Oasis

Oasis

Il brit-pop da vetrina

di Pier Eugenio Torri

Dallo scantinato della Manchester operaia alle arene di mezzo mondo. Una vita celebrata e criticata, sempre sotto la luce dei riflettori. A distanza di quasi vent'anni dai primi vagiti del "fenomeno Oasis" è giunto il momento di ripercorrere le vicende della band dei fratelli Gallagher, che ha concluso la propria carriera con con "Dig Out Your Soul"
Il brit-pop da vetrina. Due fratelli con facce da pub, ubriachi e incazzati sempre, diventano quasi inconsapevolmente immagine da copertina, andando a sostituire visi ben più delicati e ammaliatori. La Manchester operaia che si sveglia all'alba si ritrova dalla sera alla mattina ad allietare i pomeriggi vuoti dell'adolescenza londinese prima e del mondo poi. E infatti proprio a metà degli anni Novanta succede qualcosa, l'incontro inintellegibile tra due elementi: da una parte la domanda del pubblico giovanile di nuove rockstar da idolatrare e dall'altra l'arrivo non previsto di una band con una manciata di straordinarie ballate nel cassetto. Ballate ecumeniche, che raccolgono consensi unanimi tra pubblico maschile, pubblico femminile e critica. L'incontro è magia e follia: con gli Oasis si rispolverano, romanzando un po' troppo per la verità, le vicende che trent'anni prima coinvolsero i Beatles. Dalla Beatlesmania alla Oasismania. Un gioco che dura tutta la vita, fatto di citazioni volute e non volute, di rivisitazione in chiave moderna di un mito, di estetica aggiornata.

I Beatles sono l'influenza unica e principale, almeno all'inizio, ma anche Stone Roses e il nume tutelare Paul Weller. Gli Oasis hanno traghettato il brit-pop dei Novanta negli stadi, diventando celebranti e celebratori di un fenomeno che trova la sua massima esplosione nel concerto da mezzo milione di persone a Knebworth. Da lì la loro carriera è proseguita ondivaga: grandi successi di pubblico, concerti sold-out praticamente ovunque, ma un'ispirazione che ormai bussa da altre parti. Dallo scantinato alle arene di mezzo mondo: una vita spesa sotto i riflettori, una vita celebrata e criticata. Il gossip che diventa un bollettino quotidiano delle vicende dei due fratelli Gallagher, i quali sono abili manipolatori massmediatici. Abili nel creare l'evento, il titolo. Con dichiarazioni onnipotenti e atteggiamenti strafottenti hanno riempito trasversalmente dieci anni di riviste patinate, ben consci dell'importanza dell'apparire e dell'essere. Eppure critici: i Gallagher non presenziano a feste esclusive, né si lanciano in dichiarazioni effimere. Sono, in questo, garbati quanto un McCartney. Pur sbracando poi in variazioni attoriali di un ego inverosimile.
La celebrità e la musica. Gli Oasis hanno giovato di una critica musicale prevalentemente positiva nei primi anni di carriera, per poi ritrovarsi declassati a dinosauri del pop dopo solo 4 anni di esistenza: giusto o sbagliato che sia, la critica ha seguito parallelamente la qualità delle loro produzioni. A distanza di 15 anni dai primi vagiti del "fenomeno Oasis" è giusto ripercorrere, in maniera il più possibile obiettiva e storicizzante, le vicende che hanno coinvolto la band mancuniana.

Liam Gallagher (voce), Paul "Bonehead" Arthurs (chitarra), Paul McGuigan (basso) e Tony McCaroll (batteria) sono quattro ragazzotti della Manchester operaia. Sono compagni di classe e decidono di passare il loro tempo libero suonando negli scantinati dei palazzoni popolari. Liam si aggiunge per ultimo, chiamato dall'amico Bonehead per sostituire il pessimo Chris Hutton alla voce.
Con l'arrivo di Liam, la band cambia nome, da The Rain a Oasis: l'ispirazione è la scritta su un poster degli Inspiral Carpets che Liam ha visto per anni nella camera da letto del fratello più grande Noel, fuggito da Manchester per cercare fortuna come tecnico di chitarra proprio della band inglese Inspiral Carpets.
In uno dei suoi ritorni a casa Noel ritrova il fratello minore che balbetta musica con i suoi amichetti. Eppure in loro vede la potenziale backing band di quei pezzi che ha scritto tra una pausa e l'altra del suo lavoro da roadie. Così, tra una birra e l'altra, Noel entra nel progetto, ma prima di diventarne un membro effettivo detta una condizione: il comando assoluto. Tutte le musiche, tutti i testi e tutte le decisioni riguardanti la band dovevano passare da lui. Sarà per l'esperienza già maturata nel settore musicale o per il talento schiacciante che possiede, sta di fatto che i quattro "altri" membri (Liam incluso) accettano.

Da qui la storia è quella simile a molte altre band: un inizio fatto di concerti accettati ovunque, prevalentemente piccoli pub, e poi l'incontro fortuito a Glasgow con Alan McGee, il boss della Creation. Gli Oasis gli danno un demo, lui lo ascolta, ne rimane favorevolmente colpito e decide di metterli sotto contratto. Siamo nel 1994, in primavera arriva il primo singolo della band, "Supersonic", seguito a distanza di qualche mese da "Shakermaker". Tutti grandi successi, con critiche positive e vendite elevate.
Così quando sul mercato arriva il terzo singolo "Live Forever", l'attesa per l'album d'esordio è spasmodica. Sui giornali non si fa che parlare degli Oasis, della band che nel giro di 5 mesi ha pubblicato 3 hit.
Definitely Maybe
arriva qualche settimana dopo, esordisce al numero uno della classifica inglese e venderà 7 milioni di copie. Un successo annunciato.

Oasis - Liam & Noel GallagherDefinitely Maybe (1994). E' un manifesto d'intenti l'iniziale "Rock 'n' Roll Star": un po' perché con la spocchia che li ha sempre contraddistinti non hanno mai nascosto di esserlo e di diventarlo e un po' perché il brano riassume una discografia musicale spesso troppo simile a se stessa (i detrattori). Chitarre pop-rock con qualche feedback educato, una voce sguaiata e dei testi utilissimi per chi voglia avvicinarsi alla lingua inglese, ma spesso banali con rime baciate sempre e comunque. Gli Oasis sono anche questo, una band poco colta, operaia verrebbe da dire, che gioca pochissimo con la lingua, dedicandosi per lo più a come suona la parola messa in quel punto della frase.
Di fatto gli Oasis arrivano proprio quando c'è bisogno di loro. Meglio. Quando esiste tutto intorno un popolo di adolescenti in cerca di un riferimento condiviso. E il riferimento deve essere il più possibile trasversale, popolare ed ecumenico. Qualcosa di meno ruvido del grunge e dei Nirvana, coi quali si spartiranno giusto qualche mese di condivisione popolare.
Detto così sembra tutto un caso o la solita fortuna, in realtà i fratelli Gallagher, oltre a trovarsi al posto giusto nel momento giusto, sono provvisti di talento. Quel talento che li farà definitivamente emergere dalla medietà delle band dell'epoca già col primo disco. Del resto, persino i più intolleranti al mondo Oasis riconoscono in brani quali "Live Forever" e "Supersonic" una pregevole qualità compositiva. Già, perché – e qui giova ricordarlo – il firmatario di tutti i brani del primo periodo Oasis è Noel Gallagher, autore di alcuni dei migliori brani pop degli anni '90. Non c'è bisogno di cavalcare le onde entusiastiche di chi lo paragona, francamente esagerando, a Paul McCartney, ma è pacifico rilevare una straordinaria facilità di scrittura che lo ha portato a comporre brani indimenticati del brit-pop. Si diceva di "Live Forever" e "Supersonic": la prima rappresenta il primo brano riconoscibile degli Oasis al di fuori della fanbase. L'attacco "Maybe, I don't really want to know" rimane impresso anche nelle menti più svogliate e la perfetta melodia circolare del brano l'ha reso da subito un istant classic della discografia della band inglese. Un ritornello facile da cantare, una strofa cantinelante come uno stornello e sfoghi vaporosi di chitarra elettrica erano tutto ciò che un pubblico di giovani chiedeva e voleva sentire. Ed eccoli accontentati. Ecco il loro pop-rock con le chitarre.
Altro istant classic è certamente "Supersonic": a differenza di "Live Forever" c'è un suono molto più corposo con un riff di chitarra più sostanzioso. Non manca certamente la melodia, ma quello che rimane è proprio il suono della chitarra. Un marchio di fabbrica che poi si ripeterà spesso fino alla nausea negli anni successivi. Meritevole di citazione senza dubbio "Slide Away", capace di una perfetta sintesi tra le due chitarre elettriche e una scrittura pop, che si risolve in un perfetto inno pop-rock da arena. "Slide Away" si aggiunge a "Live Forever" e "Supersonic" come i brani da conservare. Il disco si chiude con l'acustica "Married With Children", canzone da chitarra in spiaggia. Il resto non citato è una calligrafia aggiornata del canzoniere dei Beatles: così è "Columbia" (ottimo pezzo), per non parlare di "Shakermaker".
Definitely Maybe
è apparso fin da subito un gioiellino di pop-rock, amato tanto dalla critica (certamente favorevole ed entusiasta nel registrare un nuovo fenomeno sbocciato più o meno all'improvviso e senza mani di produttori/manovratori alle spalle) quanto dal pubblico, che non ha atteso troppo per lanciarsi nella Oasismania. I nuovi Beatles avevano bussato alle porte dello show business e lo show business quelle porte le ha spalancate. Definitely Maybe è un concept album sul giovanilismo ("Vivere per sempre", "Supersonico") e il desiderio di diventare famosi ("Rock 'n' Roll Star").

Gli Oasis ormai giocano con il loro essere considerati i "nuovi Beatles", le nuove rockstar. Modi scostanti di partecipare alla nuova vita da eroi, interviste concesse sempre con malavoglia. Emerge una forte incompatibilità di carattere tra i due fratelli, i quali si ritrovano spesso a usare le mani l'un contro l'altro, alimentando i "trivia" di una vita fuori dal palco sempre molto traballante. Durante il tour americano, Noel Gallagher si assenta per qualche data, alimentando i pensieri di chi li vuole già alla fine del loro percorso, sulla scia di quelle band da one album wonder.
Al ritorno in Inghilterra, succede qualcosa di particolare. Per Natale gli Oasis decidono di lanciare una nuova canzone, non presente nell'album, un regalo per i fan sostanzialmente. Si chiama "Whatever": la canzone è tra le più belle scritte da Noel Gallagher, melodia pura, accordi semplici di chitarra e un gusto orchestrale ottimo. "Whatever" diventa un successo immediato, un video in heavy-rotation praticamente ovunque e la scalata al successo ormai assicurata. Tra l'altro, come b-side del singolo "Whatever" è presente "Half The World Away" cantata da Noel Gallagher: brano acustico, melodia accattivante e fin da subito molto amato. Proprio la particolarità di impreziosire i singoli con altrettanti episodi di valore porterà il gruppo a editare con una raccolta questo mondo "nascosto", altrettanto valido e interessante da scoprire. Il singolo "Whatever" fu un successo talmente oltre le aspettative, che si rese necessaria la ristampa dell'album d'esordio Definitely Maybe in doppio cd, inserendo la canzone natalizia tra i brani ufficiali.

Dopo un cambio alla batteria (Alan White prende il posto di Tony McCarroll), la band trascorre l'intera estate in studio per registrare il nuovo album, che arriva sugli scaffali nell'ottobre del 1995. Prima dell'uscita è da registrare una inusitata campagna stampa che crea il caso "brit-pop", costruendo ad arte una rivalità tra Blur e Oasis. E' la battaglia del brit-pop: da una parte gli intellettualoidi snob à-la Damon Albarn, dall'altra il grezzume popolano degli Oasis. Una rivalità inventata e costruita con l'unico scopo di vendere più giornali, ma che ha giovato – e non poco – anche alle band coinvolte. Non va poi dimenticato che sia Oasis sia Blur non hanno certo tentato di smorzare i toni, ben consci del ritorno economico che ne derivava, e così entrambi i gruppi - per un certo periodo di tempo - hanno programmato l'uscita dei loro singoli con una sincronia perfetta (storico fu il "duello" tra "Roll With It" e "Country House"). Stranezze del music-business.

Oasis - Noel GallagherArriva l'autunno e arriva (What's The Story) Morning Glory? (1995). All'urgenza espressiva di Definitely Maybe, con chitarre amplificate e molto giovanilismo da "I want to be a rock 'n' roll star", si sostituisce un suono ben più delicato e armonioso con orchestrazioni, archi e melodie. L'influenza Beatles si fa più accentuata e così sulla scia di "Shakermaker" arrivano "Hello" e "Roll With It". La sensazione fin da subito è quella di una maggiore compiutezza compositiva: Noel Gallagher dimostra di aver trovato nel giro di soli due dischi la quadratura della propria scrittura, riuscendo a sintetizzare al meglio un'innata capacità melodica con una struttura sonora più che accettabile.
Sono sempre e solo canzonette pop, ma riuscire a nobilitarle è impresa per lo meno difficile. Va dato a Noel Gallagher il merito di esserci riuscito con una facilità disarmante, componendo una manciata di brani indimenticati, conquistando un posto al sole nella scena musicale pop. "Wonderwall", ma soprattutto "Don't Look Back In Anger" (con Noel Gallagher per la prima volta in un album ufficiale alla voce; la prima apparizione per la verità è nel singolo "Supersonic" con la b-side "Take Me Away") entrano di diritto nel canzoniere pop di tutti i tempi. Canzoni celebrate, suonate e cantate da chiunque e dappertutto. "Wonderwall" è il biglietto da visita, il passaporto internazionale che permetterà agli Oasis di stazionare in cima alle classifiche di tutto il mondo: America, Europa, Asia, Oceania. Una canzone da 4 accordi 4 spalmati tra strofa-ponte-ritornello, con una melodia fulminante al primo ascolto. Il potere del pop. "Wonderwall" è la canzone di una generazione tutta.
Quasi come un colpo al cuore, segue la splendida "Don't Look Back In Anger", ballata straordinaria, cristallina purezza di un genio appena in erba, eppure così completo. Una scrittura così sopraffina da scomodare anche il padre di tutti, Paul McCartney, che fa il regalo più inaspettato a Noel Gallagher dichiarando "E' una delle migliori canzoni della storia della musica". Forse è il volo pindarico di un vecchio saggio chiamato a rispondere dei nuovi giovincelli venuti dal nulla, eppure non si va tanto lontano dalla realtà. Un pianoforte lennoniano (su cui si è molto speculato per via delle somiglianze con "Imagine") e un incedere pulito per una delle melodie più belle in musica.
Con queste due perle, gli Oasis si sono assicurati il loro posto nella storia della musica, a un anno e mezzo dal loro esordio assoluto. Ciò che rende (What's The Story) Morning Glory? un capolavoro è l'altissima media qualitativa dei brani presenti. Si prenda "Cast No Shadow", dedicata a Richard Ashcroft, amico della band: una variante sognante dell'archetipo oasisiano. O "Some Might Say", primo singolo tratto dall'album: filastrocca cantata con un accentuato chitarrismo. Il disco si conclude con la splendida "Champagne Supernova" (singolo solo in Australia e Usa) con alla chitarra e alla seconda voce Paul Weller: il brano riesce a sintetizzare la melodia pop, le scale di chitarra distorta e una tensione emotiva che caratterizza i sette minuti e oltre della canzone.

Gli Oasis fanno centro, regalano l'impensabile fino a qualche tempo prima, fanno scricchiolare le sedie dei detrattori e diventano un'icona pop. Da questo momento tutto sarà diverso. La loro vita, la loro musica, la percezione che la stampa e il pubblico avrà di loro. Il gossip si insinua nelle loro vite e racconta praticamente tutto. Vista l'irrilevanza di tutto questo contorno ai fini di una monografia musicale e il totale disinteresse per chi la scrive, si preferisce trascurare questo aspetto della storia della band. Va tuttavia rilevata l'importanza di questo momento di vetrina scandalistica ai fini della popolarità. Gli Oasis percepiti come nuovi eroi di chissà cosa diventano il chiacchiericcio principale delle riviste musicali e di tendenza dell'epoca. Come prima di loro Lennon e McCartney, come dopo di loro Pete Doherty o Amy Winehouse. Un inarrestabile consenso condito con l'adesione tout court del mondo giovanile alla causa Gallagher dà il via alla Oasismania.
Abituati agli scantinati dei palazzoni operai di Manchester, gli Oasis hanno portato nel jet-set britannico una ruvidezza da pub britannico nel dopo partita il sabato. Riferimento e modello per poveri adolescenti, i Gallagher si fanno frequentemente fotografare scazzottanti e con birre in mano. Caratteri rudi e violenti, in pubblico e in privato, diventano rilevanti musicalmente nel momento in cui Liam Gallagher decide arbitrariamente a quali concerti andare e a quali no. Il fratellone più grande e più saggio si impara le parti vocali del fratellino e si esibisce da solo. Si parla di separazione, di odio e di scioglimento incipiente. Ma ancora una volta prevale la logica del denaro e dell'opportunità. Di nuovo amici, di nuovo insieme, di nuovo fraterni fratelli coltelli.

Con Be Here Know (Sony, 1997)si chiude la discografia migliore e consigliata della band di Manchester. Sulla scia lunga di un successo meritato, gli Oasis giocano ormai a nuovi idoli delle folle, rimpolpando gli osanna di chi li crede davvero i nuovi Beatles. E così costruiscono a tavolino una copertina cervellotica piena di rimandi qua e là al mondo dei quattro di Liverpool. Quando si dice, battere il ferro quando è ancora caldo. Non che sia criticabile ab origine, ma certo il loro tanto esibito malessere con stampa/mondo frivolo dello spettacolo si trasforma assai facilmente in ammiccamenti, quando si tratta di passare alla cassa.
Con alle spalle due album ben oltre la media, Noel Gallagher riesce a strappare alla Musa ispiratrice ancora qualche minuto di attenzione e confeziona un lavoro dignitosissimo. Il ruspante singolo "D'You Know What I Mean?" segna una maggiore incisività delle chitarre, così come in "My Big Mouth". Ma non sono queste le cose da segnalare. Al canzoniere degli Oasis si aggiungono "Stand By Me", con cui si cerca di trovare il tiro giusto alla "Wonderwall", "Don't Go Away", una ballata pop beatlesiana splendidamente cantata da Liam (in quest'album al suo massimo quanto a voce), e la conclusiva "All Around The World", qui sì in pieno territorio Beatles con la citazione dei cori di "Hey Jude"; "Magic Pie" sfigura di fronte agli episodi cantati in passato da Noel.
In Be Here Now la melodia è la chimera cercata e trovata ("The Girl In The Dirty Shirt"), non c'è nulla che non abbia un buon ritornello: gli Oasis si confermano di nuovo abili melody-maker, capaci di scrivere anche con estrema facilità una dozzina di brani da canticchiare, brani che fanno felici gli amatori della chitarra, che proprio negli Oasis hanno trovato una gallina dalle uova d'oro per il loro canzoniere da spiaggia. Ancora su Be Here Now è opportuno rilevare la maggiore attenzione per gli arrangiamenti e le orchestrazioni d'archi che arricchiscono gli altrimenti sobri brani pop-rock: si pensi alla già citata e fascinosa "All Around The World", ma anche a "Stand By Me", con archi e controcori a ricamare.

Per gli Oasis inizia un periodo di desiderato allontanamento dallo spotlight continuo del gossip. Dopo quattro anni di successi, di composizioni di alto livello, di primati e di concerti in giro per il mondo, i Gallagher si prendono un po' di relax. Entrambi alle prese con la propria traballante situazione matrimoniale, decidono di dismettere per qualche tempo progetti musicali e tutto il resto.

Oasis - Liam GallagherLa loro casa di produzione non può permettersi però di lasciare ferma la macchina più performante del roster e così nel 1998 fa uscire una raccolta di b-sides, selezionate attraverso un poll pubblico sul sito ufficiale della band, dal titolo The Masterplan (1998). Con uno sterminato numero di singoli rilasciati (in media 5 per album), gli Oasis hanno da sempre abituato i propri fan a concedere delle gemme nascoste proprio come b-sides dei singoli ufficiali. The Masterplan ha dunque il compito di far emergere questo mare magnum di gemme: non possono infatti essere chiamati diversamente brani quali "Talk Tonight" o "The Masterplan" (per chi scrive il miglior brano degli Oasis insieme a "Wonderwall"). Quest'ultimo raggiunge la perfezione pop di una "Don't Look Back In Anger" con in più un pathos in crescendo che non può non coinvolgere l'ascoltatore. Semplicemente perfetto.
Quello che stupisce della compilation è la qualità delle composizioni, soprattutto considerando che si tratta di brani rilasciati solo su singolo e mai comparsi su dischi ufficiali. A dimostrare, una volta di più, che tra il 1994 e il 1997 Noel Gallagher ha vissuto il proprio periodo d'oro come compositore. Tra le tante, da segnalare certamente "Half The World Away", la beatlesiana "Rockin' Chair" e "(It's Good) To Be Free". "Going Nowhere" è il brano più orchestrato e arrangiato della discografia degli Oasis, mentre "Underneath The Sky" bussa timidamente alle porte della psichedelia. E' presente inoltre una versione live di "I'm The Walrus", un omaggio ai padri putativi.
La raccolta The Masterplan è un lavoro riuscitissimo e consigliato.

Dopo una pausa di tre anni, gli Oasis ritornano con Standing On The Shoulder of Giants (2000),un disco poco convincente. Di fatto proprio con Standing On The Shoulder Of Giants ha inizio il periodo minore della band mancuniana: brani poco incisivi, un desiderio di rinnovamento troppo dispersivo, incapacità di scrivere canzoni pop di livello medio-alto. In due anni Noel Gallagher ha spulciato nei cassetti del passato raccogliendo tutto il meglio, regalando buoni brani editi tanto negli album uficiali quanto nei singoli come b-sides. Il 2000 degli Oasis si apre invece con "Go Let It Out", versione sbiadita delle primissime cose, prosegue con la ballata acustica pure-Lennon "Little James" (scritta per la prima volta da Liam Gallagher) e l'anonima "Gas Panic", e si conclude con la discreta "Roll It Over", una "Champagne Supernova" del nuovo millennio.
Noel Gallagher canta nella melensa "Where Did It All Wrong", che apre a una musica più "roots" e quasi younghiana (poi ripresa e sviluppata negli album successivi), e in "Sunday Morning Call", la ballata più riuscita del disco e l'unica degna di comparire nel canzoniere degli Oasis. A conti fatti, un album pessimo.

Finite le registrazioni del disco, la formazione degli Oasis subisce forti cambiamenti: via Bonehead, per problemi familiari, e dentro l'ex-chitarrista Ride Andy Bell (qui al basso) e Gem Archer (ex Heavy Stereo) alla chitarra. Nonostante Standing On The Shoulder Of Giants sia il disco peggiore della carriera degli Oasis, il tour che ne segue si rivela un successo strepitoso, alimentando ancor più l'idea che gli Oasis siano ormai diventati un marchio e un evento pop da vedere e vivere al di là della qualità via via proposta.

Lo straordinario tour in giro per gli stadi è documentato dal primo album live ufficiale della band: Familiar To Millions (2000). Il disco è la testimonianza del concerto del 21 luglio allo stadio Wembley a Londra. Oltre al disco (presente tra l'altro in due versioni), è uscito anche un Dvd con lo stesso titolo, che immortala la band sul palco. Va detto che gli Oasis non possono essere considerati degli animali da palcoscenico e i loro spettacoli sono per lo più una messa cantata. La setlist raccoglie bene o male il meglio della loro discografia. Tra i brani da segnalare la cover di "Hey Hey, My My" di Neil Young e "Helter Skelter" dei Beatles.

A due anni dal disastro Standing On The Shoulder Of Giants, gli Oasis giocano la carte del timido ritorno al passato con Heathen Chemestry (2002), ma appare chiaro quanto scarsa sia l'ispirazione che colpisce Noel Gallagher (principale e quasi unico autore dei successi precedenti), al punto da concedere una scrittura dei brani più collettiva. Ed ecco che Liam Gallagher si mette al servizio come autore, riuscendo a mettere in musica i suoi brani autografi migliori ("Songbird", tra l'altro, è anche il primo singolo pubblicato non scritto da Noel Gallagher). E così faranno anche Andy Bell e Gem Archer: nuovi autori cercasi per la causa-Oasis. L'impianto musicale è fortemente beatlesiano, moltissime le citazioni (dai testi alle melodie dei brani), ma soprattutto si accentua un maggiore interesse per suoni più corposi, quasi bluesy. Inizia a tutti gli effetti qui la seconda vita della musica dei Gallagher (già immaginata per altro in "Where Did It All Wrong", come si ricordava prima): basta con la melodia pop a tutti i costi, con canzoni ben oltre il ripetitivo, con una struttura musicale troppo ordinata e sì invece al ritorno alle radici, ai riff di chitarra blues-rock, al sound transoceanico di Kinks e Byrds.
Insomma, nella discografia degli Oasis il sapore sixties non è più solo Lennon e Beatles (anche se rimane il pure-Lennon in brani come "Songbird" o "Born On A Different Cloud"), ma anche tutta una generazione di band al confine tra pop, rock e blues. E allora ecco i Doors in "A Quick Peep", gli Who in "All In The Mind" e i Kinks in "She Is Love". Accanto a questo percorso appena cominciato, continuano a risentirsi i topoi di tutta la loro carriera: e così c'è la delicata ballata pop cantata da Liam ("Stop Crying Your Heart Out"), tra "Don't Go Away" e una versione aggiornata di qualsiasi ballad a firma Lenny Kravitz, e la ballata pop-rock cantata da Noel ("Little By Little"), che richiama "Don't Look Back In Anger" aggiungendovi accordi sospesi (quasi pinkfloydiani). "Little By Little" è un inno rock da stadio, facilmente canticchiabile fin dal primo ascolto, senza lodi né pretese. E' il meglio che gli Oasis riescono a fare in questo momento di stanca: "Little By Little", "Songbird" e "Stop Crying Your Heart Out" di fatto non reggono il paragone con il canzoniere dei primi tre dischi, pur risultando tra i brani migliori del nuovo corso. La band di Manchester fa meglio di Standing On The Shoulder Of Giants e si reinventa una nuova identità musicale, abbracciando il rock delle origini.

Le idee però non sono ancora chiare, difficile darsi una meta. E così le iniziali sedute in studio con il duo dei Death In Vegas, chiamati per produrre il nuovo disco, vengono ben presto sospese. Troppo poco convincente il risultato. Meglio dunque perseguire quella strada maturata a piccole dosi in Heathen Chemestry. E così, dopo l'addio del batterista Alan White, sostituito dal figlio di Ringo Starr, Zak Starkey, viene dato alle stampe il sesto album ufficiale degli Oasis.

OasisCon Don't Believe The Truth (2005) si perfeziona ancora di più il suono maturato nel disco precedente, abbandonando quasi del tutto le inflessioni brit-pop. Così, anche un'opening track tipicamente oasisiana come "Turn Up The Sun" viene ravvivata con nuovi sapori, una maggiore attenzione per la musica, code strumentali più folte. Ma la confidenza con il nuovo sound si risente già in "Mucky Fingers", rock-blues che sa di Rolling Stones fin dal titolo. I brani non sono più costruiti sulla semplice struttura strofa-rotornello-strofa, ma viene dato maggiore spazio alle parti strumentali soprattutto nelle code dei brani. Il viaggio dal brit-pop al pop-rock-blues è giunto a destinazione.
Tentare di paragonare gli Oasis di oggi a quelli di dieci fa risulta francamente difficile, proprio per il cambiamento che la loro musica ha subito. Va detto che in questo passaggio a perdersi è proprio la qualità: se in passato le composizioni hanno raggiunto livelli decisamente alti, in questa nuova fase anche le migliori cose non riescono a replicare una "Wonderwall" o una "Live Forever". Si gioca su campi diversi e in genere il miglior tennista sul cemento difficilmente lo è anche sulla terra battuta.
Premesso questo, va tuttavia rilevato che proprio a partire da Don't Believe The Truth gli Oasis riescono a uscire dal baratro in cui erano precipitati. Non ci sono ballate perfette, ma certamente non passano inosservate la lennoniana "Love Like A Bomb", la cavalcata blues-rock "Lyla" (un po' troppo "Street Fighting Man" dei Rolling Stones, per la verità) o la ballata quasi psichedelica "Part Of The Queue" (forse il brano più riuscito). Chiude ancora Liam Gallagher nelle vesti di un Kravitz che fa il verso a Lennon con "Let There Be Love" (che rappresenta, e va segnalato, il primo duetto vero tra Liam e Noel).
Il contorno è però troppo sfuggente e poco a fuoco: a volte suona decisamente ripetitivo, mentre in altre occasioni si occhieggia troppo maliziosamente al pop-rock ecumenico da stadio ("A Bell Will Ring").
Don't Believe The Truth
è certamente l'album della rinascita, ma con ancora molte cose da sistemare.

Stop The Clocks (2006) è una raccolta, peraltro molto discussa, dei migliori brani degli Oasis, non voluta dalla band, ma imposta dalla loro casa discografica. Difficile intuire l'utilità di un best of degli Oasis, soprattutto se privo di brani inediti. La tracklist è composta dai successi dei sei dischi precedenti con l'inclusione di alcune b-sides, scelte dalla band. Per l'occasione Noel Gallagher e Gem Archer hanno tenuto una dozzina di spettacoli acustici (chitarra e voce) per presentare l'uscita del disco.

Ormai dinosauri del pop, gli Oasis ritornano nel 2008 con Dig Out Your Soul. Il disco è la completa maturazione del suono sixties/seventies che ha caratterizzato gli ultimi anni del "ritorno al passato" della band mancuniana. Entrando nel merito del nuovo materiale, non si può non parlare di un disco piuttosto solido, dalla struttura spessa e stratificata e dalle fondamenta saldamente affondate in una tradizione (quella fulgida dei giganti Beatles, Who, Rolling Stones, Small Faces), riverita e gloriosamente attraversata nella sua interezza in ogni singolo accordo pulsante di ogni singolo brano. Il che non sarebbe una grande novità, pensando a quanto la band ha composto finora, ma a colpire è soprattutto la coesione dell'impasto sonoro, la sua sorprendente complessità e la sua costruzione estremamente ragionata (la lunghezza media dei pezzi supera i quattro minuti, con frequenti digressioni strumentali e un passo sempre molto controllato, ipnotico e meditante), il tutto unito a una scrittura molto più elegante e "ricca" rispetto alle ultime, non sempre brillantissime, apparizioni.
Ascoltando pezzi come "The Turning", l'efficacissimo singolo "The Shock Of The Lightning" o "Falling Down", si respira una maggiore maturità, un gusto sicuro nella stesura degli arrangiamenti e una capacità apprezzabile di variare in maniera significativa il registro e l'intonazione passando da un brano all'altro. La voce di Liam Gallagher appare in ottima forma, le parti di batteria (curate dal figlio d'arte Zak Starkey, che pare rientrato nei ranghi dopo aver momentaneamente sciolto gli ormeggi dalla band) sono compatte e l'umore complessivo è quello di un hard-blues psichedelico dai contorni smangiati (si ascoltino "Bag It Up", "The Nature Of Reality" e "Waiting For The Rapture", lungo l'asse Cream-Yardbirds-Jeff Beck Group-Pretty Things), capace di irrigidirsi in ascessi di pub-rock più rude ("Ain't Got Nothin'"), alternati a ballate dal romanticismo mai zuccheroso oltre il lecito (è il caso soprattutto di "I'm Outta Time" o "Soldier On").

Gli Oasis danno segni di vitalità, dopo un lungo periodo di buio creativo. Un ruolo non secondario viene in questo senso giocato dalla maggiore coralità che il processo compositivo/creativo del gruppo ha felicemente conseguito negli ultimi anni: era chiaro che il solo Noel Gallagher non era più in grado di sostenere da solo il peso della scrittura di un album intero.

L'estate 2009 è stata per gli Oasis una delle più calde. Noel Gallagher, soprattutto, è sembrato il più disposto a disvelare scenari ignoti per la band di Manchester. Inizialmente sono state alcune interviste che lasciavano intendere un futuro da solista sempre più probabile. Segno di irrequietezza? Voglia di cambiare aria? Di diventare il nuovo cantastorie inglese, lasciando le adolescenzialate al fratello? Tante le ipotesi fatte. Poi succede che sul finire di un Agosto bollente e a solo 3 date dalla conclusione del tour, Noel Gallagher, a seguito dell'ennesima sfuriata col fratello Liam, decida di lasciare tutto. Tour e band. Per chiarire le cose Noel diffonde un comunicato stampa tramite il sito ufficiale (nel quale si legge:"E' con un po' di tristezza e grande sollievo che vi dico che ho lasciato gli Oasis stasera. La gente dirà e scriverà quello che vuole, ma io semplicemente non posso andare avanti un solo altro giorno a lavorare con Liam. Mi scuso con chi ha comprato i biglietti per Parigi, Konstanz e Milano."). E' l'ennesima scaramuccia fratricida che si chiuderà al solito con una partitella a calcio nel giardinetto dei genitori o c'è di più? Qualche anno fa, i più ricorderanno episodi simili, conclusisi poi con un nulla di fatto.

Se sia la parola fine, è meglio, prudenzialmente, attendere.

Contributi di Francesco Giordani ("Dig Out Your Soul").

Oasis

Il brit-pop da vetrina

di Pier Eugenio Torri

Dallo scantinato della Manchester operaia alle arene di mezzo mondo. Una vita celebrata e criticata, sempre sotto la luce dei riflettori. A distanza di quasi vent'anni dai primi vagiti del "fenomeno Oasis" è giunto il momento di ripercorrere le vicende della band dei fratelli Gallagher, che ha concluso la propria carriera con con "Dig Out Your Soul"
Oasis
Discografia
 OASIS 
   
Definitely Maybe (Creation, 1994)

7,5

(What's The Story) Morning Glory (Creation, 1995)

8

Be Here Now (Epic, 1997)

6,5

The Masterplan (Epic, 1998)

7

 Standing On The Shoulder of Giants (Epic, 2000)

4

 Familiar To Millions (Big Brother/Sony, 2000)

5

 Heathen Chemestry (Sony, 2002)

5,5

 Don't Believe The Truth (Sony, 2005)

5

 Stop The Clocks (Sony, 2006)  
 Dig Out Your Soul (Big Brother, 2008)

6

   
 BEADY EYE 
   
  Different Gear, Still Speeding (Beady Eye Records, 2011) 
  BE (Columbia, 2013) 
   
 NOEL GALLAGHER'S HIGH FLYNG BIRDS 
   
  Noel Gallagher's High Flying Birds (Sour Mash, 2011) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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