Kylie Minogue

Kylie Minogue

La principessa impossibile

di Damiano Pandolfini

Dalle permanenti ai vestitini di latex, passando per lounge, trip-hop, disco music e un assalto frontale alle radio del pianeta; cosa sarebbe oggi il mondo senza un po' di Kylie Minogue ad allietarci l'esistenza? La lunga, curiosa e istrionica storia di una principessa impossibile, raccontata attraverso quattro decadi di musica pop passate al frullatore
Qualcuno sta forzando la finestra del balcone! Scott Robinson, un ragazzotto del vicinato, si lancia in corsa per fermare l'intruso, ma nel momento in cui riesce ad afferrarlo questo gli sgancia una sonora ciaffata in viso. Surprise! Da sotto il cappello dell'intruso spuntano una cascata di riccioli castani, due grandi occhi azzurri come il cielo e un paio di dentoni da castoro. Trattasi non di un ladruncolo, bensì della sfacciata e insubordinata Charlene Mitchell, che sta tentando di rientrare in casa dalla finestra per non dover incrociare la madre e subirsi una delle solite ramanzine.
Per gli adolescenti che seguono la telenovela "Neighbours", l'entrata in scena di Charlene, nell'aprile 1986, è una vera e propria boccata d'aria nuova, e il personaggio si accattiva da subito la simpatia di tutti - è ribelle e spigliata, si veste come un maschio e ha abbandonato la scuola per lavorare in officina come meccanico! Ma non solo; la storia d'amore che nel corso dei due anni successivi Charlene intreccia su schermo con lo Scott dello schiaffo di cui sopra cattura letteralmente l'immaginario popolare delle intere Australia e Inghilterra, dove la sitcom è molto popolare - l'episodio del loro matrimonio sarà seguito in diretta da oltre venti milioni di persone. Scott è interpretato dal biondo Jason Donovan, Charlene è un'appena diciottenne Kylie Minogue.

Nessuno avrebbe potuto immaginarlo allora, ma nel giro di qualche anno questo scricciolo di ragazza si trasformerà in una delle dive disco più longeve e amate della storia dell'intrattenimento. Abile interprete dall'apparente freschezza eterna, duttile alle mode e capace di cambiar pelle al momento giusto, Kylie Minogue è un piacerino proibito come una prurigine adolescenziale che in diversi non vogliono ammettere di provare, ma che in tanti altri hanno imparato ad amare senza vergogna, e non sono certo mancati quelli che l'hanno voluta come ospite nei propri dischi, film, abiti e programmi Tv. Dall'edulcorato bubblegum degli esordi al periodo indie di metà anni 90, dal revival disco al godereccio ma alterno techno-pop radiofonico degli album più recenti, Kylie Minogue è il sorridente folletto in tutine aderenti che da oltre un quarto di secolo allieta le serate danzanti del pianeta a colpi di ritornelli killer e look stravaganti. In tanti la criticano per la sua attitudine eternamente sbarazzina senza rendersi conto che è proprio questo il suo punto di forza: un'irresistibile verve giovanile che le consente d'interpretare con successo i pezzi più vari e che, all'occasione, sa declinare in languori di umbratile malinconia senza mai perdere la sua squisita vena pop.
Chi la odia lo fa più per partito preso, insomma, perché Kylie Minogue ha tutti gli ingredienti per farsi ben volere dal mondo intero (inclusi, tra le altre cose, un perfetto corpo in miniatura e un culo da 10 e lode, dei quali però parleremo più avanti).

Bubblegum-Kylie

La vita di periferia a Melbourne scorre tranquilla, ma non è proprio il massimo. Ronald e Carol Minogue lavorano duro per manterene una famiglia di tre figli ma le gratificazioni stentano ad arrivare. Nasci, cresci, ti sposi, fai famiglia e muori - chi ha visto la pellicola cult "Muriel's Wedding" avrà sicuramente un'idea circa la cultura e le aspettative a cui può ambire una normale ragazza di quartiere (sugellata dalla storica frase urlata sul finale di suddetto film da una delle nemiche stronze: "I'm married! I'm beautiful!").
Ma in casa Minogue la passione per il mondo dello spettacolo viene presa seriamente, anche quando i genitori obiettano. Primogenita, 1 metro e 54 appena di riccioli e determinazione (ma autodefinitasi "di media intelligenza"), Kylie ha finito gli studi per concentrarsi su recitazione, ballo e soprattutto il canto, che è la cosa che più ama fare. Gli sforzi e i sacrifici sono tanti, ma per qualche scherzo del destino, dopo anni di camei, audizioni, rifuiti e cassettine spedite in giro e rimaste inascoltate, quando il successo finalmente arriva a bussare alle porte, Kylie si tramuta "solo" in un'attrice televisiva di gran successo. La carriera di cantante sembra essere toccata infatti alla sorellina Dannii, che furoreggia nel popolare programma "Young Talent Time" (un format antesignano delle future incarnazioni di quelli Disney, dai quali emergeranno gente come Justin Timberlake, Britney Spears, Ryan Gosling e Miley Cyrus).
Ma le cose cambiano alla svelta. Durante una performance promozionale assieme ad altri membri del cast di "Neighbours", Kylie si trova sul palco a cantare "The Locomotion", un vecchio successo datato 1962 scritto dalla coppia Gerry Goffin/Carole King. Guardatela mentre canta, Kylie è così carina, ma come si fa a dirle di no? Nel giro di minuti la piccola viene presa da un lato e le viene offerto l'ingaggio da parte di un dipendente della Mushroom Records, che vede in lei un volto giovane e già famoso al pubblico televisivo, potenzialmente esportabile anche nel mondo discografico (e poi magari in quello dei profumi? Vestiti? Yogurt?).

L'azzardo viene subito ripagato, "The Locomotion" si tramuta in un discreto successo locale, promettente al punto da poter tentare la carta dell'album lungo. Ma chi può mettere in piedi dieci canzoni al volo per non perdere momentum? Facile; proprio in quei mesi in Inghilterra il trio delle mer(d)aviglie Stock/Aitken/Waterman sta mettendo a punto un sistema di produzione musicale diabolicamente efficace: i tre hanno avuto la brillante idea di ricreare in studio una vera e propria catena di montaggio, con la quale comporre e assemblare canzoni pop a rapidissima presa (e ancor più rapida scadenza), impiegando tastiere di cartone, drum machine di latta e vocalist interscambiabili a seconda di chi si trova al momento di fronte al microfono. Per quanto smaccattamente prefabbricata, la formula in certi casi funziona pure, vedasi i Dead Or Alive, le Bananarama o l'inarrivabile vociazza di un personaggio oltre ogni leggenda come Divine. Ma spesso e volentieri il montaggio lascia molto a desiderare, basti pensare al soulboy Rick Astley, la succinta Samantha Fox, le temibili Reynolds Girls o Mandy Smith (quest'ultima addirittura passata alla storia più che altro per esser stata l'amante appena 14enne di un 47enne Bill Wyman...).
Il vero dramma è che, indipendentemente dalla qualità del prodotto, il successo è praticamente assicurato per tutti, le produzioni S/A/W prendono d'assalto le classifiche europee come una mitragliata di frutta candita; Kylie Minogue fa la fragolina.

kylie220x270jasonLa nuova versione, reintitolata "The Loco-Motion", è subito un gran successo che dall'Australia straborda in Inghilterra, Europa e persino in America, dove il pezzo rientra nella top 10 per la terza volta dalla sua prima incisione. A suo modo si può promuovere pure il famosissimo secondo singolo estratto, "I Should Be So Lucky", dove l'innocenza velatamente maliconica di Kylie, mista a uno dei ritornelli più orecchiabili del periodo, ne fanno un successo che presto si tramuta in vero e proprio classico spaccaclassifiche, tanto che lei stessa si diverte a ricantarlo in concerto tutt'oggi (solitamente in un siparietto dedicato agli anni 80 che definire kitsch è poco).
La strada è quindi ampiamente spianata per Kylie (1988), che prontamente venderà oltre 5 milioni di copie nel mondo, lanciando l'interprete alla volta del pianeta; presto la vecchia carriera di stellina televisiva sarà un ricordo lontano. Peccato solo che, oltre ai due singoli sopracitati, il resto dell'album sia vera e propria paccottiglia anni 80, difficilmente rivalutabile anche a un ascolto postumo fatto con tutta l'ironia e le buone intenzioni di questo mondo. Ricordiamo solo che, nel novembre 1988, la ditta S/A/W assume anche l'ex-co-star di "Neighbours" Jason Donovan, e il duetto tra lui e Kylie - architettato ad arte per ricreare la love-story già interpretata su schermo - è ovviamente inevitabile; "Especially For You" diventa all'istante il polpettone scalaclassifiche del momento, grazie soprattutto al video promozionale nel quale i due si scambiano occhiate lascive di stucchevole intesa.

Tremendo quanto inarrestabile, il successo della Minogue è tale che da Kylie spuntano nello stesso anno "The Kylie Collection" (la ristampa del disco intero con l'aggiunta di cinque remix di fattura non proprio pregevole) e "Kylie Remixed" (una versione di soli nove remix destinata a quei buongustai dei giapponesi, che prontamente ne faranno un disco d'oro).

Cavallo vincente non si cambia, recita il detto; Enjoy Yourself (1989) è il perfetto seguito all'esordio, assemblato in tempi record sempre dal marchio S/A/W. Il singoletto "Hand On Your Heart" fila nuovamente al n.1 in Inghilterra, ma forse la più memorabile a questo giro è la melodia circolare terribilmente orecchiabile di "Never Too Late" che, nonostante tutto, ascoltata oggi riesce per lo meno a evocare qualche sfocata immagine di quegli anni tutti riccioli e sorrisi.
Il rifacimento di turno è "Tears On My Pillow", un pezzo datato 1958 che viene riproposto in un piacevole quanto prevedibile doo-wop simile all'originale, mentre un paio di numeri da musical - il piano-bar "Tell Tale Signs" e "My Secret Heart" - rendono l'album un filo più variegato rispetto al precedente. Ma presto si scade nella solita trafila di canzonette petulanti affogate da una delle produzioni più inclementi del secolo scorso.
Le vendite di Enjoy Yourself sono ancora una volta milionarie, e con esse parte pure il "Disco In Dream/The Hitman Roadshow", il primo tour di Kylie a supporto dei suoi due album, organizzato assieme a Sinitta e i Dead Or Alive. Si tratta di un periodo di grandi successi e tanto divertimento per tutti, ma alla lunga il lascito di questi anni si risolve in un fuoco di paglia. Oggi l'esistenza dei primi due album viene spesso dimenticata dalla stessa Kylie.

Adolescent-Kylie

E se invece Kylie volesse fare sul serio? Due anni di carriera sono ancora pochi per farsi un nome capace di rimanere nella storia, ma sono abbastanza affinché un'interprete, finora sballottata da un palco a uno studio come un pacco postale, possa decidere che la musica è la sua vera passione, e inizi quindi a muovere i primi passi verso una sostanza a lei più congeniale. Kylie è giovane e inesperta ma molto determinata, così inizia a imporre la propria co-firma sui pezzi che interpreta, ma soprattutto mostra la volontà di lavorare con altri produttori noti nel giro, in particolare Stephen Bray (Madonna) e una leggenda del funk come Rick James. Del resto, per quanto mai veramente all'avanguardia, Kylie una cosa sembra averla capita bene fin da subito: chi non si reinventa muore (vero, Jason Donovan?).

E giusto a proposito di uomini, sul finire del 1989, mentre si trova a Hong Kong per il suo "Enjoy Yourself Tour" (stavolta da sola senza il supporto di altri nomi della scuderia S/AW), Kylie incontra il connazionale Michael Hutchence, ovvero il bello, tenebroso ed eccessivo leader degli Inxs. Nel giro di una notte Kylie si trasforma agli occhi del mondo da ragazzina di provincia in scapestrata ragazza di metropoli, in diverse occasioni viene fotografata a braccetto con lui, mentre si trascina fuori da una stanza di hotel con gli occhiali scuri calati sul volto a coprire due occhiaie da "ore piccole" (un eufemismo per indicare che, con tutta probabiltà, sotto l'influenza di Michael la dolce Kylie si sta sfondando di sesso e droga). "Michael mi ha insegnato cose... strane", sarà suo il laconico commento anni più tardi circa la loro relazione. Non è dato sapere i particolari, ma già dal tragico e bizzarro modo in cui lo stesso Michael morirà nel 1997 (curiosamente sempre in una stanza d'hotel), si può presupporre che gran parte dello svezzamento dell'immagine di Kylie agli occhi del mondo sia riconducibile proprio a lui.

kylie220x270adolCerto però Rhythm Of Love (1990) è sempre un disco firmato in gran parte dal marchio S/A/W, e pertanto non esente dalla solita parata di paccottiglia giovanilistica che purtroppo lo affossa inevitabilmente verso l'oblio (vedasi pezzi come "Secrets", "Always Find The Time", il lentazzo "The World Still Turns", la lista continua). Ma stavolta iniziano a farsi strada gli stralci di un nuovo sound vagamente più adulto, a cavallo tra un filo di New Order e un po' di Beloved, e con qualche base elettronica in aria house che, se non proprio acid, per lo meno è più incisiva rispetto al cotone idrofilo che ancora usano negli studi della Pwl - ascoltate, a tal proposito, pezzi come "Shocked", "Things Can Only Get Better" o una "Rhythm Of Love" quasi in aria della nuova stella disco-soul Lisa Stansfield.
"One Boy Girl", per quanto decisamente scadente, prova addirittura a flirtare - aleatoriamente - con le atmosfere black del nuovo fenomeno new jack swing, ed è subito eclatante che se c'è uno stile che Kylie non sarà mai in grado di far suo questo è proprio l'r&b, ma almeno nel contesto di questo album la curiosità e la voglia di provare altre strade sono più significative del risultato.

Fortunatamente, però, Rhythm Of Love non ripresenta solo fuffa riconfezionata con più cura, ma riesce anzi a infilare finalmente il tanto agognato singolo salva-carriera. Trattasi di "Better The Devil You Know" che - nonostante porti sempre la firma S/A/W - può considerarsi a pieno titolo come il primo pezzo veramente serio a nome Minogue. Basta poco in realtà: scoppiettante base elettronica e melodia a prova di bomba dai toni epic-disco, ed ecco sfornato un mini-classico dalle sembianze di pavone meccanico che fa la ruota mentre veleggia in una pista da pattinaggio coperto di lustrini e coriandoli. Insomma, forse Kylie vuol davvero fare sul serio, e il successo di pubblico e critica che investe "Better The Devil You Know" (una delle sue hit principali fino a quel momento) sembra volerle illustrarle la strada da seguire. Il "Rhythm Of Love Tour" che seguirà a breve mostra al mondo una Kylie decisamente più sexy e convinta del nuovo corso della sua carriera.

Così, nonostante il contratto con la Pwl sia stato estinto allo scadere del terzo album, Kylie si affida nuovamente alla ditta S/A/W per un ultimo lavoro, dove ovviamente si prende ancor più libertà di co-scrivere e proporre in prima persona i brani che vuole inserire in scaletta.
Innegabilmente Let's Get To It (1991) è un ulteriore passetto in avanti verso la maturità, una collezione di canzoni ormai ampiamente inserite nel nuovo decennio, forti di una produzione non sempre bellissima ma sicuramente meno infantile e più attenta alle dinamiche della club culture - "Right Here, Right Now" è un pezzo da ballo quasi soulful, mentre "I Guess I Like It Like This" campiona le Salt-N-Pepa in una bizzarra salsa techno-western con folla da stadio vociferante in sottofondo (pacchiana da morire va detto, ma a suo modo "creativa").
Stavolta spiccano in particolar modo il pezzo voce/chitarra "No World Without You", e soprattutto la suadente delicatezza di "Finer Feeligs", con annesso video dalle tinte noir girato in una Parigi autunnale. Ancora troppo poco per sollevare la qualità dell'intero disco, ma indubbiamente questi ultimi due pezzi da soli mostrano tutto il nuovo potenziale dell'interprete (anzi, è proprio il secondo dei due a candidarsi ufficialmente come la prima vera "bella canzone" a nome Kylie Minogue, tanto che anni più tardi verrà reinterpretata in un altrettanto bella veste orchestrale).

kylie220x270iMa il Dna della ditta S/A/W non si può certo modificare nel giro di un paio di album appena, così pure il quartogenito di Kylie e soci non è esente da momenti ben sotto la media, per esempio "Live And Learn", che viaggia sull'onda di un'anemica Patsy Kensit, ma è soprattutto l'atroce duetto con Keith Washington "If You Were With Me Now" a infiammare l'ulcera allo stomaco.
Tuttavia, almeno guardando i video promozionali di "Word Is Out" - tipico look di trine rigorosamente in nero, trucco da vamp e capelli meno cotonati del solito - e della cover di un vecchio singolo dei Chairmen Of The Board "Give Me Just A Little More Time" - girato in una elegante fotografia in seppia - si viene catapultati a pieno diritto negli anni 90, con Kylie ormai fattasi donna e pronta a trasformarsi in vera e propria popstar.
La relativa sfortuna commerciale di Let's Get To It sta tutta nell'assenza di un singolo di successo, o più precisamente di un brano in grado di trasformarsi in classico alle orecchie del pubblico generalista (ma per i fan e gli appassionati di certo sophisti-pop "Finer Feelings" è sicuramente un pezzo degno di nota).
Il tempo poco magnanimo ha reso Let's Get To It il disco più sconosciuto di Kylie e sostanzialmente privo di una legacy, l'ultimo parto di inediti del periodo indubbiamente meno brillante e più difficilmente rivalutabile della sua carriera. L'estensione europea del "Let's Get To It Tour", però, è un ulteriore passo avanti; i costumi disegnati da John Galliano che Kylie e i suoi ballerini indossano sul palco si possono vedere più o meno come l'ingresso ufficiale nel mondo della moda, e con questo l'inizio del suo status di icona gay.

Il periodo Pwl si conclude con la pubblicazione di due album di remix, Kylie's Remixes: Vol 2 (1992) e la raccolta audio/video Kylie's Non-Stop History 50+1 (1993), entrambi rilasciati in esclusiva nei paesi dove va più forte (Inghilterra, Australia e Giappone), ma anche del suo primo platinato Greatest Hits (1992), una raccolta di 19 successi con l'aggiunta di tre inediti, due dei quali saranno usati come singoli promozionali - la scipita "What Kind Of Fool (Heard All That Before)" e una scadente ma famosissima versione di "Celebration" dei Cool & The Gang.
Inutile quasi ripeterlo, la scaletta del Greatest Hits compie una panoramica indubbiamente valida e completa dei primi quattro anni di carriera di Kylie, ma la qualità di quanto raccolto, almeno nell'opinione di chi scrive, è altamente evitabile, o al massimo consigliata solo ai più irriducibili affezionati del bubblegum di fine anni 80.
Ma la vera avventura sta appena per iniziare.

Indie-Kylie

Per Kylie sarebbe davvero potuta finire come per tante altre, insomma: una trafila di singoli di gran successo ottenuti in brevissimo tempo sull'onda di un momento di sbornia collettiva, e poi un fisiologico calo progressivo, fino a ritrovarsi, trent'anni più tardi, seduta accanto a Sinitta e Samantha Fox sul divanetto di "Meteore", a raccontare al pubblico cosa diavolo si metteva nei capelli per tenerli gonfi a quel modo, mentre in sovraimpressione passano vecchie e inclementi foto del periodo per farla vergognare come una ladra.
Ma Kylie non è esattamente la one hit wonder a media durata che la sua musica ha finora lasciato intendere. Chiuso il capitolo Pwl (pur in ottimi rapporti), la ragazza si concede il lusso di vivere un po', esce e va a ballare in discoteca, trainata dalla voglia di divertirsi e dalla curiosità di sapere cosa passano i dj nei club più trendy del momento, e nel far ciò conosce un sacco di gente, e si fa ben volere da tutti. Smontata la permanente e (s)vestita con più gusto, le foto del periodo mostrano Kylie con una nuova espressione in viso, l'età adulta le accentua quella patina glamour mista a dolcezza e un velato sguardo sexy, che la rende dannatamente accattivante, ma allo stesso tempo fa pur sempre venir voglia di darle un amorevole pizzicotto sulla guancia.

La maturità artistica si sugella invece con lo spiazzante passaggio alla Deconstruction Records, semi-sconosciuta etichetta discografica inglese dalle origini nella musica dance, ma che mantiene anche uno sguardo verso il crossover col pop - in casa Deconstruction hanno già raccolto qualche bella hit della stagione con Felix, gli italiani U.S.U.R.A. e Robert Miles. Del resto, tra i fondatori dell'etichetta figura Mike Pickering, che è pure l'uomo alla base del progetto M People, altro gruppo molto celebre in quegli anni grazie a un sound che mescola house-pop con l'inconfondibile vociona soul di Heather Small (chi non ricorda "Moving On Up"?).

Per Kylie inizia quindi un periodo di riscoperta dello studio, del modo di comporre e dell'arte della collaborazione con più persone, il tutto votato alla ricerca della formula perfetta. Dapprima ci sarà l'incontro con due veri e propri spasimanti di voci femminili quali Bob Stanley e Pete Wiggs, ovvero i 2/3 dei Saint Etienne, coi quali Kylie inciderà un paio di brani che però non verrano mai inclusi in alcun album (uno di questi è una cover della loro hit "Nothing Can Stop Us Now"). Ma il management della Deconstruction complotta anche collaborazioni con la gente più svariata; si annoverano, tra gli altri, Brothers In Rhythm, i Rapino Brothers, Gerry DeVeaux e un pesce grosso del ghostwriting americano quale Jimmy Harry.

kylie220x270novantaLe quasi 30 canzoni che vengono incise da Kylie in varie parti del globo nel corso del 1993 vengono scremate infine ad appena 10, ma ciò basta e avanza affinché Kylie Minogue (1994) prenda finalmente il volo. Incredibile davvero, nel giro di un paio d'anni appena Kylie è come nuova, una popstar mutevole in grado di captare quanto sta accadendo là fuori e di declinarlo alla propria sensibilità, mettendoci una discreta quantità di sensualità senza perderci la faccia.
Il coronamento del nuovo percorso è lo splendido e fortunato singolo di lancio "Confide In Me", oltre cinque minuti di suggestivo trip-hop intarsiato di atmosfere indiane e violini, una cornice nella quale Kylie si strugge in un falsetto con languida maestria. Pure il video che l'accompagna è un piccolo momento di pop art, con Kylie trasformata in prodotto televisivo da chiamare in caso di bisogno, una sorta di confidente delle pene di vivere che però sembra quasi alludere alle chat erotiche in voga negli anni pre-internet.
Il resto di Kylie Minogue riconferma la nuova linfa e un sound estremamente attuale; midtempo e riff accalappia-orecchie ("If I Was Your Lover"), house-pop in una forma-canzone più articolata rispetto al solito formato ("Where Is The Feeling?" - decisamente più valida nella versione video), pop enfatico ("Put Yourself In My Place"), elegante lounge d'autore ("Surrender", "Automatic Love"), o addirittura un pezzo da suonarsi preferibilmente nell'intimità della camera da letto ("Falling").
Tra i momenti migliori spiccano l'ottima virata minimalista "Where Has The Love Gone?", e "Dangerous Game", una ballata dal ritmo ancheggiante che sembrerebbe andare parare nel solito ritornello da musical, ma che sul finale inizia a tirare zampate di jazz distorto in un sorprendente climax a ruota libera.
A conti fatti solo la conclusiva "Time Will Pass You By" è ancora legata in qualche modo all'infantile schema del vecchio periodo S/A/W, ma nel complesso Kylie Minogue piace a tutti, la critica si mostra ampiamente favorevole e il pubblico lo premia con vendite molto buone (circa due milioni di copie al mondo). Andare a riscoprirlo oggi è sempre un piacere.

Kylie 2.0 è dunque pronta allo sbarco, e le sue divagazioni oltre i confini del mainstream continuano a stupire. Nel 1995 Nick Cave si rivolge al suo management implorando di potersi mettere in contatto con lei di persona, perché vuole incidere un duetto da includere nel suo funereo concept "Murder Ballads" (1996). Nella sua inquietante presentazione, Cave si confessa ossessionato da Kylie almeno sin dal 1990, anno in cui rimase stregato da "Better The Devil You Know", un brano che lui stesso definisce come "uno dei testi più violenti e strazianti della musica pop". La situazione incuriosisce non poco, ma una lusingata Kylie accetta l'offerta all'istante, fomentando di conseguenza alcune malelingue del periodo, che inizieranno a speculare di una possibile rivalità tra lei e PJ Harvey; pure quest'ultima, infatti, è stata chiamata a partecipare al disco di Cave con "Henry Lee", ma sta allo stesso tempo avviando una (disastrosa) relazione sentimentale col suddetto, e pare si dirà tutt'altro che favorevole all'incontro tra lui e "quella popstar".
Gossip o meno, Cave ci vede giusto; animo dannato ma capace di un sopraffino talento melodico, trasforma Kylie nell'amante che viene uccisa a sassate in un impeto di passione; "Where The Wild Roses Grow" si snoda come un affascinante quanto inquietante dialogo tra una vittima innocente e il suo assassino - il brano viene universalmente laudato, e ottiene un ampio successo di pubblico. Ma tra i due si forma soprattutto uno dei rapporti più bizzarri del mondo dello spettacolo, una sorta d'intesa tra fratello maggiore e sorella minore, due anime che, per quanto diverse, rimangono legate tutt'oggi da un'inspiegabile vena di complicità; bellissima e commovente, a tal proposito, la scena presente nel documentario su Cave "20.000 Days On Earth" (2014), nella quale si assiste a una conversazione tra i due, mentre lui guida l'auto e lei sta seduta sul sedile posteriore.

L'anno successivo l'immagine di popstar ormai lontana dal gommoso passato s'implementa - almeno in Inghilterra, la sua patria adottiva - quando Kylie si presenta fuori programma alle Olimpiadi di Poesia alla Royal Albert Hall di Londra. Tra lo stupore generale Kylie monta sul palco vestita in tuta da ginnastica, capelli raccolti e senza un filo di trucco, e si prende in giro da sola recitando le parole della sua vecchia hit "I Should Be So Lucky" come se fosse una poesia d'amore. Il pubblico la prende sul ridere all'istante, si tratta di un piccolo divertissement appena tra un poema e l'altro, ma la trovata è geniale. Appare evidente che Kylie non è più solamente un volto carino, quanto piuttosto una donna matura che sa fare scanzonata ironia su sé stessa, e che ha ormai scontato il suo passato bubblegum ed è pertanto accettabile anche nel mondo della critica seria (anzi, addirittuta in quello della poesia!).
Tutto insomma sembrerebbe pronto al salto ufficiale di Kylie Minogue verso la consacrazione di popstar a pieno diritto, magari capace addirittura d'inserirsi in quell'ondata di figure femminili "pop & dintorni" che in quel frangente stanno ottenendo successo pur mantenendo connotati più cazzuti e al di fuori dei soliti schemi - Bjork, Shirley Manson, le Elastica, Beth Gibbons, Skin.

Il compagno di Kylie di questi tempi è il fotografo francese Stéphane Sednaoui, un giramondo appassionato di moda e di musica, che la porta con sé nei suoi viaggi a spasso per il globo, e la espone a esperienze e sonorità che vanno ben al di fuori delle sicurezze del mondo occidentale alle quali una come Kylie è ormai abituata, forte di una carriera decennale che tra musica e Tv le ha assicurato una considerevole agiatezza economica.
La verità è che anche per la sorridente Kylie il successo ha portato momenti di dubbio, stress e depressione, legati a situazioni sentimentali non sempre stabili, oltre alle pressioni di dover mantenere alto a tutti i costi il proprio profilo pubblico. Il suo modo di scrivere si tramuta, insomma, in una sorta di diario, e con l'iniziale beneplacito della Deconstruction, le sessioni di registrazione del nuovo album seguono lo stesso principio dell'album precedente. Ma Kylie si spinge più che mai fuori dal selciato, alla ricerca di gente con cui instaurare il giusto equilibrio e mettere in musica quanto sta scrivendo. Si tratta di un processo lungo e travagliato perché, per quanto tutti s'impuntino a smussare gli spigoli, le nuove canzoni continuano a implorare come vesti un sound più particolare e ricercato (non a caso tra i collaboratori a questo giro appare addirittura l'ex-Soft Cell Dave Ball).

kylie220x270impossibleIl risultato di oltre un anno di puntiglioso lavoro si chiama Impossible Princess (1997), ed è con tutta probabilità il miglior long playing della carriera di Kylie, nonché uno dei momenti pop più suggestivi di tutti gli anni 90 da parte di una popstar del suo rango. Ascoltatelo, che è meglio; si parte con "Too Far", una tirata di rumori elettrici e concitate sovrapposizioni vocali che si dilatano in un ritornello nervoso, drum'n'bass e coda a scemare. Con "Cowboy Style" il far west si colora di tinte mediorientali, regala un intermezzo lounge interrotto dal crescere di percussioni e va a parare in un finale di folk irlandese alla "Riverdance".
Follemente infatuato di lei, James Bradfield dei Manic Street Preachers insiste per partecipare alle registrazioni dell'album, e mette mano al britpop intarsiato d'archi di "Some Kind Of Bliss" e a quello ancor più bombastico e vintage di "I Don't Need Anyone", impreziosito pure da una sezione di flauti anni 60.
Ma ci sono chitarre elettriche in abbondanza anche nella graffiante "Did It Again", con Kylie in veste di riot grrrl stronzetta e capricciosa, e nell'acid-rock distorto e convulso di "Limbo", dove la cassa sfocia in ricordi quasi madchester.
La splendida "Breathe" si snoda a passo di trip-hop come un sinuoso mantra dai riverberi elettronici, ma le cose si fanno presto vischiose con la soffusa base house di "Say Hey", che accompagna un testo passivo/aggressivo di bisognosa fragilità. "Drunk" rincara ulteriormente la dose, con un crescendo che sfocia in jungle intarsiata da una sezione d'archi lounge-pop mentre Kylie si strugge declamando "I'm not happy!". E lo struggimento si fa ancor più indolente e solitario in "Jump", con un'interpretazione vocale strascicata e palleggiante che sembra respirare a fatica. "Through The Years" è il pezzo noir del disco, trip-hop a passo di gatto con stridenti arrangiamenti acid-jazz, e si lascia alla cinematica sezione d'archi di "Dreams" il compito di chiudere un disco che spiazza e mozza letteralmente il fiato. E chi lo sapeva che Kylie era in grado di mettere in piedi un album del genere? Da brividi.

Certo, Impossible Princess non sarà un disco immediato quanto il precedente, è evidente che Kylie ha preso alla lettera l'invito a sperimentare, forzando bruscamente il suo sound oltre il riconoscibile, ma la Deconstruction è un'etichetta dai connotati originariamente alternativi, e quindi perfetta per capire le dinamiche dietro a un simile lavoro, e incoraggiare una popstar a espandersi oltre al formato da classifica per il quale è conosciuta, giusto?

"... giusto, o no? ...C'è nessuno? Ho lasciato un messaggio in segreteria un mese fa, ma non ho ricevuto risposta, volevo sapere quando facciamo uscire questo alb... Pronto? Pronto??"

Tu-tu-tuuuuu.

No, non si tratta di uno scherzo. Improvvisamente qualcosa in casa Deconstruction inizia ad andare storto. Dopo aver speso una marea di soldi per incidere un album così ambizioso, creare l'artwork (che nel caso specifico è un bellissimo ma complicato servizio fotografico ideato dallo stesso fidanzato di Kylie, Sednauoi), girare il video promozionale dei primi due singoli "Some Kind Of Bliss" e "Did It Again" (ottimi entrambi, soprattutto il secondo), e stampare ovviamente le copie da spedire ai negozi (inclusa la costosa versione speciale con cd extra di bonus track e remix, e quella giapponese con copertina in 3D), la casa discografica inizia a temporeggiare, rimandando di mese in mese l'uscita originariamente prevista ad inizio anno, usando la scusante che Impossible Princess "non è abbastanza commerciale". Quando il 30 agosto 1997 la principessa Diana Spencer muore in un tragico incidente d'auto in un sottopasso di Parigi, alla Deconstruction insistono che il titolo originario dell'album potrebbe risultare troppo offensivo per la sensibilità del popolo inglese, al punto che per l'Inghilterra l'album viene ristampato sotto lo sbagliatissimo nome di "Kylie Minogue", che è esattamente lo stesso dell'album precedente. La confusione aumenta.

Quando finalmente Impossible Princess inizia a uscire a scaglioni - novembre 1997 in Giappone, gennaio 1998 in Australia e marzo 1998 in Inghilterra - gli sforzi di promozione sono minimi. Nella nativa Australia le cose inizialmente non vanno neanche male, ma nel resto del mondo l'album passa sostanzialmente inosservato. Sarà la critica a lanciarsi contro il lavoro con particolare accanimento, criticando aspramente la nuova direzione di Kylie in quanto troppo indie, pretenziosa e poco radiofonica. Ancor più delusi saranno i fan della sua prima ora, per i quali una Kylie in veste alternativa è semplicemente inconciliabile con l'idea di popstar che aveva mantenuto fino a quel momento.
Curiosamente, quando sempre nel marzo 1998 Madonna pubblica il fantasmagorico "Ray Of Light" (altrettanto splendido quanto ambizioso album, che curiosamente si muove su alcuni degli stessi toni del disco di Kylie), la sua immagine da diva new age attecchisce immediatamente come una scossa sismica attraverso il globo, raccogliendo consensi praticamente unanimi sia dal pubblico che dalla critica. Ma per la Principessa Impossibile è già troppo tardi per cavalcare l'onda mistica creata da una Ciccone di nero vestita e con le mani dipinte di henné; gli altri due singoli "Breathe" (presentato per altro in versione colpevolmente accelerata) e "Cowboy Style" generano attenzioni limitatissime, e Impossible Princess implode in una bolla di sapone.

Ed ecco che all'improvviso spunta dal nulla pure la sorella Dannii, che entra nella top 10 inglese con un (buon) pezzo eurodance come "All I Wanna Do", passato poi alla storia come la prima hit a portare la firma Xenomania, gruppo di autori/produttori che nel decennio successivo si confermerà come una vera macchina da guerra per il pop radiofonico britannico (lavoreranno con la stessa Kylie). In tutta onestà, la carriera musicale di Dannii sarà sempre poca roba rispetto a quella di Kylie, ma in quel preciso momento in cui la ben più famosa sorella è sotto il tiro delle critiche più aspre, la sua lampante somiglianza fisica unita a una canzone alla moda la fa momentaneamente prevalere agli occhi del pubblico, come fosse un clone di Kylie portato alla luce per addolcire i fan delusi.

kylie220x270La Deconstruction a questo punto entra nel pallone più totale. Tra loro e la Mushroom, che è ancora ingaggiata per la distribuzione dei lavori di Kylie in Australia e Giappone, il 1998 vede la pubblicazione di ben sette compilation, per tentare di generare introiti e recuperare quanto perduto dall'insuccesso di Impossible Princess (del quale ovviamente sono criminalmente responsabili).
Vale sicuramente l'ascolto del Dvd/cd Intimate And Live, che documenta il tour a supporto di suddetto album e mostra una Kylie assolutamente capace e convinta più che mai della sua nuova mossa nonostante tutto. Confonde invece totalmente le idee la presenza di ben sei album di remix, tutti diversi tra loro ma con vari rimescolamenti di tracce a seconda del paese di destinazione (sempre tra Australia, Inghilterra e Giappone). Mixes e Impossible Mixes si concentrano sui brani di Impossible Princess, presentando versioni sicuramente valide ma davvero mal assortite, che rendono l'ascolto troppo ripetitivo (il consiglio personale, in questo caso, è di recuperare l'edizione speciale dell'album pubblicata ai tempi, che consente di avere tutto il necessario del periodo su due cd senza lungaggini di troppo - si trovano le due ottime b-side "Love Takes Over Me" e "This Girls", più tutti i remix migliori).
I quattro volumi di Greatest Remix Hits Vol 1-4, invece, ripercorrono la carriera di Kylie dagli esordi, mettendo in fila una quantità esorbitante di remix, versioni alternative, 7" e 12", e versioni video che coprono l'intera discografia fino a quel momento. Si tratta di un'abbuffata di materiale esorbitante, che soprattutto pesca a piene mani dai quattro album del periodo Stock/Aitken/Waterman, nei quali come già detto si salva davvero poca roba; ascoltare le versioni extended e dance mix di tali lavori sembra più una tortura che altro.
Non solo, un paio di anni più tardi, e a contratto già finito, verdranno la luce altre due compilation di marca Deconstruction: Hits + (2000) certamente vale la candela, in quanto raccoglie i singoli dei due album di studio dell'etichetta, più rarità e qualche b-side del periodo (spiccano, tra le altre, "Tears", "Difficult By Design", il fumoso jazz di "Stay This Way", una bella versione acustica di "Automatic Love" e gli oltre 9 minuti della bellissima e rarissima onirica ballata ambient/trip-hop "Take Me With You", ma anche un super-remix techno di "Where Has The Love Gone" a cura di Roach Motel).
Ma Confide In Me (2001) risulta essere solo un guazzabuglio dei due album di studio, contenente metà canzoni da uno e metà dall'altro, una raccolta di buon materiale ma totalmente priva di logica alcuna.

Ma per Kylie Minogue il bilancio del cosiddetto periodo indie è durissimo. Proprio adesso che stava iniziando a emanciparsi musicalmente, subisce il brutto colpo del cocente insuccesso e dello scorno di pubblico e critica nei confronti di un album nel quale ha investito anima e corpo. Come ricevere un gigantesco, figurato "Kylie, Kylie, vaf-fan-culo!". L'episodio mina la sua autostima nell'intimo, e da qui in poi la Nostra non avrà più l'ardire di sperimentare con lo stesso coraggio, anche se certo non mancheranno in futuro altri ottimi esempi di rinascita, cambi di direzione e ritorno al successo.
Oggi Kylie ha parole più dolci riguardo a quest'album, anzi pare stia iniziando ad andarne quasi fiera, ma per anni la sua esistenza è stata come una spina nel fianco, evidenziata soprattutto dalla reticenza mostrata verso l'inserimento dei suoi brani nelle scalette dei concerti (un paio di singoli al massimo, talvolta manco quelli).
Ma questo non toglie il fatto che oggi Impossible Princess goda di una legacy tutta sua. Piaccia o meno ai suoi fan più pop, quest'album ha scattato una delle più limpide fotografie di quello strano periodo di metà anni 90, dove pop e frange alternative potevano viaggiare quasi di pari passo, si presenta con un sound ancora inossidabile ed è creativo, coraggioso e ambizioso, ma non manca certo di emozionare con ogni ascolto. Ricordiamolo come il momento in cui Kylie aprì il cuore al mondo, e si scoprì che aveva un'anima totalmente diversa dalla ricciolona anni 80 che tutti pensavano di conoscere - un'anima che qualcuno oserebbe definire, addirittura, indie.

Disco-Kylie

Scaricata dalla propria etichetta, sola e abbandonata allo sconforto dopo un flop che pesa come una lapide, Kylie alza gli occhi lacrimevoli al cielo in cerca di aiuto. Come per magia, le nuvole si schiudono e dal fumo in evanescenza appaiono in orbita su un disco volante due alieni dai capelli arancioni e gli occhiali scuri; sono i Pet Shop Boys, paladini della discoteca con l'autoimposto compito di correre in soccorso a ogni diva bisognosa (avevano già fatto miracoli con due casi terminali come Dusty Springfield e Liza Minelli). Chris aziona un bottone e fa scendere la pedana, Neil porge la mano e Kylie sale sulla navicella alla volta della luce.
Il risultato della collaborazione tra le due entità appare su "Nightlife" (1999) sotto forma di "In Denial", una splendida ballata rigonfia d'archi ed elevata verso l'alto da un coro redentore. In realtà il periodo di "Nightlife" non è esattamente uno dei più celebrati della carriera dei Pet Shop Boys, tutt'altro, ma si tratta di un album dall'indiscussa matrice trance ed eurodance, e soprattutto è forte del fortunato singolo "New York City Boy", un vero e proprio omaggio alla disco music degli anni d'oro dei Village People & compagnia omo. Qualcosa insomma si scuote nello stomaco di Kylie, una cassa dritta le si pianta in testa; nel momento in cui viene dolcemente riaccompagnata sul pianeta Terra, Neil si avvicina e le sussurra in un orecchio "your disco needs you, darling".

kylie220x270dDetto fatto; a sei mesi appena dall'inizio del nuovo millennio, Kylie fa il suo trionfale ritorno in discoteca, (s)coperta da un paio di minuscoli hotpants d'oro e intonando uno dei suoi pezzi più celebri, ovvero la sfavillante "Spinning Around" (rubata all'ultimo momento a Paula Abdul, che l'aveva presa di mira come il suo singolo del ritorno. Miao). Ora, non che Kylie andasse in giro coperta di pelliccia d'orso prima del video di "Spinning Around", ma la visione del suo culo, perfetto come una mezza mela proibita e messo in bella mostra da un paio di mutandine luccicanti che la coprono come una seconda pelle, sortisce un effetto a dir poco virale, e per un momento il mondo intero si ferma a riprendere fiato, mentre lei balla tra la folla e si struscia sul bancone del bar come una gatta. "Il corpo di Kylie ha le proporzioni del bello ideale dell'antica Grecia!", "una meraviglia della natura!", oppure ancora "se oggi un alieno atterrasse sulla Terra penserebbe che il culo di Kylie è il leader del pianeta!", e via di congetture della stampa tra le più divertenti e stupide di sempre.
Kylie prende con ironia il suo nuovo ruolo da sex symbol e ci ride su, ma l'etichetta che fu di Grace Jones negli anni 70 adesso si appiccica su di lei: il secondo millennio ha ufficialmente una nuova Queen Of Gay Disco.

Light Years (2000) insomma è il più proverbiale dei ritorni in pista. Sotto nuovo contratto con la Parlophone, Kylie riparte dalle proprie origini della musica dance, mantenendo pure alcuni contatti con gente del passato (Steve Anderson su tutti), ma stando però attenta a tenere l'orecchio teso verso le tendenze del momento. Il secondo singolo "On A Night Like This", infatti, è vera e propria eurodance dai sapori balearici, tra Gala, Sonique e gli Eiffel 65, terribilmente sintomatica del periodo per l'orecchio moderno, ma allo stesso tempo capace di creare un fortissimo effetto nostalgia.
A restaurare del tutto l'immagine di Kylie agli occhi del pubblico arriva pure Robbie Williams, eterno enfant terrible in fuga dai Take That che è attualmente nel pieno di una fortunatissima carriera solista; scritto prima per sé stesso e poi trasformato in duetto, "Kids" è un rauco britpop dove i due scorrazzano felici come monelli, e la canzone ottiene un gran successo. Estive folate baleariche di chitarra flamenco adornano pure l'irresistibile ritornello del quarto singolo "Please Stay", che piacerà al pubblico, pur rimanendo un po' oscurato dal successo dei precedenti tre.
Per il resto Light Years è giovane e sbarazzino, un album lontano anni luce dalle turbe del suo predecessore; la disco music propriamente detta viene omaggiata nelle stesse parole di "Your Disco Needs You", ovvero un pezzo camp come pochi con tanto di tuonante coro maschile a far da controcanto, manco fosse intonato dai marinai di una crociera rimasta incagliata a Mykonos. A tal proposito fa specie anche la vagamente più moderna e ruggente ma sempre epicamente danzereccia "Disco Down".
Compaiono pure scherzi vintage come "Loveboat" e "Koocachoo" (quest'ultimo sembra campionare la base di "The Beat Goes On" della coppia Sonny/Cher rifatta in veste elettronica dagli All Seeing I un paio d'anni prima). Anche "I'm So High" fa un po' il verso a certo britpop più influenzato dai sixties, mentre "Butterfly" è una sparata techno dai vaghi sapori indiani e la title track gioca con atmosfere sintetiche e minimali (un breve assaggio di quanto riserverà il futuro).
A sbrodolare il quadretto con pennellate rosa pastello ci pensano purtroppo la svenevole ballata orchestrale "Bittersweet Goodbye", lo sdolcinato rifacimento di "Under The Influence Of Love" (pezzo scritto da Barry White per il trio vocale Love Unlimited) e una ghost track proprio stupidina come "Password" (si trova nel pregap del cd).

Volutamente svagato, Light Years è un album dance-pop che funziona proprio in virtù della sua genuina voglia d'intrattenere e far ballare senza remore. Con esso inizia la nuova fase della carriera di Kylie Minogue, il successo la riassesta una volta per tutte nei mercati di riferimento principali - Australia, Inghilterra e Giappone - più puntate in giro per Asia ed Europa a seconda del momento - le 46 date del "On A Night Like This Tour" venderanno biglietti a tempi di record, registrando diversi sold out. Alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Sydney nel 2000 la star del momento sarà proprio lei, una minuscola icona australiana che balla divertita mentre intona "Dancing Queen".
Certamente, a dirla tutta, da qui in poi la nuova immagine di Kylie spesso e volentieri la terrà anche un po' imprigionata nel suo ruolo di icona gay senza possibilità d'uscita; le variazioni sul suo tema non saranno mai più così marcate come lo scarto vissuto tra gli 80 e i 90, ma si assesteranno semmai tra il più o il meno riuscito nei confini del pop radiofonico. Per una diva tutto sommato molto famosa e con una carriera longeva come la sua, Kylie non sarà mai una megastar ai livelli di gente come Whitney Houston o Mariah Carey, ma Light Years le restituisce - per sempre - quell'importante zoccolo di pubblico fedele, oltre all'amore e il rispetto dei colleghi più insospettabili.
Ma adesso è l'ora di contraddire quanto appena detto, perché sta per arrivare il momento clou.

kylie220x270feverSettembre 2001; una macchina sportiva gialla sfreccia a tutta velocità in autostrada, dirigendosi verso un futuristico paesaggio urbano ricostruito al computer con precisione clinica. Alla guida c'è una minuscola ninfetta con la frangia che le cade da un lato del volto, tiene il volante e cambia di marcia con movimenti lascivi mentre intona un "la la la" tanto infantile quanto appiccicoso come colla calda. La canzone è ipnotica, le sezioni melodiche s'incastrano l'un l'altra con precisione svizzera su un ritmo che sembra techno decostruita, curiosi ostinati d'estrazione glitch si susseguono meccanicamente, mentre la voce si strugge in un'ossessione che solo mancanza e abbandono possono creare; I just can't get you out of my head... Ed è subito successo a livello mondiale. Tutti rimangono ipnotizzati dalla semplicità di una canzone tanto asciutta e minimale quanto accattivante, e Kylie viene catapultata in vetta alle classifiche di oltre 40 paesi al mondo, rientrando anche nell'elusiva top 10 statunitense - e per gli americani, che al massimo potevano ricordarla come la ricciolina che cantava "The Loco-Motion" 13 anni addietro, la nuova Kylie che balla seminuda con un cappuccio scollato color bianconeve è una discreta sorpresa. Mettiamo poi un corpo di ballo al femminile dalle movenze cibernetiche, e "Can't Get You Out Of My Head" si candida da subito come la firma di Kylie Minogue, il suo pezzo più celebrato di sempre nonché uno dei singoli più venduti degli anni 00.

Ma la vera fortuna è che a questo giro, a cotanto iconico singolo di lancio, corrisponde un album altrettanto ben fatto dalla A alla Z; Fever (2001) è uno dei momenti più felici dell'intero disco-pop, 12 tracce che si reggono mirabilmente in equilibrio tra techno, synth-pop, electro, nu-disco e una serie di ottimi giri melodici. "In Your Eyes" è l'altro famosissimo singolo dagli umidi sentori sintetici e quel celebre video di Kylie che si dimena contro un muro di laser fluorescenti, mentre nell'irresistibile "Love At First Sight" la si vede scendere le scale di un videogioco con un paio di pantaloni sportivi decisamente casual, eppure sempre così giosamente sexy. E questo solo per tacere dell'ipnotica "Come Into My World", che si arrovella su una serie di refrain circolari friggi-cervella, perfettamente incapsulati dall'iconico video diretto da Michel Gondy (il pezzo le frutterà addirittura un Grammy come Best Dance Recording).
E il resto di Fever? Si va dagli irresistibili incastri synth-disco dell'iniziale "More More More" ai saltellanti coretti sincopati di "Fever", dalle romantiche serate passate in discoteca a ballare sul "Dancefloor", alla laconica malinconia tinteggiata di lucidissimi sintetizzatori di "Fragile" e "Love Affair", ma all'occasione si lasciano pure i segni delle unghie sulla schiena (e il numero di telefono scritto col rossetto sullo specchio) in "Give It To Me".
In chiusura, due pezzi di umbratile folktronica; "Your Love" e le irresistibili spruzzatine sintetiche di "Burning Up". Certamente anche Fever si presenta come intrattenimento puro, musica con cui ballare e strusciarsi senza farsi troppi problemi, ma le sue trame tradiscono un gusto melodico dannatamente accattivante, grazie alla produzione pulita e minimale che taglia ogni eccesso di zucchero e ne fa un album adatto anche all'ascolto adulto.
Nel suo genere Fever fa scuola, e insieme a diversi altri noti del periodo - tipo Modjo, Spiller e l'arrivo di "Read My Lips" dell'incantevole Sophie Ellis-Bextor sempre nello stesso anno - si inaugura una nuova stagione per il dance-pop di marca europea che guarda alla vecchia disco ma mantiene il contatto con le tecnologie del nuovo millennio - addio reel to reel, cavo attaccato direttamente alla cassa e tacco a spillo premuto sul pedale del synth.

Il successo di Fever è decisamente oltre le aspettative (si stimano circa 6 milioni di copie vendute), e per un momento almeno, a 33 anni e con una consistente carriera alle spalle, Kylie Minogue diventa una delle popstar più famose del pianeta. Sponsorizzato da Vodafone ed Evian, e con Dolce & Gabbana a occuparsi dei costumi, il faraonico "Fever Tour" gira l'Europa e l'Australia in ben 48 date, registrando incassi da capogiro. Insieme a quello precedente, il "Fever Tour" inaugura una nuova stagione live di Kylie, e il semplice concerto si tramuta in vero e proprio show, con gran dispendio di scenari, ballerini, coreografie, intermezzi, stravolgimenti e proiezioni su maxi-schermo e quant'altro.
Assistere a una delle sue date diventa un fenomeno di costume. Fever 2002 (2002) documenta il tutto su Dvd + cd audio.

Single-minded-Kylie

E quindi, battere il ferro finché è caldo. O almeno questo sarebbe il volere della Parlophone, che si è trovata quasi per caso tra le mani la star più hot del momento, e prova a metterla sotto torchio per ottenere un terzo album in tre anni. Ma Kylie insiste per prendersi del tempo libero dopo la fine del "Fever Tour" e poter lavorare con più calma al seguito.
A un primo momento il risultato è convincente per tutti: rilasciato il 3 novembre 2003, il nuovo singolo "Slow" (co-scritto con Emiliana Torrini) è semplicemente irresistibile, una serie di sussurri snocciolati su un'asciuttissima base electro da far invidia a tante altre ben più blasonate colleghe. Grazie anche all'iconico video, che mostra Kylie & ballerini mentre si strusciano su un tappeto di asciugamani multicolore a bordo piscina, "Slow" conquista la vetta della classifica inglese in un battibaleno (ma va fortissimo anche in Australia, Spagna, Danimarca e via scorrendo), tramutandosi all'istante in un piccolo classico (e stando alle ultime dichiarazioni, Kylie stessa lo addita come il pezzo preferito della sua intera carriera).

kylie220x270brigitteUna settimana dopo Body Language è sugli scaffali di tutto il mondo, ma nel giro di poco tempo l'orgasmo del nuovo arrivato si è già dissipato. In tanti parlano di revival anni 80, di Brigitte Bardot (emulata nella stilosissima copertina b/n), e di "svolta elettronica", il che per inciso è tutto vero: Body Language è un album che pesta ancor di più sul lato sintetico, andando a esplorare l'asettico mélange elettroacustico di Mirwais, o quello di lavori come "Black Cherry" dei Goldfrapp e di alcuni episodi di "Beautifulgarbage" dei Garbage (ricordate "Cherry Lips"?). Il problema è che - singolo di lancio a parte - la scrittura dei nuovi pezzi a questo giro appare totalmente carente di slancio, quasi come ai tempi del periodo S/A/W. Nel giro di un album, insomma, tutto ciò che era terribilmente accattivante si trasforma in una parata di riempitivi senza sosta, tutta produzione e zero sostanza.
La delusione è enorme. Esempi? Il blando r&b di "Red Blooded Woman" riconferma ancora una volta di come Kylie abbia la tendenza a perdersi su sonorità black (per quanto annacquatissime), ma anche la suadente ballata "Chocolate" è troppo allungata col latte per potersi definire propriamente saporita (ma il video d'accompagnamento è molto bello). Curioso semmai l'ascolto del synth-pop ispirato ai primi Eurythmics di "Still Standing", che è un bel pezzo ma avrebbe giovato di un'interpretazione più decisa.
Per il resto Body Language si trascina tra il lezioso electroclash di "Secret (Take You Home)" e "Sweet Music", fino al totale anonimato dell'edulcorato r&b di "Promises" (potrebbe interpretarlo Jessica Simpson), dell'urban gentrificato di "Obsession", di chillax sonnacchiosa come "I Feel For You", "Someday" e "After Dark", e della ballata "Loving Days", che si perde in un biccchier d'acqua nonostante la base ricalchi i fasti della vecchia "Confide In Me".

Di Body Language si apprezza indubbiamente il non volersi sedere sugli allori a ripercorrere i solchi del fortunato predecessore, mostrando semmai un tenace desiderio di voler sperimentare con nuove sonorità nonostante tutto - con già 15 anni di carriera alle spalle, Kylie Minogue ha ancora tante idee e voglia di reinventarsi. Ma il risultato semplicemente non convince; melodie esili e inconsistenti, unite a una produzione curatissima ma eccessivamente laccata, dissipano in 12 tracce tutto quanto era stato certosinamente costruito dal disco precedente. Le vendite saranno tutto sommato buone, ma decisamente sotto le aspettative della Parlophone.
Con Body Language Kylie dovrà abbandonare una volta per tutte le pretese di successo mondiale e tornare al suo pubblico di sempre. Per dovere di cronaca, va però fatto notare che quest'album ha un discreto seguito in giro per il globo, e anzi diversi fan sembrano adorlarlo più di ogni altra cosa.

Le strambe raccolte quasi gemelle Greatest Hits 87-97 e Greatest Hits 87-99 (2003) fanno un decentrato punto della situazione, la prima concentrandosi principalmente sugli anni 80 e un po' dei 90, la seconda espandendosi un filo in più sulla fine dei 90, ma onestamente si perde il senso dell'operazione. L'altra raccolta Artist Collection (2004) - forte della copertina più brutta della storia della musica - invece raccoglie ancora una volta gli episodi più belli ma sfortunati degli anni 90 più rarità assortite, ma siamo ancora fuori fuoco (il bisogno accanito di capitalizzare ad ogni modo il periodo "oscuro" di Kylie in luce del nuovo successo a momenti lascia quasi basiti. Perché non realizzare a questo punto un paio di belle versioni deluxe invece di scorporare il materiale in decine di raccolte tagliate con l'accetta?).
Di conseguenza la raccolta migliore del periodo è senza ombra di dubbio Ultimate Kylie (2004), che compie una buona carrellata di quasi tutti i suoi singoli dagli inizi della carriera fino agli ultimissimi episodi di Body Language. Non solo, per presentare Ultimate Kylie vengono inseriti due validissimi inediti: la deliziosa "Giving You Up", firmata Xenomania, è un momento di virale disco-pop sulla scia Sugababes/Girls Aloud, ma a vincere su tutto ci pensa "I Believe In You", vero e proprio colpo da maestro messo a punto da Kylie con Jake Shears e Babydaddy degli Scissor Sisters - detto in breve: una delle sue canzoni migliori di sempre, vero e proprio cavallo di battaglia ad ogni concerto.

E giusto a proposito di concerti, dopo un lungo lavoro di preparazione, nel marzo 2005 parte finalmente lo "Showgirl: The Greatest Hits Tour", evidentemente concepito non tanto come supporto di Body Language quanto piuttosto per portare a spasso per il mondo un carnevale di hit e paillettes.
Ma presto il carrozzone subisce un arresto di quelli sui quali c'è poco da scherzare: giusto un mese dopo la partenza del tour, durante una visita medica a Kylie Minogue viene diagnosticato un cancro al seno. La notizia scuote il mondo intero, fa specie vedere che anche una popstar bella, ricca, famosa, di soli 36 anni e nel pieno della propria carriera, possa venir messa così a nudo nel giro di una notte. Le foto che la raffigurano pallida, magra e con un foulard a coprirle la testa calva, fanno subito il giro del mondo, commuovendo tutti. Per oltre un anno Kylie fa vita privata, confortata dalla famiglia e dalla sorella Dannii, e anche i media le concedono la privacy necessaria.
Inutile dirlo adesso, ma ovviamente la piccola e determinata australiana mostra presto di avere una tempra forte e coriacea, dopo la cura e la convalescenza arriva finalmente il responso positivo del medico a decretare che il peggio è passato. Ancor scossa ma rincuorata, Kylie si ripresenta al mondo con un timido sorriso nel documentario "White Diamond", che la riprende mentre si prepara al ritorno in pista, determinata più che mai a finire quel tour che aveva lasciato a metà. Quando il carrozzone finalmente riparte, con 34 date tra Europa e Australia sotto nuovo nome "Showgirl: The Homecoming Tour", il responso saranno fiotti di lacrime ed emozione a fior di pelle sia da parte del pubblico che di Kylie - la tappa di Sydney sarà registrata in Dvd + cd, Showgirl Homecoming Live (2007).

kylie220x270xTutto insomma è pronto per un ritorno di Kylie con del materiale inedito, l'isteria nel frattempo vola discretamente alta tra il pubblico, Dio solo sa quanto piace all'industria discografica creare anticipazioni sul "gran ritorno" di una star. Gli oltre 13 milioni di persone che si erano già sintonizzati per la diretta Tv del documentario "White Diamond" adesso sembrano aspettare trepidanti la nuova mossa - che siano tutti intenzionati all'acquisto del disco? "Presto, pubblichiamo!", sembra di sentir urlare dagli uffici della Parlophone.
Ma Kylie cosa fa? Obbedisce, certo, ma a modo suo: manda un bacettino, e buonanotte. Inutile negarlo dai, tanto l'abbiam fatto tutti: scorrere come pazzi tra i testi del libretto di X (2007), cercando il seme del gran ritorno, la power ballad strappalacrime, il lamento di Arianna dilaniata dal Minotauro, lo specchio incrinato del cigno nero psicopatico, una qualsiasi cosa, insomma, che sia minimamente capace di appagare lo spirito voyeurista di chi vuol entrare nella testa di Kylie per carpire il dolore derivato dalla sua recente esperienza, e poter poi gridare al mondo "è un capolavoro!". E invece il massimo dell'introspezione concessa è il solare ritornello dello sbarazzino vintage-pop "No More Rain":

Sun coming up on another day
Got a second hand chance, gonna do it again
Got rainbow colours and no more rain
(No more rain, no more rain)
No more rain
No more rain
No more rain
No more

E questo è quanto Kylie accenna circa la sua esperienza con il cancro. Stop. Per il resto X riparte esattamente da dove aveva lasciato l'album precedente, con nuovi produttori, un nuovo sound e buone canzoni da intrattenimento in saccoccia, ma l'attitudine è sostanzialmente la stessa di sempre: si balla, si ride, si flirta e si scopa come se nulla fosse successo. Kylie interpreta Kylie.

Certo, da un punto di vista prettamente pop, X infila forse la miglior quaterna di singoli della carriera da un solo album; "2 Hearts", lo spaziale synth-glam-rock tutto sussurri e moìne, "Wow", il refrigerante momento disco al sapore di vodka alla fragola e melone, "In My Arms", ovvero il canovaccio di come si scrive una canzone pop perfetta dalla A alla Z, e soprattutto l'evanescente malinconia di "The One", altra canzone da inserire nella Storia del Pop, stavolta a cura di quei geniacci dei Freemasons (che ne realizzano pure gli oltre otto minuti della versione "Vocal Mix", semplicemente oltre).

Ma a rincarare la dose di ritornelli killer calibrati a precisione atomica ci pensano pure "Like A Drug" (ovvero la messa in pratica di quanto sarebbe stato bello Body Language se solo avesse avuto melodie come questa a riempirne la produzione), la curiosa deriva western-brit-pop di "Sensitized", scritta con Guy Chambers (il co-autore di Robbie Williams) e corredata da un sample di Serge Gainsbourg, o l'altra spruzzatina electro-rock di "Stars".
Insomma, su carta X è indubbiamente un buon disco pop al quale non manca nulla, anzi ci sono pure i riempitivi - "Speakerphone", sorta di malriuscito esperimento electro ideato da Bloodshy & Avant, e "Heart Beat Rock", che imita senza nerbo la Gwen Stefani di "L.A.M.B" - più i soliti pezzi standard né carne né pesce quali "All I See" e una "Nu-di-ty" che sembra in tutto e per tutto un'imitazione di Britney Spears del dopo "I'm A Slave 4 U". Dalla collaborazione con Eg White giunge invece la romantica ma invero un po' adolescenziale "Cosmic".
Gira e rigira X è un album indubbiamente piacevole che scorre fresco come acqua di rose sul volto accaldato, e presenta qualche momento pop assolutamente pregevole. Le vendite sono buone ma non eccezionali, la critica si muove dal tiepido al favorevole, mantenendo sempre un certo rispetto, e la promozione viene celebrata da "The Kylie Show", un programma Tv mandato in onda in Inghilterra su ITV1, dove Kylie interpreta i singoli dell'album più altre canzoni del suo repertorio in 10 coloratissimi siparietti, ognuno corredato da un look diverso - veramente delizioso.
Kylie è tornata al suo solito insomma, e per un motivo o un altro ha deciso di non capitalizzare le proprie esperienze personali, e pertanto nessuno è tenuto a biasimarla se non ha voglia di utilizzare X per raccontare quanto ha veramente vissuto nei mesi in cui era sotto radioterapia e in attesa di un responso medico (anche perché, ricordiamolo, quando provò a mostrare qualche intimo spiraglio di sé stessa al mondo, ai tempi di Impossible Princess, il pubblico le servì una batosta madornale).
Tutto è bene quel che finisce bene quindi, ma - detto giusto tra di noi - a questo giro era forse così illecito aspettarsi qualcosa di più? La risposta la rimandiamo all'ascoltatore, ovviamente, ma almeno per quanto riguarda questa monografia azzardiamo a dire che, una volta rispettato il volere di Kylie, di sicuro era più che lecito aspettarsi qualcosa di meglio dal successivo Aphrodite (2010).

Dopo la pubblicazione della raccolta di remix Boombox (2008) - che annovera, tra i tanti, rimaneggiamenti da parte di Chemical Brothers, Fischerspooner, e il curioso mash-up Kylie/New Order "Can't Get Blue Monday Ouf My Head" - la pubblicazione di un Live In New York (2009), e la fine del "KylieX2008" tour (80 date per incassi di oltre 100 milioni di $), l'annuncio che Kylie è a lavoro con tale Stuart Price è improvvisamente sulla bocca di tutti. Sotto la sua guida infatti la prospettiva di un album corposo da cima a fondo potrebbe materializzarsi per davvero! Quando Aphrodite, dea greca dell'amore, della bellezza e del piacere, finalmente si palesa in copertina, è un tripudio di veli azzurri e pose monarchiche, una dea pronta a sollazzare il suo popolo - a questo punto totalmente gay - creando un posticcio scenario neoclassico da Regno dei Cieli.

kylie220x270altaphroIl singolo di lancio "All The Lovers", peraltro, è ottimo sotto tutti i punti di vista. Trattasi di una melodia cristallina spazzata da folate sintetiche in forte aria Goldfrapp, e di un video di accompagnamento che ricrea, nel cuore di Los Angeles, una montagna di corpi umani alta quanto i grattacieli circostanti (più cavalli bianchi, palloncini, mutande e tanta carne al fuoco).
Sembra che Kylie stia iniziando la nuova decade nel migliore dei modi, insomma, proprio come aveva fatto esattamente dieci anni prima con "Spinning Around" e la celebre scena degli hotpants dorati. E certamente Stuart Price si conferma abilissimo in veste di executive producer, riuscendo a far confluire il lavoro di Kylie con ben 16 persone diverse (Calvin Harris, Xenomania, Pascal Gabriel, Starsmith etc.) in un tutt'uno organico, strutturato con la maestria del navigato "ratto da studio". Era dai tempi di Fever che Kylie non presentava un album dal suono così solido e contemporaneo, una perfetta summa del disco-pop aggiornato agli anni 10.
Ma purtroppo anche la bella Aphrodite presto inizia a inciampare nei veli troppo lunghi che calpesta coi tacchi e le impediscono di muoversi con la grazia che si confà a una vera dea, e sembra rimanere malamente incastrata tra due capitelli. Aphrodite, insomma, rende palese che, ancora una volta, nonostante la lucentezza dell'involucro, il cuore dell'arte è ancora un songwriting non all'altezza di tali divine pretese. Passino al limite la svergognata gaiezza di "Aphrodite" e la concitata atmosfera di "Closer", che potrebbe essere una rielaborazione molto semplificata di qualche giro di Mike Oldfield, ma sono davvero troppi i pezzi sostanzialmente privi di qualsiasi attrazione - "Everything Is Beautiful", "Illusion", "Too Much", "Cupid Boy", il disco revival di "Can't Beat The Feeling", niente lascia il segno.

Presto anche gli altri singoli iniziano a perdere terreno; la pimpante "Get Outta My Way" passa appena al varo, ma lo stupidissimo trenino da festa di compleanno "Better Than Today" sarà un mezzo flop, al punto che Kylie prova a fare il salto della quaglia per tagliarla breve, ma non prima che dalla Parlophone spediscano al fronte - contro il suo volere - pure il bubblegum di "Put Your Hands Up (If You Feel Love)", rovinando del tutto le quotazioni di Aphrodite con un singolo così scipito come non se ne sentivano dagli anni 80 (rimarrà volutamente esente da videoclip).
Un vero peccato, insomma. Aphrodite rimane forse la più grande occasione persa di Kylie Minogue, un album dalle premesse tanto buone ma purtroppo malamente deluse. Certamente andare a vedere una delle 77 tappe dell'"Aphrodite: Les Folies Tour" si riconferma un evento divertente e visivamente stimolante, pur rimanendo sempre nel campo dell'intrattenimento puro, con Kylie in veste di navigata showgirl che si diverte a rimescolare le proprie canzoni e creare siparietti per mettersi in mostra in vestitini succinti mentre si fa trasportare da una biga romana.
Sarà molto più curioso però l'ormai leggendario "Anti Tour", ovvero un mini-tour di sole sette date destinate ai fan più accaniti, durante il quale Kylie si presenta in posti minuscoli quali pub, bar e teatri molto intimi, con un set acustico stringato al minino per interpretare esclusivamente tracce meno note, rarità e b-side.
The Best Of Kylie Minogue (2012), invece, lascia troppe canzoni a casa, mentre ne conserva altrettante dai temibili archivi degli anni 80, si conferma una raccolta fuori fuoco e neanche troppo fortunata, commercialmente parlando.

Future-Kylie

Il nuovo milennio apre e chiude opportunità mediatiche a velocità impressionante come finestre di Windows, l'ageism impera ovunque e la pensione quasi la danno più. Certamente nulla ormai può scalfire il titolo di icona che Kylie Minogue si è conquistata sopravvivendo attraverso tre decadi di pop in costante movimento, ma allo stesso tempo, in un mondo popolato da Rihanna e Lady Gaga, l'alternanza qualitativa dei suoi lavori inizia a farsi sentire più frustrante che mai. Il problema non sono tanto le scarse attenzioni di pubblico che ormai riceve a ogni mossa che fa - un fattore che del resto l'ha spesso accompagnata, aggravato poi dalla constatazione che il suo zoccolo di fan inizia ad avere una certa età - quanto proprio il poter guardare indietro alla sua corposa legacy sapendo quanto ancora potrebbe venir realizzato. Invece, il costante saliscendi che ha caratterizzato la sua carriera continua imperterrito tutt'oggi come una girandola abbandonata al vento.

kylie220x270extraEcco quindi giungere alle stampe dal nulla la splendida raccolta The Abbey Road Sessions (2012), che celebra i 25 anni di carriera di Kylie, rimaneggiando 16 celebri tracce del suo repertorio con l'ausilio di un'orchestra classica. Bisogna mettere da parte ogni remora circa l'utilità del progetto, che tendenzialmente per tanti artisti si presenta come un'operazione fin troppo autoindulgente (vero, Tori Amos?); Kylie non ha quasi mai impiegato l'orchestra nei suoi lavori, per cui riarrangiare pezzi dance-pop con strati d'archi, legni, timpani, chitarre acustiche ed eleganti giri di un enorme pianoforte a coda si rivela una mossa inedita. Ma non solo, per larga parte queste vecchie hit vengono letteralmente stravolte e reinterpretate, cambiandone drasticamente l'atmosfera e donando una luce diversa. Kylie trasforma le scoppiettanti "I Should Be So Lucky" e "Never Too Late" in un paio di momenti riflessivi e malinconici, dove l'amore sembra perduto per sempre. "Better The Devil You Know" viene spogliata di ogni pretesa da dancefloor e trasformata in una suadente torch song sorretta dal pianoforte e un coro tenuto a fil di voce, "I Believe In You" batte lievemente le ali di farfalla su un soffice tappeto d'archi, "Come Into My World" da seducente si fa tristemente implorante, "Slow" gigioneggia su un umido andamento jazzy e "Locomotion" torna alle proprie origini con un pimpante surf-pop anni 60.
E questo è nulla in confronto allo stravolgimento che subiscono pezzi come "On A Night Like This", che cigola sotto l'incedere sincopato dell'orchestra lanciata senza freni, una "Hand On Your Heart" dolcemente cullata da batteria spazzolata e chitarra quasi country lontana anni luce dagli orrori sonori degli anni 80, la celeberrima "Can't Get You Out Of My Head" pizzicata dagli archi con fare concitato, o una "Love At First Sight" ridotta a un semplicissimo demo voci/chitarra totalmente scevro della patina sintetica dell'originale.
Ma anche quando le melodie rimangono più fedeli alla forma originale - "All The Lovers", "Confide In Me" dalla chitarra pulsante, e la cinematica versione da titoli di coda di "Finer Feelings" con una sezione ritmica di batteria/percussioni a passo di bolero - la nuova interpretazione di Kylie trascende verso una maturità grondante emozione e malinconia. La pecca? Relegare quella piccola meraviglia di "In My Arms" alla versione deluxe giapponese dell'album è un crimine bello e buono, visto che è indubbiamente il rifacimento più bello dell'intero lotto.

Il merito di The Abbey Road Sessions è quello di riportare in luce un lato di Kylie che spesso va perso quando si cimenta con pezzi di fattura dance, ovvero quello dell'interprete capace di sedersi di fronte a un microfono e tirar fuori la propria voce con grazia e agilità sopraffina. L'album viene sostanzialmente ben accolto dalla critica (ma neanche troppo), e non farà sfracelli tra il pubblico, anche se la trasposizione live a Hyde Park nell'estate del 2012 trasmessa in Tv sarà uno dei momenti clue dei Bbc Prom. Qualcuno definirà The Abbey Road Sessions una raccolta dedicata ai fan, ma questo non potrebbe essere più lontano dalla verità; un album del genere è in realtà capace di conquistare anche l'ascoltatore che solitamente non penserebbe mai di mettere in cuffia un disco dell'australiana. Tra easy listening e sopraffino pop d'autore, questa raccolta esalta al massimo la fattura dei pezzi di Kylie Minogue, mostrando lo scheletro di un canzoniere invidiabile da chiunque.

Ma Kylie tira avanti flirtando ormai a pieno titolo con i corollari del mondo della celebrità, tra comparsate in film e il lancio di una linea di profumi, e si tramuta pure in amatissima figura televisiva in veste di giudice nel popolare programma The Voice Uk. Ma, una volta archiviata l'esperienza acustica, il suo saliscendi tra i caroselli del pop riparte pur sempre con tutti gli alti e i bassi che la contraddistinguono. Due pezzi inediti come "Skirt", ottimo esperimento dance-step, e soprattutto l'esplosiva "Timebomb" (un pezzo che in bocca a una starlette più giovane avrebbe preso d'assalto le radio del pianeta) sembrano mostrare una Kylie ancora in sella al suo destriero, ma "Higher" in duetto col cantante urban-r&b Taio Cruz, e soprattutto la telefonatissima "Limpido" con Laura Pausini, suonano poco più che marchette contrattuali.

kylie220x270aL'annuncio del passaggio di Kylie al management della Roc Nation di Jay Z è una mossa che ancora una volta lascia ben sperare, magari stavolta c'è qualcosa di diverso a bollire in pentola? E invece con Kiss Me Once (2014) siamo punto e a capo. L'arrangiamento piano-driven, un beat secco e tagliente, e quel ritornello semplicissimo ma maledettamente efficace fanno del nuovo singolo “Into The Blue” un brano fresco e accattivante, radiofonico al punto giusto e capace di rilanciarla al suo pubblico di elezione. Pure la successiva “Million Miles”, ritmo che incalza e struttura classicamente dance, ha comunque dalla sua un tiro che supera di slancio quanto proposto nel più debosciato Aphrodite, rivelandosi all'altezza del suo marchio di scafata diva scuoti-platee.
Ma poi sono dolori. Totalmente incapace di mantenere le redini al fiotto di nuovi collaboratori (innumerevoli a questo giro, dagli Stargate a Will.I.Am, passando per Ariel Reichstad e altri ancora) Kiss Me Once è un disco che non riesce a rimanere solido dall'inizio alla fine, dove barlumi di sporadico fascino si alternano a momenti totalmente privi di spessore o di logica, quasi come quelli che si trovano a pacchi negli album firmati vent'anni addietro dalla premiata ditta Stock/Aitken/Waterman, ma senza tutto l'immaginario lolitesco che si portavano dietro.
Con un background tematico che ben poco lascia all'interpretazione, figurano quindi in scaletta improbabili strizzate d'occhio al dubstep-pop, scena che più morta di così non si può (una “Sexercize” sorprendentemente scritta da una hit-maker quale Sia, con tanto di video super-sessualizzato a lanciarla come prossimo singolo), refrain stupidini (“Les Sex”) e innocui riempitivi senza arte né parte, tutti giocati su placidi climax strofa-ritornello totalmente scontati nello sviluppo (il tiepido electro-pop di “Feels So Good”, le svenevoli romanticherie della title track).

Cosa resta quindi di questo Kiss Me Once? Come in un bizzarro sovvertimento di parti e ruoli, resta proprio quello che da principio sarebbe stato scartato. Si candidava a essere la collaborazione a più alto tasso di melassa di tutti i tempi, diventando la “Nobody Wants To Be Lonely” degli anni 10, eppure “Beautiful”, in compagnia di Enrique Iglesias, non solo non impenna i valori glicemici, ma addirittura sa dosarsi negli sprechi emotivi, rivelandosi brano di buona fattura. Con voci filtrate alla maniera di una Imogen Heap, e una progressione studiata nei dettagli, la canzone si scopre ballata accorata e intensa, un passo a due che sventa ogni leziosità e strappa alla Minogue una discreta interpretazione. Il rientro in pista della conclusiva “Fine” (bel numero in scia quasi house) o il dolce motivetto incluso come bonus track “Sleeping With The Enemy” strappano infine qualche buona sensazione. Il resto, grosso modo, scivola via senza destare particolari clamori.

Quel che insomma manca da tanto, troppo tempo, a Kylie e al suo entourage è ideare un full-length che sappia davvero reggersi in piedi come tale, e non che sia un semplice pretesto per sfornare quei 3-4 singoli destinati al pubblico più generalista - che stavolta fatica ad arrivare più che mai: Kiss Me Once vive un breve momento a metà classifica al momento dell'uscita e poi scompare nel nulla, l'influenza della Roc Nation rimane non pervenuta. Del resto anche il "Kiss Me Once Tour", per quanto ben fatto e sempre gradevole da vedere, viene indubbiamente realizzato con meno budget rispetto ai tour precedenti. Sarà Kylie stessa, l'anno dopo, a confessare che in tutta onestà Kiss Me Once poteva essere molto meglio di quanto fatto (ma disse la stessa cosa anche di X...).

Alti e bassi, voglia, ispirazione e scivoloni. La partecipazione al ritorno in pista di Giorgio Mororder con "Déjà Vu" porta con sé l'ottima "Right Here Right Now", indubbiamente uno dei momenti più goderecci per il pop radiofonico dell'anno 2015 - se c'è uno che sa scrivere pezzi dance-pop quello è proprio Giorgio, ma se c'è una in grado d'interpretarli con eterna freschezza, allora la palma va a Kylie Minogue. Ma pochi mesi dopo, "Absolutely Anything And Anything At All" (brano inciso per accompagnare il film "Absolutely Anything", che segna il ritorno del celebre cast di Monty Python) è di una bruttezza imbarazzante, e si spera solo che rimanga un caso isolato relegato esclusivamente alla relativa colonna sonora.

Due brevi Ep in collaborazione con Fernando Garibay - Sleepwalker (2014) e Kylie + Garibay (2015) - rinverdiscono vagamente il suo lato più electro (soprattutto il secondo), anche se l'attenzione riservata sarà pochissima.

Camp as Christmas, dicono gli inglesi, un'espressione vagamente traducibile come "gaio quanto il Natale". E chi meglio di Kylie Minogue per intonare le canzoni della stagione più frou frou dell'anno? Una copertina con la slitta, tanti regalini e un pruriginoso vestitino rosso (e poi quelle gambe...), sembrano significare l'arrivo di qualcosa di volutamente kitsch ma possibilmente non privo d'ironia. Ma l'idea purtroppo si ferma nuovamente ancor prima di raggiungere la meta. Kylie Christmas è solo tanta banalità riconfezionata con la solita atmosfera pimpante di campanellini, casette innevate e nanetti ubriachi di vin brulé - tutte cose stra-sentite da 60 anni a questa parte.
Orchestra e sezione di fiati in bello spolvero a ricreare una benevola atmosfera da film della Disney e tutti i titoli più classici di sempre, una parata talmente prevedibile che non ha bisogno di tante parole. Non mancano nemmeno "Santa Claus Is Coming To Town", in "duetto" con Frank Sinatra, e "Christmas Wrapping" con Iggy Pop (un mafioso e un drogato fan sempre Natale, giusto?). Il momento corale da notte della vigilia viene ricreato su quella "2000 Miles" dei Pretenders riproposta in chiave di ballad, mentre l'intrusa "Only You" (Yazoo) arriva cantata in coppia con un melenso James Corden (uno dei tanti volti dimenticati di qualche edizione passata dell'X Factor inglese).
Pure i pezzi autografi lasciano interdetti; "White December" e "Christmas Isn't Christmas 'Til You Get Here" (titoli originalissimi) sarebbero pure buone melodie vintage, ma l'arrangiamento natalizio di campane e violini li affossa assieme a tutto il resto. Scritta da un Chris Martin in disperato bisogno di carne rossa, e prodotta da Stargate, "Every Day's Like Christmas" invece fa proprio spavento, un concentrato di banalità su tastierine midi troppo imbarazzante per essere vero.
Inspiegabile poi relegare "100 Degrees" alla versione deluxe, dal momento che il duetto con la sorella Dannii era l'unico pezzo in grado di destare curiosità nei confronti dell'album - il risultato non è neanche strabiliante in realtà, ma l'accoppiata delle due Minogue + chitarrina disco-funky in sottofondo è sicuramente camp al punto giusto.
Ah, ma non è mica finita qui; "Every Day's Like Christmas" ha pure ricevuto il trattamento d'onore di un remix a nome dei suoi vecchi padrini Stock/Aitken/Waterman - ebbene sì, nell'anno domini 2015 Mike Stock, Matt Aitken e Pete Waterman sono ancora vivi e vegeti, e possiedono uno studio di registrazione dove si ritrovano periodicamente per continuare - impuniti! - a produrre danni incalcolabili al mondo della musica.

Spesso e volentieri il mondo discografico tende a considerare i dischi stagionali come un'occasione persa per starsene in silenzio (Enya, Tori Amos), ma è anche vero che la carta dell'album natalizio è una categoria a sé, che poco incide sul resto della discografia. Il che per Kylie è una vera fortuna, dal momento che di questo passo dentro la calza non troverebbe nemmeno una cipolla.

Per ora la storia si ferma qui. In oltre un quarto di secolo di attività, Kylie Minogue ci ha saputo regalare alcuni dei momenti più belli e curiosi del dorato mondo del pop, trasformandosi per noi nella sorridente e ammiccante disco diva capace di far dimenticare i mali del mondo con uno dei suoi irresistibili motivetti. Che altro pretendere da lei a questo punto? Forse non un altro successo planetario come ai tempi di "Can't Get You Out Of My Head", ma con una storia del genere alle spalle è lecito dire che probabilmente Kylie non ha già finito tutte le cartucce. Il futuro è ancora tutto da scrivere.

Contributi di Vassilios Karagiannis ("Kiss Me Once")

Kylie Minogue

La principessa impossibile

di Damiano Pandolfini

Dalle permanenti ai vestitini di latex, passando per lounge, trip-hop, disco music e un assalto frontale alle radio del pianeta; cosa sarebbe oggi il mondo senza un po' di Kylie Minogue ad allietarci l'esistenza? La lunga, curiosa e istrionica storia di una principessa impossibile, raccontata attraverso quattro decadi di musica pop passate al frullatore
Kylie Minogue
Discografia
 Kylie (PWL, 1988)                                               
 Enjoy Yourself (PWL, 1989) 
 Kylie's Remixes (remix album, PWL, 1989) 
 Rhythm Of Love (PWL, 1990) 
 Let's Get To It (PWL, 1991) 
 Kylie's Remixes: Vol. 2 (remix album, PWL, 1992) 
 Kylie's Non-Stop History 50+1
(antologia audio/video, PWL, 1993)
 
 Greatest Hits (antologia, PWL, 1993) 
 Kylie Minogue (Deconstruction, 1994) 
 Impossible Princess (Deconstruction, 1997) 
 Mixes (remix album, Deconstruction, 1998) 
 Impossible Remixes
(remix album, Mushroom, 1998)
 
 Greatest Remix Hits Vol 1-4
(remix album, Mushroom, 1998)
 
 Light Years (Parlophone, 2000) 
 Hits+ (antologia, Deconstruction, 2000)  
 Fever (Parlophone, 2001)
 
 Confide In Me (antologia, Deconstruction, 2002) 
 Body Language (Parlophone, 2003) 
 Greatest Hits 87-97 (antologia, BMG, 2003) 
 

Greatest Hits 87-99 (antologia, BMG, 2003)

 
 Artist Collection (antologia, BMG, 2004) 
 Ultimate Kylie (antologia, Parlophone, 2004) 
 X (Parlophone, 2007)  
 Confide In Me: The Irresistible Kylie
(antologia, Music Club, 2007) 
 
 Boombox (remix album, Parlophone, 2008) 
 Aphrodite (Parlophone, 2010) 
 The Best Of Kylie Minogue
(antologia, Parlophone, 2010)
 
 The Abbey Road Sessions
(antologia orchestrale, Parlophone, 2012)
 
 Kiss Me Once (Parlophone, 2014) 
 Sleepwalker (ep, autoprodotto, 2014)
 
 Kylie + Garibay (ep, Parlophone, 2015)
 
 Kylie Christmas (raccolta natalizia, Parlophone, 2015) 
   
 Live album/Dvd 
   
 Intimate And Live (Mushroom, 1998) 
 Fever 2002 (Parlophone, 2002) 
 Showgirl: Homecoming Live (Parlophone, 2007) 
 

Live In New York (Parlophone, 2009)

 
 Aphrodite Les Folies: Live In London
(Parlophone, 2010)
 
 Kiss Me Once Live At The SSE Hydro
(Parlophone, 2014)
 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

The Locomotion
(singolo, 1987)

I Should Be So Lucky
(da "Kylie", 1988)

Never Too Late
(da "Enjoy Yourself, 1989)

Tears On My Pillow
(da "Enjoy Yourself", 1989)

Better The Devil You Know
(da "Rhythm Of Love", 1990)

Word Is Out
(da "Let's Get To It", 1991)

Finer Feelings
(da "Let's Get To It", 1991)

Confide In Me
(da "Kylie Minogue", 1994)

Put Yourself In My Place
(da "Kylie Minogue", 1994)

Where The Wild Roses Grow
(Nick Cave & The Bad Seeds feat. Kylie Minogue, 1995)

Did It Again
(da "Impossible Princess, 1997)

Some Kind Of Bliss
(da "Impossible Princess", 1997)

Spinning Around
(da "Light Years", 2000)

On A Night Like This
(da "Light Years", 2000)

Please Stay
(da "Light Years", 2000)

Can't Get You Out Of My Head
(da "Fever", 2001)

In Your Eyes
(da "Fever", 2002)
Come Into My World
(da "Fever", 2002)
Slow
(da "Body Language", 2003)
I Believe In You
(da "Ultimate Kylie", 2004)
2 Hearts
(da "X", 2007)
In My Arms
(da "X", 2007)
The One (Freemasons Vocal Club Mix)
(da "X", 2007)
All The Lovers
(da "Aphrodite", 2010)
Get Outta My Way
(da "Aphrodite", 2010)
Timebomb
(singolo, 2012)
Into The Blue
(da "Kiss Me Once", 2014)
Right Here Right Now
(Giorgio Moroder feat. Kylie Minogue, 2015)
Kylie Minogue su OndaRock
Recensioni

KYLIE MINOGUE

Kylie Christmas

(2015 - Parlophone)
Tutti in slitta con Kylie (ma a questo giro non fatela cantare, per piacere!)

KYLIE MINOGUE

Kiss Me Once

(2014 - Parlophone/Warner)
Alla volta del dodicesimo album, la popstar australiana ancora fatica a ritrovare il bandolo della matassa ..

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