Manic Street Preachers

Manic Street Preachers

La variante gallese del britpop

di Stefano Bartolotta

Esplosa negli anni 90 in piena epopea britpop, la formazione gallese continua a tenere la ribalta con un'intensa attività sia in studio che dal vivo. Esaminiamo nel suo complesso il percorso del quartetto, poi divenuto trio: un percorso a fasi alterne che però non ha mancato di mostrare coraggio e personalità
Si fa presto a dire britpop. Si fa presto a dare questa etichetta a tutte le band provenienti dal Regno Unito con un minimo di componente melodica nella propria proposta e che hanno avuto successo, o comunque suscitato attenzione, nella prima metà degli anni Novanta. Già normalmente ognuna delle etichette utilizzate per categorizzare le proposte musicali vede associata a sé artisti che tra loro c'entrano spesso poco e niente, e il britpop non fa eccezione a questa regola, perché nel tempo ad esso sono stati accostati artisti che hanno rispettato i suoi canoni in modo soltanto parziale, o non li hanno rispettati per niente. Tra questi ultimi rientrano indubbiamente i Manic Street Preachers, nonostante la provenienza britannica, nonostante la spiccata componente melodica e nonostante una delle loro canzoni più importanti, "A Design For Life", contenga un gioco di incroci tra archi e arpeggi di chitarra che sarà l'elemento più caratterizzante dell'ultimo periodo del britpop stesso, quello trainato da "Urban Hymns" dei Verve.

E' innanzitutto l'immaginario della band gallese a essere lontanissimo da quello della scena che ha saputo comunque dare una propria impronta al decennio scorso. Quando i Manics esordirono sulla lunga distanza nel 1992 il trend dominante era quello di rendere più pop, con gruppi come Charlatans, Inspiral Carpets e gli stessi Blur, quel filone chiamato Madchester, che aveva fatto ballare migliaia di ragazzi con i ritmi di Happy Mondays, Stone Roses e anche New Order.

Un inizio subito esplosivo e di personalità

Da un contesto come questo il debutto dei Manics, Generation Terrorists, è decisamente fuori, perché la stragrande maggioranza delle sue canzoni sono sì melodiche, ma caratterizzate da un suono rock piuttosto spinto, soprattutto nella parte ritmica, con l'impostazione dei brani che ricorda molto da vicino l'hard-rock; i suoni sintetici sono presenti soltanto nella rilettura di "Repeat", brano presente sul disco anche nella versione chitarristica. La voce di James Dean Bradfield è sì pulita, ma anche molto graffiante, così come le chitarre dello stesso Bradfiled e di Richey Edwards, e la sezione ritmica, con Nicky Wire al basso e Sean Moore alla batteria non cerca voli pindarici, ma sostiene suono e melodie in modo compatto e corposo.
Si parlava di immaginario, però, ed è quindi necessario partire dai testi, opera di Wire ed Edwards, soprattutto perché, in tutta la loro carriera, la band ha adottato un processo di creazione delle canzone per il quale prima arrivano i testi e la parte musicale deriva da essi. Quelli di Generation Terrorists sono imponenti gettate di vetriolo contro tutto e tutti, dalle multinazionali, nell'iniziale "Slash N Burn" ("Worms in the garden more real than McDonalds/ Drain your blood and let the Exxon spill in [...] Madonna drinks Coke and so you do too/ Tastes real good not like a sweet poison should"), alle politiche guerrafondaie, in "Motorcycle Emptiness" ("Organise your safe tribal war/ Hurt maim kill and enslave the ghetto [...] Drive away and it's the same/ Everywhere death row, everyone's a victim/ Your joys are counterfeit/ This happiness corrupt political shit") alla troppa facilità con cui la gente si fa ammansire da chi vuol far credere che vada tutto bene, in "Stay Beautiful" ("Find your faith in your security/ All broken up at seventeen/ Jam your brain with broken heroes/ Love your masks and adore your failure") e si potrebbe andare avanti a lungo.
Sono passati solo un paio d'anni dal leggendario concerto degli Stone Roses a Spike Island, l'evento considerato da molti come l'inizio del britpop, soprattutto per quanto riguarda il suo spirito, ovvero la voglia dei ragazzi di instaurare una nuova stagione dell'ottimismo, dopo la depressione figlia del thatcherismo. Evidentemente a quel concerto i quattro gallesi non hanno mai nemmeno pensato di andare.
Tanta gente, prima e dopo i Manics, ha proposto queste tematiche nelle proprie canzoni, ma i testi di Wire ed Edwards hanno qualcosa di unico, ovvero il fatto che si spingono al di là della denuncia politico-sociale in sé e per sé, ma sanno proporla in simbiosi con l'esposizione di un disagio a livello personale. La capacità evocativa delle parole dei due musicisti è fuori dal comune, e il bello è che il lessico utilizzato non sempre è particolarmente forbito. Un ritornello come "Under neon loneliness/ Motorcycle emptiness" è già da solo esplicativo di questa peculiarità, che raggiunge il culmine con il passaggio di "Stay Beautiful", nel quale Bradfield, dopo aver cantato "Don't wanna see your face, don't wanna hear your words/ Why don't you just" si interrompe e la chitarra arriva con due accordi a ricordare le sillabe dell'espressione "fuck off".
Il disco ha comunque una propria forza musicale, al di là di quella dei testi. A cominciare dalla capacità della maggioranza di brani di essere una rappresentazione vivente del concetto di "semplice ma efficace", con melodie sempre ispiratissime; Bradfiled riesce a modulare la propria voce in modo simile ma mai uguale tra un brano e l'altro; i riff di chitarra sono anch'essi caratterizzati da una forte coerenza tra loro, ma senza che all'ascoltatore sembri di ascoltare sempre gli stessi accordi. Dopodiché è importantissima la presenza della minoranza di canzoni dall'impostazione diversa, con tempi rallentati e portatrici di un'emotività diversa, più introversa; questi brani, posizionati sempre strategicamente all'interno della tracklist, servono sia a conferire la necessaria varietà stilistica, che a far provare all'ascoltatore un misto di sensazioni che tra loro non sono in antitesi, ma che nemmeno risultano dello stesso segno, diciamo che sono contigue le une con le altre.
Da citare anche il fatto che tutti questi spunti sono presenti in un esordio particolarmente corposo, in quanto sono diciotto le tracce presenti: nessuna band oggi avrebbe il coraggio di partire proponendo così tante canzoni, ma i Manics evidentemente avevano troppe cose da dire già da subito.

L'ampliamento del ventaglio musicale

Un luogo comune in ambito musicale ormai abbandonato, ma molto in voga fino a pochi anni fa, voleva che il secondo disco rappresentasse una transizione tra il debutto, che mostrerebbe il lato più spontaneo del gruppo, e il cosiddetto "difficile terzo album", che ne mostrerebbe invece la, sempre cosiddetta, maturità. A volerne tenere conto, visto che ogni luogo comune ha comunque un fondo di verità, si potrebbe dire che Gold Against The Soul, pubblicato nel 1993, rappresenta la miglior transizione possibile. Si tratta, infatti, di un disco molto più vario del debutto, che si distacca da esso in modo naturale. I Manics non sembrano un'altra band, mostrano inequivocabilmente da dove vengono e dove vogliono andare, ma utilizzano elementi nuovi che rimarranno quasi un unicum nella loro discografia.
Ogni brano ha una relazione diversa con il passato, il presente e il futuro: "Life Becoming A Landslide", per esempio, parte come una dolce ballata ma poi cresce d'intensità con un riff di chitarra che è il più simile a quelli dell'esordio tra quelli presenti nel disco; la doppietta iniziale "Sleepflower"/"From Despair To Where" è un evidente sviluppo in un'ottica più ragionata e, sì, matura, dell'impostazione prevalente del debutto; l'incedere marziale accoppiato a una melodia pop irresistibile di "La Tristessa Durera" è qualcosa che resterà a lungo confinato solo in questo disco (tornerà solo nel 2001 con "So Why So Sad", su un livello qualitativo minore, però), così come il mantra rock di "Roses In The Hospital"; la title track e soprattutto "Yourself", invece, sono quasi un'anticipazione di ciò che succederà in The Holy Bible, con il suono acido delle chitarre e quello del basso molto pronunciato, ai limiti dell'overdrive. Il cantato di Bradfield amplia di molto il proprio ventaglio di espressività vocale e soprattutto in diversi ritornelli sa essere dolce, ma sempre con una punta di veleno.
I testi accentuano la doppia valenza di denuncia politico-sociale e di espressione di disagio personale, già manifestata nell'esordio: partendo dai ritornelli di "Sleepflower", che come detto apre l'album ("A memory fades to a pale landscape/ You were an extinction, a desert heat/ A blind illness of my anxiety/ I feel like I'm missing pieces of sleep") e della title track, posta in chiusura ("Gold against the soul/ Rock'n'roll has a conscience/ It supplies convenience"), sono ben definiti i confini della trattazione di Wire ed Edwards, e il lessico utilizzato ha una propria forza letteraria che nell'esordio non sempre era presente, risultando in questo la perfetta ispirazione delle diverse complessità delle strutturazioni dei brani in entrambi i lavori.
Gold Against The Soul
, purtroppo, non è il primo disco a cui si pensa quando viene in mente il nome dei Manics, schiacciato com'è tra l'irresistibile irruenza del debutto e il devastante mix di rabbia e personalità di The Holy Bible, ma è un lavoro che merita senza dubbio di essere rivalutato.

Maturità, rabbia e sofferenza

Manic Street PreachersCi mettono soltanto un altro anno i quattro gallesi per arrivare al fatidico terzo album, che si rivelerà il loro capolavoro quasi indiscusso: The Holy Bible è un disco importante, profondo, immediatamente distinguibile da ogni altro, nel quale la personalità di Richey Edwards si prende uno spazio molto maggiore rispetto al passato. I testi, infatti, sono suoi per il 70-75%, come spiegherà in un'intervista lui stesso, ed è innegabile l'influenza delle sue parole anche per quanto riguarda la parte musicale. Non può che esservi una stretta correlazione, infatti, tra la rabbia sempre più intensa e le sofferenze personali sempre più distruttive raccontate da Edwards e la scelta del gruppo di riproporsi in modo estremamente radicale, lasciando spazio solo per chitarre, basso e batteria, in controtendenza rispetto all'ampliamento del ventaglio di arrangiamenti proprio del disco precedente; soprattutto è riconoscibilissimo il modo in cui l'acidità delle chitarre si compenetra con un basso suonato in modo particolarissimo, sia per la struttura delle sue linee, che non si limitano a sostenere la batteria ma sono vere e proprie componenti anche della parte melodica, sia per il suo suono cupo e molto robusto. Si capisce quindi che le melodie non possono essere particolarmente catchy, ma sono chiuse il giusto per valorizzare la meglio la capacità del suono di far davvero provare all'ascoltatore le sensazioni raccontate nei testi.
Vanno citate anche la ormai acquisita maturità vocale di Bradfield e soprattutto l'abilità del gruppo nel rendere ogni canzone diversa da tutte le altre: la scelta di fondo di cui sopra rischiava ovviamente di avere come conseguenza negativa la difficoltà di mantenere la necessaria varietà tra i brani, invece il songwriting è talmente ispirato che la missione riesce pienamente, non solo per i momenti in cui la rabbia è parzialmente messa da parte in favore di episodi un minimo più tranquilli, ma anche per quella maggioranza delle canzoni caratterizzata dalle medesime scelte stilistiche.
I testi, come si diceva, sono perfettamente in linea con la direzione intrapresa musicalmente, anche perché è bene ricordare che nel processo compositivo della band sono essi a ispirare la musica, e non viceversa. Il lato politico-sociale è dominato da una rabbia incontrollabile e quando si passa alla messa a nudo del vissuto personale, si aprono scenari caratterizzati da sofferenze estremamente distruttive. Due canzoni possono fungere da altrettanti esempi di quanto descritto: "Ifwihteamericatoldthetruthforonedayitsworldwouldfallapart" ha un titolo che parla da solo, e il testo esplica comunque il concetto in modo ancora più incisivo ("Compton - Harlem - a pimp fucked a priest/ The white man has just found a new moral saviour/ Vital stats - how white was their skin/ Unimportant - just another inner-city drive-by thing") e dall'altro lato "4st, 7lb" (da pronunciarsi "Four Stone, Seven Pound") è angosciante nel descrivere con lucida follia la gamma di stati mentali in cui si ritrova chi si imbatte nell'anoressia ("Problem is diet's not a big enough word/ I wanna be so skinny that I rot from view/ I want to walk in the snow/ And not leave a footprint/ I want to walk in the snow/ And not soil its purity" [...] "My vision's getting blurred/ But I can see my ribs and I feel fine" [...] "I choose my choice, I starve to frenzy/ Hunger soon passes and sickness soon tires/ Legs bend, stockinged I am Twiggy/ And I don't mind the horror that surrounds me").
Non che gli altri testi lascino indifferenti: basti pensare che da alcuni messaggi del disco sono divenuti veri manifesti a uso e consumo dei fan, uno su tutti quello presente nel singolo "Faster": "I know I believe in nothing, but it is my nothing". In generale impressiona, accanto all'efficacia dell'espressione di rabbia e disagio, l'insistenza sul concetto di morale che si ripete in quasi ogni singolo testo, e che evidentemente secondo Richey stava pericolosamente cadendo in disuso; dal punto di vista tecnico colpiscono il linguaggio decisamente più ricercato, ma che non rende i testi degli esercizi di stile fini a se stessi, e l'estremo dinamismo della metrica, per il quale, comunque, molto del merito va al modo in cui gli stessi testi sono stati musicati.
Il valore storico di questo disco nel suo complesso è assolutamente fuori discussione, soprattutto per il coraggio dimostrato, ancora una volta, di andare controcorrente come se non più di prima, visto come il contesto britannico si stava evolvendo in modo sempre più lontano da come lo stavano facendo i Manics.

La scomparsa di Richey e la nuova vita a tre

Il primo febbraio 1995, però, Richey Edwards scompare senza lasciare mai più traccia della propria esistenza. Questo evento controverso non solo cambierà le vite degli altri tre compagni di band e amici, ma sarà decisivo anche per il percorso artistico del gruppo. I tre decidono comunque di andare avanti con il progetto senza sostituire Edwards e soltanto un anno dopo, nel 1996 quindi, pubblicano Everything Must Go, il loro quarto album, il primo con la nuova formazione a tre. Poiché comunque la band stava già lavorando al disco prima della scomparsa di Richey, alcuni residui del suo lavoro sono presenti, ovvero il contributo ai testi di cinque canzoni e la sua chitarra ritmica nella conclusiva "No Surface All Feeling".
Al di là del titolo emblematico, il disco porta un nuovo importante cambiamento dal punto di vista musicale, essendo più improntato a una certa apertura melodica rispetto ai tre precedenti. Per quanto riguarda l'andamento del lavoro nel complesso, i Manics non puntano né sull'omogeneità del primo e del terzo disco e nemmeno sulla varietà stilistica tout court del secondo, ma provano anche qui una nuova strada: un cuore centrale di sei canzoni ispirate dalla stessa idea di base, contornato da due tris di brani che invece si distaccano da questa idea, ma rimanendo accostabili a essa.
Nello specifico, il citato nucleo centrale è composto da canzoni che possono tranquillamente essere definite pop/rock, sia per la loro citata apertura melodica che per l'estrema freschezza, pulizia e scorrevolezza di un suono essenzialmente chitarristico. I primi tre brani, dal canto loro, sono invece più elaborati dal punto di vista del suono e sono portatori di una maggior emotività, mentre gli ultimi tre rimangono sì sul suono più semplice appena descritto, ma riprendono l'emotività propria della parte iniziale. Il britpop è ormai dominante in tutta la Gran Bretagna ed effettivamente questo disco può esservi accostato dal punto di vista musicale, sia per l'idea di basarsi sull'accoppiata melodie-chitarre, che per il modo in cui "A Design For Life" rappresenta un'anticipazione dello stile che caratterizzerà l'ultimo periodo del movimento, come specificato in apertura.
Sono però i testi che continuano a mantenere la band come un fenomeno a sé stante all'interno del panorama rock d'Oltremanica. Laddove il disincanto regna sovrano, Wire, con e senza Edwards, continua a porsi domande preoccupate su questioni politiche e sociali, tema qui divenuto prevalente rispetto alle introspezioni personali, probabilmente per via dell'abbandono precoce di Richey. Sono emblematiche le parole che aprono "A Design For Life": "Libraries gave us power/ Then work came and made us free/ What price now for a shallow piece of dignity": c'è l'importanza della consapevolezza che può dare la cultura, c'è il riferimento storico al nazismo e c'è infine il problema di quanto i compromessi possano minare la solidità della società moderna. Importanti anche i brani riguardanti personaggi storici ben precisi, come "Kevin Carter", che si ispira alla storia dell'omonimo fotografo sudafricano che si è impegnato a documentare le atrocità dell'apartheid, e come "Interiors (Song For Willem de Kooning)", nel quale si racconta la vicenda di questo pittore olandese del Novecento votato all'espressionismo astratto, rimasto orfano a cinque anni e costretto a emigrare di nascosto negli Stati Uniti negli anni Venti.
Un altro testo significativo è quello di "Small Black Flowers That Grow In The Sky", incentrato sui maltrattamenti subiti dagli animali in cattività ("They drag sticks along your walls/ Harvest your ovaries dead mothers crawl/ Here comes warden, Christ, temple, elders/ Environment not yours you see through it all). Testi pieni di insofferenza, insomma, alla quale cerca di porre un freno la conclusiva "No Surface All Feeling", in cui emerge proprio la voglia di mettere da parte i sentimenti negativi, pur con una certa circospezione ("Beg me to stop hate my face I know/ They tell me forever just to go/ Just one thing before I get to sleep/ Nothing here but the stains on my teeth/ No not blood just liquid from you/ I only wish it was the truth").
Everything Must Go
è un lavoro che ha senz'altro spiazzato i seguaci dei Manics, ma ha il grandissimo pregio di aver mantenuto un livello qualitativo molto alto. Quindi, dopo il disorientamento iniziale, difficilmente gli affezionati del quartetto - divenuto giocoforza trio - avranno rinnegato la propria passione; dall'altro lato, l'album ha certamente ampliato il pubblico della band, senza piegarsi a logiche ruffiane o commerciali.

Gli alti e bassi tra verità, nemici e sangue vitale

Il periodo d'oro dei Manic Street Preachers finisce sostanzialmente qui: il secondo quartetto di dischi della loro carriera non si avvicina neanche alle altezze del primo, ed è quindi molto meno ricco di spunti di riflessione.

Il 1998 vede la pubblicazione di This Is My Truth Tell Me Yours, titolo che all'apparenza riporta la band nel periodo dei primi tre dischi. Non è così, invece, perché i quasi tutti i brani sono essenzialmente delle semiballate dal suono pieno, rotondo e morbido, a parte un paio di eccezioni in cui aumentano sia il ritmo che la leggerezza. La qualità delle melodie è ancora buona, ma il problema non è tanto l'omogeneità del disco, visto che questa caratteristica la possiedono sia il debutto che The Holy Bible: ciò che rende il lavoro inferiore a tutti i precedenti è da un lato l' eccessiva standardizzazione del suono, dall'altro la sensazione che il trio stia perdendo quell'intensità emotiva che era sempre stata associata al suo nome.
Anche i testi, pur riprendendo le tematiche del disco precedente con prese di posizione sempre molto decise (soprattutto con il famoso verso "So if I can shoot rabbits then I can shoot fascists"), sono molto meno significativi proprio per via della minore personalità descrittiva e di linguaggio. Il disco, comunque, nonostante i suoi limiti, o forse proprio grazie ad essi, ottiene un grande airplay radiotelevisivo, soprattutto con il singolo "If You Tolerate This Your Children Will Be Next". Grazie alla citata qualità melodica, comunque, This Is My Truth è un lavoro che merita un'ampia sufficienza nel complesso: rappresenta soltanto l'inizio di un periodo in cui l'ispirazione dei Manics non è semplicemente più la stessa.

Con Know Your Enemy, datato 2001, la band riprova la strada dell'eterogeneità e dell'eclettismo. Le ben 17 canzoni contenute spaziano da un rock graffiante e velatamente cupo, a un pop/rock più solare, da ballate malinconiche a un pop tout court con ammiccamenti alle sale da ballo. Anche qui l'unico aspetto davvero degno di nota è la bontà delle melodie, per il resto il problema è che, se in Gold Against The Soul la varietà delle proposte era sinonimo di accrescimento artistico, qui appare più come una mancanza di identità, sempre per i due limiti già propri del disco precedente, ovvero mancanza sia di personalità che di intensità emotiva. Anche qui, comunque, una sufficienza si può concederla, ma è ormai chiaro che i Manics del passato difficilmente torneranno a far mostra di sé.

Un anno dopo, ovvero nel 2002, ecco la pubblicazione che prima o poi avviene per tutti i gruppi con diversi anni di attività alle spalle, ovvero la raccolta di singoli. Forever Delayed vede in più tre inediti, di cui uno, "There By The Grace Of God", di discreta fattura, e ha il limite di quasi tutti i dischi di questo tipo, ovvero quello di offrire una fotografia della carriera del gruppo soltanto parziale, ovvero mostrando solo il lato di più facile ascolto, senza dare il necessario risalto al coraggio sia compositivo che soprattutto lirico della band. Se qualcuno leggesse quanto scritto fin qui conoscendo solo questa raccolta, farebbe senz'altro fatica a ritrovarsi. Meglio la compilation pubblicata nel 2003, intitolata Lipstick Traces: A Secret History Of Manic Street Preachers, che raccoglie numerose b side, rarità e cover. In senso assoluto i brani in questione non sono migliori dei singoli, ovviamente, ma questa raccolta almeno offre un'idea molto più completa di tutte le facce dello stile dei Manics, e le canzoni comunque sono di un livello medio più che soddisfacente, anche se la band non fa parte di quelle che hanno in alcune b side dei veri e propri gioiellini.

Manic Street PreachersArriviamo al 2004 e al migliore tra i lavori che compongono il citato secondo quartetto. Lifeblood in realtà torna all'omogeneità stilistica di This Is My Truth e soprattutto mostra un gruppo completamente dedito al pop puro, senza suffissi o prefissi di sorta, sia per quanto riguarda la composizione, sempre fedele alla forma-canzone tradizionale, che al suono, molto ammorbidito dalla diminuzione dell'uso delle chitarre a vantaggio di quello di tastiere e addirittura sintetizzatori. Ciò che fa la differenza, però, rispetto ai due dischi precedenti, e soprattutto a quello successivo, è la vitalità richiamata dal titolo, quasi che il gruppo, resosi conto di non aver più nelle sue corde la velenosità dei momenti migliori, avesse deciso di cercare nuova linfa per la propria forza espressiva dai pregi della pop music di qualità.
Il risultato è un lavoro che coinvolge l'ascoltatore dal primo all'ultimo secondo, con momenti entusiasmanti come la trascinante "Empty Souls" e le avvolgenti "I Live To Fall Asleep e Solitude Sometimes Is": certo, come per Everything Must Go, i fan non dotati di molta apertura mentale avranno storto il naso, ma qui la qualità e l'intensità emotiva sono presenti in quantità; che poi si tratti di qualità e di intensità di tipo diverso rispetto al passato è vero, ma in termini assoluti Lifeblood ci mostra un gruppo che, sempre per richiamarsi al titolo, ha ancora sangue nelle vene.
Questa nuova direzione musicale deriva anche da testi quasi mai incentrati su problematiche politico sociali, ma soprattutto su riflessioni introspettive. Fa eccezione "Emily", dedicata alla leader per il movimento a favore del suffragio femminile Emily Pankhurst, per il resto la band guarda ai propri esordi in "1985", al mai dimenticato Richey in "Cardiff Afterlife", e anche quando fa riferimento a un personaggio storico controverso come l'ex-presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, lo usa semplicemente come un mezzo per l'incitamento a non mollare nonostante le avversità e a valutare le persone in modo complessivo, senza limitarsi agli aspetti negativi.

Gli anni peggiori: l'ispirazione sembra smarrita

Dopo questo guizzo, però, i Manics perdono nuovamente l'ispirazione, stavolta in modo quasi drammatico. A mostrare il problema in modo già piuttosto evidente ci pensano i due lavori solisti di James Dean Bradfield e Nicky Wire, usciti entrambi nel 2006: il primo (The Great Western) è un pop/rock senz'arte né parte, con melodie a volte anche interessanti ma nel complesso privo di anima; il secondo (I Killed the Zeitgeist) è un tentativo andato vistosamente a vuoto di proporre una serie di brani piuttosto chiusi dal punto di vista melodico, dal sound essenziale e cupo e dalla ritmica vitale quasi new wave, tutte intenzioni che restano sulla carta perché in realtà le canzoni sono, appunto, totalmente prive di ispirazione ed è davvero faticoso arrivare alla fine, ma anche a metà, del disco.

Non va certo meglio nel 2007, quando esce l'ottavo album, intitolato Send Away The Tigers. Un lavoro annunciato come un ritorno al dominio delle chitarre, come se si trattasse di un richiamo al passato, con tanto di utilizzo del carattere della R rovesciata su copertina e booklet, cosa che era avvenuta per la grafica di The Holy Bible. La realtà, purtroppo, è ben diversa: imperversano brani smaccatamente radiofonici, nell'accezione negativa del termine, con melodie scialbe, un suono standardizzato e testi inutili. Solo i due singoli "Your Love Alone Is Not Enough", con la partecipazione di Nina Persson dei Cardigans, e "Autumnsong" arrivano almeno a risultare ascoltabili, senza ovviamente entusiasmare in alcun modo, mentre tutto il resto è da buttare nel cestino e dimenticare il più in fretta possibile, nonostante i riscontri, sia in termini di vendite che di passaggi sui media, siano molto positivi.
Send Away The Tigers
sembra aver messo definitivamente la pietra tombale sulle speranze di poter ascoltare ancora qualcosa di buono dai Manics, ma l'annuncio che il disco seguente, Journal For Plague Lovers, è stato realizzato utilizzando esclusivamente testi che Richey Edwards aveva lasciato a Nicky Wire una settimana prima di sparire genera indubbiamente un certo interesse attorno a questo nono lavoro. L'impressione è che non ci saranno mezze misure nei giudizi: o quest'operazione significherà la fine della credibilità del gruppo, oppure ci sarà un rilancio importante. L'album, alla cui produzione ha partecipato Steve Albini, esce il 18 maggio 2009 ed è accolto subito con entusiasmo da critica e appassionati: i Manic Street Preachers sono tornati ai livelli che competono loro.

L'inaspettato ritorno ad alti livelli grazie al lascito di Richey

Ci si poteva aspettare un richiamo alle sonorità di The Holy Bible, anche perché la realizzazione della copertina di Journal For Plague Lovers è stata affidata allo stesso illustratore, ma è invece tutto il periodo-Richey nel suo complesso a pervadere il lavoro. Le prime quattro canzoni rappresentano già un compendio ideale dell'opera: il tris iniziale comprende brani che potrebbero appartenere, nell'ordine, al citato The Holy Bible, a Gold Against The Soul e a Generation Terrorists, mentre la traccia successiva ricorda i momenti di aspra tranquillità che erano presenti nel debutto.

Nel resto del lavoro tornano, a turno, tutti questi riferimenti, ma il bello è che le canzoni sono accostabili ai suddetti grandi dischi non solo per l'impostazione e lo stile, ma anche per la loro qualità, quasi che la possibilità di utilizzare nuovamente le parole di Edwards sia stata per Bradfiled e Moore come la ricrescita dei capelli per Sansone. Il songwriting è ispirato ed efficace, il suono ha quella capacità penetrante e coinvolgente che non si scorgeva più da oltre un decennio, e lo stesso si può dire per il cantato di Bradfiled, graffiante ed espressivo come ai bei tempi. Senz'altro è stato importante il contributo di un guru come Steve Albini, ma più verosimilmente il motivo di questa nuova grandeur sta nel fatto che i Manics hanno saputo convogliare al meglio quella carica emotiva che, senza il loro amato compagno di band e amico, era andata scemando nel corso degli anni.
I testi che hanno ispirato il rilancio artistico della band possono essere analizzati in modo ancora più approfondito che in passato, perché il booklet della deluxe edition riproduce integralmente il materiale lasciato da Richey e non solo le parole rimaste in seguito agli adattamenti necessari per mettere in musica i suoi sfoghi letterari; inoltre lo stesso booklet mostra anche i disegni che accompagnavano i testi. Già da essi emerge chiaramente lo stato mentale di un uomo che si sente sempre più in collera con il mondo che lo circonda, con le sue ingiustizie e i suoi compromessi, e di conseguenza si mostra sempre più alienato e confuso. Leggendo gli scritti, poi, sia quelli finiti in musica che quelli rimasti fuori dalle canzoni, si rafforza l'impressione di un doloroso disorientamento ("Tonight we beg the questioni if a married man fucks a catholic, and his wife dies without knowing, does that make him unfaithful"). Ovviamente i testi più legati alla sfera introspettiva hanno i toni di sempre ("Here I am, rise and shine, weighted down, of course I smile", "I would prefer no choice, one bread, one milk, one food that's all, I'm confused, I only want one truth, I really don't mind if I'm being lied too") e le stesse considerazioni possono essere espresse anche a proposito di quella parte di parole tagliate in seguito ai necessari adattamenti di cui sopra ("Starvation heals internally and conscious can't be cured", "If you buy vanishing cream you need vanishing cream remover at night").
Meritano una menzione particolare il ritornello di "All Is Vanity", talmente efficace e musicalmente impeccabile da far venire voglia di urlarlo ad ogni ascolto ("It's not what's wrong, it's what's right, makes me feel like I'm talking a foreign language sometimes, it's not what's wrong, it's what's right, it's a fact  of life sunshine, it's a fact of life sunshine"), e tutto il testo di "William's Last Words", che suona come il commiato definitivo lasciato da Richey ("I'm really tired, I'd love to go to sleep and wake up happy" e, fuori dal brano, "You can die happy but I wonder if you wake up happy"). Quest'ultimo brano, cantato da Nicky Wire, è un momento di grande coinvolgimento emotivo, anche se purtroppo rappresenta l'unico episodio di scarsa qualità compositiva in coda a un disco comunque bellissimo ed importante perché riconsegna a tutti gli appassionati di musica rock una band nuovamente in piena salute.

Ancora alti e bassi, tra cartoline, futuro e ricordi

Pochi mesi dopo l'uscita di questo disco, i Manics annunciano già il titolo provvisorio del loro decimo album, "It's Not War - Just The End Of Love". Questo si rivlerà poi solo il titolo del singolo anticipatore, mentre il disco si chiamerà Postcards From A Young Man. La curiosità legata a questo disco stava nel capire se la necessità di fare ancora tutto da soli per il trio potesse significare un nuovo ridimensionamento del livello qualitativo, o se la possibilità di utilizzare nuovamente, anche se per l'ultima volta, il contributo di Richey avesse acceso la scintilla in modo non effimero, ma duraturo. Le dichiarazioni della vigilia da parte di Nicky Wire non inducevano certo all'ottimismo, perché il bassista parlava apertamente di un disco pieno di canzoni adatte per passare in radio. All'ascolto dell'album, purtroppo i timori di un nuovo regresso si trasformavano in dura realtà.
Postcards From A Young Man si muove su territori molto diversi rispetto all'album precedente, proponendo un suono molto più pulito e morbido. La sezione ritmica, spesso un punto di forza dei migliori momenti del gruppo, si limita a tenere il tempo nel modo più misurato e regolare possibile; le chitarre hanno sempre un suono smaccatamente limpido e levigato; c'è una costante presenza di archi lungo tutta la durata del disco, utilizzati un po'come era avvenuto tanti anni prima in "A Design For Life"; la voce di James Dean Bradfield punta anch'essa alla pulizia come dogma, e della sua capacità di graffiare qui non c'è nemmeno traccia, anche perché, in più di un episodio, ad essa si accompagnano controvoci massicce realizzate da un vero e proprio coro gospel. Naturalmente anche il songwriting ha lo stesso spirito, aderendo quindi in modo molto serrato alla forma canzone tradizionale ed i testi rinunciano alle violente sferzate contro il mondo esterno, preferendo concentrarsi su tematiche relative all'interiorità umana.
Come abbiamo visto, non è la prima volta che i Manics si propongono in questa veste più convenzionale e contemplativa: negli episodi precedenti non sono mai arrivati a coinvolgere come nei loro dischi più rubidi e spigolosi ma hanno comunque quasi sempre soddisfatto in virtù di un'ottima ispirazione melodica, che da sola riusciva a rendere l'ascolto sempre interessante. Questo lavoro, però, soffre dello stesso tipo di mancanza di ispirazione e vitalità già registrata in "Send Away The Tigers": l'unico brano che, tutto sommato, si mantiene piacevole e fresco al di là della ricchezza del suono è proprio il singolo "(It's Not War) Just The End Of Love", per il resto è tutto troppo scontato e prevedibile, di modo che il disco si trascina brano dopo brano con grande stanchezza.
Che ci si imbatta nel pop quasi marziale della title track, o in quello che strizza l'occhio allo stadium rock di "Golden Plattitudes", o nell'estremizzazione del citato utilizzo di archi e controvoci in "Some Kind Of Nothingness" - che vede la partecipazione di Ian McCulloch - o in momenti più elettrici e tirati come il ritornello di "Auto Intoxication" e l'intera "A Billion Balconies Facing The Sun", non si riscontra nient'altro oltre alla pulizia formale e non ci si scuote dal torpore emotivo. "All We Make Is Entertainment" dice il titolo di una di queste canzoni, e purtroppo questa frase può essere riferita ai Manics attuali, utilizzandola, purtroppo, nel senso negativo del termine.
Da dopo "Lifeblood", il trio che dal 1995 rappresenta i Manic Street Preachers non riesce a trovare da solo la necessaria vitalità e ci è riuscito solo quando ha potuto avvalersi di aiuti esterni, ovvero i citati lasciti di Edwards. Le ultime due volte in cui Nicky Wire, James Dean Bradfield e Sean Moore hanno dovuto arrangiarsi da soli, hanno fallito in entrambi i casi, e se è vero che manca un ulteriore indizio per fare la prova, le speranze alimentate dalla bella prova dell'anno precedente sembrano destinate inesorabilmente a spegnersi.

manicstreetpreachers2012L'8 novembre del 2011 viene pubblicata una nuova raccolta, dal titolo National Treasures, molto più ampia della precedente "Forever Delayed". Essa, infatti,è composta da due compact disc con trentotto brani in totale, in ordine cronologico e non tagliati nella loro durata, così come invece era avvenuto in qualche brano inserito nell'altra compilation. Il criterio di scelte dalle canzoni è solo uno, ovvero devono essere quelle uscite come singolo. National Treasures avrebbe senz'altro potuto fare meglio dal punto di vista della rappresentatività della storia del gruppo, ma svolge il compito in modo abbastanza esauriente. Nel primo cd, quello che contiene i brani dei primi quattro album, "Generation Terrorists" è rappresentato piuttosto fedelmente, così come "Everything Must Go", mentre mancano alcuni aspetti di "Gold Against The Soul" e di "The Holy Bible" nelle selezioni effettuate per questa raccolta. Non si può, comunque, tralasciare la bellezza intrinseca delle canzoni e l'effetto provocato dall'ascolto di tanti brani di tale qualità uno in fila all'altro. Sotto questo aspetto, il primo dei due cd è splendido: non c'è una singola canzone meno che meravigliosa ed è impossibile decidere quale possa essere migliore rispetto alle altre. Un livellamento verso l'alto quasi unico, che rende questi diciannove brani tutti insieme un vero e proprio balsamo per l'anima. Il secondo cd, ovviamente, non può competere in questo senso però svolge meglio la funzione di rappresentare le tappe che prende in considerazione. Tutti gli album da cui sono state tratte canzoni qui presenti, infatti, sono ben sintetizzati - peccato solo che manchi "Journal For Plague Lovers", poiché da esso non era stato estratto alcun singolo. Attualmente si stanno rincorrendo diverse voci sul futuro della band, tra chi crede alle dichiarazioni secondo cui ci sarà una pausa di tre anni prima del ritorno e chi invece è convinto che esse nascondano la volontà di sciogliersi. In ogni caso di tesori tra le canzoni dei Manics ce ne sono eccome, e questa compilation è un buon modo per scoprirne la maggior parte.

Ne passano, invece, solo due di anni prima di un nuovo album, che esce nel settembre del 2013 e si intitola Rewind The Film. L’uscita, tra l’altro, è accompagnata dall’annuncio che c’è già un ulteriore album pronto e che verrà pubblicato poche mesi dopo. “Futurology”, questo il titolo di quest’altro disco, era dato in uscita a giugno 2014, poi arriverà effettivamente nei negozi il 7 luglio, e la band ne ha eseguito un paio di brani dal vivo durante il tour britannico del marzo/aprile 2014. Tornando a Rewind The Film, ci sono tre canzoni con altrettanti cantanti che duettano con Bradfield: nella title track c’è Richard Hawley, nell’iniziale “This Sullen Welsh Heart” è presente Lucy Rose, mentre in “4 Lonely Roads” canta anche Cate Le Bon. Già dalla voglia di sfruttare tutte queste voci diverse mostra la voglia del trio gallese di effettuare un’esplorazione molto più approfondita delle possibili scelte in termini di armonie vocali e sonore e di arrangiamenti per dare più corpo e colore allo scheletro delle loro composizioni fatto di melodia principale, timbro vocale e testi. Il maggior pregio del disco, o quantomeno di parte di esso, è proprio quello di proporre all’ascoltatore una grande varietà sonora evitando sia il rischio che essa risulti fine a se stessa che quello di uno scollegamento tra le diverse canzoni. Anche il passaggio più ardito, ovvero quello tra il pop immediato, gioioso, epico e orchestrale di “Show Me The Wonder” e l’introspezione cerebrale, cupa e poco immediata della successiva title track è perfettamente congegnato e finalmente la band riesce a mantenere la propria voglia di proporre un songwriting semplice e orecchiabile senza che i brani suonino piatti e banali, grazie proprio a questa ricerca sonora. Quanto detto vale soprattutto per la prima metà del disco, ovvero dalla sognante “This Sullen Welsh Heart” all’elettroacustica “(I Miss The) Tokyo Skyline”, passando per il passaggio sopra citato, l’ansiogeno dinamismo sonoro e ritmico in mid tempo di “Builder Of Routines” e la tranquillità di “4 Lonely Roads”. La seconda metà, invece, non possiede lo stesso livello qualitativo: “Anthem For A Lost Cause” ha una melodia accattivante ma nel suono torna a fare capolino la banalità dei momenti peggiori dei Manics, mentre per le successive cinque canzoni c’è un visibile calo di ispirazione melodica e anche l’impianto sonoro suona dimesso e senza intensità emotiva.

Rewind The Film è quindi il classico album che merita la sufficienza solo grazie alla media matematica tra il giudizio sulla prima metà e quello sulla seconda, ma quello che i Manics sono stati capaci di fare in questa prima metà è importante, perché mostra che il trio è ancora capace di fare ottime cose anche senza sfruttare gli ultimi lasciti di Richey Edwards e senza rinunciare al suono pulito e rotondo che non abbandonano ormai da molti anni quando fanno le cose da soli. Tutto questo nell’attesa di ascoltare “Futurology”, descritto come più chitarristico ma anche con qualche piccola influenza kraut-rock.

Futurology, rispetto al suo immediato predecessore, era annunciato come più spigoloso e influenzato dal kraut rock, dal tour in Europa del 2011 e dall’arte avanguardistica dell’inizio del XX secolo. In realtà, le influenze dichiarate stanno più nella tipologia di sensazioni espresse, nell’estetica del disco, e non nei canoni stilistici in sé. Non c’è nulla, infatti, di direttamente ricollegabile alle fonti di ispirazione dichiarate, però c’è un suono quadrato e freddo e che allo stesso tempo lascia trasparire tensione e inquietudine dietro la teorica compostezza formale. È un terreno nel quale i Manics non si sono mai avventurati e, per rapportarsi con questa impostazione sonora e con il ventaglio emozionale a essa sottesa, il trio gallese decide di non abbandonare la nitidezza melodia che contraddistingue ormai quasi tutti i propri dischi degli ultimi dieci anni, però non si può nemmeno parlare di un songwriting puramente pop, nel senso che tutte queste melodie non sono atte a rimanere in testa al primo ascolto, ma conservano un sottile equilibrio tra facilità di ascolto e sfuggevolezza, e grazie a esso l’accostamento con le altre componenti sopra specificate risulta molto azzeccato.

Anche i testi, elemento sempre importante nei lavori dei Manics, hanno alcune cose in comune con tutto l’impianto sopra descritto. Il linguaggio, infatti, è decisamente colto e di alto profilo e i vari scenari descritti sono cupi e densi di negatività e non mostrano con immediatezza tutti i significati che portano con sé. Prendiamo il testo del singolo “Walk Me To The Bridge”: dalle dichiarazioni di Nicky Wire sappiamo che si parla di un ponte che unisce Svezia e Danimarca e che, durante la sua traversata, lo stesso Wire stava meditando se lasciare la band e che la canzone è imperniata sull’idea del ponte come possibilità di avere un’esperienza al di fuori del proprio contesto, visto che si parte da un posto e si arriva in un altro. Leggendo o ascoltando semplicemente il testo, tutte queste cose non si capiscono assolutamente. Lo stesso vale per quasi tutte le canzoni, che danno sempre l’impressione di portare con sé significati nascosti che conosce solo chi ha scritto i testi, a parte alcuni casi nei quali i riferimenti sono invece più facili da cogliere (“Europa Geht Durch Mich” ad esempio).

Un punto che accomuna questo disco al precedente è la grande varietà nelle strutture sia compositiva che sonora dei singoli brani. Anche qui ci sono diversi ospiti, che coadiuvano la band sia suonando che cantando. La ricerca di qualcosa di nuovo senza snaturarsi, la varietà e la buona riuscita della maggior parte delle canzoni sono punti di forza senz’altro attribuibili a Futurology. Manca, però, qualcosa per poterlo inserire nell’Olimpo dei migliori lavori dei Manics. Non è facile spiegare per iscritto perché, con tutti i pregi sopra evidenziati, sia difficile andare al di là di una compiaciuta soddisfazione e non si sconfini nell’entusiasmo, ma all’atto pratico, il grado di qualità e di immediatezza di queste canzoni sono quelli necessari per dare piacere chi ascolta ma non per toccare la sua emotività. Rimane all’ascoltatore stesso la scelta se far prevalere la soddisfazione per gli indubbi aspetti positivi di questo lavoro o il rammarico per arrivare a tanto così dall’emozionarsi senza riuscirci.

Manic Street Preachers

La variante gallese del britpop

di Stefano Bartolotta

Esplosa negli anni 90 in piena epopea britpop, la formazione gallese continua a tenere la ribalta con un'intensa attività sia in studio che dal vivo. Esaminiamo nel suo complesso il percorso del quartetto, poi divenuto trio: un percorso a fasi alterne che però non ha mancato di mostrare coraggio e personalità
Manic Street Preachers
Discografia
 MANIC STREET PREACHERS

 

  

 

Generation Terrorists (Columbia, 1992)

7,5

Gold Against The Soul (Columbia, 1993)

7,5

The Holy Bible (Epic, 1994)

8,5

Everything Must Go (Epic, 1996)

7,5

 This Is My Truth, Tell Me Yours (Epic, 1998)

6,5

 Know Your Enemy (Epic, 2001)

6

 Forever Delayed: The Greatest Hits (antologia, Epic, 2002)

5,5

 

Lipstick Traces: A Secret History Of Manic Street Preachers (antologia, Epic, 2003)

6,5

 Lifeblood (Epic, 2004)

7

 Send Away The Tigers (Columbia, 2007)

4,5

Journal For Plague Lovers (Columbia, 2009)

7,5

 Postcards From A Young Man (Columbia, 2010)

5

National Treasures - The Complete Singles (antologia, Columbia, 2011)

7

 Rewind The Film (2013, Columbia)

6

 Futurology (2014, Columbia) 

6,5 

   
 JAMES DEAN BRADFIELD

 

  

 

 The Great Western (Columbia, 2006)

5

  

 

 NICKY WIRE

 

  

 

 I Killed the Zeitgeist (Red Ink, 2006)

4

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Manic Street Preachers su OndaRock
Recensioni

MANIC STREET PREACHERS

Futurology

(2014 - Columbia)
Il trio gallese esplora nuove strade senza snaturare il proprio stile

MANIC STREET PREACHERS

National Treasures

(2011 - Columbia)
Una fotografia panoramica, per larghi tratti fedele, del percorso artistico della band gallese

MANIC STREET PREACHERS

Postcards From A Young Man

(2010 - Columbia)
I Manics tornano al loro lato più pop, ma mancano ispirazione e vitalità

MANIC STREET PREACHERS

Journal For Plague Lovers

(2009 - Columbia)
Il ritorno della band gallese, prodotto da Steve Albini

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