Madonna

Madonna

La popstar postmoderna

di Claudio Fabretti

Una carriera lunga ormai quasi tre decadi, all'insegna della provocazione e di uno sfrenato spirito camaleontico. Madonna è la diva per antonomasia del pop mondiale. Ma il suo successo non è solo il frutto di una geniale operazione di marketing
Se esiste un manuale della perfetta popstar, a scriverlo è stata proprio lei: Veronica Louise Ciccone, nata il 16 agosto 1958 a Bay City, Michigan, Stati Uniti. Una popstar mutante e cannibale, multiforme e postmoderna, capace di lanciare le mode ma anche cavalcarle con astuzia, farsi icona e feticcio e al contempo ridicolizzare gli istinti più dozzinali di un pubblico assetato di idoli da adorare e sacrificare sull'altare della stardom. Fingendosi oggetto sessuale e facile preda, ha di fatto sottomesso sempre tutti, dai discografici ai suoi fan. Una spregiudicata dominatrice, insomma, come la "Mistress Dita" di "Erotica", ma in versione manager: guanto di velluto e pugno di ferro.

Se interi eserciti di popstar e aspiranti stelline sono finiti sbriciolati nel tritacarne dello show-business, lei è riuscita sempre ad avere il controllo del gioco, stritolando a sua volta tutti quelli che le hanno intralciato il cammino. Una diva viziosa e irriverente, capace di farsi beffe tanto dei clichè femministi tradizionalmente associati alle rockeuse quanto dei dogmi di quell'impenitente circo maschilista che è da sempre il music business.
Impossibile, per un personaggio simile, non attirarsi, oltre alla venerazione dei fan, il livore sempiterno di quanti non accetteranno mai un simile ribaltamento di prospettiva o, più banalmente, non riusciranno mai a vedere oltre la cortina fumogena della "material girl".

Dalle discoteche "off" alle discoteche Chic

Ad aiutare nella sua scalata l'esuberante Miss Ciccone, in realtà, aveva provveduto già l'anagrafe, recandole in dote l'appellativo più proibito e impossibile di tutti: Madonna. Epperò di virgineo la sfrontata punkette Veronica Louise aveva ben poco. Figlia dell'abruzzese Silvio, rimasta orfana della madre a sei anni con sette fratelli, la ragazzina che cresce a Detroit e studia danza moderna ha già pochi scrupoli e un chiodo fisso: "I wanna be famous, I wanna be a star" - come auto-ironizzerà nella sua prima raccolta di videoclip.
La "missione popstar" parte a New York, alla fine degli anni Settanta, dove Veronica Louise si trasferisce per lavorare in una compagnia di danza. Per sbarcare il lunario, gira anche qualche film di serie B (come il porno-soft "A Certain Sacrifice") e posa nuda per riviste maschili. Metà adolescente ribelle, metà cinica calcolatrice, Miss Ciccone comincia la sua scalata sgomitando nelle discoteche "off" di Soho. Quindi, due anni dopo, entra nell'entourage di Patrick Hernandez, l'autore di uno dei tormentoni dance di fine decennio: "Born To Be Alive".

Dopo una breve permanenza a Parigi, forma con il suo boyfriend Dan Gilroy il duo di dance Breakfast Club del quale è prima batterista e poi cantante. Poi, con l'altro ex-fidanzato e amico di college Stephen Bray forma gli Emmy, iniziando a lavorare a una serie di brani da discoteca. Alcune di queste canzoni vengono programmate al Danceteria di New York dal disc-jockey Mark Kamins. Sarà proprio lui il deus ex machina del suo vero e proprio esordio su vinile, producendo "Everybody", primo singolo a nome Madonna. E' un brano di rhythm and blues tanto elementare quanto trascinante, che la cantante americana interpreta con sensualità da Lolita della suburbia.
 
MadonnaGrazie a un contratto con la Sire Records, anche il successivo, contagioso singolo funky "Burning Up/ Physical Attraction" spopola negli ambienti dance. Nel giugno 1983 il dj John "Jellybean" Benitez, nuovo compagno della cantante, scrive per lei "Holiday", inno dance intriso di genuina freschezza e vitalità ("If we took a holiday/ took some time to celebrate/ just one day out of life/ it would be, it would be so nice"), scandito da un battito latin-disco e da linee di piano funky. Il successo è bissato dall'altrettanto trascinante "Lucky Star", con la sua patina di sexy synth-groove sopra una vecchia nursery-rhyme. E poi c'è il midtempo di "Borderline", squarcio più riflessivo, che si discosta dall'andazzo scatenato dei predecessori, svelando la sua miglior performance vocale del periodo e un'autrice pop sensibile al fascino della melodia à-la Elton John. Un trittico al tritolo, insomma, che impone il nome di Madonna nelle classifiche dance a stelle e strisce.
Tutti questi brani, più alcuni non meno intriganti inediti (dall'upbeat di "Think Of Me" all'incalzante "I Know It") vengono raccolti nell'album d'esordio, intitolato semplicemente Madonna (1983), che mette in luce il suo insospettabile talento di autrice (sono sue quasi tutte le tracce), oltre che di performer, affidandosi alla grazia infetta di una pop-dance urbana, frammista a sonorità synth-pop tipicamente eighties.
Il tema dominante è l'amore tra i ragazzi bohemienne della New York più desolata. Sono motivetti facili, dagli arrangiamenti spesso scarni e monocordi, che pulsano però di un ritmo e di una carica sessuale non indifferenti, tra riff di synth e insistenti pattern ritmici, snodandosi attorno a hook inesorabili. Madonna li interpreta da par suo, cantando con vocina stridula e sensuale, e mescolando pose provocanti da ninfetta a look sacro-blasfemi (crocefissi e lingerie, minigonne e calze a rete). Un misto di rozza sensualità post-puberale e studiate pose da diva consumata: l'ideale per catturare moltitudini di adolescenti a caccia di nuovi modelli con cui identificarsi.

Considerato il trend volubile del decennio e la natura effimera di ogni creatura pop di tal fatta, si aprono già le scommesse sulla data di scadenza del nuovo, scintillante prodotto. Ma Madonna non è il solito idolo dei teenager destinato a sparire nell'arco di una stagione. E' un'abilissima manipolatrice dei media e un'intelligente interprete dei mutamenti sociali della sua epoca. Eroina dell'era post-punk e post-disco, Madonna fa della promiscuità e degli eccessi sessuali la sua strada maestra, mescolando sacro e profano in modo animalesco, spregiudicato e opportunista. Ma, in fondo, è proprio questo che rende il suo personaggio speciale, unito alla straordinaria lucidità nel comprendere, bowianamente, come il suo riflesso nello specchio possa diventare persino più importante di lei stessa. Comincia quindi a delinearsi la trama: la testarda ragazza di provincia che ce la fa, coronando il più classico "sogno americano".

La musica, in tutto questo, non ha un ruolo così secondario come potrebbe sembrare. Perché le ballate dance di Like A Virgin (1984), il secondo album, segnano comunque una crescita, verso uno stile più maturo e raffinato, come testimonia la dirompente title track che ne anticipa l'uscita: quasi una versione ancor più anfetaminica della "Billie Jean" di Michael Jackson, con quel basso a pulsare ossessivo e quelle linee scintillanti di synth. Madonna la interpreta con registro impertinente, quasi da teenager, inscenando un'altra delle sue pantomime sessuali ("Your love thawed out/ What was scared and cold/ Like a virgin/ Touched for the very first time").
In cabina di regia, sale nientedimeno che Nile Rodgers, ex-Chic, nonché guru da studio e fresco regista proprio della trionfale operazione-"Thriller" di Jackson (forse non a caso: anche il manager del momento di Madonna, Freddy Demann, era già stato al fianco del nuovo nume del black-pop). Insieme a Rodgers, arrivano due suoi compagni di Chic: Bernard Edwards al basso e Tony Thompson alla batteria. La produzione, quindi, si fa più ricca e sofisticata, così come gli arrangiamenti, ben più articolati e complessi rispetto alla dimensione da discoteca di periferia dell'esordio.
Ma certo anche l'immagine reclama la sua parte. Abbandonato il look da strada dell'esordio (ma non certo le pose sensuali e provocanti), Madonna si cala sempre più nella parte della diva. "Non voglio solo attenzione, voglio tutta l'attenzione!" è il suo motto. Così, per presentare l'album, durante una cerimonia di premiazione organizzata da Mtv, Miss Ciccone interpreta "Like A Virgin" uscendo da una torta in abiti da sposa e dimenandosi oltraggiosa, con una vistosa cintura griffata dalla scritta "Boy Toy". E ad alimentare il mito provvedono anche il relativo, conturbante videoclip, girato a Venezia, e la copertina dell'album, che la immortala sposa sexy, tra pizzi e merletti, sensualmente adagiata, fiori in mano, su un letto di velluto.
I pezzi da discoteca fanno ancora da padrone: la deliziosa "Dress You Up" infila una melodia sensuale tra il battito dei synth e un solo di chitarra, l'altro singolo riempi-pista "Into The Groove" (presente però solo nell'edizion europea) saltella ubriacante su possenti linee di basso e pattern sempre più secchi. Fa bella mostra di sé anche un tris di lenti atmosferici: la disperata "Love Don't Live Here Anymore", cover di Rose Royce, una "Shoo-Bee-Doo" ad alto tasso di saccarina e "Crazy For You", perfetto tema per teen-movie, come per l'appunto fu "Vision Quest", nella cui soundtrack confluì.
Da annoverare nel calderone dei motivetti synth-pop scipiti del decennio, ma cruciale nel processo di formazione dell'icona è poi "Material Girl", quasi un manifesto dell'etica cinica e spregiudicata di Madonna e forse anche dello spirito fatuo degli 80 ("The boy with the cold hard cash is always Mr. Right/ 'Cause we're living in a material world/ And I am a material girl"). In realtà, trattasi di una sorta di riedizione della "Diamonds Are A Girl's Best Friend" di Marilyn Monroe (1953), parodia a sua volta fatta parodizzata nel videoclip del brano, dove Madonna, inguainata in vesti di seta rossa, fa il verso alla più celebre bionda della storia del cinema, portando avanti un parallelo tutt'altro che casuale.
Misto sapiente di immagine e suono, di groove e seduzione, curatissimo in ogni suo dettaglio, Like A Virgin è l'album della consacrazione di Madonna. Un luccicante caleidoscopio dance, che aggiorna i canoni della disco-music di cui Rodgers è stato alfiere al tempo del pop levigato e delle superproduzioni degli anni 80.

L'impero della "material girl"

Il successo è planetario e debordante. Per il suo primo tour si fa accompagnare da un combo di ebrei bianchi di nome Beastie Boys, destinato anch'esso alle luci della ribalta. Per due anni, ogni singolo di Madonna vende milioni di copie e l'immagine della cantante e ballerina si consolida ulteriormente, grazie anche alla partecipazione al film di Susan Seidelman "Desperately Seeking Susan" e al concerto-evento Live Aid. Sempre nel 1985, emergono anche gli scheletri dall'armadio: esce il video soft-porno girato nel 1979 mentre Playboy e Penthouse si scatenano alla caccia di foto compromettenti della aspirante star risalenti al 1977. Ma, lungi dallo scalfire la sua immagine, gli scandaletti a luci rosse ne alimentano il magnetismo. Madonna è adorata dagli uomini, ma diviene anche una formidabile icona gay e lesbica, mentre adolescenti madonnare, addobbate con pizzi, merletti e crocifissi, proliferano in ogni angolo del globo.
Ormai le quote dei bookmaker sulla sua fine precoce si alzano vertiginosamente: dietro le scollature e i capricci della diva, c'è la ferrea fibra di una donna che alcuni già ritraggono come glaciale e spietata, altri come genuino animale da spettacolo, dotato del carisma e dell'appeal per conquistare tutti.

Mentre cambia look con disinvoltura, passando dalla bionda sciantosa e tutta curve di "Material Girl" all'androgina performer del nuovo tour mondiale, Madonna prosegue la sua scabrosa autobiografia pop con True Blue (1986). Stavolta non c'è Rodgers, bensì Patrick Leonard, alla prima tappa di un lungo sodalizio, con Stephen Bray: insieme a loro Veronica Louise produce e scrive tutti i brani.
E' scomparsa la patina disco-funky del nume Chic e si preferisce allora puntare su una maggior varietà di stili e arrangiamenti, convergenti comunque tutti verso un pop tipicamente "middle-eighties". A cominciare dal secondo singolo, "Papa Don't Preach", bozzetto di provincia su una ragazza incinta che non vuole abortire, introdotto da un imprevedibile prologo d'archi e interpretato da Madonna con un registro più profondo e nasale rispetto al falsetto degli esordi. Il primo 45 giri, "Live To Tell", è invece un lento avvolgente nel solco di "Crazy For You".
Ma le novità arrivano anche da "Open Your Heart", dove si pesta forte sul drumming per donare aggressività a una performance che troverà nell'oltraggioso videoclip (la danza di una spogliarellista in corsetto nero, in un locale affollato di voyeur) la sua dimensione ideale, e soprattutto da "La Isla Bonita", dove sonorità e ritmi latinoamericani si mescolano a uno zuccheroso ritornello dando l'abbrivio a quel latin-pop che, nel bene e nel male, imperverserà negli anni successivi. 
Completano il quadro il pop scanzonato di "Jimmy Jimmy" e "Love Makes The World Go Round", mentre "White Heat" insiste su binari synth-pop e "Where's The Party" mantiene un minimo di contatto con le piste disco
Musicalmente l'album è forse un passo indietro rispetto a Like A Virgin, ma i testi dimostrano una maturazione del personaggio Madonna, da ruvida punkette di periferia a diva turbata e controversa. Una evoluzione che non può non coinvolgere anche il look: addio pizzi, merletti e crocifissi, la nuova Madonna ha capelli più corti biondo platino e indossa persino jeans e magliette casual.

Il suo momento d'oro non è intaccato dai flop cinematografici di Shanghai Surprise (con il marito Sean Penn) e Who's That Girl, la cui colonna sonora le frutta un nuovo singolo di successo (la, invero modesta, title track).
A imporre al pubblico la camaleontica personalità di Madonna sono anche le sue esibizioni, all'insegna della grande rivista hollywoodiana. Performance febbrili, nelle quali canta e balla instancabilmente, mostrando le sue doti di eccellente showgirl.
Nel 1988, Madonna debutta anche a Broadway nella commedia di David Mamet "Speed The Plow.

MadonnaTurbata da problemi familiari che porteranno al divorzio da Penn, Madonna torna in studio per incidere Like A Prayer (1989), altra tappa della sua emancipazione dalle case discografiche e dai cliché del passato, seppur non sempre assecondata da canzoni all'altezza. A trascinarlo è l'omonimo singolo, un vibrante rock-soul con tanto di coro gospel finale che farà scandalo nella sua versione video, con una splendida Madonna-Maria Maddalena dai capelli corvini, che si dimena tra croci in fiamme, baciando la statua di un santo di colore che si anima. Troppo, per le associazioni integraliste cattoliche, che lo denunceranno per "vilipendio della religione".
A connotare il disco sono anche spensierate ballate pop ("Cherish") e scosse di adrenalina funky ("Keep It Together", "Express Yourself" e "Love Song", scritta e interpretata con sua maestà Prince) così come soffici ninnenanne ("Dear Jessie", dedicata alla figlia di Leonard).
Anche i testi si fanno più meditati e intimisti, con diversi risvolti autobiografici: i tormentati rapporti col padre ("Oh Father"), il trauma della madre morta quando aveva solo 6 anni ("Promise To Try"), alla quale è dedicato l’intero album, e infine il suo burrascoso divorzio con Penn ("Till Death Do Us Part").
Madonna, insomma, si presenta nei panni di un'artista più matura e riflessiva, che però si prende troppo sul serio, smarrendo la travolgente verve naif dei dischi precedenti, e affogando talora in suoni troppo convenzionali e prevedibili. Eppure anche canzoni tutto sommato non irresistibili come "Express Yourself" e "Cherish" riescono a entrare nella Top 10. E il Blonde Ambition Tour dell'anno successivo incontra un enorme successo di pubblico.

I colossali show di Madonna sono sempre più all'insegna di una sessualità sfacciata, che le attira gli strali dei benpensanti, ma anche l'adorazione di nuove folle di fan. E lei ci gioca su, con un film osé girato dietro le quinte e intitolato A letto con Madonna ("Truth Or Dare").

Formidabile manager di se stessa, nel 1992 Madonna firma un contratto da sessanta milioni di dollari con la Time Warner per formare una sua etichetta, la Maverick (che produrrà, tra gli altri, Alanis Morissette, Prodigy, Muse). L'attrice-Madonna, intanto, si cimenta in "Ombre e nebbia" di Woody Allen e in "Dick Tracy", con Warren Beatty, grazie al quale riesce anche a portare a casa una colonna sonora di successo come I'm Breathless, trascinata dai due singoli: il fatuo gioiellino house di "Vogue" e lo swing ubriacante da "Cotton Club" di "Hanky Panky". Sempre in ambito cinematografico, fonderà persino una propria casa di distribuzione, la Siren Films.

Erotismo in bianco e nero

Ad attirare nuovi scandali e polemiche è l'eroticissimo (e splendido) video del nuovo singolo "Justify My Love", firmato da un guru come Jean-Baptiste Mondino. Madonna stavolta si supera, con una perfomance decisamente osè, in un contesto apertamente promiscuo e voyeurista. Mtv lo censura, ma il successo è garantito anche grazie alla qualità della canzone, composta da Lenny Kravitz sfruttando un campionamento di un brano dei Public Enemy ("Security Of The First World") e forgiando un porn-groove decisamente irresistibile, con Madonna che di fatto si limita a bisbigliare fantasie inconfessabili.
Provoca scalpore anche la pubblicazione di "Sex", un libro fotografico in cui la cantante è immortalata nuda in pose sadomaso e lesbo, con atteggiamenti provocanti al limite della pornografia.

L'enorme pubblicità "negativa" scatenata dal libro è però l'ennesimo trucco pubblicitario, che serve a far decollare le vendite del nuovo album, dal titolo tutt'altro che casuale di Erotica (1992). Un disco di algida dance, fondato su un groove più secco e glaciale, contraddistinto da bassi sincopati e battiti hip-hop, con un canto che si fa sempre più minimale, quasi un recitato in falsetto oppure scivola su toni profondi e sensuali. Per la prima volta Madonna non va a caccia dell'hit, bensì del sound, accompagnata da altri due produttori, Shep Pettibone e Andre Betts.
Il mantra ninfomane della ossessiva title track ne è il manifesto più eloquente, ma anche l'altro numero conturbante di "Waiting", l'elettronica rarefatta di "Rain" e il connubio tra sonorità jazzy e drum'n'bass di "Secret Garden" lasciano il segno. Altrove (il quasi spoken-word di "Where Life Begins") la sensualità nasconde una certa vacuità, mentre episodi più spensierati come "Deeper And Deeper" e "Thief Of Hearts" mantengono un legame con l'elettro-pop degli 80, ma senza lo stesso travolgente appeal. La ballad di "Bad Girl" si permette un videoclip con una guest star d'eccezione come Christopher Walken, nei panni di un improbabile "angelo custode".
Erotica è forse il disco più sperimentale di Madonna, quello in cui il progetto artistico, congegnato dai produttori, beninteso, si delinea organicamente, prescidendo dai singoli brani. Ma ciò che colpisce di più è la tensione drammatica che emerge, quella di una star tanto cinica quanto infelice. Come scrive con spietata lucidità Jean Baudrillard nel suo "Il Delitto perfetto" (Cortina Editore) "Madonna si batte disperatamente in un universo senza risposte, quello dell'indifferenza sessuale. Di qui l'urgenza del sesso ipersessuale, i cui segni si esasperano appunto per il fatto di non rivolgersi più a nessuno. Ecco perchè essa è condannata a incarnare tutti i ruoli, tutte le versioni (e perversioni) del sesso. Di fatto, essa si batte contro il proprio sesso, si batte contro il proprio corpo. In mancanza di qualcun altro che la liberi da se stessa, è costretta a fabbricarsi un arsenale di accessori, in realtà un armamentario sadico da cui cerca di liberarsi. Il corpo è molestato dal sesso, il sesso è molestato dai segni. È perpetuamente bardata, se non di cuoio o di metallo, della volontà oscena di essere nuda, del manierismo artificiale dell'esibizione. Madonna finisce così per incarnare paradossalmente la frigidità frenetica della nostra epoca. Essa può interpretare tutti i ruoli. Ma può farlo perchè possiede un'identità solida, una fantastica capacità d'identificazione o per il fatto che non la possiede affatto? Certamente perché non la possiede, ma l'essenziale è di saper sfruttare, come lei, questa fantastica assenza d'identità".

La popolarità della diva sembra incrinarsi con Bedtime Stories (1994). La sua scelta di rinunciare alle diavolerie elettroniche del disco precedente in favore del recupero di un groove sanguigno e tipicamente black spiazza molti fan. Ma dopo un avvio incerto, il disco diventa comunque multiplatino grazie alla soffice ballata del singolo "Take A Bow", che resta per due mesi in vetta alla top ten Usa, spinto anche dal video vintage, dove Madonna veste i panni dell'amante di un torero.
Sonorità pop, R&B e atmosfere glamour non riscattano, tuttavia, canzoni spesso stiracchiate e scialbe ("I'd Rather Be Your Lover", "Survival", "Human Nature"), anche se "Don't Stop" recupera una certa verve funky-dance.

Nel 1995, mentre esce la raccolta Something To Remember, comprendente materiale inedito (tra cui una versione di "I Want You" di Marvin Gaye registrata con i Massive Attack), Madonna è in Argentina per vestire i panni di Eva Peron, nel film di Alan Parker Evita, versione hollywoodiana del celebre musical di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber. Per questo film riceverà una nomination all'Oscar come attrice protagonista, ma solo per la sua interpretazione di "You Must Love Me", uno dei brani della colonna sonora.

Madonna in Orbit

MadonnaSempre al centro delle cronache rosa per i suoi flirt e per le sue provocazioni, Madonna perfeziona la trasformazione da popstar per teenager a cantautrice raffinata con Ray Of Light (1998), il suo disco più riuscito dai tempi della "Vergine". Merito anche dell'indovinato cast di produttori, in cui svetta il beatmaster William Orbit (re del trip-hop e della jungle), affiancato da Craig Armstrong e Patrick Leonard. Madonna si ritrova così circondata da una selva di synth, bleep, loop e campionamenti, mettendo il suo canto suadente al servizio di un suono completamente nuovo.
Fusione perfetta di spiritualità new age e sensualità, misticismo zen e battito tecnologico, l'album raggiunge vertici di assoluto valore, come la quasi world-music del singolo "Frozen", con un lambiccato e rarefatto arrangiamento sintetico, che si sposa a percussioni arabeggianti e a una delicata melodia, come l'altrettanto splendida "The Power Of Goodbye", col suo incedere flessuoso in una scintillante cornice elettronica, tra archi campionati e vortici di synth, e le incalzanti novelty dance di "Nothing Really Matters" e della title track
I testi spaziano tra misticismo ("Shanti/Ashtangi" è un adattamento del testo tratto da "Yoga Taravali" di Shankra Charyacantata, cantato interamente in sanscrito) e vicende autobiografiche, con la piccola Lourdes al centro delle tenere ninnananne di "Little Star" e "Substitute For Love", mentre in "Mer Girl" Madonna affronta il rapporto con la sua famiglia, in particolare con la madre definita con una locuzione anglo-francese "ragazza del mare".
Più vicina a Bjork che a Donna Summer, la Madonna di Ray Of Light è una cantautrice forbita e una donna matura, che fa i conti con nuovi problemi generazionali, dalla maternità (vero tema-chiave del disco) a quella smaniosa ricerca spirituale che la porterà ad avvicinarsi sempre più alla Kabbalah.

Madre di due bambini, Lourdes e Rocco, avuti da due padri diversi e "amanti occasionali", Madonna chiude il decennio Novanta con un bottino di oltre cento milioni di album venduti.

Il sodalizio con Orbit, però, non bissa l'impresa sul successivo Music (2000), che interrompe bruscamente la sua crescita musicale, sfociando in una dance asettica e monotona. Madonna si presenta vestita da cow-boy, ma ha poche cartucce in tasca e anche Orbit stavolta spara a salve ("Runaway Lover" e "Amazing" sono tanto pretenziose quanto insulse). Persino gli scenari elettronici dell'altro mago di turno, il francese Mirwais Ahmadzai ("Impressive Instant") non riscattano la sostanziale povertà d'idee. E il successo della martellante "Don't Tell Me" è in gran parte merito del videoclip "cow-chic", magistralmente diretto ancora una volta da Mondino.
Un disco del tutto trascurabile, insomma, ad eccezione della scoppiettante title track "Music", dall'incedere robotico e sincopato quasi à-la Prince: un'altra lezione di dance-music da impartire alle varie ninfette wanna-be.

Madonna, però, sembra aver raggiunto ormai un suo equilibrio personale, come testimoniano anche le nozze con il regista scozzese Guy Ritchie (con un cerimoniale sontuoso, nel castello di Skibo, in Scozia). E chi l'ha vista dal vivo sul palco dell'ultimo "Drowned World Tour" - da lei stessa definito "il trionfo della tecnologia applicata all'arte" - ne ha potuto ammirarne l'intatta verve di showgirl e coreografa. Anche la sua carriera - certamente poco esaltante - di attrice prosegue, con "The Next Best Thing", al fianco di Rupert Everett.

Ma le idee continuano a scarseggiare e neanche lo strombazzatissimo American Life (2003) inverte il declino della musica della Madonna targata Duemila, che appare intrappolata ormai in un mare di cliché trash. Lo scipito singolo omonimo è tra i suoi peggiori di sempre, le ballatone melense di "Hollywood" e "Love Profusion" alimentano gli sbadigli e nemmeno le pulsazioni techno di "Nobody Knows Me" riescono a rianimare l'ascoltatore.
E poi, diciamo la verità, una Madonna che si autocensura dopo 24 ore di heavy rotation sostituendo la prima versione del videoclip di "American life" (diretto da Jonas Akerlund) con un secondo girato piuttosto inoffensivo ("Non volevo urtare la sensibilità degli americani") fa anche un po' di malinconia.
La punkette sbarazzina di Like A Virgin e la sacerdotessa della trip-pop-age di Ray Of Light sembrano essere svanite per sempre, per far posto a una consumata gloria hollywoodiana di dubbio gusto e scarsa inventiva.

Ritorno in discoteca


MadonnaCon Confessions On A Dancefloor (2005), però, riesce il miracolo. Madonna ritrova il bandolo della matassa, guardando al passato, alle discoteche dove crebbe il suo mito. Con un lavoro che si muove su tre direzioni temporali: la dance anni 80, il prima (i loro ispiratori principi, i Kraftwerk) e il dopo (i loro riscopritori principi, i Daft Punk). Il tutto che convoglia assieme, in un suono attuale e puntuale, con l'impeccabile lavoro di Stewart Price in cabina di regia.
"Hung Up", primo singolo, si affida a una soluzione, perfetta: un campione degli Abba, che regala la verve adatta ai compatti binari elettronici del pezzo, che si snodano a ritmo di treno. Senza soluzioni di continuità, si passa a "Get Together". Una melodia sinuosa si distende su tappeti di synth a lieve distorsione, batteria elettronica andante e tastierine e pulsazioni a infarcire il suono. La bontà melodica ne fa il pezzo di maggiore impatto. Chi invece si rivela mano a mano è il futuro secondo singolo, la svelta "Sorry", un motivetto pulsante che vanta clangori metallici e vocoder al controcoro. Meriterebbe la stessa evidenza anche "I Love New York", pezzo ad alta attitudine rock, canto declamato e "tosto", tamburi a scandire l'aria, inserti elettronici. Insomma l'inizio è sfavillante, con la sola "Future Lovers" (il brano più anni 80 del lotto) che fallisce nella sua ricerca di suggestioni.
Il corpo centrale del disco, invece, è un po' più seduto. A segnalarsi è soprattutto l'inciso della ballata "Forbidden Love", vocoder e campanellini dal sapore daftpunk e melodia molto madonniana, cantato con grazia e incanto, mentre sotto invece lavora una pulsazione molto computerworld che la collegherà alla movimentata "Jump". I violini di "How High", i giri di chitarra di "Isaac" e i synth di entrambe hanno invece il grosso merito di fare un lavoro più sporco, sull'atmosfera, di grande utilità per godersi appieno la vera gemma del disco. Trattasi di "Push", brano sensualissimo, capolavoro d'arrangiamento con percussioni arabeggianti, folate di synth e violini, cristalli che si intromettono tra sogno e paura, sorpresa e delizia quando si apre nella carezza, dolcissima, dell'inciso. Degnissima conclusione è la (quasi altrettanto) bella camminata a tempo di battito di mani di "Like It Or Not", basata su un carillon di chitarra un filo desolato, con l'interpretazione di Madonna sentitissima e decisa. 

Tre anni dopo, per Hard Candy, Madonna va sul sicuro, ingaggiando il trio delle meraviglie Pharrell, Timbaland, Timberlake. I produttori vengono presi per il loro forte: il lavoro si concentra sui loro classici ritmi spezzati e sugli arrangiamenti moderni e colorati. Madonna incide sul lato melodico; e porta l'esperienza disco/house di "Confessions". In pratica si tratta di una operazione di lifting alla nuova affermazione quale queen of the dancefloor.
La tambureggiante intro "Candy Shop" è l'immagine di quanto detto: melodia base, percussioni e synth marcati Pharrell, dance fra sensuale e aperta, inciso con elettronica a suonare come violini. Il lento "Miles Away" rinnova il vestito (chitarra, percussioni, tastiere) alla Madonna balladeer, capace di riportare all'oggi melodie dal sapore retrò. La stessa operazione avviene in "Devil Wouldn't Recognize You": ancora un bel brano, anche se dal potenziale maggiore rispetto al risultato.
Certo, dall'altro lato, c'è "4 Minutes". Il singolo di lancio, un duetto con Justin Timberlake, è una bomba tipicamente Timbaland: fiati in epica da guerra a lanciare le cariche, i binari che fanno da impalcatura e primi attori per tutto il brano. Meglio ancora fa il secondo singolo: "Give It 2 Me". Clamoroso lavoro ai synth di Pharrell, saccheggia qui e lì i Chemical Brothers e scende in pista suonando come il perfetto continuo dell'album precedente; Madonna ci mette il suo cambiando intepretazione a ogni passo, dalla pseudo-ragazzina dell'inciso alla donna fatale della strofa. "She's Not Me", per chitarrina funky e violini, è disco revival; poi, dopo una parentesi onirica, va a spegnersi e riaccendersi in chiave house e robotica.
Il punto a favore del disco è che, al di là dei tre-quattro brani chiave (i due singoli, "Miles Away" e la splendida melodia di chiusura di "Voices"), riesce a non prendersi pause, infilando buoni risultati anche laddove si cerca di riempire (la collaborazione con Kanye West, "Beat Goes On"; il puro divertissement gitano "Spanish Lesson"). La sua forza è l'essere tutto un singolo, ritmato alla grande, colorato, con buone melodie e arrangiamenti.

La doppia antologia Celebration (2009) è la summa definitiva del suo dominio ormai quasi trentennale sul pop.
Nel frattempo prosegue anche la sua tormentata saga familiare, che annovera il divorzio con Ritchie e la controversa adozione di due bimbi in Malawi, David e Macy, e termina il suo auto-esilio europeo, con il ritorno nella sua New York ("Sono stata fuori negli otto anni di Bush", ironizzerà al "David Letterman Show"). Non finiscono, invece, i suoi act provocatori, dal bacio saffico (più patetico che trasgressivo) con Britney Spears agli Mtv Award alle foto hot con il nuovo aitante partner, incredibilmente chiamato Jesus (nomen omen!).

MadonnaGiunta al 2012, la carriera di Madonna deve però fare i conti con un problema sino a quel momento agilmente aggirato. Il paio d'anni di lontananza dalle scene vede un'agguerrita orda di popstar consolidare il loro status di dominatrici delle classifiche a sue spese e lei trasformarsi sempre più un'ingombrante pietra di paragone che, puntuale, viene scagliata contro ogni giovane collega che si accinge a seguirne le orme. E' doppio l'onere da pagare: una notevole insofferenza nei suoi confronti da parte di una nuova generazione di pop-devoti che, comprensibilmente, non vede di buon occhio che le gesta degli attuali idoli siano ridimensionate dal confronto con una donna di mezz'età a loro quasi sconosciuta, e l'essersi di conseguenza trasformata, per tutti gli altri, in una sorta di scontata istituzione inadatta a competere in un campo che pretende la giovinezza quale requisito primario.
E lei accetta la sfida. Incurante di realizzare qualcosa di consono alla sua età e convinta, non a torto, che anche la canzone più frivola, per funzionare, debba reggersi sulle proprie gambe e non su quelle anagraficamente floride di chi la canta, la nuova Madonna si manifesta all'insegna di un sound aggressivo, spigoloso e, ovviamente, giovane.
Dimenticata la disco diligente e minuziosamente citazionista di Confessions On A Dancefloor, MDNA (2012) è un gorgo electro-dance che sommerge l'ascoltatore con prepotenza, probabilmente ispirato al sottovalutato Flesh Tone di Kelis (diversi i collaboratori in comune) e che trova la sua apoteosi nella magmatica "Gang Bang", battito oscuro e Madonna calata nei panni isterici di una Nancy Sinatra vampirizzata da Robert Rodriguez.
A darle man forte nell'impresa, due produttori non di primissimo pelo ma recentemente tornati alla ribalta come Benny Benassi e Martin Solveig. Al dj italiano il compito di farle inaugurare le danze, a sirene spiegate, con una "Girl Gone Wild" tanto trascinante quanto prevedibile e lasciare il segno, poco dopo, con l'ecstatica "I'm Addicted", techno-pop distorto ma dannatamente orecchiabile.
L'inconfondibile tocco house del dj francese è invece ben riconoscibile dietro (il futuro classico?) "Turn Up The Radio", connubio perfetto tra nostalgia ed euforia sulla pista da ballo, e in "I Don't Give A", con la torrenziale Nicki Minaj a servizio di un elastico old-school hip-hop che culmina in una messa a dir poco apocalittica (e sboccata). Solveig, che cura tra l'altro diverse bonus-tracks dell'edizione deluxe, si diverte anche a riportare Madonna al bubblegum pop degli esordi. Nuovamente in compagnia della Minaj e anche della sempre più politicamente scorretta M.I.A., lo spiritoso jingle da stadio "Give Me All Your Luvin'" ironizza sulla sue emule e serve, assieme ad una sbarazzina ma eccessivamente zuccherosa "Superstar", anch'essa dai rimandi sixties in chiave electro (così come la bonus "B-Day Song"), per preparare gradualmente il terreno ad un epilogo più pacato che sembra voler lenire le orecchie dall'iniziale, martellante sbornia.
La quarta mente coinvolta nel progetto è, infatti, un ritrovato William Orbit (già a servizio per l'osannato "Ray Of Light") che, non prima di aver detto la sua sugli intenti primari dell'album (con l'abrasivo stomper "Some Girls"), traghetta la sua musa verso lidi più riflessivi ma pur sempre sintetici. Se "I'm A Sinner", il cattolicesimo sotto acidi secondo Madonna, è psichedelia a tinte panjabi che le si reclamava da anni, "Love Spent" è un'agile ballata che si arrampica via via su un palpitante crescendo dance alla ABBA. L'album si stempera quindi su colori tenui, prima con una convenzionale "Masterpiece", che la Ciccone interpreta col giusto garbo, e poi, in un bel gioco di archi e riverberi, con una più essenziale "Falling Free", dalle inaspettate atmosfere celtiche.
Finale introspettivo compreso, MDNA è un progetto ben strutturato che colpisce soprattutto per l'audacia, il senso di urgenza e una produzione pirotecnica (che alcuni potrebbero trovare estenuante), seppur non inaudita e che a tratti pecca di una certa meccanicità di approccio. Madonna non sembra più interessata a giocare d'anticipo ma è diretta come non mai: è un'ex-moglie ferita, un'ossessionata, un'assassina, una peccatrice che implora perdono al Signore consapevole di mentire spudoratamente. L'impressione è che la messa in scena non sia finalizzata, una volta tanto, alla ricerca della facile provocazione (il pubblico ne è ormai avvezzo) quanto alla celebrazione dell'essenza stessa del suo controverso personaggio, in offerta alla nuova generazione.

Per lanciare la nuova fatica Madonna riduce però la promozione televisiva a una sola apparizione, un sontuosissimo half-time show durante la finale del campionato di football americano (che prevedibilmente, farà parlare soprattutto i media statunitensi), dedicandosi poi alla pianificazione del suo nuovo, imminente tour mondiale. Critiche non troppo lusinghiere, un appoggio sempre più risicato da parte delle emittenti radiofoniche e la sua apparente indifferenza nel promuoverlo al di fuori dei concerti, porteranno MDNA a vendere solo un paio di milioni di copie e ad avere una permanenza piuttosto breve nelle classifiche mondiali. Cifre non del tutto disastrose nell’attuale mercato discografico, ma non per una come lei abituata a ben altri consensi e risultati. Record che comunque non tarderanno ad arrivare quando a fine anno l’MDNA Tour risulterà essere il tour coi maggiori incassi e affluenza del 2012 e il secondo tour femminile di maggior successo di sempre dietro allo Sticky & Sweet Tour della stessa Madonna, mettendo una parziale pezza alla débâcle dell’album. Molti cominciano ad avere l’impressione che l’aver abbandonato la Warner Bros Records per firmare un particolare e costosissimo contratto con la Live Nation, colosso della promozione concerti, stia portando la cantante a considerare le sue nuove creazioni discografiche come un pigro pretesto per andare in tour, ormai unica vera fonte di guadagno in un mercato discografico sempre più in crisi.

MadonnaPasseranno tre anni prima di una sua nuova fatica discografica, caratterizzati da continui indizi, anticipazioni e leak selvaggi di materiale non ancora completato e che porteranno il pubblico a farsi un’idea prematura del lavoro in arrivo. La Ciccone però, sempre sintonizzata sulle frequenze di maggior tendenza, sembra continuare a fare le sue scelte stilistiche incurante delle aspettative, consapevole di non poter accontentare tutti e che azzeccare il desiderio di molti equivale a scontentare quello di altrettanti.
Il suo nuovo Rebel Heart (2015) è comunque talmente vario (addirittura 19 pezzi nella versione deluxe!) da permettere a chiunque di scovare qualche brano che possa fargli tornare in mente la sua Madonna preferita: che si tratti dell’unico richiamo al dancefloor più classico (“Living For Love” che, via Route 99 e Clean Bandit, guarda al revival house britannico), del country spirituale di “Devil Pray” e dell’autobiografica title track o di un paio di agrodolci electro-ballad come le belle “Inside Out” e “Ghosttown”. Un progetto meno rigoroso del solito insomma, anche se sono sempre dietro l’angolo qualche marziale break elettronico o una spettrale linea di synth a far allontanare l’ascoltatore da quella nostalgica comfort-zone, mostrandogli le principali coordinate del disco: quelle che in passato hanno spesso fatto storcere il naso a molti e che fanno nuovamente rima con urban e r’n’b contemporaneo. Non più sbarazzino come ai tempi di Hard Candy o patinato come a quelli di Bedtime Stories, ma decisamente più serioso e vicino nelle intenzioni tanto ai tribolamenti di Erotica quanto alle visioni plumbee e cyber dell’ultimo Kanye West. Il rapper di Chicago è anche uno dei numerosi collaboratori scelti per il concept del disco (che vanta anche una serie di blasonati ospiti del settore come Nas, la recidiva Nicki Minaj e l’astro nascente Chance The Rapper) e la cui influenza è tangibile non soltanto nelle tracce da lui co-prodotte.Il pirotecnico crescendo EDM di “Iconic”, che si stempera bruscamente su atmosfere quasi horror, la macabra danza moombathon di “Illuminati”, la trasfigurazione trap del material girl-pop di “Holy Water” e la dicotomia acustico/sontuoso in “Veni Vidi Vici”, costituiscono l’ossatura di un lavoro nervoso che, soprattutto nella seconda parte, colpisce per l’inaspettata mestizia anche quando il contesto si fa più torrido (“S.E.X.”). E’ una Madonna insolitamente austera quella che si ascolta tra i solchi di ballate (tante e introspettive come non accadeva da anni) quali una drammatica “HeartBreakCity” tinta di gospel, una “Messiah” sfarzosamente orchestrale e un’elegiaca “Wash All Over Me”, accompagnata da una scarnificata marcetta. Malinconia che non vuole scrollarsi di dosso nemmeno durante le interessanti divagazioni etniche di “Body Shop”, delicatamente folkloristica, e nella più sensuale e orientaleggiante “Best Night”.
A fare da contraltare, una prima parte a tratti più luminosa e in cui è prevalentemente un maestro della contaminazione globale come Diplo a dar manforte alla Ciccone nel farsi un bel lifting sonoro. Operazione non priva di qualche sbavatura, diluita in una scaletta fin troppo schizofrenica e in cui buoni costrutti melodici si perdono un po’ tra il generico (“Hold Tight”) e il lezioso (“Joan Of Arc”). Puntare sulla loro linearità per l’intera durata di Rebel Heart sarebbe stata forse una mossa più sicura, ma niente da fare lei è Madonna e preferisce andarci giù pesante, come proclama irriverente nel pezzo più ardito, ironico e svalvolato di tutta la sua carriera, destinato a sdegnare non poco chi la vorrebbe legata a più tradizionali clichè disco. Dopotutto cos’altro aspettarsi da una stronza che, senza dispiacersene, obbliga i suoi fan a canticchiare un perfetto ritornello pop (“Unapologetic Bitch”appunto) stagliato su ritmiche reggaeton che, c’è da scommetterci, mai e poi mai avrebbero voluto in regalo dalla loro beniamina?

Madonna è con ogni probabilità la figura femminile di maggior successo di sempre nella storia del pop. La rivista Forbes ha stimato il suo patrimonio in 530 milioni di dollari. È attualmente la quarta donna più ricca nel mondo dello spettacolo. Secondo il Guinness dei primati e il Billboard Magazine, è anche l'artista femminile che ha guadagnato di più di tutti i tempi. Anche se i suoi dischi non sono stati sempre all'altezza della sua fama, può dire davvero di aver segnato un'epoca nella iconografia della popular music. Dapprima sfruttando l'opera di marketing dei suoi discografici, quindi impossessandosi personalmente del controllo della sua immagine e della sua musica, pur nella continua girandola di produttori di grido.

Nonostante gli innumerevoli premi ottenuti (non si contano gli Mtv Music Awards, i Grammy e gli altri riconoscimenti), la critica non è mai stata troppo tenera con lei. Oggi, però, sono in molti ad aver cambiato idea, sull'onda di quel revivalismo eighties che ha riportato alla ribalta anche i suoi suoni, quelli che lei stessa ha celebrato nelle "confessioni in discoteca". Persino nel mondo indie è riuscita a vincere tante diffidenze, basti pensare agli attestati di simpatia ricevuti dai Sonic Youth e a omaggi imprevedibili come quello dei Flaming Lips (la cover di "Borderline").
M
a per molti sarà sempre e solo un'abile business-woman, rea per di più di aver dato la stura al proliferare incontrollato delle popstar plastificate (Lady Gaga, Britney Spears, Rihanna, Katy Perry, Gwen Stefani, Kylie Minogue e compagne) quando la prova del tempo ha già dato la misura della differenza di stoffa tra il prototipo e i cloni fallati.

"La mia qualità più importante? Forse il fatto di essere una donna indipendente che combatte per ciò in cui crede senza curarsi del giudizio degli altri - sostiene Madonna - Ho sempre creduto in me stessa, nelle mie possibilità, volevo dire qualcosa". Già, volere, nel suo caso, è potere. Lo dimostra una carriera ormai quasi trentennale all'insegna del più sfrenato (e calcolato) spirito camaleontico. "Credo che essere fedeli a un'immagine sia la tomba della creatività", ha rivelato una volta. Così la punkette di "Lucky Star", la bionda fatale di "Material Girl", la ragazza madre di "Papa Don't Preach" e la ninfomane di "Erotica" sono state metabolizzate in una nuova figura di diva postmoderna, a metà tra una sacerdotessa spregiudicata e una icona glamour. Una celebrità universale, in grado di catturare il pubblico di ogni età e fascia sociale.
Che cos'altro si può aggiungere, al manuale della perfetta popstar?

Contributi di Ciro Frattini ("Confessions On A Dancefloor", "Hard Candy") e Stefano Fiori ("MDNA", "Rebel Heart")

Madonna

La popstar postmoderna

di Claudio Fabretti

Una carriera lunga ormai quasi tre decadi, all'insegna della provocazione e di uno sfrenato spirito camaleontico. Madonna è la diva per antonomasia del pop mondiale. Ma il suo successo non è solo il frutto di una geniale operazione di marketing
Madonna
Discografia
 Madonna (Sire, 1983)

7

Like A Virgin (Sire, 1985)

7,5

 True Blue (Sire, 1986)

6,5

 Who's That Girl (colonna sonora, Sire, 1987)

4

 You Can Dance (remix album, Sire, 1987)

5

 Like A Prayer (Sire, 1989)

6,5

 I'm Breathless (Warner, 1990)

5

 The Immaculate Collection (antologia, Sire, 1990)

 

 Erotica (Warner, 1992)

6

 Bedtime Stories (Warner, 1994)

4

 Something to Remember (antologia, Warner, 1995)

 

 Evita (colonna sonora, Warner, 1995)

6

Ray Of Light (Warner, 1998)

7,5

 Music (Warner, 2000)

5,5

 GHV2 (antologia, Warner, 2001)

 

 American Life (Warner, 2003)

4

Confessions On A Dancefloor (Warner, 2005)

7

 Hard Candy (Warner, 2008)

5

Celebration (doppio cd, antologia, Warner, 2009)

 

 MDNA (Live Nation/Interscope, 2012)

5,5

 Rebel Heart (Live Nation/Interscope, 2015)

6,5

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Madonna su OndaRock
Recensioni

MADONNA

Rebel Heart

(2015 - Interscope)
La nuova autobiografia della star, più introspettiva e matura ma che non rinuncia a suonare contemporanea ..

MADONNA

MDNA

(2012 - Interscope)
La Ciccone assesta un pugno allo stomaco a chi la vorrebbe consona all'età

MADONNA

Celebration

(2009 - Warner Bros.)
Il volto della star riflesso nel suo specchio più perfetto. Summa definitiva di un dominio pop ..

MADONNA

Hard Candy

(2008 - Warner Bros.)
Madonna si rifà il look con Pharrell e Timbaland

Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.