, come il flauto africano e la dida, suonati da Mick Karn. Tuttavia, l’originalità del sound sta soprattutto nella straordinaria coesione tra i ritmi spesso sincopati del batterista Steve “Jansen” Batt, gli ambientali tappeti sonori del tastierista Richard Barbieri e i virtuosismi del basso fretless di Karn. Quest’ultimo presenta un suono glissato e spesso caratterizza i diversi brani, attribuendo ad essi una vero e proprio modo di essere: sovente rappresenta l’ hook stesso, come avviene, ad esempio, nell’ hit single “Visions of China”, che, col suo ritmo energico e incalzante alimentato dalla potenza delle percussioni finali, rappresenta un punto d’incontro tra musica africana e orientale. Altro singolo di rilievo è “Ghosts”, ballad lugubre con una base armonica costruita su accordi minori di sintetizzatore e dominata da rumori spettrali. I fantasmi di cui parla Sylvian, tuttavia, sono quelli interiori, quelli che possono affliggere un essere umano proprio quando sembra che tutto vada per il meglio (“Proprio quando penso di vincere e ho sfondato qualsiasi porta, i fantasmi della mia vita soffiano più selvaggi di prima”, canta nel ritornello).
La voce di Sylvian, sempre sofferta e decadente, enfatizza le atmosfere suggestive e inquietanti di gran parte delle tracce. La variopinta “Still Life In Mobile Homes” si fonda su vigorosi andamenti sincopati, oltre che sui complessi slap del basso di Karn; nella parte centrale si ha una variazione di ritmo, mentre i cori vocali della giapponese Yuka Fujii, già compagna di Sylvian, si amalgamano a brevi ed eguali virtuosismi di flauto; successivamente Sylvian si scatena con un assolo di chitarra noise-rock. Lo stupendo strumentale di “Canton”, invece, è un richiamo ancor più eloquente al mondo cinese, sia nelle percussioni, sia nella melodia, eseguita dalle tastiere.
Prodotto dall’ingegnere del suono Steve Nye, manager della Penguin Café Orchestra, Tin Drum suggella il definitivo approdo di una ricerca sonora d'indubbia originalità, al crocevia tra la moderna elettronica occidentale e le suggestioni d'Oriente.
"Eravamo dilettanti che incoscientemente si mettevano a suonare e a comporre musica - racconterà David Sylvian -. Da questo punto di vista il nostro fu un approccio simile al punk, un misto di aggressività e frustrazione. Poi, album dopo album, ci siamo tecnicamente evoluti fino ad approdare a Tin Drum, che continuo a ritenere un album pressoché perfetto". Ma, raggiunta la perfezione, non poteva mancare la crisi. Che puntuale arriva dopo la pubblicazione dell'ottimo live Oil on Canvas (1983) e dell'antologia Exorcising Ghosts (1984).
Sylvian, che ha già realizzato insieme a Sakamoto "Forbidden Colours", il tema del film di Nagisa Oshima "Furyo" (con David Bowie), è tentato dalla carriera solista. Anche Karn si allontana dalla band, dedicandosi alla scultura, a collaborazioni con Midge Ure ("After A Fashion") e Gary Numan, e a un progetto-solo, "Titles". Tra le due anime creative della band i contrasti si fanno insanabili: per i Japan è l'ora dello scioglimento.
Ma quattro musicisti di quel calibro non potevano restare disoccupati a lungo. Così Karn alternerà progetti solisti, la militanza nei Dali's Car (con Peter Murphy dei Bauhaus) e una fortunata attività di session-man . Barbieri si unirà ai Porcupine Tree e insieme a Jansen pubblicherà un album a proprio nome e uno a nome Dolphin Brothers. Tutti, in vario modo, accompagneranno in tour David Sylvian, che intraprenderà un'ambiziosa carriera solista, chiamando al suo fianco alcuni degli intellettuali più raffinati della storia del rock. Su tutti, ancora una volta un nome: Ryuichi Sakamoto, proprio colui che aveva ispirato l'affascinante saga dei Japan.
Contributi di Michele Camillò ("Tin Drum")




