M.I.A.

M.I.A.

I Fought The Pop (And The Pop Won)

di Giuseppe Pias

Il percorso artistico e musicale di un'ex-rifugiata divenuta una delle più influenti popstar degli ultimi quindici anni, tra dischi, fashion, controversie e una costante lotta dall'interno contro lo show business
Nel 2016 Mathangi "Maya" Arulpragasam ha compiuto 41 anni. È una donna molto bella, dal fascino esotico e un po' sfrontato, e dimostra circa otto-dieci anni in meno di quelli che ha; conosciuta con il nome d'arte M.I.A., è una popstar importante e tuttora famosa, anche se il suo periodo di maggiore visibilità si può considerare ormai alle spalle. Oltre a essere una cantante "pop", peraltro tra le più influenti degli ultimi quindici anni, M.I.A. è anche qualcos'altro: una visual artist, una regista di video e documentari, una stilista, una voce di dissenso che spesso e volentieri entra in collisione proprio con quello show business con cui ha dimostrato a tratti di convivere assai bene. Ed è solo considerando tutte queste cose insieme, e tenendo presente che ella ha sin da subito percorso un tragitto alquanto singolare dentro e fuori il mondo meraviglioso e crudele della musica pop, che si può comprendere la differenza tra quest'artista e altre sue colleghe e amiche, che si chiamino Madonna o Rihanna, Beyoncé oppure Nicki Minaj.
Per provare a dare una cornice al modus operandi di M.I.A. può essere utile una definizione riferita ai Clash, uno dei suoi gruppi preferiti. Quando questi firmarono per la Cbs nel 1977 furono bollati con dispregio corporate punk, a certificare il tradimento degli "ideali" in nome del denaro. A parte che la carriera del gruppo avrebbe fatto giustizia di un giudizio così reciso, rimane comunque l'idea romantica che un vero cantore di protesta dovrebbe restare fuori dalle tentazioni e dai compromessi legati al mondo dello spettacolo e all'industria musicale. E invece M.I.A. sembra aver fatto sua proprio quella sprezzante etichetta, sin nelle sue più intime contraddizioni: che si tratti di musica, passa indifferentemente da mega studi e scintillanti collaborazioni a lavori con oscuri rapper anglo-nigeriani o session in studi di registrazione pieni di scarafaggi; la sua idea di moda è quella di un look patchwork e sgargiante preso da ogni strada del mondo, peraltro rimasticato e personalizzato con gusto non comune, senza disdegnare però collaborazioni con Versace e Moschino e gli inviti alle sfilate più esclusive. Oppure ancora, che dire delle prese di posizione assai controverse nei confronti di internet e dei media, unitamente a un uso di Twitter-Facebook-Instagram-e via andare continuo e massivo?
Ecco: posta di fronte a scelte di campo consuete, sembra che M.I.A. non possa o non voglia scegliere. Così finisce per rappresentare uno spaccato trasversale dei temi artistici, musicali, financo sociali dell'ultimo decennio, così intricato e fluido al contempo, da lei tracciato con la sua musica e altre sue espressioni, trovando come unico modo per raccontarlo il farsi carico interamente di essi, senza tralasciarne alcuno. Nel suo essere una popstar in tutto e per tutto, ma anche una fiera sostenitrice di temi sociali anche controversi, esposti senza timore e con convinzione intatta con il passare degli anni, non stupisce che sia da più parti attaccata come poseur, finta indignata, addirittura come sostenitrice del terrorismo. E non sorprende che, rispetto alle figure affini citate, appunto Rihanna, Nicki Minaj, Madonna o le nuove leve degli ultimi anni, la sua popolarità anche in Rete sia decisamente minore, nonostante la sua presenza costante; non è estraneo a ciò quanto accaduto nel biennio 2010-2012, che ha pesantemente ridimensionato il suo pubblico, soprattutto negli Usa. Che sono d'altro canto le stesse cose che ne sanciscono una volta di più lo spessore e il coraggio. Insomma, la sua è sicuramente una storia che va raccontata.

Mathangi Arulpragasam nasce in Inghilterra nel 1975, da una famiglia originaria dello Sri Lanka. Qualche mese dopo la sua nascita essi vi ritornano, per restarci per i successivi dieci anni. Lei è figlia di un membro delle Tigri Tamil, un movimento rivoluzionario che ha tentato di rovesciare il governo esistente, giudicato troppo duro e repressivo nei confronti della popolazione Tamil, che vive in una parte dell'isola oltre che in India. In quegli anni Mathangi, la madre e i due fratelli si sposteranno spesso a causa della guerra civile in atto, anche in India, e avranno a che fare con privazioni, come vivere in una casa senz'acqua corrente, e con situazioni pericolose, come trovarsi in mezzo a una sparatoria a scuola.
Verso il 1986 i membri della famiglia, senza il padre, da anni latitante, riescono dopo cinque tentativi infruttuosi a tornare in Gran Bretagna e a ottenere lo status di rifugiati politici. Maya (come decide di farsi chiamare per comodità) frequenta la scuola a Londra, impara l'inglese, che prima conosceva solo per le poche canzoni occidentali ascoltate in Sri Lanka, cresce in un ambiente vivace e ricco di stimoli, ma anche di strisciante razzismo, e nonostante le ristrettezze economiche riesce a iscriversi in una prestigiosa scuola di arte, il college Central St Martin.

La sua prima vita artistica inizia con lavori grafici di gusto pop e street elaborati con mezzi vari, dalla pittura ai graffiti allo stencil; sono opere ricche di colori acidi e fluo in cui mischia di tutto, dalle immagini di armi e carri armati alle bandiere alle scritte arzigogolate, alla grafica digitale old style, insieme a citazioni della sua cultura di origine e della guerra civile che impazza nello Sri Lanka. Esse riscuotono molto interesse, tanto che nel 2000 riesce a concorrere per l'Alternative Turner Prize, importante concorso per giovani artisti. È così che conosce Justine Frischmann[1], leader del gruppo Elastica, che la incarica di realizzare l'artwork per il suo disco The Menace, oltre che realizzare un documentario poi abortito, e poi la convince a scrivere musica per conto suo, insegnandole i rudimenti del sequencer Roland MC-505. Nonostante le sue incertezze, i suoi brani iniziano a prendere forma, e un tour negli Usa al seguito di Peaches, sboccata e talentuosa cantante dance-electro (genere che lei conosceva bene per la sua frequentazione dei vivacissimi club londinesi), le permette di testare quanto ha appreso. La sua carriera ha una svolta con un'inclassificabile canzone tanto irresistibile quanto semplice nell'impianto, "Galang". Uscita in un Ep autoprodotto in sole 500 copie, inizia a girare nei club londinesi e ad avere un successo sempre crescente.
M.I.A., il cui nome d'arte inizialmente stava per Missing In Acton, dal nome del quartiere londinese in cui viveva, per poi trasformarsi nel più canonico Missing In Action, si lega a quel punto con un giovane dj e produttore d'origine statunitense, Diplo, come lei battagliero e attento ai ritmi del mondo imbastarditi con la dance elettronica, e gli eventi accelerano. Nel 2003 "Galang" diventa la next big thing: le testate musicali e i siti internet più legati al trend iniziano a promuoverla, e il nome di M.I.A. circola via via in piazze sempre più ampie.

Superata quindi la sua ritrosia e insicurezza sulle doti vocali, Maya si getta a corpo morto nella realizzazione del suo primo album, realizzando nel frattempo un mixtape in combutta con Diplo. Il nome del mixtape (mai uscito ufficialmente per questioni di copyright), Piracy Funds Terrorism volume 1, e la sua copertina, apparentemente un pasticcio di elementi e colori presi a caso[2], con la posa fiera e sfrontata di M.I.A. in primo piano, sono un efficace biglietto da visita del contenuto: liberi sia dai condizionamenti legati alla struttura canonica di una canzone, sia dalla necessità di chiedere il permesso ad altri artisti per i sample, i brani si dispiegano ininterrotti, un flusso ritmico dai toni variopinti dove, insieme a pezzi che in parte confluiranno nel primo album, campioni di LL Cool J, Bangles, Missy Elliott, Prince o gli Eurythmics si succedono l'uno all'altro. Su tutto regna la legge del dancefloor: il ritmo sovrano, i bleep e le voci in funzione del groove, le continue invenzioni armoniche e di mescolamento tra canzoni diverse; come è logico, si tratta di un mixtape ideato per la pista da ballo, ma funziona benissimo anche al semplice ascolto.

Refugee's rap education: Arular

mia03Il primo album, Arular, prodotto tra gli altri con la Frischmann e Diplo, arriva nel 2005 sotto l'etichetta XL, uno dei nomi di punta delle nuove frontiere musicali tra dancefloor, elettronica e ricerca. Grafica della copertina simile a Piracy Funds Terrorism, il titolo a richiamare il nome di Arul, il padre, come una rivendicazione di fierezza delle proprie origini (e lui le chiederà invano di non usarlo), e soprattutto una dozzina di canzoni che ridefiniscono il concetto di rap, pop, tribale, grime, elettronica. Come? Mischiando il tutto con una verve e una capacità di costruzione del pezzo che fanno gridare al miracolo.
Arular è un debutto delizioso, fresco e fragrante di temi apparentemente inconciliabili. Ha un che di artigianale, di trovarobato elettronico, basato come è perlopiù sui ritmi secchi e sincopati della Roland, spesso doppiati dalla voce che scandisce altrettanto secca le rime (argomento preferito: l'autoaffermazione, a ribadire che è arrivata una nuova boss sulla pista da ballo, e riferimenti alla sua esperienza di esule di guerra), ma funziona magnificamente, grazie ai ritmi debitori delle strade del Brasile, dell'Africa, di un Terzo Mondo ridotto alla sua essenza di battito vitale, su cui svetta una voce ancora un po' incerta, ma pronta a conquistare con i suoi vocalizzi su tappeti squillanti ("Hombre", "Amazon"), gli strepiti su ritmo baile funk brasiliano ("Bucky Done Gun"), saltellanti tastiere anni Ottanta ("10 Dollars"), ininterrotti flussi ritmico-vocali ("Bingo"), oppure ancora con brevi frammenti (skit) che introducono il lavoro e inframmezzano i brani. È proprio a partire da questi ultimi che si capisce che c'è molto di più del solito talento in ascesa: "Banana (Skit)" e "Dash The Curry (Skit)", introdotti da uno sferzante "Refugee education number...", hanno un testo sarcastico e amaro riguardante chi per sopravvivere è costretto a rifugiarsi in un altro Paese; sia in "Banana" ("ripetere la parola Ba.na.na ancora e ancora" per imparare l'inglese) che in "Dash The Curry", dal testo volutamente sgrammaticato ma anche sottilmente minaccioso, è evidente l'intenzione di mostrarlo come un selvaggio o un inferiore, a malapena in grado di esprimersi, anziché una persona con un vissuto drammatico e una sua dignità. Tutte cose vissute sulla propria pelle da questa ragazza, come da lei ribadito in più interviste. Dieci anni dopo constaterà con amarezza che nulla è cambiato, stante l'emergenza migranti in atto; ma su questo si tornerà.

Comunque sia, si resta ammirati dinanzi al talento puro che una ragazza con un retroterra culturale ed esperienze così differenti riesce a sprigionare, amalgamando il tutto con pochi mezzi e facilità irrisoria. Continuando con le canzoni più importanti ivi presenti, oltre a segnalare lo strepitoso singolo "Sunshowers", ritmo da danzatori nella giungla con il ritornello preso dall'omonimo pezzo della Dr. Buzzard Original Savannah Band e richiamo all'Olp come incitamento a non arrendersi, resta da citare "Galang", la canzone-manifesto. Ossessivamente innervata dall'omonimo termine, appartenente allo slang londinese, si trascina pimpante e puntuta sino a un certo punto, quando si apre a una litania tamil che prima spiazza e poi incanta. Ma è degno di nota anche il video realizzato per l'occasione: esso mostra Maya che accenna passi di danza, in minigonna o fuseaux e maglie extralarge; sensuale, ammiccante ma mai volgare, di un candore che irretisce, la giovane M.I.A. (e qui c'è da sgranare gli occhi, in quanto ha già sui trent'anni) danza e poi si moltiplica tra sagome di bombe e carri armati, tigri e bandiere tamil, mitra disegnati con lo stencil, insomma tutto il suo armamentario grafico che fa da sfondo e cornice.
Canzone e video insieme sono una bomba, e dimostrano un po' di cose: che per quanto ai primi passi M.I.A. ha idee chiare, una grande consapevolezza dei propri mezzi, e per lei i lavori con grafica digitale sgranata, pittura, simboli e colori presi dall'immaginario pop degli ultimi decenni e dalle battaglie per la libertà, senza dimenticare l'uso attivo dei nuovi media, con Internet appena entrata nella fase 2.0[3], fanno un tutt'uno con le canzoni.

Nei fatti, la sua estrema attenzione nei confronti dei video musicali non è solo una conseguenza della sua attività come visual artist, ma un'estensione necessaria e complementare, insieme alla grafica, le foto, etc. a corredo della musica. Poiché si occupa di tutte queste espressioni perlopiù in prima persona, si può dire che per certi versi M.I.A ha più a che fare con J. M. Basquiat, o con persone quali la palestinese Emily Jacir, l'afroamericana Kara Walker o il britannico Isaac Julien, tutti artisti noti per i loro lavori infradisciplinari che si interrogano sulle problematiche connesse con la loro condizione di origine, piuttosto che con Nicki Minaj, nonostante le indubbie similitudini con quest'ultima.
Detto anche di questo aspetto, che va a integrare la sua esperienza con la club culture londinese e il retaggio culturale indiano, resta da inquadrare l'attività musicale di M.I.A., alla luce di questo album, con la sua più importante influenza: l'hip-hop. Arrivata a Londra, la scoperta shock di gruppi come Public Enemy e N.W.A. ha rappresentato per lei tantissimo, e non solo per l'aspetto puramente sonoro, ma proprio per quello culturale: la loro espressione di disagio, rabbia e fierezza, ma con ritmo, ha di fatto rispecchiato la visione su cui poi M.I.A. ha costruito la sua carriera musicale. E se non può considerarsi solo una rapper, usando spesso e volentieri il cantato, altri aspetti dell'hip-hop sono stati introiettati totalmente e irrevocabilmente. Come la street credibility, sempre mantenuta e rivendicata nei fatti, dall'uso di suoni di strada, alle ambientazioni dei video e le comparse usate, prese letteralmente dalla stessa[4]; come il codice di abbigliamento, pur personalizzato in un caos sgargiante e legato alla sue radici indiane; come l'uso massiccio di sample altrui, quasi fosse una riappropriazione di ciò che fu creato dalle popolazioni più oppresse, rubato dall'industria (bianca) dell'intrattenimento, e recuperato da chi ha più diritto di avvalersene. Anche se è evidente che pure lei pesca da tutto il mondo, dall'Australia, all'Africa, al Sudamerica, sino alla sua madre India; l'unica differenza è che in qualche misura sembra più legittimata, in nome della sua origine e della mescolanza di stili di cui è incarnazione.

Quello che è certo è che ci troviamo di fronte a una nuova stella, che usa il termine pop in senso più ampio possibile: la musica pop e danzabile per arrivare alle masse, l'arte visuale pop come modello dei tempi fluidi che si stanno vivendo, rielaborati e stravolti in tempo reale. Il senso (sempre pop) della superficie patinata, attraente e riconoscibile, e però costantemente legata a significati più profondi e drammatici. Tutto insieme, tutto mescolato e offerto contemporaneamente. Chi si disinteressa del contesto ascolta, balla e apprezza, i critici si spellano le mani.
In seguito M.I.A. riuscirà a ripetersi su tali livelli, ma il senso di selvaggia innocenza e irresistibile spregiudicatezza che si respira in queste canzoni non sarà più ripetuto.

A comeback with (more) power: Kala


mia04Il successore di Arular arriva due anni dopo, sempre per la XL. Il nome scelto, Kala, è quello della madre, un altro omaggio alle sue radici. Rispetto ad Arular, è evidente il passo avanti verso un nuovo livello: è ancora pop, è ancora politico-sarcastico-impegnato, è sempre molto ritmico. Ma c'è molta più varietà, molti altri influssi, la spontaneità e freschezza sono maturate in nuove modalità, talora dure o secche, altre volte ammantate di sprazzi melodici, grazie al sapiente lavoro in fase di produzione, che vede tra gli artefici il dj Switch, poi nei Major Lazer con lo stesso Diplo. Tra storie di fucili Ak47 venduti in Africa per 20 dollari, bambini che bussano alla portiera del tuo Hummer per chiederti l'elemosina, trafficanti di visti di ingresso per criminali, racconti di bambini di uno sperduto villaggio australiano, tutto fa brodo in Kala. Tra schiamazzi, galline, il ritmo costante declinato in chiave tribale o dance o a metà strada tra i due, scenari di vita da favelas brasiliane o slum africani/indiani, ma con un piglio meno immediato e più nervoso, si resta sconcertati dal subitaneo cambio di stile a ogni pezzo, e da come influenze, citazioni dirette o suggerite di canzoni synth-pop, indie-rock, indian-disco, riemergano con tutti i crismi dell'originalità.
"Bamboo Banga" apre le danze con un ritmo feroce, ossessivo, e la voce incalzante e cadenzata che poi cede il passo a un sample di musica tradizionale tamil; nella sua asprezza minimale è un formidabile brano d'attacco[5]. "Bird Flu" è schiamazzi e trilli e voci che rimbalzano tra versi di galline e tamburi rullanti (la percussione indiana urmi, per l'esattezza); "Jimmy" è un atto d'amore nei confronti di "Jimmy Jimmy Ajaa Ajaa", canzone della sua gioventù tratta dal film indiano "Disco Dancer" degli anni 80, reinterpretata in chiave eurodisco in maniera superba, con tanto di basso pulsante e coretti svenevoli, e corredata da un video in cui M.I.A. è vestita con un ricchissimo costume indiano, ma con sfondo di galassie oppure omini 8 bit.
"Mango Pickle Down River" prende una hit di cinque anni prima dei Wilcannia Mob (i bambini di uno sperduto villaggio australiano che raccontano in rap della loro vita e dei loro sogni), e ci innesta l'intervento vocale della Nostra come fosse la loro sorella maggiore. "20 Dollars" è uno dei pezzi di punta, di quelli che più azzardano nelle citazioni: se il tema musicale è quello dell'austero synth-pop "Blue Monday" dei New Order, il testo del refrain è tratto dalla straordinaria "Where Is My Mind", capolavoro degli americani Pixies. Che c'entrano l'uno con l'altro, e che hanno a che fare con la disincantata narrazione, a voce pesantemente effettata, degli effetti devastanti dovuti agli squilibri economici tra primo e terzo mondo? Nulla, ovvero tutto. Nella società liquida i confini sono solo nella nostra testa, e basta un colpo di genio per dimostrare che cose apparentemente così distanti sono in realtà perfettamente accostabili. È la refugee education n° 3 di M.I.A., un tempo profuga, ora simbolo della "World Town" (per inciso, un altro pezzo presente in Kala).
L'album è stato registrato in India, Australia, Giamaica, in Africa, e infatti un altro grande strike è "Hussle" con la partecipazione del Mc anglonigeriano Afrikan Boy, e per finire anche negli Usa, in uno studio in cui si poteva trovare gente come Will.i.am, Kayne West e Timbaland. Quest'ultimo si degna di dare il suo tocco alla finale "Come Around", che non c'entra molto con il resto, ma che proprio per questo va bene come suggello di un album realmente internazionale. La promozione dell'album avviene con i singoli "Boys" e "Jimmy" che, pur andando piuttosto bene, non hanno fatto però il botto; a quel punto la scelta cade su un pezzo realizzato all'ultimo insieme a Diplo, che narra in maniera fumosa e metaforica di canne, del traffico illegale di visti di ingresso negli Usa[6], e di quanto siano pericolosi gli immigrati che in questo modo possono circolare indisturbati in un paese ("all want I do is bang! bang! bang! and take your money").
Così "Paper Planes" parte leggera, supportata da un video in cui una deliziosa M.I.A. si mostra nella sua carriera "criminale" vendendo panini all'angolo delle strade a New York, ironicamente pagata in contanti, orologi, collane, oppure danzando nei supermercati o in strada con altre ragazze. Ebbene: è forse dai tempi di "Bittersweet Symphony" dei Verve che un sample non veniva utilizzato così magnificamente; basata sul riff iniziale di "Straight To Hell" dei Clash (e richiamando nel ritornello la celebre "Rumpshaker" dei Wreckx-N-Effect), "Paper Planes" è la canzone perfetta che rende M.I.A. conosciuta in tutto il mondo. Usata nel film "Pineapple Express e Slumdog Millionaire", sfruttata dal marpione Kayne West per "Swagga Like Us" di T.I. con Jay-Z e Lil Wayne, candidata al Grammy, diventa uno dei pezzi simbolo degli anni Zero, la ciliegina su quella torta capolavoro che è Kala.

Drills, thrills and flipping birds: /\/\/\Y/\

mia06Nel 2009 M.I.A. appare tra le personalità più influenti dell'anno secondo il Time; con un nuovo album alle porte, il successo lento e poi inarrestabile di "Paper Planes", con tanto di performance pazzesca ai Grammy (lei è incinta, a pochi giorni dal parto) insieme a Jay-Z, Lil Wayne e Kayne West, e anche la nomination all'Oscar per la partecipazione alla colonna sonora di "Slumdog Millionaire" con la canzone "O... Saya" di cui è co-autrice, il 2010 sembra quindi cominciare sotto i migliori auspici. E invece il fragile equilibrio tra prese di posizione scomode e brillanti successi si incrina pericolosamente. Comincia tutto con un'intervista della giornalista Lynn Hirschberg del New York Times, che offre un ritratto di Maya come una finta indignata che discetta di rivoluzione dal basso mentre mangia patatine al tartufo. La sua replica è durissima: accusa la giornalista di avere estrapolato dal contesto, e stravolto il senso, brani interi di conversazione, ne pubblica il numero di telefono su Twitter e scatena un pandemonio. Riuscirà a ottenere ragione, con tanto di rettifiche del giornale, ma il danno è fatto e la sua reputazione lesa in maniera forse irreversibile.
Detto in sincerità, è in effetti difficile credere che non ci sia del vero in quelle accuse. Il fatto è che, al di là dell'accertata mistificazione giornalistica, il giochino di Maya è molto rischioso, e si presta fin troppo a critiche feroci. Sin dai tempi di Arular, il suo agit-pop ha fatto sì che ogni suo passo venisse giudicato molto più attentamente di quanto di solito si fa. Non essendo la solita popstar, ma avendo saggiato sulla sua pelle il rapporto sbilanciato tra un Occidente cinico e sazio e i paesi emergenti sfruttati ed emarginati, ha un bagaglio di sofferenze simile e al tempo stesso più profondo rispetto a certi rapper da ghetto, e nei testi questo è esposto neanche tanto velatamente; ma oltre a questo paga sempre la sua natura di straniera, come fosse un marchio di infamia. Il suo essere compiutamente occidentale, ma senza dimenticare nulla delle sue origini, e la sua costante denuncia delle ipocrisie e ingiustizie che ancora si perpetrano nel mondo, e in particolare nella sua patria, lo Sri Lanka, la rende un bersaglio fin troppo visibile per gli strali di ipocriti, razzisti, o semplici ignoranti. A questo si aggiunga la sua condizione di donna fiera, sensuale ma per nulla sottomessa a squallidi stereotipi sessisti, grazie anche a un controllo impeccabile della sua immagine fisica[7], e si capirà maggiormente il senso della sua nuova opera.

Alla fine del 2010 esce /\/\/\Y/\, il terzo album, oltre che su XL, per la sua etichetta personale N.E.E.T. e per il colosso Usa Interscope. Volutamente intitolato così, per rendere impossibile la ricerca su Google (che non accetta quei simboli), /\/\/\Y/\ è più che il difficile terzo album: è un disco dai toni cupi e ossessivi, che alterna episodiche canzoni pop a brani dal suono acuminato e saturo, che talvolta si spinge sino al sibilo industriale. Sono ancora una volta diversi i temi che confluiscono in questo disco assai ostico, per il tipo di musica di solito a lei associata; essi si possono sintetizzare in pochi termini: caos, rigetto, rifiuto. Maya nel giro di qualche anno è passata dall'anonimato, con la libertà che questa condizione permette, a essere sotto i riflettori del mondo. In parte si è adeguata (e ci si è trovata a suo agio), ma alla fine le pressioni devono essere state eccessive per lei, e i compromessi richiesti evidentemente inaccettabili. Leggendo i testi delle canzoni, il tratto comune sembra essere una dura autoanalisi, un interrogarsi sulla propria condizione di personaggio pubblico travisato o distorto dalle falsità della Rete o della stampa, una figura bidimensionale su cui si proiettare i propri bisogni anche fisici, una straniera di cui comunque sospettare. La Maya del titolo è così scomposta in dodici frammenti diversi, e la musica segue necessariamente questa trama nascosta.
A partire dall'atto d'accusa nei confronti dei nuovi media e in particolare di Google (l'iniziale "The Message"), per l'uso che fanno dei dati raccolti dall'utenza inconsapevole, e al tempo stesso per la disinformazione a discapito dell'apparente facilità di reperire dati e notizie, il disco viaggia attraverso assalti sonici come i trapani che imperversano in "Steppin Up" o l'electronoise ubriaco di "Teqkilla", le ritmiche ondivaghe di "Lovalot" e quelle fratturate in "It Iz What It Iz", la cover di un vecchio successo synth-pop dei Spectral Display in forma di reggae subacqueo ("It Takes A Muscle"), un altro assalto acuminato alle orecchie ("Meds And Feds"), o il vibrante R'n'B alla Beyoncé di "Tell Me Why". Quest'ultima, con i suoi cori fantasmatici, è uno dei pochi intermezzi davvero pop dell'album, assieme al singolo "XXXO", l'episodio più catchy che può ricordare nella voce e nella costruzione del brano addirittura Britney Spears.
Ma è un altro singolo la canzone che caratterizza /\/\/\Y/\ nel bene e nel male, e stiamo parlando di "Born Free". Costruita sulla base di "Ghost Rider" dei Suicide, con la sua ritmica punk e la voce filtrata "Born Free" è un bello scossone, ma è poco a paragone del video che la accompagna. Firmato da Romain Gavras, figlio di Costantin "Costa" Gavras, mostra le brutali operazioni di rastrellamento di una forza militare con le insegne statunitensi nei confronti di tutti coloro che hanno i capelli rossi. Modellato su un documentario di quei giorni che denuncia lo sterminio della popolazione Tamil da parte del governo dello Sri Lanka (oppure le repressioni nell'Irlanda del Nord, non tutte le fonti concordano), il video di "Born Free" viene bandito temporaneamente da YouTube e sommerso dalle critiche, cogliendo in questo modo un evidente nervo scoperto[8].
Insomma, /\/\/\Y/\ risente dello stato di crisi in cui è nato, e sembra immerso in un caos impossibile da districare, come peraltro risulta evidente alla lettura del booklet allegato al cd, un'esplosione di grafica digitale impazzita tra finestre pc concentriche, scritte dal font glitterato e stucchevole, foto malamente ritagliate, e i testi delle canzoni annegati in tale marasma. Nonostante queste assonanze/dissonanze, a testimonianza di un concept di fondo ben chiaro nella mente di M.I.A., e della sua volontà di considerare ogni lavoro la somma di più componenti indivisibili, alla fine non risulta del tutto a fuoco in questo suo muoversi a salti tra complottismo, feroce autoconsapevolezza e occasionali momenti di riposo (ancora, la sognante "Gravity" che chiude l'album); la troppa carne al fuoco sembra sfuggita di mano, e la schizofrenia di fondo, ammessa in primis dalla sua autrice, fa sì che sia accolto dalla critica in maniera contrastante, tra pesanti stroncature ed entusiastici riscontri. Ciononostante ha un buon successo iniziale, anche se non duraturo. Nell'edizione Deluxe sono presenti ulteriori quattro brani che insistono sul medesimo tracciato; tra questi merita una menzione "Believer", con la partecipazione del rapper Blaqstarr.

mia05Nel 2011 M.I.A. partecipa al nuovo singolo di Madonna, "Gimme All Your Luvin", insieme a Nicki Minaj. La scatenata canzone si muove nelle coordinate di Madonna di quel periodo, e non è proprio una delle sue più riuscite; piuttosto fa sorridere il video, che vede le due rapper che accompagnano la Ciccone vestite da cheerleader: mentre la Minaj esegue sorridendo il compitino da bambola callipigia, M.I.A. non riesce a nascondere lo sguardo fiero e fermo, a marcare una distanza anzitutto di metodo. A febbraio dell'anno successivo la canzone è pubblicata e il trio si esibisce in quella che è la funzione laica più importante negli Usa, ovvero la finale del Superbowl, che ha ispirato il video di cui sopra. Ed è qui che M.I.A. si fa davvero riconoscere: durante l'esibizione di "Gimme All Your Luvin", infatti, la gatta tamil sfodera davanti alla camera e a oltre 110 milioni di telespettatori il dito medio[9]. Apriti cielo: una bestemmia tale scatena un clamore pazzesco, data la spaventosa portata economica dell'evento. Parte una causa milionaria della NFL nei confronti di M.I.A., unitamente al biasimo delle altre due cantanti presenti (soprattutto di Madonna, che da vecchia volpe conosce benissimo i meccanismi dello scandalo e sa perfettamente che la scena le è stata rubata dalla sua protegè), causa che si concluderà in termini privati solo nel 2015. È forse la pietra definitiva sulle sue possibilità di successo negli Stati Uniti (dove nel frattempo ha preso casa a Los Angeles, e dove continua ad avere problemi di visto di ingresso), e sicuramente un altro suo video, sempre del 2012, non l'aiuterà di certo.

Preach like a priest, sing like a whore: Matangi

mia07Il contratto con la Interscope significa tra le altre cose che M.I.A. deve rientrare nei ranghi, perché vanno bene l'indipendenza artistica, le istanze nei confronti dei Tamil oppressi e tutto il resto, ma i dischi si devono vendere. Questo si traduce in liti, minacce reciproche e ritardi su ritardi. In realtà, l'ultimo segno di vita musicale di M.I.A. era stato un altro mixtape, Viki Leekx, scaricabile dal suo sito il 31 dicembre 2010. Omaggio evidente al terremoto WikiLeaks e al suo stratega Julian Assange, divenuto suo amico di penna, Viki Leekx è un altro assaggio della capacità di M.I.A. di far muovere il culo, con la convinzione che la testa l'avrebbe seguito. Tra le tracce vi è anche la prima versione di "Bad Girls", un interessante mix tra dancehall e bhangra, risalente addirittura al 2007 e firmata da Danja, M.I.A. e Marcella Araica; un pezzo che assumerà molta importanza in futuro.

Nel 2013 esce finalmente il quarto album ufficiale, Matangi. Il titolo non è solo l'usuale riferimento a se stessa, ma anche un omaggio alla dea hindu omonima, patrona della musica e delle arti, che vive tra gli intoccabili, ovvero la casta più in basso nella scala sociale indiana: un'immagine corrispondente in pieno a quello che sente di essere nel profondo.
Matangi, al quale hanno messo mano tra gli altri PartySquad, Switch, il fratello Sugu e Hit-Boy, appare formalmente come un'evoluzione nello stile sincretico di M.I.A., un ritorno ad atmosfere più danzabili lontano dalle scorie di /\/\/\Y/\. Il fatto è che l'eccessiva pulizia e finitura lo fa apparire come una normalizzazione della musica sinora proposta; il suo predecessore, pur con i suoi difetti, manifestava ancora una vitalità non irreggimentata. Matangi sembra invece una tigre con gli artigli smussati; le pur belle canzoni ivi presenti, di cui alcune davvero speciali, raramente lasciano quel senso di esuberanza selvatica, al di là dell'aggressivo suono electro. Sì, il gusto reggae di "Double Bubble Trouble" (riferimento alla hit "Trouble" degli Shampoo) è trascinante, le costanti citazioni indiane (dall'intro "Karmageddon" alla cibernetica "Warriors") sono ben inserite nel contesto, "Come Walk With Me" con il richiamo melodico a "Charmless Man" dei Blur funziona, la tronfia ossessione ritmica à-la Lady Gaga di "Y.A.L.A."[10] è ideale per la pista da ballo, e la sarcastica "Boom Skit" fa sorridere nel rievocare l'esibizione al Super Bowl.
Qualcosa di importante sembra però essere andato perso, nella logorante battaglia contro il sistema; o forse sono cambiati i tempi, e l'innovazione sonora che lei ha interpretato così bene è diventata parte integrante delle musiche dell'oggi, così da far apparire la popstar una tra le tante[11]. Detto questo, Matangi si può considerare comunque un lavoro positivo, nel senso più ampio del termine[12], grazie alla compattezza di fondo e a canzoni speciali che lo nobilitano. Come "Bring the Noize", rap electro con rime sputate a mitragliera, colorato come la parrucca fucsia della sua interprete nel video; oppure "Exodus" (ripreso in "Sexodus" alla fine dell'album), un pezzo sognante che ricalca "Lonely Star" dei Weeknd. O ancora, su tutto, la già citata "Bad Girls".
Uscita come singolo già nel 2012, classico pezzo killer, "Bad Girls" è costruita come da manuale della perfetta canzone pop: incastro magico tra ritmo e versi, una base vagamente indiana con un refrain ipnotico e un flow ammaliante. Ma ciò che rende "Bad Girls" fondamentale nella carriera di M.I.A. è ancora una volta il video che l'accompagna, sempre a firma Romain Gavras. Immaginate un folto gruppo giovanile, maschi e femmine, che ammirano le acrobazie in auto di piloti spericolati o elaborazioni tuning all'estremo confine del tamarro, con finale in gloria dove tutti danzano al suono della canzone. Un plot stravisto tra i video rap, si dirà. Ebbene: il video è girato in Marocco, ma con in mente l'Arabia Saudita; a compiere le acrobazie sono donne vestite in niqāb coloratissimi[13], e a osservarle sono uomini in tunica araba prima perplessi, poi entusiasti; a dirigere le danze c'è sempre lei, M.I.A., su un'auto BMW in equilibrio su due ruote, o a capo di una minacciosa carovana di arabi e guerriere dance con kalashnikov.
In questi quattro minuti si assiste a uno spettacolare rovesciamento di stereotipi e decontestualizzazioni, dal dualismo tra maschile e femminile, a quello tra Oriente e Occidente, al pop spensierato versus impegno militante, tale da far gridare al capolavoro. O realmente imbestialire, soprattutto negli Stati Uniti, dove le cicatrici dell'11 settembre e la conseguente paura del terrorista islamico sono tuttora presenti. Ed ecco questa qui che mostra che in realtà loro sono esattamente identici a noi, nella loro voglia ed espressione di ballo e divertimento. A livello concettuale "Bad Girls", canzone e video insieme, è uno dei risultati più clamorosi ottenibili senza ricorrere a facili effetti sex-shock-gore, e rimane un'espressione di arte pop come davvero poche se ne sono viste. Il video ottiene svariate candidature a premi prestigiosi, e se alla fine ottiene solo il premio Mtv per la regia, non ci sono dubbi nel considerarlo una pietra miliare del genere.

The inverted borders of M.I.A.: A.I.M.

Dopo il tour mondiale di Matangi, M.I.A. resta in silenzio sino al 2015. Poi pian piano inizia a far trapelare qualcosa dei suoi nuovi passi: si comincia con lo streaming di "Can See Can Do", dance ipnotica e martellante che nulla aggiunge di nuovo alla sua produzione. Dopo la collaborazione con Gener8ion per la canzone "The New International Sound Pt II" (e fantasmagorico video con 36.000 atleti/e cinesi riprese tra spogliatoi e incredibili coreografie), segue poi l'uscita di un misterioso "Matahdatah Scroll 1: Broader Than A Border", dove assomma in un unico video la nuova "Swords" (hip-hop+machete+bhangra dance) e la vecchia "Warriors", da Matangi. Mentre nella prima si assiste alle danze con lame o bastoni di giovani indiane, intervallate da visioni sulla suggestiva India d'oggi in bilico tra strade fatiscenti e profonda religiosità, quando suona il secondo pezzo è il turno di un tarantolato danzatore africano. Ci sarebbe dovuto essere un altro video girato in Africa, legato alla canzone "Platforms", ma è stato censurato per clutrural appropriation[14]; il che, trattandosi di M.I.A., assume in effetti i connotati di una beffa o contrappasso.

mia08A novembre dello stesso anno, invece, la neoquarantenne cala l'asso. E con "Borders", ancora una volta, i riflettori e le polemiche si accendono abbaglianti. Uscita per il servizio musicale della Apple, e solo in un secondo momento disponibile sul canale VEVO dell'artista, "Borders" aggiorna il suono M.I.A. con toni più minimali, solenni e mesti, con l'onnipresente sample orientale che innerva il pezzo, ritmi trap secchi con punte frenetiche, e con un video a corredo - diretto dalla stessa M.I.A., come gli ultimi usciti - dove la denuncia è più chiara e netta, per una volta senza bisogno di sovrastrutture o metafore. Dedicato al dramma dei rifugiati soprattutto siriani in fuga da teatri di guerra, il vero leit-motiv socio-politico del 2015, la clip di "Borders" li mostra come un ammasso coreografico di figure che riempiono barcarole, compongono una nave sulla spiaggia come pezzi di domino, si affannano a scavalcare orride barriere metalliche, formano infinite linee semoventi tra sabbia e mare. In mezzo a loro, come loro, unica donna, M.I.A. replica senza posa con un secco WhatsUpWithThat? a tutta una sequela di luoghi comuni o termini oramai vuoti di cui si discetta nell'Occidente, dal breaking internet del culo della Kardashian a slogan stremati come Freedom, Love wins eccetera, come a dire: parlate, parlate, intanto ai vostri confini preme una folla di persone che vogliono solo vivere.
Una coda grottesca del clamore su "Borders" arriva quando M.I.A. spiattella sul suo profilo Twitter lo scan della lettera degli avvocati della squadra calcistica PSG, infuriati in quanto nel video lei indossa una delle loro maglie, ma con lo sponsor Fly Emirates distorto in Fly Pirates. Un pseudo-affronto che si sgonfia in breve tempo, e che serve solo a fornire pubblicità gratuita alla cantante.
Il 2016 comincia con la messa in rete di altre canzoni: un pezzo di Baauer insieme a G-DRAGON, "Temple", Poi "Ola (Foreign Friend)", brano che mischia Brasile e tablas con sample di "Circle Of Life" tratto da "Il Re Leone", poi lasciato perdere per questioni di diritti con la Disney. Seguono poi altre polemiche, legate al pezzo "Rewear It" che lei concede al colosso dell'abbigliamento a buon mercato H&M, per sensibilizzare il pubblico a riciclare i propri abiti; l'accostamento con un brand accusato dello sfruttamento globalizzato porta ad accuse di tradimento per i soldi. Non bastasse, ad aprile si accende un'altra polemica, legata alla faccenda Black Lives Matter (le proteste derivanti dall'uccisione di afroamericani negli Usa da parte di poliziotti, senza reali e gravi motivi), ovvero la campagna di sensibilizzazione portata avanti in primis da Beyoncé, peraltro amica della Nostra. Maya si limita a dire (ehm... magari non limitandosi a questo) che "every live matters" con riferimento ai rifugiati che scappano dalle guerre, soprattutto siriani, e per questo viene accusata di razzismo (!) finendo per non partecipare all'importante festival Afropunk dedicato alla cultura e musica nera.
A maggio M.I.A. concede ai fan, tramite dirette video su Periscope, di ascoltare stralci del nuovo album; inizialmente questo si sarebbe dovuto chiamare "Matadatah", azzeccato calembour tra i metadata e qualche testo religioso induista ("Mahabharata"?), ma a fine maggio fornisce altre informazioni. Il disco si chiamerà A.I.M., e sarà l'ultimo; sicuramente l'ultimo con la Interscope, ma forse anche l'ultimo della sua carriera musicale.

Dopo l'uscita del primo singolo ufficiale, "Go Off", seguito ad agosto da "Bird Song", il 9 settembre A.I.M. finalmente viene pubblicato. Copertina stranamente minimale, i colori arancio e nero a richiamare ancora una bandiera, quella della Refugee Nation (opera di un'artista siriana fuggita dalla guerra, Yara Said), A.I.M. consta di dodici canzoni, più altre cinque nell'edizione Deluxe.
Che dire? Che da M.I.A. non sarebbe corretto aspettarsi sempre un capolavoro, dopo quattro album tutti importanti chi più chi meno, e con almeno due di questi fondamentali per l'evoluzione della musica pop in direzione globale. A.I.M., anche in virtù del suo status di disco di commiato dalla musica, anzi per dirla in inglese valedictory album, è per fortuna un buon esempio della capacità di M.I.A. di lavorare sulla materia pop, saldando suggestioni e armonie indiane su beat sintetici tipicamente da club e canto che si alterna a rapping. In generale ha un'aria pop e leggera che forse non appariva da Arular, ed è maggiormente incentrato sul personale, lasciando perlopiù i riferimenti al mondo esterno alla questione dei rifugiati. Con la significativa differenza, rispetto al primo lavoro, che la qualità dei pezzi appare altalenante; a volte sembrano proprio tirati via ("Go Off", nonostante il contributo di Skrillex, "Jump In", "Fly Pirate"), appiattiti come sono nella base e nel canto, salvo poi fluire che è un piacere, come nel caso della successiva, superpop, "Freedun", con ai cori il contributo caldo, pieno, dell'ex-One Direction Zayn Malik. A proposito del quale, prima di gridare all'oltraggio, conviene ricordare che ormai sono comuni i casi di indie washing (leggasi: recupero di una credibilità artistica) anche tra gli alfieri del teen pop più deteriore, dalla Miley Cyrus che fa dischi con i Flaming Lips, al famigerato Justin Bieber che si fa passare al tritacarne da gente come, guarda un po', Diplo e Skrillex. Nella fattispecie, il buon anglo-pakistano Zayn non fa molti danni, e anzi dona al pezzo, tra i più riusciti dell'album, una allure leggera e calda come una brezza estiva.
Come funziona bene la doppia "Bird Song", basata su un sample melodico di... kazoo?, a imitare il richiamo malinconico di un uccello; doppia, si diceva, perché proposta nell'edizione deluxe sia con il missaggio di Blaqstarr, caratterizzato da uno splendido twang di chitarra in sottofondo, sia con quello dell'appunto redivivo Diplo, tornato dopo anni di gelo in buoni rapporti con M.I.A., che colora maggiormente il ritmo come è proprio da lui. Per non parlare di quella "Borders", posta qui in apertura, che tuttora splende tragica come una danza sulle rovine, purtroppo immutata a distanza di un anno nello spirito e nel messaggio. O della ficcante "Visa", ovvero la precedentemente diffusa "Ola (Foreign Friend)", un salto nel passato della Nostra, con puntuali citazioni di tutti gli album precedenti, testuali e musicali, il sample dal Re Leone sostituito con lo "Ya Ya Yeeei" da "Galang" e la voce sferzante come nei momenti migliori. Della messe di canzoni già date in pasto al pubblico prima della pubblicazione e precedentemente citate, solo "Rewear It" e "Can See Can Do" sono rimaste escluse.
A.I.M. si concede un doppio finale: nell'edizione normale, a chiudere è "Survivor", programmatica nell'attestare la condizione di libertà in cui si sente oggi M.I.A., che insieme ai suoi compagni di avventura, amici o rifugiati che siano, sopravvive e vola alto nonostante il crudele G.O.D. (Gold, Oil and Dollar). Per chi ha l'edizione deluxe, invece, il disco si conclude con la citata "Platforms" del video poi censurato. Una soffusa malinconia avvolge "Platforms", in questa ballata il canto vola attorno alle spirali melodiche e ai beat che crescono come erba in un prato pulito, e il tutto ha il sapore di un addio dolce e struggente al tempo stesso. Un degno epilogo per un album coerente, sincero e alla fine ben riuscito.

Finisce dunque qui la storia? Certo, per il momento. Perché chi scrive è sicuro che M.I.A. non riuscirà a stare lontana dal suo mezzo espressivo principale, quella chiamamola così Thoughtful Dance Music al tempo stesso irresistibile da ballare e pregna di significati legati alla realtà, così come la musica non può fare ancora a meno della graffiante lucidità in salsa pop di questa agguerrita, splendida quarantenne. E, avendo titolato questa monografia con la citazione di un celebre brano dei Crickets (che ovviamente tutti conoscono in quest'altra versione), mi fa piacere chiuderla con un'altro riferimento, uno dei pezzi più celebri di un'icona pop, che quanto al mischiare grandi canzoni e dichiarazioni controverse è stato un incontestabile maestro:

All We Are Saying
Is Give MIA A Chance


Fonti e ringraziamenti
Tutte le informazioni su M.I.A. sono state reperite in Rete; essendo troppi i siti spulciati, rivisti e incrociati per il controllo dei fatti, li ringrazio nell'insieme. Citerò soltanto il sito del Guardian, per il gran numero di servizi e interviste presenti, il forum M.I.A. Boards Net, ricchissimo di aneddoti e di info preziose, Genius.com per i riferimenti a volte inaspettati colti nelle canzoni, e poi... ma sarebbero davvero troppi e qui mi fermo.
Un caro saluto a Giuliano "vuvu" Delli Paoli.



[1] È certamente un caso, ma è curioso il fatto che la stessa Justine Frischmann, conclusa la sua carriera musicale, si sia trasferita negli Usa e sia diventata una pittrice astratta, seguendo un percorso in parte identico in parte speculare a quello di M.I.A.

[2] Ma ovviamente non è così: per esempio il nero, rosso e verde dello sfondo e il rosso,verde e oro del titolo richiamano i colori panafricani, quelli che accomunano le bandiere dell'intero continente africano.

[3] Il successo di M.I.A. agli inizi è legato molto all'uso consapevole del file sharing e dei siti come Myspace, e la rendono la prima popstar che ha scalato le classifiche con questi mezzi.

[4] Due esempi su tutti: "Boyz" (da Kala) è stato girato a in Giamaica con l'utilizzo di 100 danzatori del luogo; "Double Bubble Trouble" è ambientato in qualche casermone popolare della periferia londinese. Le comparse ivi presenti non hanno nulla di patinato, ma una fisicità di visi e di corpi che parla la stessa lingua della realtà.

[5] Uno degli artifizi più usati da M.I.A. è il détournement, ovvero l'utilizzo di una fonte in diverso contesto, così da modificarne il senso. La citazione di "Roadrunner" dei Modern Lovers, peraltro gruppo da lei amato, è posta in mezzo alla situazione delle torme dei bambini che famelici bussano alla portiera del grosso Hummer per l'elemosina; trasforma così l'idea del viaggio in auto come espressione di libertà in quella di simbolo di vorace sfruttatore.

[6] M.I.A. avrebbe dovuto raggiungere gli Usa per collaborare con Timbaland sull'intero disco, ma il visto le è stato negato a lungo a causa del suo presunto coinvolgimento con la guerra civile in Sri Lanka dovuto all'attività del padre, o forse anche per la citazione dell'Olp in "Sunshowers". Questo è stato certamente di ispirazione per quanto viene narrato in "Paper Planes".

[7] Il testo di "20 dollars" cita: "People judge me so hard 'cause I don't floss my titty set". Per dire della sua vita privata, si conoscono solo due relazioni importanti, Diplo e il facoltoso Benjamin Bronfman, che le ha dato un figlio e contro cui ha intrapreso una dura battaglia legale per avere la tutela del piccolo Ikhyd Edgar quando hanno rotto il rapporto. M.I.A. non compare nelle riviste di gossip se non in relazione a quanto accade negli show o in exploit come quelli di cui si racconta.

[8] Molti commentatori social rossi di chioma sono rimasti preoccupati del razzismo mostrato nei loro confronti, ovviamente travisando il senso della storia. Di "Born Free" è comunque da citare la formidabile esecuzione al David Letterman Show, con Martin Rev alle tastiere, con tanto di corpo di ballo composto da sosia della stessa M.I.A. e coriste bardate di burqa coloratissimi.

[9] Una sempre ironica M.I.A. ha dato nelle interviste un'interpretazione diversa del gesto (in gergo, flipping the bird): non è stato un voler fare scandalo a buon mercato, ha detto, bensì un gesto rituale della tradizione religiosa hindu chiamato mudra. La spiegazione in sé è un vero e proprio gesto d'artista degno di lei, in quanto induce a riflettere sulle differenze culturali che talvolta portano a veri e propri scontri di interpretazione.

[10] Forse è solo un caso, ma M.I.A. sembra divertirsi in questa sua abilità di mimesi. "Y.A.L.A." pare davvero scimmiottare Lady Gaga, non solo nelle crasse ritmiche, ma anche nella voce, alta e quasi stridula. Così come a chi scrive sembrava proprio di ascoltare Britney Spears con "XXXO", o una classica Beyoncé in "Tell Me Why", ambedue tratti dal precedente "/\/\/\y/\".

[11] Detto di alcuni tra gli artisti in amicizia o con cui ha collaborato, si possono citare tra le connessioni avviate nel tempo i nomi di Rye Rye, Iggy Azalea e Santigold, tutte più o meno ispiratesi a lei.

[12] Presentando il lavoro alla stampa, Maya lo definisce il suo album spirituale, e non solo per il riferimento alla dea hindu omonima, ma proprio perché nelle intenzioni rispecchia il rinnovato interesse della rapper per le radici religiose oltre che culturali della sua terra d'origine. Peraltro, i genitori di Maya sono cattolici, e il nome datole è stato scelto sostanzialmente a caso. Si può dire a pieno titolo che nomen omen.

[13] Tra le altre cose il video è una testimonianza a favore del movimento per il diritto delle donne a poter guidare l'auto in Arabia, ragione per cui è stato necessario girarlo in Marocco.

[14] Il refuso è voluto, e cita testualmente il contenuto del tweet con cui M.I.A. ha denunciato il fatto.

M.I.A.

I Fought The Pop (And The Pop Won)

di Giuseppe Pias

Il percorso artistico e musicale di un'ex-rifugiata divenuta una delle più influenti popstar degli ultimi quindici anni, tra dischi, fashion, controversie e una costante lotta dall'interno contro lo show business
M.I.A.
Discografia
 Piracy Funds Terrorism volume 1 (mixtape, 2004) 
Arular (XL, 2005)8
Kala (XL, 2007) 8
 /\/\/\Y/\ (XL/N.E.E,T./Interscope Records, 2010)6,5
 Viki Leekx (mixtape, 2010) 
 Matangi (N.E.E.T./Interscope Records, 2013) 7
 A.I.M. (Interscope Records/Polydor, 2016)7
pietra miliare di OndaRock
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Galang
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Boyz
(video, da Kala, 2007)

Jimmy
(video, da Kala, 2007)

Paper Planes
(video, da Kala, 2007)

Born Free
(video, da /\/\/\Y/|, 2010)

XXXO
(video, da /\/\/\Y/|, 2010)

Bad Girls
(video, da Matangi, 2013)

Bring The Noize
(video, da Matangi, 2013)

Y.A.L.A.
(video, da Matangi, 2013)

Come Walk With Me
(video, da Matangi, 2013)

Double Bubble Trouble
(video, da Matangi, 2013)

Matahdatah Scroll 01 "Broader Than A Border"
(contiene "Swords" da A.I.M. e "Warriors" da Matangi, 2015)

Borders
(video, da A.I.M., 2016)

Go Off
(video, da A.I.M., 2016)

  
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(2007 - XL)
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