Kanye West

Kanye West

Delirio e onnipotenza

di Giuliano Delli Paoli

Kanye West è una delle maggiori divinità dell'hip-hop moderno. Tra ossessioni, deliri di onnipotenza, collaborazioni plurime e campionamenti d'ogni sorta, Yeezy è senza dubbio il più attivo rapper/producer in circolazione. La sua formula è tanto ricercata quanto accessibile a tutti. Un artista sempre in continua evoluzione, caratterizzato da un trasformismo produttivo fuori dal coro che lo consacra tra i veri custodi della musica black contemporanea

Sintetizzare artisticamente Kanye Omari West è impresa ardua e impervia. Unire i cocci del suo mosaico sonoro è un po’ come tentare di accorpare le infinite incursioni stilistiche di Beck per il panorama indie o dell’ancor più versatile Bjork. Kanye West appartiene a quella categoria di musicisti proiettati tendenzialmente in una scena (in tal caso l’hip-hop in generale) ma confluenti passo dopo passo in mille e più universi paralleli. La sua carriera discografica evidenzia un trasformismo produttivo che lo proietta spesso ben al di là dei recinti hip-hop tradizionali. Il suo pregio più grande è quello di aver assemblato l’hip-hop in una mescola i cui ingredienti sembrano non esaurirsi mai. In quanto a produzione e ricerca del beat, West non fa altro che curvare i percorsi tracciati da RZA e Jay Z in una spirale attraverso cui far scorrere nuovi flussi e nuovi ritmi, uniti ovviamente a fascinazioni pop di grande presa. La scelta dei campionamenti assume così un ruolo chiave nella stesura dei pezzi. Nei ripescaggi, West è un po’ il Madlib dell’hip-hop di massa. E’ un sarto i cui abiti si distinguono dalle restanti cuciture per la ricercatezza della stoffa, oltremodo pregiata e talvolta estrapolata dai luoghi più lontani. La sua creatività non ha confini, e sullo sfondo dei suoi pezzi predominano sonorità elettroniche, rock, e classicheggianti all'occorrenza. Il tutto con una freschezza melodica ispirata e poche volte realmente scontata.

A dar man forte a questa palese irrequietezza produttiva, è una pirotecnica ostentazione delle proprie capacità. I suoi concerti sono dei veri e propri spettacoli in cui nulla pare impossibile. E i singoli di lancio al disco diventano quasi sempre l’occasione per dar sfogo a una stravaganza scenica ai limiti dell’assurdo. Non ultima l’idea di proiettare sui palazzi di sessantasei città sparse nel Mondo il video del  brano “New Slaves”, da sirena all’imminente uscita del suo sesto disco effettivo da solista. Nel mondo di Kanye va via via fortificandosi nel corso degli anni la consapevolezza di un non precisata onnipotenza. West si sente un Dio. Nelle sue parole egli è il Dio del rap. Un musicista venerabile e al di sopra di ogni cosa. Una divinità a cui non piacciono i compromessi ma soprattutto una divinità senza eguali, praticamente unico nel suo infinito splendore. Le sue sono provocazioni che nascono non solo da un ego spropositatamente gonfiato, bensì da attente strategie di mercato, magari messe in piedi solo per destar scalpore e per far parlare di sé sempre e comunque.
La presenza di Kanye West sulle prime pagine dei rotocalchi occidentali diventa dunque una costante direttamente proporzionale alla sua carriera discografica. E dopo le prime timide apparizioni, il personaggio Yeezy (così lo chiamano i suoi amici e i suoi fan più accaniti) raggiunge agilmente la cima dello star system planetario. Kanye è la star da inseguire ad ogni costo. L’uomo dal cui cilindro è lecito aspettarsi uscire di tutto. Ma Kanye West è soprattutto un assiduo produttore. Un musicista capace di infilarsi praticamente ovunque e di arricchire il proprio bagaglio artistico mediante le collaborazioni più disparate. Negli ultimi dieci anni non si contano le produzioni in cui c’è anche la sua firma in bella vista. Tirando le somme, evidenziamo più di mille apparizioni tra album, video, compilation d’ogni sorta, remix, arrangiamenti, campionamenti e chi ne ha più ne metta. Insomma, Kanye è dappertutto. Sforna singoli come patatine al McDonald’s e fa nascere gruppi solo per l’occasione, come capita nel maggio del 2007 con il trio CRS in compagnia di Pharrell e Lupe Fiasco. Questa sua totale onnipresenza non è nient’altro che la conferma di un’ambizione smisurata e senza limiti negli attuali dintorni hip-hop.

Crescita ed evoluzione

Kanye WestNato ad Atlanta nel 1977, alla tenera età di tre anni Kanye è costretto a trasferirsi in seguito alla separazione dei propri genitori nella più pulsante e tenebrosa Chicago. Suo padre, Ray, è un ex-pantera nera e un acuto giornalista d’assalto negli anni della rivolta afroamericana. Mentre sua madre, Donda, era un’acclamata professoressa di inglese, nonché sua manager per i primi tre album.
Fin da adolescente, West mostra subito una spiccata vocazione per l’arte in generale e la musica. Non a caso frequenta corsi presso l'American Academy of Art di Chicago e si iscrive per un breve periodo alla Chicago State University, prima di accantonare tutto e seguire esclusivamente la propria vocazione per il groove, la musica nera e i campionatori.
Ma come già dicevamo poco sopra, Kanye West è innanzitutto un eccellente produttore, e già nel lontano 1996, appena diciannovenne, contribuisce alla formulazione di otto tracce del primo disco del rapper Grav, “Down To Earth”, per la benemerita Correct Records. Inizia così la sua carriera parallela, che lo vedrà divenire di lì a poco un eccellente talent scout e un ardito manager (non a caso, è mentore di John Legend, GLC, Consequence, Common e un’infinità di nuove promesse).

Siamo nel 2001 e Kanye ha soli ventiquattro anni. Dopo una serie di partecipazioni a eventi locali e più o meno occasionali, decide di dare finalmente una svolta alla propria carriera, una ragione vera per cui cominciare a fare musica. Si trasferisce dunque per un po’ di tempo verso l’East Coast con l’intento primario di migliorare il proprio bagaglio. Ma il suo vero obiettivo è raccogliere consensi dalla Roc-A-Fella Records, la celebre etichetta fondata da Damon Dash, sua maestà Jay-Z e Kareem "Biggs" Burke. Ed è proprio il primo dei tre a intuire quasi immediatamente le potenzialità del ragazzo, conferendogli nel giro di pochi mesi compiti importanti, come quello di seguire personalmente le giovani promesse del giro, o le parti strumentali dei singoli lavori, come accade ad esempio in “Bonnie & Clyde”, il singolo di maggior successo di “Blueprint”, fortunatissimo album di Jay Z.  E’ il preludio a un’ascesa irrefrenabile e a una carriera talmente luminosa e versatile da far impallidire negli anni a venire i suoi stessi padri putativi.

La trilogia universitaria

Prima di lanciare il suo personale album d’esordio, Kanye deve purtroppo affrontare le conseguenze di un gravissimo incidente che lo costringono a rimandare qualsiasi impegno per un lungo periodo. Lo stesso tragico episodio verrà successivamente esorcizzato nel video del brano “Through The Wire”, una sorta di cartolina della vita privata di West prima e dopo lo schianto. College Dropout viene pubblicato il 10 febbraio del 2004 ed è subito una sfilza di collaborazioni eccellenti a caratterizzare ogni singolo brano di West. Syleena Johnson, GLC, Consequence, Jay-Z, J. Ivy, Talib Kweli, Common, Twista, Jamie Foxx, Ludacris, Mos Def, Freeway e il coro maschile di Harlem impreziosiscono fin dai primi sussulti l’opera prima del talentuoso rapper americano. E appare ben chiara anche la volontà di allontanarsi sistematicamente dalla superficialità intrinseca che caratterizza il paroliere medio dei propri colleghi. Con West tornano lentamente di “moda” angosce, paure, speranze, drammi personali e non. L’idea è di allontanarsi dalla pochezza sistematica di rime atte a descrivere e a esaltare esclusivamente di quartieri in fiamme o di una sprovveduta ricchezza sopraggiunta magari troppo in fretta e con ben più di una zona d’ombra. Spiccano così liriche tese a definire ben altro che un cumulo di gioielli comprati per rinvigorire l’orgoglio nero o per accaparrarsi troie d’alto rango.
Sotto il profilo squisitamente musicale, prende forma un intarsio di nuovi colori, nuovi suoni e campioni inediti per la scena hip-hop del periodo. In College Dropout troviamo i cori dosati con cura, una ritrovata teatralità r’n’b e un romanticismo urban in grado di soddisfare i palati apparentemente più distanti.
L’album ottiene ben nove nomination ai Grammy Awards del 2005, e "Jesus Walks", secondo singolo del lotto, diventa uno dei maggiori tormentoni dell’estate americana. 

Preso dunque pieno possesso delle proprie potenzialità e forte di un arsenale di campionamenti fuori dai consueti schemi mainstream della black music formato Mtv, dopo pochissimi mesi  Kanye West torna a cavalcare l’onda dando vita all’immediato secondo disco, dal titolo Late Registration. Nel giro di un anno un sempre più egocentrico Kanye si ritrova dunque col suo bel faccione sulla copertina del Time Magazine. E’ ulteriore benzina per il suo ego. Nemmeno troppo a sorpresa, quindi, West passa un’intera primavera a rilasciare interviste rassicuranti sulle sue intenzioni future: "Voglio fare un album pop, voglio essere la pop music, voglio quel suono alla Coldplay/Portishead/Fiona Apple, voglio…". In fondo le premesse sono perfettamente in linea con il personaggio. Dalle parole vengono quindi i fatti: chiama a coprodurre l'album Jon Brion (già con Fiona Apple, Badly Drawn Boy, Rufus Wainwright, ma alla prima esperienza in territorio hip-hop) e gli concede, strano a dirsi, grandi libertà di movimento, in linea con il progetto iniziale di rivoluzione pop. Brion non si tira indietro e incornicia il West-sound con inserti orchestrali, xilofono e chiusure dei brani con cascate di synth. A completare l'opera hip-pop, gli ospiti invitati alla corte di Kanye West: Adam Levine dei Maroon 5, Jamie Foxx (qui nella sua versione da Oscar di Ray Charles) e Brandy danno calore soul, mentre Nas, Jay-Z, The Game, Common e Cam'Ron offrono interpretazioni ordinarie su basi extra-ordinarie. Due squadre, due intenti: il pop-soul e il mainstream rap meno banale. 
Ad aprire le danze proprio quella "Heard 'em Say", in duetto con Adam Levine, manifesto musicale di un uomo che cavalca r'n'b, pop-soul e hip-hop con disarmante facilità: il falsetto pop del cantante dei Maroon 5 si sintonizza perfettamente con il rallentato rappin di West. Sul sample di "Move On Up" di Curtis Mayfield, Kanye costruisce la perfetta "Touch The Sky" con atmosfere cinematiche funky anni 80 e George Clinton non è poi troppo distante. Se in "My Way Home" Common è protagonista assoluto e gioca con i sample tratti da "Home Is Where The Hatred Is" di Gil Scott-Heron, il palcoscenico di "Gold Digger" è sapientemente diviso a metà tra Jamie Foxx e Kanye West. "Gold Digger" è una delle hit del disco, impreziosita da un intro vocal di Jamie Foxx, che interpreta la celeberrima "I've Got A Woman" di Ray Charles.
Ancora soul e batteria tribale in "Addiction", colonne sonore di telefilm anni 80 come tappezzeria nella lunghissima "We Major", un Otis Redding rispolverato dalla collezione personale di suoni a commentare "Gone" e altri gioielli musicali ancora: "Roses", "Hey Mama" e "Diamonds From Sierra Leone". Il primo è uno degli episodi più soft-soul del disco, con una voce sussurrata quasi spoken che declama: "La medicina migliore è quella di chi ha i soldi, Magic Johnson ha trovato la cura per l'Aids, mentre i poveri neri del quartiere continuano a morire, cosa significa? Che se mia nonna giocasse in Nba, ora sarebbe ancora tra noi?". "Hey Mama", con il sample "Today Won't Come Again" di Donal Leace, avvicina la musica di Kanye West a quella degli ultimi Outkast: il virgilio di entrambi è Prince, autore totale, come totali vogliono essere le musiche di Kanye e del duo Andre3000/Big Boy.
"Diamonds From Sierra Leone", in doppia versione con annesso remix, è una dura accusa politica nei confronti della guerra civile nello stato africano, originata da interessi meramente economici (la Sierra Leone è una dei maggiori esportatori di diamanti). Musicalmente la superba voce di Jay-Z si trova in perfetta armonia con la base di "Diamonds Are Forever" di Shirley Bassey (canzone ai più famosa per il leggendario film di James Bond).
Kanye West mette così tutti in riga, confermandosi  il miglior creatore di beat in circolazione, ma non solo. Egli ha anche il grande merito di aver ri-nobilitato la scrittura dei testi. Superato ampiamente il periodo Public Enemy e old school, con West si torna a percepire un rinnovato interesse per quello che succede al di fuori della propria Lexus e ci si ricorda che il mondo è ancora teatro di ingiustizie. Ecco quindi il commercio di diamanti e la guerra civile in Sierra Leone, l'inadeguata assistenza sanitaria, la sperequazione economica e la crescita del tasso di tossicodipendenza tra i giovani.
Late Registration trasuda di pop music, di black pop music, di quei beat che hanno animato le discoteche 30 anni fa, ma che continuano ad animarle tutt'oggi, tra Funkadelic, Prince e soul music.
La prima vera grande scommessa di Mr West, è dunque vinta a mani basse. L’operazione è riuscita pienamente. La bontà della proposta musicale è di quelle simili ai confratelli Outkast, in grado quindi di raggiungere un pubblico trasversale. Segue di lì a poco Late Orchestration, il disco-live agli studi Abbey Road capace di risaltare mediante una grassissima orchestra le indiscusse qualità sceniche del nostro, nonostante il risultato risulti a un primo impatto un po’ pacchiano e a tratti eccessivamente autoreferenziale.

Kanye WestA chiudere poi la “trilogia universitaria“ iniziata con College Dropout, è il terzo disco di West sulla breve distanza: Graduation. Stavolta, West decide di pescare dalla floridissima scena elettronica francese. La daftpunkiana "Stronger" è il singolo di lancio al disco e diventerà top 5 dei singoli dell’anno. E’ un piccolo brano rivoluzionario dell’universo hip-hop odierno, tanto rivoluzionario, quanto passatista, perché in odor di quella comunella storica che fu Afrika Bambaataa e Kraftwerk. Per molti l’hip-hop nacque lì e da lì riparte anche Kanye West, rispolverando ancora una volta, come già Afrika Bambaataa, la scena dance europea, e ancora una volta confezionando un prodotto transgenere e quindi di per sé significativo.
Se “Placet Rock” fu simbolo e turning point di tutto, “Stronger” è la presa di coscienza di quello che ad oggi può davvero essere considerato il massimo esponente del genere. Campionando "Harder, Better, Faster, Stronger" dei Daft Punk, Kanye West non solo paga tributo a un monumento della musica elettronica contemporanea, ma costruisce un perfetto e inattaccabile gioiello pop. Di meglio non si può chiedere, nemmeno chiamando l’ormai inflazionato Timbaland. Poi, sempre su quella stessa spiaggia, con i soliti salviettoni al vento e i soliti pensieri sul nulla, si legge spazientiti di una improbabile lotta discografica tra Kanye West e 50 Cent, con quest'ultimo che minacciava di smettere con la musica se nella prima settimana non avesse venduto più del rivale. Ora, a bocce ferme e per amor di chiarezza, ma soprattutto con i dati in mano, leggiamo testuali: 957.000 copie per Graduation e 691.000 copie per "Curtis" solo sul suolo americano. Nel resto del mondo Kanye ha doppiato il rivale. Se le parole valgono qualcosa, 50 Cent dovrebbe ipoteticamente  lasciare le scene musicali, ma così non sarà, stante l’ultima dichiarazione paranoica sganciata dell'ex galeotto: "Nella sua intera carriera, Kanye West non ha mai venduto nemmeno la metà di quello che ho totalizzato io solo con il primo album. E’ chiaro che la Def Jam ha orchestrato il tutto, investendo dei soldi nel comprare un vasto numero di copie per fargli fare bella figura". Il commento a voi.

Ma Graduation è purtroppo un lavoro meno corposo, meno denso, meno trasversale e musicalmente meno ricco del precedente Late Registration. E' l'album più pop di Kanye West, certamente meno acuto e intelligente, ma di più facile ascolto. Vicino ai dispensatori di hip-hop intelligente, ma da scaffale: tra gli ultimi esempi si citi per tutti Common - tra l’altro prodotto proprio da Kanye. Le atmosfere costruite con sapienza di "Flashing Lights" sono un riferimento all'attitudine cinematografica di Craig Armstrong, ricche di pathos perfino malinconiche. Il mood un poco riflessivo prosegue con "Can't Tell Me Nothing", strappato musicalmente dagli archetipi soul-hip-hop: rappato docile e chorus black. Punge e non fa male: punge perché, a fronte di una vasta letteratura musicale costruita proprio su questi binari di  hip-hop imbastardito e di lezioso esercizio pop per MC’s poco veloci e con voce zuccherosa, Kanye non manca di timbrare il cartellino anche qui, costruendo su di sé un brano da scodinzolamento cranico avanti e indietro, per sere buie, per palasport illuminati da accendini. E una ballata hip-hop. Ma forse è proprio con "Champion" che Kanye West ritrova il suo passato, sample dance-pop luccicante, mentre  "Everything I Am" è lo specchio di cosa è Kanye in questo momento della sua vita e di quello che vuole diventare in futuro. Vuole creare musica di massa per la massa, musica hip-hop da ascolto e quindi non può che rispolverare jazz e soul. Del resto, "Everything I Am" è uno scacciapensieri musicale, poco ingombrante, decisamente sopportabile dalle orecchie di chiunque, facilmente decodificabile, perché privo di quelle barriere culturali che rendono l'hip-hop ancora poco alla portata di tutti.
Insomma, se con Late Registration si può parlare di hip-pop, qui il passo avanti è dato da una maturità e profondità tipica dell'adult-rock, e possiamo dunque parlare di adult hip-pop.

Veniamo poi ad alcune considerazioni sugli ospiti: Mos Def è l'animatore di "Drunk And Hot Girls". Un paio di cose al riguardo: Mos Def è conosciuto più per le sue vicende cinematografiche e da piccolo schermo che per le prove su disco. Della sua esperienza musicale si ricorda con discreto piacere lo split con Talib Kweli in "Black Star". Il resto è giustamente nell'oblio. Il brano è invece un gustoso rap-rock: con il termine non si intenda il crossover alla Run DMC, ma piuttosto un rappato simil-cantato a cui è accompagnata una base delicata, qualche vagheggiamento jazzy, pochi beat ingombranti e paranoiche ripetizioni del refrain. E' rilassatezza pura. L'altro featuring di riguardo è Chris Martin dei Coldplay, ormai personaggio (no)globale, simbolo pulito della pop-music e dunque preda preferita di questo Kanye West in vena di diventarne  la nuova icona. Il brano è "Homecoming" e Chris Martin si lancia nel divertissment puro, rappando improbabilmente anche lui, rileggendo in chiave maschile quello che generalmente è affidato alla bella voce black di turno. Si risentono a distanza i richiami del reggae caraibico meno festoso (un po' Wycleaf Jean per intenderci).
Dunque, con Graduation Kanye West fa le cose in grande con il singolo, che rimarrà incastrato da qualche parte nella storia del genere. Tuttavia, prevale a volte la voglia di strafare, altre il minimalismo che dal produttore Kanye West non si riesce proprio a capire, soprattutto perché si è rivelato nel tempo uno dei migliori costruttori di suoni di tutto l'hip-hop. Trovarlo qui, al suo terzo album, con basi sì perfette, ma poco orchestrali, poco costruite e complicate, stupisce e lascia forse interdetti. Ciò nonostante, "Stronger", vale una carriera per qualsiasi rookie dell'hip-hop, e non va dimenticato.

Onnipotenza, delirio e risorgimento

Kanye WestA segnare in questo lasso di tempo la vita privata di Kanye è soprattutto la morte della madre Donda, venuta a mancare improvvisamente dopo una complicazione per un intervento di chirurgia estetica, e alla quale dedica “Hey Mama” contenuta in “Late Registration” durante la performance a Grammy del 2008. Il 7 settembre dello stesso anno Kanye si esibisce agli Mtv Video Music Awards  con il suo nuovo singolo “Love Lockdown”, di lancio al quarto album in studio, 808's & Heartbreak, il quale uscirà solo due mesi dopo. Purtroppo, in quegli stessi giorni West viene arrestato all'aeroporto di Los Angeles con l'accusa di vandalismo per aver aggredito un paparazzo in procinto di fotografarlo. La scena viene prontamente ripresa da un altro paparazzo e il video che ne consegue circola impietosamente sul web contribuendo ad affondare seppur parzialmente la sua immagine. Tuttavia, l’episodio non avrà fortunatamente grosse ripercussioni sul profilo artistico.
Mr. West, sempre più uomo del risorgimento rap, rompe quindi ancora una volta gli indugi senza troppe esitazioni, e se ne va per la sua strada. Col senno di poi, Graduation suonerà ancor più come un album di transizione, forse dovuto: comunque indeciso. Fino a questo punto, West ha quindi il grande merito di aver mostrato - nei suoi primi due dischi - come possa essere possibile coniugare classifica, Grammy, talento e cultura (musicale e non) mettendo il tutto al servizio del suono. Essenziale per questo è stata la base di partenza: prima che un rapper, West è un musicista coi fiocchi. E pertanto può permettersi di ascoltare i suoi moti interiori e assecondarli, anche stravolgendo tutto. Perdere la propria madre non è poi semplice neanche se si hanno barconi pieni di dollari: ed è questa la molla di 808s & Heartbreak, disco di palese urgenza espressiva. Un concept su sentimenti essenziali e cuori infranti, su amore e abbandono, in cui il mezzo musicale è piegato all'interiorità e rappresentato quanto meglio possibile dalla vesta grafica (sfondo grigio e cuore rosso al centro).
Minimalismo è la parola chiave della nuova avventura. Synth, pianoforte, percussioni, beat e vocoder vanno a creare substrati freddi e poco pastosi su cui si infrangono melodie soul spesso sbilanciate dal lato del pathos. West rinuncia alla sua abituale produzione gonfia, accendendo solo note basilari; non rappa e non canta, si limita a passare la voce in autotune, rimarcando il gioco di contrasti gelo/calore.
Detto di motivi e modalità dell'operazione - che vogliamo assumere neutra in sé per sé, ma che comunque va lodata perlomeno per il coraggio. L’urgenza espressiva è sinonimo non solo di sincerità, ma anche di frettolosità. Lo stesso singolo "Love Lockdown": un deciso beat doppiato dal piano e caricato dalle percussioni, che si ripete in trance sino al crescendo finale in cui i battiti aumentano e prendono sottolineature di synth, sfoga una più che dovuta tensione senza tuttavia dover necessariamente impennare. All'ottimo biglietto da visita - notevole anche il video - fa seguito un altro singolo d'impatto, ma qualitativamente minore, "Heartless". Un rap "alla nuova maniera", con suggestioni esotiche e un testo mediocre. Se la quadratura del format resta fuori discussione (nei due singoli la differenza è piuttosto di sostanza), l'ascolto dell'intero album porta ad avere più di una remora sul dosaggio degli elementi.
Lo scontro pathos-distacco messo in scena da melodia e suono supera i limiti da ambo i lati nella lunga "Say You Will". Il contrasto fra le lugubri frasi di synth e il lamentoso autotune di West è censurabile e il brano riprende quota soltanto durante la coda strumentale. Il discorso va ripetuto pari pari per "Bad News", in cui la scialuppa di salvataggio è un duetto violino-battito ossessivo. Ai problemi di dosaggio si aggiungono dubbi riguardo i brani maggiormente di compromesso fra vecchie abitudini e nuovi suoni: se trova un suo perché la graffiante "See You In My Nightmares", lo stesso non può dirsi riguardo al synth-rap di "Amazing".
D'altro canto oltre a "Love Lockdown" ci sono altri brani che meritano applausi sinceri: trattasi della giostra pop di "Robocop" (forse il pezzo più ricco di colore, con campanelli e frasi di violino), un concentrato di talento e fantasia, e della sua gemella "Paranoid". E' questo il vero cuore del disco, in cui tutto fila liscio e che si conclude nella dolcissima "Street Lights" ("all the street lights glowing, happen to be just like moments passing in front of me"), con tanto di reminescenze shoegaze.
Il susseguirsi di pro e contro rende 808s & Heartbreak un disco tanto onesto quanto irrisolto, tanto sincero quanto poco coinvolgente. L'onda emotiva di West finisce paradossalmente per limare il valore qualitativo del suo lavoro, vanificando il grosso dell'impegno. I testi, forzatamente meno articolati ma anche molto meno ispirati del solito, nel complesso poco aggiungono e poco tolgono. Le note di "Coldest Winter" - accorata dedica alla madre - accompagnano via con più di una punta di amarezza per quanto si è riuscito a udire solo a tratti.

Il 2009 è l’anno della collaborazione con Malik Yusef nell’album G.O.O.D. Morning, G.O.O.D. Night, diviso nei due atti "Dusk" e "Dawn". Ma si tratta di un disco quasi interamente pensato e prodotto da Yusef. Stranamente, West si limita alla sola supervisione dell'opera, esaltandosi nei singoli "Magic Man", ballad interpretata in compagnia di Common e dell'immancabile John Legend, e nell'orchestrale "Promise Land" con Adam Levine.
A tale partecipazione segue una più che dovuta e meritata pausa lavorativa. E Kanye ne approfitta per soddisfare alcuni dei suoi innumerevoli  capricci, come ad esempio la sostituzione dell'arcata inferiore dei suoi denti con dei diamanti fissi a forma di denti.

Kanye WestNell'ottobre 2010 pubblica poi il mini-film intitolato "Runaway", della durata di 35 minuti, in cui appaiono lui stesso e la modella Selita Ebanks.
E’ la promozione ufficiale del suo nuovo disco, My Beautiful Dark Twisted Fantasy, in uscita il 22 novembre del 2010. Kanye West torna così alla ribalta più illuminato che mai. D'altronde, il successo gli ha dato alla testa. Fa piangere le principesse del country-pop in diretta tv, adotta una copertina pornografica e fa di tutto per apparire come il migliore in circolazione. E come dargli torto (!). Nei due anni antecedenti nessun altro artista è più vessato da media, youtube-dipendenti e puristi dell'hip hop. Lo è soprattutto da una buona parte della comunità afro-americana, quella più religiosa, che solo pochi anni fa l'aveva salutato come un eroe, un intelligente esempio di rapper "progressista" e che si ritrova quasi incredula e delusa dalla fascinazione di West per l'arte e i simbolismi neoclassici ed egizi (interpretati come satanici o massonici) e per le atmosfere sempre più cupe con cui condisce i suoi ultimi video e il suo blog, sempre ricco di patinati servizi di moda, accessori di lusso, ville futuriste e belle donne.
A quanto pare però, nonostante l'ego spropositato, intelligente lo è per davvero e a tutto ciò West risponde esclusivamente dando lezione di bravura e sfogo alla sua insaziabile curiosità; la sua ricerca del bello l'ha portato a realizzare un album che potrebbe essere la summa della sua carriera, ma anche quella dell'attuale panorama pop americano, incastrando e ricostruendo generi e riuscendo a far convivere nello stesso progetto, credibilmente, promesse dell'indie-folk come Bon Iver e prodotti della manifattura r'n'b come Rihanna.
My Beautiful Dark Twisted Fantasy non è soltanto l'annunciato ritorno in territori più hip-hop dopo la non troppo apprezzata (ma sottovalutata) svolta synth-soul e "cantata" di 808's & Heartbreak. È molto di più: un'esplosione di colori, suoni e voci, un lavoro quasi corale, visto il numero di artisti coinvolti, del quale West tesse le trame senza perdere, miracolosamente, il bandolo dell'intricata matassa. L'esperienza dell'album precedente (così come la sensibilità più pop che caratterizzava Graduation) non è rimasta un episodio isolato e, tutt'altro che rinnegata, funge da filtro per rileggere, da una prospettiva diversa, il canovaccio rap degli esordi, portandolo a un livello più universale, che trascende i generi e i gruppi di appartenenza.  La sua influenza è tangibile nella minimale malinconia del singolo "Runaway" o in quella di "Blame Game" (l'imprevedibile matrimonio stavolta è tra Aphex Twin e John Legend) ma anche nelle distorsioni industrial di "Hell Of A Life", nelle sinuosità funky di "Gorgeous" e nel battito dance di "Lost In The World", forse il momento più visionario e affascinante del disco, col suo straniante incipit a cappella digitalizzato, che sfocia in un trascinante ed estatico tribalismo.
Ritmi tribali e cori sciamanici anche per il primo estratto "Power", quasi un punto di incontro tra "Jesus Walks" e "Love Lockdown", il vecchio e il nuovo West, il suo passato, rappresentato anche dalle celestiali atmosfere di "Devil In A New Dress" (in cui ritornano i campionamenti di voci soul a mo' di eco) o dall'aggressività rap di "Monster" (con l'astro nascente Nicki Minaj in stato di grazia) e il suo futuro, che qui ha le sembianze di "All Of The Lights", il prossimo singolo, una giostra di fiati e incastri percussivi che ricorda certi esperimenti dell'ultima Björk, ma senza rinunciare a un ritornello killer.
Avrà anche venduto l'anima al diavolo, Mr. West, ma la sua musica non ha mai suonato tanto luminosa e libera come in My Beautiful Dark Twisted Fantasy.

La fusione

Nel 2011 è la volta di Watch The Throne assieme all’amico e mentore di sempre Jay Z. Un groove denso, cupo e insinuante, accompagnato dalla voce della nuova promessa del soul Frank Ocean, ad aprire il tanto strombazzato e poi pluri-rinviato lavoro, la cui gestazione e pubblicazione non sono certo prive di ombre. Non è la prima volta che Jay-Z e Kanye West lavorano assieme, eppure l'idea di un intero album composto a quattro mani ha da subito solleticato la curiosità degli appassionati e inevitabilmente caricato il progetto di grosse aspettative, per giunta tradite nel momento in cui i due hanno pubblicato, mesi fa, il loro primo singolo, l'eccessivamente sontuoso e presuntuoso "H.A.M", cesellato come un pesante mobile rococò e ormai relegato a bonus track nell'edizione deluxe dell'album, quasi a voler aggirarne l'impasse. Gli ultimi mesi sono stati particolari per entrambi, con Kanye West che si è ritrovato nella scomodissima posizione di dover bissare l'osannato, un po' inaspettatamente, My Beautiful Dark Twisted Fantasy e Jay-Z reduce dall'enorme riscontro commerciale di diversi singoli, ma sempre meno riverito dalla critica musicale.
Sarà quindi forse per prudenza che finalmente l'album vede la luce quasi a sorpresa, quando nessuno quasi ne parlava più, accompagnato da molto meno rumore di quello che ci si aspetterebbe associato ai due nomi più importanti e influenti dell'hip-hop degli ultimi vent'anni. Anche l'iniziale idea, poi accantonata, di pubblicare l'album a nome The Throne sembrava quasi un voler metter le mani avanti e dichiarare che questo disco fosse un qualcosa di indipendente dal resto delle loro discografie. Difficile però vederla sotto quest'ottica quando i tanti nomi coinvolti nella realizzazione dell'album sono praticamente gli stessi che prendevano parte alle loro ultime prove discografiche (molti di questi brani provengono dalle stesse session), e quando si ritrova la solita sfilza di imprevedibili citazioni/ricostruzioni, da James Brown ai Cassius, passando per Phil Manzanera.
Decisamente meno variopinto e concept rispetto all'ultima fatica di West e più rigoroso rispetto a quella di Jay-Z, Watch The Throne vede i due ergersi a paladini di una certa classicità hip-hop, che fa mostra con orgoglio delle proprie radici black quando rappano su un vecchio disco rotto di Otis Redding (o di Curtis Mayfield, in una delle quattro non imperdibili bonus track), quando sporcano di asperità blues una nostalgica e dolente "Gotta Have It" (a produrre sono dei Neptunes sempre più sobri) o come quando trasformano un loop di cori infantili in una avventurosa messa voodoo ("Murder To Excellence").
L'allarme incombente di "Welcome To The Jungle" e l'invettiva techno-rap da club futurista di "Who Gon Stop Me", così come la filastrocca cibernetica di "Niggas In Paris", riportano però a un presente sempre più elettronico e frenetico, evidenziando che un disco del genere ha anche, suo malgrado, il dovere morale di conquistare le classifiche statunitensi. E probabilmente ci riuscirà grazie al pop dolciastro e patriottico di "Made In America" e alle torride ritmiche di "That's My Bitch" (in cui sgomita una Elly Jackson sempre più vogliosa di conquistare gli States), o con una roboante e sfacciatamente catchy "Why I Love You" (forse il momento che più farà storcere il naso ai puristi) e soprattutto con una pirotecnica "Lift Off", che potrebbe ripetere l'exploit di "All Of The Lights" (stavolta il nome femminile di punta è, un po' prevedibilmente, quello della signora Carter, molto più convincente qui che in tutto il suo ultimo album).
Watch The Throne non rimarrà forse il capolavoro che era lecito aspettarsi, ma è un disco solido e che sa intrattenere; i due artisti riconfermano la loro alchimia e non fanno a gara per rubarsi la luce dei riflettori, anzi, nonostante la mente sonora del progetto sia quella di West (e si sente ogniqualvolta è lui a entrare in scena), è spesso il rap di Jay-Z a dominare l'album e a impostare i pezzi. I due re possono dunque tirare un sospiro di sollievo: non indossano vestiti nuovissimi, ma sono tutt'altro che nudi e, nonostante non sembri più così inarrivabile, il trono rimane ancora ben saldo.

Nel 2012 esce poi l'album compilation Cruel Summer per la G.O.O.D. MUSIC. (Getting Out Our Dreams), l’etichetta fondata nel 2006 dallo stesso West. Ad accompagnarlo è la solita sfilza di amici, da R. Kelly a Jay-Z, fino all’esordiente Big Sean, Ghostface Killah, Common e Dj Khaled, passando tra gli altri per John Legend e Jadakiss.
Cruel Summer è una raccolta che passa quasi in sordina, nata dalla collaborazione di West con gli stessi musicisti della G.O.O.D.. Una sorta di continuum sonoro masturbante e autoreferenziale, con rime e campioni mai realmente pungenti da cui si evince troppe volte l’inconsistenza del flow, a evidenziare la scarsa bontà di una proposta mai come in questo caso atta solo a sponsorizzare la cerchia di amici più vicina a Yeezy. E basta considerare l’effimero ipnotismo della tanto osannata “Mercy”, in combo con il giovane Big Sean, per rendere un’idea più precisa dell’andazzo di questo lavoro.
Ciò nonostante, è lecito aspettarsi ancora tanto dal talentuoso rapper di Atlanta. D’altronde, la musica nera mainstream non è mai stata in così buone mani dai tempi d’oro del Wu-Tang Clan e di Notorious B.I.G..

Una divinità rap

E il "tanto" arriva con l'attesissimo Yeezus, sesto disco di West sulla lunga distanza. West vuole differenziarsi ad ogni costo. E’ in cima all’hip-hop formato mainstream, ma è al contempo la prova più lampante di come si possa scappare a gambe levate dalla banalità dei campionamenti odierni, dal fossilizzarsi cocciutamente su ritmi digeriti da un pezzo da tappeto a flow ormai asettici e privi di mordente. Kanye vuole essere la divinità a cui gli altri rapper possano un giorno ispirarsi in una qualche maniera. La sua è un’ambizione che non conosce tregua, il cui obiettivo rimane stupire e affondare a qualunque prezzo. Dunque via tutto. Via la patina grassa e via le laccature da gradasso. Via anche la copertina. 
Yeezus appare così “grezzo” ed elettricamente eccitato. Lo si capisce fin da subito. L’introduttiva ”On Sight” è cyber-rap sparato a palla, stoppato qua e là da un coro di fanciulli, scarno e penetrante. West è incazzato e gioca a fare il capo tribù che si scaglia contro tutto e tutti (“Black Skinhead”), o a nascondersi nel buio sganciando bordate di synth e urla improvvise, quasi a osannare il proprio immane delirio (“I Am A God”).
Da un lato c’è la voglia sfrenata di soddisfare un egocentrismo sonoro fuori dalla norma. Dall’altro lato è palese la volontà di defilarsi dal porcume del “fu” ghetto mediante trovate per certi versi stranianti e talvolta decisamente efficaci. In tal senso, il pathos creato nella melanconica “Hold My Liquor” con tanto di chitarrone eighties in controluce, la dice lunga sulle consolidate capacità di West nel saper  tirar fuori soluzioni emotivamente sensazionali e ritmicamente imprevedibili.
La produzione dei Daft Punk sulle prime tre tracce poi si fa sentire, ma non troppo. Così come appare un attimino smodata la presenza di cinquanta tra collaboratori e produttori chiamati dal talento di Atlanta per saziare a modo la propria sete di grandezza. Allo stesso tempo, i testi sguazzano tra denunce di razzismo, amori da tenere al caldo e le consuete farneticazioni autoreferenziali che mai come stavolta toccano vertici ai limiti della sostenibilità umana, vedi la stessa “I Am A God” in cui non rinuncia ad esternare provocazioni di tale portata: “I just talked to Jesus, he said, ‘what up Yeezus?’”. Spunta anche Frank Ocean nella celebrata “New Slaves”, intento a piazzare un sample di una band progressive ungherese dei 70, gli Omega. Si passa dal pericolo di poter annegare nell’alcool (la già citata “Hold My Liquor”) all’allarmistica cavalcata oscura di “Send It Up” con tanto di sirena sullo sfondo e la resurrezione musicale del Cristo come metafora del proprio dominio sulla scena rap contemporanea.
“Bound 2” chiude il disco differenziandosi nettamente dalle atmosfere cupe e tenebrose dell'album, mescolando sample di stampo Motown con l’intento di celebrare l'amore di Yeezy per i suoi padri putativi, ma soprattutto per la sua amata Kim. 

Purtroppo, o per fortuna, Kanye West non conosce alcuna unità di misura. Lui è fatto così. E’ inverosimilmente gradasso ma è anche dannatamente bravo. Prendere o lasciare.

Trascorsi tre anni tra le solite provocazioni (vedi le frasi inopportune su Beck e Bruno Mars, poi ritrattate) e apparizioni più o meno bizzare, il nostro torna a farsi musicalmente vivo nel 2016. Se Yeezus aveva introdotto la nuova incarnazione di West quale (semi)Dio arrogante e sfacciato, il tempo trascorso dopo quel disco ha reso chiaro quanto stressante sia dover mantenere una simile reputazione: un nuovo album da preparare, sfilate di moda a intervalli regolari, tweet deliranti serviti come pane quotidiano, e addirittura un annuncio di corsa alla presidenza Usa nel 2020.

A farne le spese è stata proprio la gestazione del nuovo disco, a dir poco frenetica e caotica. Tra continui cambi di titolo, che vi risparmiamo per pietà, e tracklist mutanti fino al giorno stesso dell’uscita, The Life Of Pablo sintetizza radicalmente la schizofrenia del Kanye West di oggi: un lavoro che si pone non come qualcosa di compiuto, ma come una fotografia hic et nunc dello stato mentale di Mr. West. Quando, qualche tempo fa, aveva proclamato in toni roboanti il nuovo disco come “l’album della vita”, a nessuno era venuto in mente che il significato di tale espressione non fosse metaforico, ma letterale: “Pablo” è, cioè, il disco che meglio di tutti ritrae la vita di Kanye West, per ciò che è stato ed è al presente. Non vi sono maschere o alter ego a far da filtro.
Del resto, l’antinomia tra il West interiore, per certi versi ancorato al ricordo degli affetti e a un bisogno di spiritualità, e il West pubblico, volgare e strafottente, è un contrasto irrisolvibile, quasi fosse una sorta di Dr. Jekyll & Mr. Hyde. E così, se da una parte è capace di confessare i suoi tormenti in una veste intimista, come avviene nello splendido tris “Real Friends”, “FML” e “Wolves”, pregne di nostalgia e fragilità, dall’altra la sua vena esuberante sfocia in imbarazzanti sproloqui nelle spumeggianti “Famous” e “Highlights”. E il buon Kanye si prende anche il gusto di sfottere chi rimpiange il suo stile old-school degli esordi nel geniale divertissment “I Love Kanye”, che con buona dose di ironia lascia intendere il disegno sottostante a questa pseudo-crisi d’identità.
The Life Of Pablo è un minestrone di suoni, un disco in cui si trova tutto e il contrario di tutto. Certo, è confuso: e come potrebbe non esserlo? Basterebbe leggere la lista dei credits, infinita e pubblicata soltanto allo scopo di sfoggiare la monumentale mole di sample, produttori e collaboratori di cui Kanye ha disposto per realizzarlo. Di tutte le possibili “vite di Pablo” questa appare la versione che semplicemente West aveva in testa un paio di settimane fa. Ed è anche questo lo rende un lavoro unico e affascinante nella sua immediatezza.

Non ci resta che certificare che tra vari deliri di onnipotenza, al settimo album Kanye West è ancora in grado di far parlare di sé, e in termini assolutamente positivi, per la cosa che gli riesce meglio. Che volete di più.

* Contributi essenziali di Pier Eugenio Torri ("Late Registration", "Graduation"), Ciro Frattini ("808s & Heartbreak") e Stefano Fiori ("My Beautiful Dark Twisted Fantasy", "Watch The Throne"), Gioiele Sforza ("The Life Of Pablo")

Kanye West

Delirio e onnipotenza

di Giuliano Delli Paoli

Kanye West è una delle maggiori divinità dell'hip-hop moderno. Tra ossessioni, deliri di onnipotenza, collaborazioni plurime e campionamenti d'ogni sorta, Yeezy è senza dubbio il più attivo rapper/producer in circolazione. La sua formula è tanto ricercata quanto accessibile a tutti. Un artista sempre in continua evoluzione, caratterizzato da un trasformismo produttivo ..
Kanye West
Discografia
 KANYE WEST 
   
 The College Dropout (Roc-A-Fella, 2004)

7

 Late Registration (Roc-A-Fella, 2005)

7,5

 Graduation (Roc-A-Fella, 2007)

6,5

 808s & Heartbreak (Roc-A-Fella, 2008)

6

 My Beautiful Dark Twisted Fantasy (Roc-A-Fella, 2010)

7,5

 Yeezus (Def Jam, 2013)

7

 The Life Of Pablo (GOOD Music, 2016)

7,5

 KANYE WEST & JAY Z 
   
 Watch The Throne (Roc-A-Fella, 2011) 

7

   
 KANYE WEST & MALIK YUSEF 
   
 G.O.O.D. Morning, G.O.O.D. Night (G.O.O.D., 2009)

6

 

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
Through The Wire
(videoclip da The College Dropout, 2004)
Jesus Walks
(videoclip da The College Dropout, 2004)
Stronger
(videoclip, da Graduation, 2007)
Love Lockdown
(videoclip, da 808's & Heartbreak, 2008)
Runaway
(videoclip, da My Beautiful Dark Twisted Fantasy, 2010)
Niggas In Paris
(videoclip, da Watch The Throne, 2011)
New Slaves
(videoclip, singolo, 2013)
Kanye West su OndaRock
Recensioni

KANYE WEST

The Life Of Pablo

(2016 - GOOD Music)
Anche senza una maschera Kanye West riesce a spiazzare

KANYE WEST

Yeezus

(2013 - Def Jam)
L'ultima reincarnazione di Yeezy, tra cyber-rap e mistici deliri

JAY Z & KANYE WEST

Watch The Throne

(2011 - Roc-A-Fella/ Roc Nation/ Def Jam)
L'alleanza dei due rapper ribadisce la loro supremazia sull'attuale scena hip-hop

KANYE WEST

My Beautiful Dark Twisted Fantasy

(2010 - Roc-A-Fella, Def Jam)
Tanta ambizione ma, soprattutto, ispirazione per il quinto album dell'imprevedibile rapper

KANYE WEST

808s & Heartbreak

(2008 - Roc-A-Fella)
Il talentuoso rapper americano in un sorprendente concept synth-soul

KANYE WEST

Graduation

(2007 - Roc-A-Fella Records)
Il re dell'hip-hop Ŕ tornato peráchiudere la sua trilogia

KANYE WEST

Late Registration

(2005 - Roc-A-Fella)
Grandi ospiti per un caleidoscopio di sample e suoni nel nuovo lavoro dell'ineffabile rapper

Speciali

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