Ocean Colour Scene

Ocean Colour Scene

Tradizione e brit-pop

di Fabio Guastalla

Coccolati da Paul Weller e Noel Gallagher, ascesi in piena epopea britpop fino a raggiungere il numero 1 della classifica inglese nel 1997, gli Ocean Colour Scene sono rimasti una band di culto quasi esclusivamente entro i confini britannici, scrivendo per un quarto di secolo grandi canzoni a cavallo tra pop, folk e rock
Il fermento mediatico che ha contraddistinto l'esaltante epopea del britpop non ha toccato che sporadicamente, spesso soltanto di riflesso, gli Ocean Colour Scene, relegandone i fasti perlopiù entro i confini nazionali.
Si potrebbe parlare di caso atipico, rapportandolo all'eco mondiale dell'ultima, vera “British invasion” e, più in generale, all'innata capacità dei sudditi di Sua Maestà di sdoganare la propria musica nel resto del mondo. Al contrario, la storia della formazione capitanata dal cantante Simon Fowler e dal chitarrista Steve Cradock è il manifesto di una band che ha costruito la propria carriera rifuggendo i riflettori: facce pulite, zero eccessi, nessun capriccio o gesto altisonante a “macchiarne” la fedina rock, un sound plasmato sui pesi massimi della scena inglese: Beatles, Rolling Stones, The Who, senza dimenticare i Jam, anche perché ben presto diventeranno i primi collaboratori di Paul Weller. Mai sopra le righe, ma comunque capaci, grazie a un talento ben al di sopra della media, di raggiungere il numero uno della Uk Chart, scalzando la versione sfacciata e da copertina della stessa medaglia: gli Oasis.

Gli Ocean Colour Scene nascono nel 1989 a Moseley, sobborgo periferico di Birmingham che molto ha dato al pop inglese: qui, infatti, sono nati Ali Campbell e Brian Travers degli UB40 e Nick Rhodes dei Duran Duran. Simon Fowler (voce e chitarra), Steve Cradock (chitarra), Damon Minchella (basso) e Oscar Harrison (batteria), esaurite le relative esperienze in due band del quartiere – The Boys e Fanatics – iniziano a suonare insieme e ci mettono poco a riunire una manciata di canzoni che presentano alla locale Phffft Records, ottenendone un contratto che di lì a poco passa nelle più capienti mani della Fontana Records, che ingloba l'etichetta di Birmingham e quanto le compete. Il primo singolo degli OCS, “Sway”, esce nel 1990 per Phffft: in linea con i tempi, è un acerbo brano di puro stampo Madchester-iano, intento a ricalcare senza troppo nerbo la dance-rock degli Stone Roses. L'anno successivo è la volta di “Yesterday Today”, che veicola la velocità verso un pop-rock da classifica, mostrando in qualche modo i germi di ciò che verrà.
L'album di esordio Ocean Colour Scene esce soltanto nel 1992 per Fontana Records, ed è un totale insuccesso dal quale la band prenderà subito le distanze: la label remixa i brani in chiave Madchester-iana, entrando in conflitto con il gruppo, forse già proteso verso i primi vagiti britpop. La rottura è insanabile: il contratto viene stracciato e gli Ocean Colour Scene si ritrovano a dover ripartire daccapo.

oceancoloursceneCiò che serve al quartetto di Birmingham è una svolta, che puntualmente piove dal cielo, anzi, dall'Olimpo del rock britannico nelle vesti di Paul Weller. E' il “Modfather” in persona a chiedere agli OCS di aprire le date del suo tour, ma non solo: convinto dal talento di Cradock e Fowler, invita il primo a registrare in studio alcuni brani – e ben presto ad affiancarlo sul palco -, mentre al secondo viene chiesto di mettere la voce nel brano “The Weaver”, pubblicato in “Wild Wood”.
Il featuring con Weller non distoglie comunque l'attenzione dei due dal progetto Ocean Colour Scene: al contrario, fatto il pieno di fiducia e tesoro di quanto imparato dalla prestigiosa collaborazione, decidono di abbandonare avanguardie e forme ibride per ripartire da un sound retrò, di fatto allineandosi con i dettami di buona parte della nuova scena britpop. È grazie a una demo registrata per attirare le attenzioni delle etichette che i quattro colpiscono nientemeno che Noel Gallagher, il quale invita gli OCS ad aprire le date degli Oasis per il tour del 1995. Di lì a poco arriva anche la firma per la Mca. Dopo un avvio complicato, ora tutti i tasselli si trovano al posto giusto. L'onda lunga del britpop chiede solo di essere cavalcata, e gli Ocean Colour Scene sono pronti. E per quanto la storia e i numeri eleggano il successivo Marchin' Already come l'apice della loro carriera, è Moseley Shoals, pubblicato l'8 aprile del 1996 e prodotto da Brendan Lynch, il capolavoro artistico della band. La quale gioca a esplicitare le proprie radici tanto nella cover, raffigurante i quattro in posa davanti al Jephson Memorial, quanto nel titolo, che omaggia allo stesso tempo il luogo di nascita – Moseley, appunto – e quello d'elezione, ovvero Muscle Shoals, località dell'Alabama patria di celebri studi di registrazione di musica soul.
“The Riverboat Song” sembra in effetti risalire le rive del Mississippi, dando vita a un brano  a cavallo tra classic-rock e blues sporcato dalla voce mai così “nera” di Fowler, dagli assoli straripanti di Cradock e dai fraseggi ritmici di Minchella e Hamilton. “The Day We Caught The Train” cambia subito registro e torna in men che non si dica sulle sponde albioniche per rievocare lo spirito dei Beatles di “I Am The Walrus”. Non stupisce che, prontamente rilasciato come singolo, il brano raggiunga il numero 4 della classifica britannica. “The Circle” è una canzone d'amore che resta ancorata ai lidi britannici ma si aggiorna alle coordinate contemporanee: vagamente malinconica, ispirata ancora una volta dai riff di Cradock, è senza ombra di dubbio uno degli anthem più belli della stagione britpop.
In un percorso mozzafiato tra tradizione e modernità, attitudine mod e britpop, gli Ocean Colour Scene riassumono in poco più di dieci minuti il loro modo di fare musica. Se l'incipit risulterà irripetibile per loro stessi, il resto dell'album si snoda per altri tre quarti d'ora su altissimi livelli. “Lining Your Pockets” anticipa in qualche modo il prossimo futuro: una ballad in cui l'acustico è vincente sull'elettrico e che sul finale, quando dovrebbe spegnersi, si risveglia dal torpore aggiungendo pathos e mordente; “Fleeting Mind” ne segue le orme e a un inizio folk segue una coda strumentale blues. Ma è con “40 Past Midnight” che gli OCS scoprono le carte, indossando i panni dei Rolling Stones e imbastendo un lascivo rythm'n'blues che contorce il riff di “Let's Spend The Night Together” in un gioco a incastri di rara bellezza.
E se la sbarazzina “One For The Road” scorre via veloce seppur senza sussulti, “It's My Shadow” rivela ancora una volta la capacità dei quattro di allestire brani pop dal crescendo emozionale (spesso, come in questo caso, culminante in una malinconia mai troppo invadente) e mai scontati nei passaggi – anche di generi – attraverso i quali si dipanano. “Policemen & Pirates” torna a mostrare i muscoli con un groove decisamente più aggressivo della media, mentre “The Downstream” è il secondo, grande omaggio a Jagger e compagni, una sorta di rivisitazione di “Angie” lunga cinque minuti e mezzo. “You've Got It Bad” è il quarto e ultimo singolo estratto, un up-tempo rock impreziosito da passaggi strumentali tanto notevoli quanto psichedelici. I quasi otto minuti di “Get Away” chiudono l'album mettendo in scena l'ennesima ballad con “variazione sul tema”, in questo caso rappresentata dalla lunga jam session finale.

Con quattro singoli nella top ten inglese e una scalata della Uk Chart che si ferma al secondo posto, gli Ocean Colour Scene sono una delle band britanniche del momento. Nel 1996 vengono chiamati a Knebworth, nell'estate del 1997 scocca l'ora di Glastonbury, dove si esibiscono insieme a Radiohead, Kula Shaker, Supergrass, Placebo, Republica.
Sempre nel 1996 esce la raccolta B-Sides Seasides & Freeriders, contenente (anche) i brani dell'Ep Beside Ourselves dello stesso anno.

marchinalready220x220Nonostante i numerosi live e un disco che continua a sfornare singoli di successo, nel settembre del 1997, a neanche un anno e mezzo dall'uscita di Moseley Shoals, esce il terzo disco in studio della band delle West Midlands: Marchin' Already, ancora una volta prodotto da Brendan Lynch. Alla varietà di soluzioni del capitolo precedente, il nuovo lavoro risponde con un ammorbidimento del sound cui sembra fare eccezione in particolare il primo singolo – e brano apripista dell'album - “Hundred Mile High City”, che raggiunge la numero 4 della chart britannica e viene utilizzato per spot televisivi e videogames. Tirato e sporco il giusto, ispirato dal fatto che Fowler, grazie alle vendite del precedente album, è riuscito a comprarsi un'auto, dichiarando ironicamente di “sentirsi cento miglia in alto”, è il biglietto da visita che proietta gli Ocean Colour Scene al numero uno della Uk Chart, scalzando “Be Here Now” di quegli Oasis di cui fino al giorno prima avevano fatto da comprimari. Noel Gallagher, colui che aveva risollevato il gruppo dalle secche succedute al primo album, invia i complimenti “alla seconda miglior band d'Inghilterra”. Cradock non si fa pregare, replicando: “E' un onore essere considerati la seconda migliore band della Gran Bretagna, dietro ai Beatles e davanti agli Oasis”.
Da Marchin' Already vengono estratti altri tre singoli: la delicata “Better Day” e “Travellers Tune” e “It's A Beautiful Thing”, nelle quali Fowler è affiancato da P.P. Arnold, esplicitando nel primo caso la volontà di istituire un legame anche con la scena northern soul nell'omaggio a Ronnie Lane, membro degli Small Faces deceduto nel giugno di quell'anno dopo lunga malattia e per il quale, insieme a Gallagher, Weller e Primal Scream, registreranno un Ep a più mani. Il resto è una carrellata di canzoni mai banali, sempre proiettate alla ricerca della melodia perfetta. “Big Star” torna a prediligere l'acustico all'elettrico, “Debris Road” vira verso il folk. La parte centrale dell'album si appiattisce verso sonorità più quiete, ben rappresentate dalle ballad “Besides Yourself” e “Tele He's Not Talking”, debitrici una volta di più dei Beatles. “Foxy's Folk Faced” torna in pieno ambito folk, la strumentale “All Up” si lascia trascinare dal pianoforte nell'unico passaggio psichedelico del lavoro. Il pop di “Spark And Cindy” è il preludio a un finale dalle atmosfere più contenute: “Half A Dream Away” traghetta quasi per inerzia alla conclusiva, già menzionata “It's A Beautiful Thing”, con i suoi sei minuti e mezzo la più lunga del lotto, sofferta e indolente, peraltro esclusa dalla top ten britannica come singolo (raggiungerà la posizione numero 12).

Mentre la stagione d'oro del britpop si avvia pian piano verso la conclusione, gli Ocean Colour Scene sono al top della loro carriera. L'album vende un milione e mezzo di copie nel primo anno di uscita, nel 1998 la band affronta il primo tour da headliner negli stadi inglesi e partecipa all'osceno inno che accompagna la nazionale inglese ai Mondiali di calcio del 1998, “(How Does It Feel To Be) On The Top Of The World”, in linea con le pessime prestazioni di Beckham e compagni.

A dimostrazione della prolificità della formazione, nel settembre del 1999, a dieci anni dalla nascita degli Ocean Colour Scene esce One From The Modern, quarto album in studio. Le dodici canzoni sono un'altra carrellata di pezzi pop-rock ispirati agli anni sessanta e ballate dal retrogusto folk. Il primo singolo estratto “Profit In Peace” si fa notare più che altro per il messaggio contro la guerra, inaugurando un tratto distintivo della futura produzione: le canzoni di protesta o, più in generale, dedicate a fatti di attualità. Più significativo, dal punto di vista musicale, il secondo estratto “So Low”, brano ritmato e malinconico, indiscutibilmente “brit” e fuori dal tempo come nel migliore marchio Ocean Colour Scene, di cui diventerà un classico. Anche “I Am The News” esce come singolo: un blues-rock accompagnato alle tablas da Steve White direttamente dalla band di Paul Weller, che è sempre presente dietro a ogni mossa degli OCS, eccome: se è egli stesso a metterci la voce nei cori di “No One At All”, è a lui che la band dedica la funkeggiante “Soul Driver”, impreziosita dal sax del vicino di casa Brian Travers degli UB40. Notevoli anche il britpop decadente di “The Waves”, il raffinato pop di “Emily Chambers”, a metà strada tra Beatles e Go-Betweens, e l'accorata ballata “I Won't Get Grazed” che chiude un album che, seppure senza particolari sussulti, conferma come la scrittura del quartetto di Birmingham sia in grado di restare a buoni livelli. Il pubblico inglese apprezza e l'album arriva al numero 4 della Uk Chart, ma ormai non fa nemmeno più notizia.

Il nuovo millennio si apre nel segno di alcune sostanziali novità: nel 2001 gli Ocean Colour Scene pubblicano il quinto album in studio, Mechanical Wonder, destinato anch'esso a entrare nella top ten britannica, seppure per l'ultima volta nella storia della band. Il vento è cambiato, il britpop è già materia da antologie, e anche il classicismo in salsa sixties non ha più l'appeal di un tempo. Persino Brendan Lynch non compare più quale produttore, rimpiazzato da Martin Heyers. Ciononostante, Mechanical Wonder offre in pasto ai fan altre dodici canzoni che potrebbero essere outtake di qualsiasi degli album precedenti (fatta eccezione per Moseley Shoals, s'intende). Il pop cristallino della title track fa da contraltare al rock di matrice Weller-iana del primo singolo estratto “Up On The Downside”, che nel 2010 troverà un'inattesa seconda fama su scala mondiale diventando la colonna sonora del videogame Pro Evolution Soccer, a conferma della totale atemporalità del sound degli OCS. All'epoca si “limita” alla diciannovesima posizione nella Uk Chart. “In My Field” omaggia The Who, “If I Gave You My Heart” è l'immancabile ballatona, l'unica sorpresa arriva nel finale, allorché “Can't Get Back To The Basement” chiude i giochi in maniera atipica, accelerando in un lisergico viaggio blues-rock che fa accrescere i rimpianti per una band che quasi mai ha voluto addentrarsi nel rock tout-court, pur dimostrando nelle sporadiche incursioni l'assoluta padronanza della materia.

Pochi mesi dopo, agli inizi di novembre, esce il primo best of degli Ocean Colour Scene, Songs From The Front Row, sostanzialmente la raccolta dei singoli estratti dai primi cinque album. L'anno successivo è la volta del primo disco dal vivo, Live On The Riverboat, testimonianza del live tenuto dai soli Fowler e Harrison – Cradock e Minchella sono in tour con Weller – sul Renfrew Ferry lungo la Senna.

Puntuale come un orologio svizzero, il 7 luglio del 2003 la formazione di Birmingham pubblica il sesto album North Atlantic Drift, non più per Island bensì per Sanctuary Records. In cabina di regia c'è Martin Hayes, e se i 58 minuti rappresentano un nuovo record per il quartetto, il disco verrà ricordato soprattutto per due motivi: l'uscita dalla top ten inglese e l'addio, di lì a poco, del bassista Damon Minchella. L'album perpetua la consueta formula a cavallo tra mod-rock, britpop e folk, ma in maniera più convincente rispetto ai dischi precedenti.
Nel frattempo il mondo è cambiato, le Torri Gemelle sono crollate e gli Usa di G.W. Bush e gli alleati, Regno Unito compreso - come polemicamente fa notare il titolo dell'album - stanno attaccando l'Iraq. Nonostante sia tutt'altro che trascendentale, “I Just Need Myself” raggiunge la tredicesima posizione della Uk Chart, mentre “Make The Deal” e “Golden Gate Bridge”, decisamente meglio, si fermano rispettivamente alla trentacinquesima e alla quarantesima posizione. L'ispirata “She's Been Writing” è dedicata alla memoria di Sandy Denny dei Fairport Convention, “For Every Corner” torna a battere i territori dei Beatles, “Oh Collector” gioca tra liriche epiche e un vero e proprio muro del suono, “On My Way” preme sull'acceleratore alternando melodie pop e ruvidezza rock.

Il 1° settembre dello stesso anno esce Anthology, un doppio cd che raccoglie quaranta canzoni in rigoroso ordine cronologico. Non mancano b-side e, nell'edizione limitata, versioni demo e live e la cover di “Anyway, Anyhow, Anywhere” degli Who. Nel settembre del 2004 è la volta di One For The Road, disco live che contiene i grandi classici della band e qualche estratto dagli album più recenti.
La curiosità sta nel fatto che One For The Road esce, su esplicita richiesta della Sanctuary, al posto del settimo lavoro in studio degli Ocean Colour Scene, che dovrà dunque attendere altri sei mesi prima di giungere nei negozi di musica. È il 21 marzo del 2005 quando A Hyperactive Workout For The Flying Squad vede finalmente la luce. Per la prima volta la band non appare fotografata in copertina: la line-up storica ha perso un pezzo, Damon Minchella, rimpiazzato da Dan Sealey al basso; inoltre, gli Ocean Colour Scene sono a tutti gli effetti divenuti un quintetto poiché Andy Bennett si è aggiunto al gruppo come seconda chitarra. Salutato pure Martyn Hayes, la produzione è affidata a Dave Eringa, già all'opera con Manic Street Preachers, Idlewild e Massive Attack.

ocultimaRegistrato vicino a Kirriemuir (città natale di Bon Scott, ma questa è un'altra storia), in Scozia, A Hyperactive Workout For The Flying Squad deve il titolo a una frase ascoltata su Radio Bbc 4. Lo stile è quello di sempre, tuttavia la mano di Eringa appare evidente negli arrangiamenti delle canzoni, più barocche e pompose rispetto al passato. “Free My Name”, primo singolo estratto, si avvale di un sottofondo di archi a incorniciare un brano che torna a omaggiare la premiata ditta Townshend-Daltrey-Moon. Non è da meno il secondo e ultimo estratto “This Day Should Last Forever”, infarcito di strumenti tradizionali celtici. Il classicismo in salsa brit può avere numerose forme, e gli Ocean Colour Scene sembrano volerle rievocare tutte, una alla volta. Ormai lontani dai riflettori e dai giorni di gloria, i cinque di Birmingham si ostinano a sfornare brani pop-rock sempre in grado di cogliere il segno. L'amore da sempre esplicitato verso i Beatles si traduce nella sontuosa cover-omaggio a George Harrison “Wah Wah”, semplicemente meravigliosa. “Start Of The Day” parte da un riff di chitarra acustica che ricorda da vicino “Wish You Were Here” e si avvale del featuring di Chris e Tony Griffiths dei The Real People. Spogliata dell'accompagnamento della batteria, vagamente stones-iana, “Have You Got The Right” esalta la voce di Fowler, mai così drammatica. La jazzistica “Move Things Over” e l'inutile opulenza Spector-iana di “Another Time To Stay” spingono invece la formazione troppo lontano dai suoi lidi, facendola quasi sembrare a disagio. Più in generale, A Hyperactive Workout For The Flying Squad è un disco dalle due anime: da un lato dimostra come gli Ocean Colour Scene siano ancora in grado di scrivere canzoni al fulmicotone, dall'altro una produzione lontana dagli standard della band ne distorce le peculiarità, dando vita a un'opera caratterizzata da chiaroscuri.

La già ragguardevole discografia degli Ocean Colour Scene si arricchisce l'8 maggio del 2006 di un nuovo live, questa volta in acustico: Live At The Jam House è il titolo della registrazione in edizione limitata, contenente brani estratti dagli ultimi album, escludendo dunque tutti i classici degli anni novanta. I quali diventano invece protagonisti delle Bbc Sessions pubblicate il 12 febbraio del 2007.

Passano altri due mesi e, con la consueta puntualità, arriva l'ottavo lavoro in studio, On The Leyline. Salutati senza troppi rimpianti gli eccessi del disco precedente - e con essi Eringa, rimpiazzato da John Rivers – gli OCS tornano a un sound più spoglio e riconoscibile, che si riflette nel discreto britpop dei due singoli estratti “I Told You So” e “I Just Got Over You”. L'album contiene il pezzo “For Dancers Only”, scritto da Paul Weller e in seguito interpretato da quest'ultimo insieme a Graham Coxon, e la “prima volta” di Sealey come compositore in “Man In The Middle”. In un disco meno ispirato del solito spicca “Go To Sea”, in bilico tra pop e rock come ai bei tempi.

A fine agosto un'altra Collection va a rimpolpare la fitta schiera di dischi pubblicati a nome Ocean Colour Scene: qualche classico, qualche live (stavolta la cover d'ordinanza è “Day Tripper”), roba da collezionisti e niente di più. Nel mentre, Cradock esordisce in versione solista con l'album “The Kundalini Target”.
Quando la band inglese sembra aver toccato il fondo, alla svolta successiva ritorna sugli standard che le competono. Prodotto da David Monaghan, reduce dai fasti ottenuti con gli Editors, e licenziato da Cooking Vinyl, Saturday esce il 1° febbraio 2010 e riconsegna un gruppo ispirato e in forma. “100 Floors Of Perception” è a metà strada tra blues e gli Who (sì, sempre loro!) di Baba O'Riley. Pubblicato in download digitale, “Magic Carpet Days” è una ventata di freschezza destinata a spazzare i dubbi sullo stato di salute degli Ocean Colour Scene. Ancora meglio “Mrs Maylie”, nella quale si materializzano i Beatles più psichedelici. “Postal” è scritta e cantata da Cradock, “Fell In Love On The Street” è la classica, ispirata ballata di Fowler. Saturday raggiunge il trentacinquesimo posto nella Uk Chart, surclassando anche in classifica il lavoro precedente.

I mesi successivi sono un vero e proprio tuffo nel passato per gli Ocean Colour Scene. Il 18 ottobre 2010 esce 21, cofanetto di quattro cd che ripercorre le varie epoche della formazione inglese, non senza ulteriori chicche declinate in versioni live e demo mai pubblicati in precedenza. Nel 2011 viene stampata la versione deluxe di Moseley Shoals e gli OCS sono protagonisti di un trionfale tour nel quale ripropongono per intero l'album del 1996, dal quale verrà estratto il dvd “Moseley Shoals – Live In Birmingham”. Nel frattempo Cradock pubblica il secondo disco solista “Peace City West”; l'anno successivo sarà la volta di Fowler con “Merrymouth”.

L'11 febbraio 2013 scocca l'ora del decimo album ufficiale in studio, Painting, sempre per Cooking Vinyl. Registrato in cinque settimane nei Vada Studios nel Warwickshire con il produttore Matt Terry, raccoglie l'ormai consolidato campionario di brani pop/folk-rock, ballate, inni leggeri, prediligendo tuttavia una formula meno ruvida rispetto al passato (anche recente) per mettere una volta di più al centro la melodia. Se la title-track, primo singolo estratto, è l'ennesimo tuffo nel brit-pop d'antan, l'attualità fa capolino in ben tre brani: “The Winning Side” parla della notizia della morte di due soldati inglesi in Afghanistan, “If God Made Everyone” riguarda l'omicidio di massa perpetrato in Norvegia da Anders Breivik, “The New Torch Song” è un – impresentabile – inno alle olimpiadi londinesi appena concluse. “Goodbye Old Town” vira verso il folk, “Professor Perplexity” verso un alt-rock contaminato dai Cramps. “Mistaken Identity” è John Lennon allo stato puro, “Here Comes The Dawning Day” omaggia Bert Jansch, “I Don't Want To Leave England” è l'immancabile, impeccabile ballata: l'ultima di una lunga serie, il titolo a suggellare un quarto di secolo di grandi canzoni di puro stampo brit.

Ocean Colour Scene

Tradizione e brit-pop

di Fabio Guastalla

Coccolati da Paul Weller e Noel Gallagher, ascesi in piena epopea britpop fino a raggiungere il numero 1 della classifica inglese nel 1997, gli Ocean Colour Scene sono rimasti una band di culto quasi esclusivamente entro i confini britannici, scrivendo per un quarto di secolo grandi canzoni a cavallo tra pop, folk e rock
Ocean Colour Scene
Discografia
 Ocean Colour Scene (Fontana, 1992)5
Moseley Shoals (Mca, 1996)8
 Beside Ourselves (Ep) (Mca, 1996) 
Marchin' Already (Island, 1997)7.5
 One From The Modern (Island, 1999)6.5
 Mechanical Wonder (Island, 2001)6.5
 Songs From The Front Row (Island, 2001) 
 North Atlantic Drift (Sanctuary, 2003)7
 Anthology (Sanctuary, 2003) 
 One For The Road (Sanctuary, 2004) 
 A Hyperactive Workout For The Flying Squad (Sanctuary, 2005)6
 Live At The Jam House (Moseley Shoal, 2006) 
 The Bbc Sessions (Island, 2007) 
 On The Leyline (Moseley Shoals, 2007)5.5
 The Collection (Spectrum, 2007) 
 Saturday (Cooking Vinyl, 2010)6.5
 21 (Universal, 2010) 
 Painting (Cooking Vinyl, 2013)7
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
The Riverboat Song
(da "Moseley Shoals", 1996)
The Day We Caught The Train
(
da "Moseley Shoals", 1996)
The Circle
(da "Moseley Shoals", 1996)
Hundred Mile High City
(da "Marchin' Already", 1997) 
Better Day
(da "Marchin' Already", 1997)
Travellers Tune
(da "Marchin' Already", 1997)
Profit In Peace
(da "One From The Modern", 1999)
So Low
(
da "One From The Modern", 1999)
Mechanical Wonder
(da "Mechanical Wonder", 2001)
Free My Name
(da "A Hyperactive Workout For The Flying Squad", 2005)
Painting
(da "Painting", 2013)
Ocean Colour Scene su OndaRock
Recensioni

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Painting

(2013 - Cooking Vinyl)
Il decimo album degli alfieri britpop di Birmingham

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