Lewis

Lewis

Il dandy fantasma

di Mattia Villa

Lewis è un fantasma. Un playboy romantico comparso dal nulla per registrare brani dal fascino etereo e poi sparire nuovamente nella luce del tramonto. Questa è la sua storia, o almeno una parte di essa, e di come la sua musica sia stata riscoperta quasi trent'anni dopo l'incisione di "L'Amour"

Ci sono storie legate al mondo della musica talmente particolari che, una volta emerse dalla propria nicchia e portate all’attenzione generale, faticano ad essere credute. Artisti colpevolmente dimenticati che, come Sixto Rodriguez insegna, trovano nella nuova era digitale gli spazi loro negati decenni fa. Eppure siamo talmente abituati alla beffa, all’essere ingannati, che la cosa più facile da credere è che ci si stia raccontando una storia intrigante solo per vendere meglio un determinato prodotto.

Quando la Lights In The Attic annunciò la ristampa di L’Amour, disco del 1983 firmato dal misterioso Lewis, in tanti hanno pensato alla fregatura. Eppure alcuni brani di questo misterioso cantante dalla voce soffice si potevano trovare in rete già da quattro o cinque anni: un piano eccessivamente complicato per il semplice lancio di un disco, non è vero? I dubbi però sono rimasti a molti, nonostante la mole d’informazioni emersa successivamente, e la scoperta di altri due album dimenticati non ha fatto altro che rafforzare in alcuni l’idea di un tranello. Eppure Lewis esiste davvero e, cosa rara di questi tempi, non è interessato a diventare famoso.

Tutto nasce da una stampa privata ritrovata dal collezionista Jon Murphy in un negozio di Edmonton e poi divulgata sul web da Aaron Levin, un vero fanatico delle private press. Questa scoperta ha portato, grazie a qualche nota di copertina, a rintracciare alcune persone che avevano lavorato a L’Amour, tra le quali il fotografo Ed Colver, che rivelò per primo la vera identità di Lewis: Randall Wulff, un affascinante personaggio alla guida di una Mercedes decapottabile, che durante le registrazioni del disco pernottò al Beverley Hils Hotel assieme a una ragazza che aveva tutta l’aria di essere una modella. Il suo assegno per il pagamento delle fotografie, 250 dollari, risultò poi scoperto.

Nel 1983, Randall Wulff si presentò al Music Lab di Los Angeles deciso a registrare le proprie canzoni. Lì assunse Bob Kinsey come ingegnere del suono e Philip Lees al synth e registrò il disco, pubblicato poi dalla R.A.W. Records, una label sconosciuta. L’Amour è un album fuori dal tempo, specialmente se contestualizzato nella Los Angeles di inizio anni Ottanta, dove il punk era stato sostituito dalla new wave e i synth non venivano utilizzati per tessere delicate ed eteree trame musicali. Una collezione di canzoni sfuggenti come il proprio autore, dai contorni indefiniti e dove l’intreccio tra synth, voce e piano è tutto tranne che coordinato. Il dolce borbottare di Lewis sopra ai pochi accordi di piano riesce comunque, in qualche bizzarro modo, a connettere emotivamente con il lavoro fatto al synth da Lees, un’operazione di alienazione vera e propria che a volte sostiene e supporta il cantato di Lewis mentre altre viaggia per proprio conto, come perso in un’altra dimensione. I brani parlano d’amore come un dolce ricordo, con una vena di permanente malinconia, e non come qualcosa sul quale fare affidamento in futuro. Lewis è quel latin lover che ti seduce con il sorriso, ti racconta le sue storie incredibili con dolcezza e sparisce il mattino dopo nel nulla dal quale era venuto. In “I Thought The World On You”, “Let’s Fall In Love Tonight”, “Romance For Two” si ha come l’impressione che tutto sia già accaduto, ma, allo stesso tempo, che possa ancora accadere, se solo ci si lasciasse andare. Lewis è romantico senza essere sdolcinato, i suoi sussurri non sono lacrime di compassione per ciò che è stato, ma piuttosto di nostalgia per un sogno dal quale ci si è destati troppo presto. “Cool Night In Paris” riprende la chanson francese, grazie a pochi, azzeccati accordi di chitarra, e la lega indissolubilmente al personaggio di Lewis, un dandy americano dai modi gentili che cerca di congelare quel singolo attimo di felicità vissuto per le strade di Parigi. Se un Nick Drake o un Arthur Russell avessero mai registrato un album con Angelo Badalamenti, L’Amour sarebbe probabilmente stato il risultato.
Una volta completata l’opera, Lewis/Randall Wulff si fa di nebbia, come un fantasma. Alle spalle una dedica alla modella Christie Brinkley, un assegno a vuoto, qualche fotografia e dieci tele spezzacuore sull’amore.

Nel frattempo, ai giorni nostri, la ricerca dell’artista ribattezzato Lewis prosegue nell'Alberta, in Canada. Lì viene rintracciato un nipote, che afferma di ricordare Randall Wulff come un’agente di cambio del quale si erano perse le tracce da diversi anni. Il nipote fornisce però una dritta utile: fra i tanti pseudonomi usati da Wulff, c’è anche quello di Lewis Baloue, il quale conduce la Lights In The Attic a Vancouver, dove nella collezione privata del dj Kevin “Sipreano” Howes viene ritrovato un nuovo album, Romantic Times. Quasi nello stesso momento, nel medesimo negozio dove era stato ritrovato L’Amour per la prima volta, una copia analoga di questo rarissimo lavoro viene portata alla luce e messa su Ebay, dove sarà poi venduta all’incredibile cifra di 1825 dollari. La voce si sparge e Lewis diventa il caso dell’anno.

Randall Wulff riappare dunque nel 1985 sul suolo canadese, due anni dopo la pubblicazione di L’Amour, a Calgary. Nei Thunder Road Studios trova Dan Lowe, con il quale lavorerà a Romantic Times, sotto lo pseudonimo di Lewis Baloue, alimentando ulteriormente il suo mito. Impeccabile in compleato bianco bianco, viene fotografato davanti alla sua Mercedes e ad un jet privato: è il maschio alfa, sembra uno yuppie ma la sua musica è tutto l’opposto dell’immagine che Lewis offre di sé. Lewis è un cantore gentile dell’amore e le sue canzoni sono abbracci confortevoli. Romantic Times ci offre un quadro più ampio di Lewis artista. La voce di Wulff è più calda rispetto al sussurro impercettibile del primo disco. Le storie sono meno personali, e Lewis le canta con parole intelligenti, mettendo in un luce una certa consapevolezza nelle proprie capacità di songwriter. Il fragile equilibrio costruito in L'Amour non poteva permettersi interferenze strumentali di sorta, mentre in questo caso Lewis dà spazio a nuovi elementi, come il lussurioso sassofono di “We Danced All Night” o la drum machine di “So Be In Love With Me”. Ma la bellezza eterea che abbiamo conosciuto in “L’Amour” è ancora lì, solo che non poggia più sulle dolci note di un piano, ma sugli effetti di una drum machine un po’ dozzinale. “It’s A New Day”, “Where Did My Love Go Away” sono delicati squarci di bellezza all’interno di un disco affascinante, ma che non possiede quel fascino quasi mistico del suo predecessore.

Come da copione, Lewis svanisce nuovamente, ma il giornalista e filmaker Jack D. Fleischer e il boss della Light In The Attic Matt Sullivan sono decisi a non mollare la pista. D’altronde le royalties per le ristampe sono congelate nell’attesa di trovare il legittimo autore dei brani e un’artista merita di sapere che la propria arte, qualunque essa sia, sta ricevendo un riconoscimento. E come in un film, grazie all'imbeccata giusta, ce la fanno. Trovano Lewis in Canada, fuori da un coffee shop, vestito totalmente di bianco esattamente come trent’anni prima. E’ rilassato e si gode la vita con stile, come ci si può aspettare da una persona come lui. Non ha assolutamente idea di quello che sta sta succedendo intorno alla sua musica e si dimostra stupito quando i due gli rivelano di essere sulle sue tracce da anni. Randall Wulff sembra essere un uomo che è andato avanti, nella vita e nella musica, e che non vuole guardarsi indietro. Non ha intesse nel denaro, ma non rinnega nemmeno il proprio passato, del quale ha raccontato storie divertenti ma non ha voluto svelare tutto. Da Romantic Times ad oggi, pare che Wulff non abbia mai smesso di registrare musica (forse anche in Europa) puramente a scopo personale e da uno studio di Vancouver, il Fiasco Bros, è emerso presto un nuovo album, registrato sotto lo pseudonimo di Randy Duke (a 00:50 di questo video video, si vede Lewis all’opera per qualche istante). Il disco, intitolato Love Ain’t No Mystery, è stato inciso agli inizi del decennio scorso dopo anni di prove e successivamente ripreso nel 2014 dalla Summersteps. Colui che si è occupato delle registrazioni, Len Osanic, ha poi fornito alcuni spunti per comprendere meglio l’artista Randal Wulff. Osanic lo descrive come un maniaco del non-rumore, pronto a curare al massimo ogni dettaglio. Uno che “si presentava negli studi con quattro diverse chitarre acustiche, che cambiava in base a quella che rispecchiava al meglio il mood del giorno” e “capace di restare dieci minuti in silenzio prima di registrare per entrare nel clima corretto”. Osanic aggiunge: “E’ l’artista più delicato con cui abbia mai lavorato. Era costretto ad indossare solo un certo tipo di maglione durante le registrazioni perché le altre magliette avrebbero fatto troppo rumore”.

Love Ain’t No Mystery è un album diverso dai due precedenti, ma non c’è alcun dubbio che sia opera dello stesso uomo di L'Amour. La voce di Lewis è inconfondibile, così espressiva e ormai familiare. I quindici brani che lo compongono segnano un cambiamento nell’opera di Wulff, tutti estremamente dilatati (solo uno sotto i cinque minuti di durata) e segnati dal solito argomento: l’amore. Lewis però non è più il seduttore romantico degli anni Ottanta, è un uomo dal cuore spezzato e che non ha paura di affrontare la cosa. Le canzoni sono orfane di quei synth eterei che si possono ascoltare nei suoi primi lavori; qui l’artista è nudo, senza filtri. Il suo songwriting è diretto, esasperante nella ripetizione di alcune frasi, come se in questo modo si volesse liberare di qualche peccato. La prova vocale di Lewis è di grande pregio ed è ciò che caratterizza realmente ogni singolo brano; in pezzi come “Fountains” o “I Come From Texas” Wulff spinge al massimo le proprie corde vocali, creando una sorta di tremolo nella voce altamente espressivo della propria emotività. In altri come “I Was Not Shy” ritorna a quei sussurri soffici che ormai ben conosciamo. Love Ain’t No Mystery è un opera affascinate, corposa, persino eccessiva: nemmeno una voce come quella di Lewis può intrattenere per così tanto tempo senza suscitare un briciolo di noia. Eppure c’è qualcosa del Lewis maturo che intriga e affascina come il playboy degli anni Ottanta, ancora capace di suscitare emozioni dopo tanti anni.

Che decidiate o meno di credere nella storia di Randall Wulff/Lewis, ciò che resta di questo racconto ai limiti dell’incredibile è una collezione di canzoni struggenti sull’amore, di quelle che solo chi ha vissuto al massimo può cantare senza scadere nella banalità. Un’artista senza tempo, capace di viaggiare attraverso di esso per presentarsi al momento giusto alle orecchie e ai cuori di chi realmente vuole ascoltare. Come ogni fantasma che si rispetti dovrebbe saper fare.



Lewis

Il dandy fantasma

di Mattia Villa

Lewis è un fantasma. Un playboy romantico comparso dal nulla per registrare brani dal fascino etereo e poi sparire nuovamente nella luce del tramonto. Questa è la sua storia, o almeno una parte di essa, e di come la sua musica sia stata riscoperta quasi trent'anni dopo l'incisione di "L'Amour"
Lewis
Discografia
L'Amour (R.A.W., 1983 / Light In The Attic, 2014)8
Romantic Times (Light In The Attic, 1985/2014)7.5
 Love Ain't No Mystery (Summersteps, 2014)6.5
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