I Massive Attack sono uno dei progetti più significativi di Bristol, il laboratorio musicale più fertile d'Inghilterra durante l'intero decennio 90. Pochi gruppi hanno rappresentato il suono del loro tempo in maniera inequivocabile come loro, a partire dall'esordio e proseguendo per i dischi successivi, con tutte le loro azzeccate evoluzioni.
Il gruppo, composto da Robert "3D" Del Naja, Grant Marshall ("Daddy G") e Andrew Vowles ("Mushroom") era già riuscito, con "Blue Lines" del 1991 e "Protection" del 1994, a trasformare l'hip-hop newyorkese in un concentrato di soul, reggae-dub e elettronica dalle atmosfere fumose e cinematiche, etichettato da tutti come "trip-hop" o "Bristol sound". Una formula che ha marchiato un decennio, grazie anche agli exploit dei loro concittadini Portishead, del loro ex-collaboratore Tricky e di altri, successivi emuli (basti pensare, ad esempio, al debutto dei Goldfrapp).
Fin dalle origini, quale gruppo aperto (il collettivo "Wild Bunch"), la band si è rivelata capace di sintetizzare esperienze musicali e umane diversissime, presentando un'anima "nera" (legata soprattutto agli esperimenti su dub e reggae della comunità caraibica di Bristol) e una "bianca" che, nella persona di Del Naja, guarda all'elettronica e alla dance, allora in espansione esponenziale nel Regno Unito.
Dopo due album di marca prettamente dance e segnati da una particolare ricerca sul ritmo (Blue Lines e Protection, quest'ultimo remixato in versione "dub" in No Protection), e dopo le collaborazioni di grido della loro "mente" 3D (tra cui l'hit di Neneh Cherry "Manchild"), i Massive Attack pervengono a una svolta nella loro carriera con Mezzanine, album profondo, intenso e maturo. Le atmosfere dance dei primi due dischi, in bilico tra techno e lounge music, sono state sostituite da un umore oscuro e crepuscolare, degno erede della miglior dark-wave degli anni 80. "Abbiamo voluto puntare soprattutto su profondità e prospettiva - spiega Robert Del Naja, alias "3D" - E' un album che dà la sensazione del viaggio e si può ascoltare a vari livelli di coinvolgimento: se si tiene alto il volume, acquista in immediatezza; se lo si abbassa, diventa più imprevedibile".
Oltre al leggendario cantante reggae Horace Andy, già ospite dei due precedenti lavori dei Massive Attack, la stella che brilla su Mezzanine è Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins, band di culto del dream-pop. I suoi vocalizzi eterei e suggestivi si sposano bene con la cupa base ritmica, impreziosendo quattro brani, tra cui l'ottimo singolo "Teardrop", che di questa sorta di "dream-dub" è destinato a rimanere l'incontrastato capolavoro: sopra a una traccia ritmica minimale, simile al pulsare di un cuore, e a un arpeggio celestiale di chitarre, si alza la voce angelica di Liz Fraser, limpida come una promessa di salvezza e redenzione. Qui la sintesi di sonorità dub e di atmosfere dark raggiunge la perfezione, resuscitando, in una chiave del tutto moderna, il sound astratto ed esoterico dell'etichetta 4AD. Il brano avrà un grande successo anche grazie all'inquietante videoclip, dove a "cantare" la melodia sarà l'immagine di un feto nella placenta materna.
Dall'angoscia espressionista di "Risingdon" alla depressione esistenziale di "Angel", dall'umore gotico di "Man Next Door" alla ballata soffusa di "Black Milk" (altro pezzo di bravura della Fraser al canto), le canzoni di Mezzanine spaziano tra generi diversi, inseguendo i gusti dei tre componenti del gruppo. Restano i timbri ipnotici stile "Karmacoma" (uno dei loro primi e più celebri hit) e i bassi "dub", ma, rispetto al passato, c'è un particolare accento sulla chitarra e un'evoluzione verso sonorità più complesse e oscure. Domina un senso di alienazione urbana, che si riverbera nei suoni tra allucinazioni narcotiche e momenti di trance, il tutto esasperato da un uso ossessivo del rap, in chiave quasi ipnotica.
Quello che stupisce di questi Massive Attack non è tanto il produrre una musica elettronica impossibile da ballare (lo avevano sempre fatto) ma l'allontanarsi dall'equivoco per cui il trip-hop sarebbe stato musica da relax o da cocktail, facendone il veicolo di una cupa tensione metropolitana e candidandolo alla frequentazione di spazi tipicamente rock.
Un disco profondamente figlio del suo tempo nel riproporre citazioni, memorie, brandelli di passato musicale in una sintesi caotica quanto vitale, specchio di una società ormai altrettanto babelica e onnivora, caratterizzata da quella che l'ex-collaboratore Tricky chiamerà la "Pre-Millennium Tension".
In 100th Window (2003) i Massive Attack, da tre che erano, diventano uno solo: Robert "3D" Del Naja, vuoi per divergenze artistiche (Mushroom), vuoi per un volo di cicogna (la paternità di Daddy G). L'album prosegue il percorso segnato dallo splendido Mezzanine, quello di una musica ancora più oscura e ipnotica.
100th Window è un disco meno d'impatto dei precedenti, che rinuncia agli aspetti più ballabili (anche se le profonde sonorità dub-elettronica non sono venute meno), a favore di un andamento più sensualmente seducente, penetrante, per un lavorio lento ma inesorabile, notturno e metropolitano, e che evidenzia una sua capacità psichedelica. Quest'ultima si può riallacciare al significato del titolo, un'ultima centesima finestra che rimane sempre aperta, nella nostra psiche, a disposizione anche dell'inaspettato e del sommerso del nostro subcosciente.
Il pulsante incedere del brano di apertura "Future Proof" e la voce da stato d'ipnosi di 3D si accompagnano a un battito cupo, e a un'atmosfera splendidamente malinconica e pigra; i brani successivi ci introducono le altre due voci del disco, Sinead O'Connor nella celestiale "What your soul sings" e il già noto Horace Andy in "Everywhen", che prosegue nel solco dei due brani precedenti. Le atmosfere si fanno più drammatiche in "Special Cases" con la O'Connor splendida e quasi irriconoscibile alla voce, grazie agli archi che disegnano trame orientaleggianti. "Butterfly Caught", con 3D di nuovo alla voce, alza il ritmo, ma è anche il pezzo più nero e minaccioso del disco, con un crescendo strumentale calibrato alla perfezione.
Nel brano successivo "A Prayer For England" si riconosce la O'Connor di sempre. Da qui in poi, l'album non offre più elementi nuovi rispetto ai primi magnifici pezzi, anche se "Small Time Shot Away" e "Name Taken" non si possono considerare riempitivi. Del Naja però sa piazzare ancora un grande ultimo colpo, torna alla voce per "Antistar": di nuovo un pezzo che guarda a Oriente, anche e ancor di più grazie al crescendo di archi conclusivo, a suggellare con un capolavoro l'opera.
La confusa colonna sonora di Danny Dog, film del 2004 di Luc Besson, lascia però freddini gli appassionati del loro sound cupo e magnetico. Ventuno composizioni strumentali scritte, arrangiate e prodotte da 3D e Neil Davidge. Chitarre, campioni, piano elettrico, archi, pianoforte, ancora i King Crimson nelle pieghe di un pezzo trascinante come "One Thought At A Time". Il dub si affaccia ammantato di sensualità misteriosa e colori jazzy in "Polaroid Girl", mentre il colpo romantico/estatico arriva nella breve "Sweet Is Good", seguita dalla mancuniana (i New Order che incontrano gli Stone Roses?) "Montage".
A suggellare la loro prestigiosa carriera, lunga ormai più di tre lustri, arriva nel 2006 l'antologia Collected.
Nel 2009 esce Splitting The Atom, un Ep che anticipa l'uscita del nuovo album del duo di Bristol, prevista per l'inizio dell'anno successivo. Quattro canzoni e neanche venti minuti di musica che bastano per confermare una volta di più l'assoluta grandezza della formazione inglese.
Incrociando le atmosfere dark di 100th Window con le pulsioni dub e ragga degli esordi, l'Ep rappresenta un back to the roots del tutto particolare, filtrato attraverso il prisma del mestiere: il beat scuro, il synth caldo e soul, la melodia che fa da tappeto al falsetto di Horace Andy, sono tutti elementi perfettamente amalgamati per (ri)conquistare anche il più scettico dei fan. La successiva "Pray For Rain", dall'incedere atipico, parte sinistra e con piglio noir, rallenta, accelera verso un moto corale e si spegne mestamente. "Bulletproof Love" è l'esempio perfetto di come il duo di Bristol dia la polvere a molti trip-hopper in erba: un passo marziale, percorso da sotterranei dub plasticosi, si dipana circolarmente tracciando linee sinuose.
Il sole d'Oriente fanno capolino nella conclusiva "Psyche", che vede la presenza al canto di Martina Topley-Bird. Tra dolci atmosfere ovattate si consuma la conclusione di questa gustosa preview.
Dopo questo gustoso antipasto, nel 2010 esce l'atteso nuovo lavoro sulla lunga distanza, Heligoland, a sette anni dal predecessore.
Per la prima volta un disco dei Massive Attack suona disomogeneo, spiazzante. L'iniziale mantra "Pray For Rain" (alla voce Tunde Adebimpe, primo tra i tanti guest che arricchiranno il disco), parte compassata per schiudersi a un synth sotterraneo. In "Babel", le chitarre imbrigliate nella viscosità del sintetizzatore non fanno spiccare il volo alla calda voce di Martina Topley-Bird, la cui splendida ugola rimane ancorata al suolo.
Il primo gioiello lo troviamo con la terza traccia: la liturgia sinistra di "Splitting The Atom", tra organo e sezione ritmica da battimani, si scioglie nei luccicanti rivoli spettrali della coda finale, tra sintetizzatori e cori attutiti. Gemma di ipnotismo per lisergici viaggi, il trip di "Girl I Love You" si apre a visioni mediorientali, spalancando la strada verso Marrakesh, tra tensione rock e profumi di spezie. Ogni traccia è diversa dall'altra, non c'è trait d'union ben definito e miss Topley-Bird ce lo ribadisce con fermezza: "Psyche" brilla di luce propria, la sezione ritmica rimbalza senza soluzione di continuità, mentre la sua voce plana sulla melodia. E se "Rush Minute", nel suo classico incedere trip-hop, e "Flat Of The Blade", che ricorda i Radiohead di "Kid A", non brillano certo per originalità, risultando fiacche nel loro incedere, ci pensa Hope Sandoval a lustrare "Paradise Circus", perfettamente oliata nel suo crescere melodrammatico a tinte romantiche.
Sorvolando sulla non-brillantissima collaborazione con Damon Albarn (poca cosa "Saturday Come Slow"), Del Naja e Marshall estraggono dal cilindro l'ennesima melodia di razza: "Atlas Air" stende a tappeto la sua melodia giocata su un perfetto giro di organo, tra tepori sinistri, secco beat e tipico incedere bristoliano, incrementando i giri del motore fino a sfociare in una coda trance che illumina la via verso le porte di Nuova Delhi, prima rallentando e poi ri-accelerando in maniera vigorosa.
I Massive Attack sono tornati, non hanno dato alle stampe né il capolavoro né il loro epitaffio, ma si confermano gruppo tutt'altro che morto. E di questi tempi non è poco.
Nel 2011, il manipolatori di Bristol si uniscono al giovane William Bevan, aka Burial, uno dei paladini del dubstep. E mai come in questo caso l'amalgama è di quelli che scottano, vista la plausibile affinità elettiva tra le tre bestie sacre in questione.
Una traccia a quattro mani e un remix. E' questo il "misero" bottino estraibile da Four Walls/ Paradise Circus, l'incontro/scontro Massive Attack vs. Burial: basi estratte, modellate e deformate dal ragazzo della Hyperdub e voci gestite dal gatto e la volpe.
La prima metà del disco è occupata da "Four Walls", in cui i tre si scatenano (si fa per dire) verso il terzo minuto dando vita a una sorta di marcia funebre sorretta meravigliosamente dal canto celeste e al contempo raggelante. Dodici minuti di esotismo elettronico e melanconia a pacchi. Mentre nell'altra metà spunta inaspettatamente una rivisitazione lunare di "Paradise Circus", cantata a suo tempo dalla musa Sandoval su Heligoland. I tre riescono in qualche modo a mistificare la faccenda, provando a renderla più intimamente estatica, inserendo il solito tappeto sonoro bevaniano da scenario decadente con tanto di coda angelica e rallentamento vocale centrale, supportato dai bassi perennemente profondi e dal tic-tac elettrico fatto ribollire a più riprese e a mo' di magma. Purtroppo, la resa illune che ne consegue non conferisce grandi dosi emotive.
Tirando le somme, sembra funzionare solo la stesura congiunta ex novo tra i pionieri del trip-hop e il perno centrale di quella strana cosa chiamata dubstep. Si spera quindi che a prevalere in futuro sia il desiderio di creare sempre nuova materia, magari accantonando le comode minestrine riscaldate.
Contributi di Paolo Sforza ("100th Window"), J.R.D. ("Blackmailmag"), Alberto Asquini e Mattia Braida ("Splitting The Atom", "Heligoland"), Giuliano Delli Paoli ("Four Walls/ Paradise Circus")



