Propaganda

Propaganda

Espressionismo cyber-pop

di Guido Gherardi

Ripercorriamo luci e ombre della tormentata carriera artistica della band di Düsseldorf, resa celebre dal singolo "Duel" e dall'album "A Secret Wish" del 1985. Un percorso a ostacoli, tra scioglimenti, cambi di formazione e contrastati tentativi di rinascita sotto gli auspici di importanti collaborazioni

Il modo migliore per comprendere l’opera dei Propaganda è quello di osservare con attenzione la copertina della loro raccolta Noise And Girls Come Out To Play: tre dei quattro membri del gruppo appaiono immortalati nella bellezza statuaria e al contempo patinata di una nuova umanità senz’anima, altera, diafana, immobile, perfetta. Eppure a lato dell’immagine si spalanca l’occhio della cantante Claudia Brücken, che sembra quasi esprimere un monito a non farsi sedurre da quel mondo esanime e a non varcare la soglia. Si tratta in realtà di uno scatto tagliato sul lato destro, ma anche l’analisi dell'immagine intera (ripresa dal fotografo Anton Corbjin) ci rivela qualcosa di interessante: una Brücken, unica figura animata del gruppo, che esibisce uno sguardo stralunato e un beffardo e ironico sorriso "giocondeo". Come leggere quello sguardo e quel sorriso? Ci sta realmente qualcosa di atterrente sotto, o è solo umoristica finzione pop? Sicuramente, possiamo dire quell’occhio spalancato bordato di nero è un derivato diretto dell’estetica espressionista.

Lo spunto che abbiamo proposto non è casuale: proprio come per Bowie (il più teutonico dei musicisti britannici, con la trilogia berlinese definita come il “mio Dna”) e Madonna (la più teutonica delle musiciste americane, si pensi al suo esordio nei primi anni 80 insieme a Otto Von Wernherr e in seguito a “Confessions On A Dancefloor”), l’immagine visiva con cui si presentarono i Propaganda non era un accidente estraneo al discorso musicale, bensì sua parte integrante e indissolubile. Questo scatto, come altri simili, fu ripreso dal fotografo Anton Corbjin, il quale non casualmente venne incaricato di creare un'immagine per ogni canzone incisa dal gruppo per il primo album, a sottolineare il comune sviluppo dei due piani musicale e figurativo. E l’algido Bowie di “Station To Station” (molto più che i robot-giocattolo dei Kraftwerk) fa da antesignano dell’estetica silenziosa ed enigmatica dei Propaganda.

Strano destino quello dei Propaganda (Claudia Brücken, Ralph Dörper, Susanne Freytag, Michael Mertens, nella formazione originaria - Andreas Thein, scomparso nel 2013 dopo una lunga battaglia con il cancro, fu tra i fondatori ma lasciò la band dopo il primo singolo, "Dr. Mabuse"). Nati in Germania, pensati per il pubblico inglese, ebbero successo soprattutto in Italia. Nipoti dei Kraftwerk, ma più che per filiazione diretta, per l’aver afferito a un patrimonio culturale comune e per il ruolo ideale di intermediatore svolto da Giorgio Moroder: “I figli di Fritz Lang e Giorgio Moroder” come li definì appunto la testata Nme. Sorti in seno alla Ztt, la casa discografica di uno dei produttori-simbolo della musica elettro-pop britannica, Trevor Horn (The Buggles, Frankie Goes To Hollywood, Art Of Noise, Seal), esaltati dalla stampa di settore (il Melody Maker lì definì come probabile esempio di perfetto gruppo post-punk), non riuscirono a ottenere il successo commerciale sperato, anche perché le tormentate vicissitudini interne li portarono, inizialmente, alla realizzazione di un solo album. Riuscirono tuttavia a farsi notare con alcuni singoli di successo, soprattutto (paradossalmente?) nella mediterranea Italia, e a guadagnarsi la stima di illustri colleghi.
Per quanto riguarda i contenuti, i Propaganda rimangono ancor oggi una band degna di interesse, come figli tardi e tra gli ultimi epigoni della cultura mitteleuropea della decadenza. Come dire, perfetti rappresentanti della “crisi della crisi”.
Pienamente radicati nelle atmosfere della musica avantgarde tedesca, possono venire associati in modo del tutto ovvio ai Krafktwerk: per la provenienza (entrambe le band tedesche di Düsseldorf), la natura sintetica ed elettronica della loro musica, la fascinazione per la tecnologia industriale e l’annuncio di un’era di prototipi sub-umani. E l'ispirazione diretta a Fritz Lang, fondamentale nei Propaganda, era già stata anticipata nella "Metropolis" dei Kraftwerk da “Die Mensch-Machine” del 1978 (album il cui titolo sarà ripreso a sua volta dalla hit dei Propaganda "p:Machinery").

Allo stesso tempo i Propaganda si differenziarono dai loro più celebri pro-genitori per diversi aspetti. Innanzitutto il loro messaggio assunse in modo manifesto tinte più cupe di quello dei Kraftwerk. Musicalmente presentavano poi un’impostazione sinfonica e un impatto epico che si allontanavano dai suoni scarni e liofilizzati della band degli anni 70. I Propaganda si rifecero alla cultura espressionista, sia cinematografica che musicale, in maniera ancora più esplicita di quanto non avessero fatto i Kraftwerk. Questi ultimi furono certamente degli irripetibili, straordinari innovatori, ma i Propaganda furono caratterizzati da un'ampia versatilità musicale. Da un lato ebbero un orientamento molto più marcatamente classico-sinfonico, dall’altro risentirono dei modelli della musica a loro contemporanea (Moroder, Quincy Jones).
La "Metropolis" dei Kraftwerk è desolante, ma è una desolazione che sembra descrivere un processo già compiuto, nel quale nulla può più accadere sotto la coltre dell'immobilità inanimata instaurata dal progresso tecnologico (si tratta di una rilettura in chiave fantascientifica e asettica del realismo drammatico della "Warsaw" di Bowie-Eno). Il mondo tecnologico dei Propaganda, così come descritto in “p:Machinery”, assume invece connotati apocalittici in maniera enfaticamente grandiosa: la melodia magnificente del brano e la sua pioggia di tastiere scintillanti annunciano accadimenti futuri dagli esiti devastanti. E proprio questo aspetto si avverte primariamente in “p:Machinery”: il compiacimento per la catastrofe. Quel tipo di catastrofe in sospeso che ci si attende travolga da un momento all'altro le masse in un film colossal alla “Metropolis”.

Contribuì non poco alla creazione di questo senso di inquietudine e mistero la voce enigmatica della Brücken, che seppe donare al loro lavoro atmosfere di sfuggente inafferrabilità. La sua vocalità, dalla potenza e corposità degne di una cantante lirica, rimanda nel suo registro ambiguo e imperscrutabile a Nico: l’accostamento è ben consapevole, tant’è che la Brücken si cimentò in effetti in una cover di “Femme Fatale” dei Velvet Underground (la traccia è oggi contenuta nella già citata raccolta Noise And Girls Come Out To Play). E se l'apporto della Brücken alla creazione dell'inconfondibile aria di mistero del sound della band si realizzò in qualità di "voce cantante", quello analogo della Freytag si estrinsecò in qualità di "voce recitante". Questi due apporti complementari e perfettamente convergenti rimangono uno dei più evidenti marchi di fabbrica dei Propaganda.

L’opera prima e “unica”

PropagandaI Propaganda realizzarono il loro primo album, A Secret Wish, nel 1985. Tuttavia oggi conviene ascoltarlo nella bellissima versione deluxe stampata nel 2010, che ci permette di comprenderne meglio, a posteriori, il significato originale (ma vale la pena affiancarvi anche la raccolta Noise And Girls Come Out To Play, alla quale continueremo a fare riferimento in quanto suo ideale completamento). Questa versione deluxe consiste di due parti: “The Dark Religions Depart...” e “... And Sweet Science Reigns”. Più che della profetizzazione di una felice età della ragione in sostituzione delle presunte superstizioni del passato, queste denominazioni suonano piuttosto come le promesse tipiche di una “propaganda” mediatica. La Brücken stessa in quel periodo appariva talvolta in veste di “sacerdotessa dark”: un look in buona parte derivato da quello della Madonna di “Like A Virgin”, ma con sembianze finto-monastiche non presenti nell’originale dell'epoca, e i cui connotati oscuri rimandavano semmai a quelli della Madonna di “Burning Up” (oggi possiamo anche dire che l'avere su più fronti spinto nella direzione del grottesco auto-ironico l'immagine sensuale della Ciccone, non potendo giocare sullo stesso piano dell'avvenenza, fa un po' della Brücken l'antesignana di Lady Gaga; ma si tratta anche della ripresa dell'immagine di grottesco teatrale derivata dal cabaret tedesco, la stessa sorgente a cui si rifarà Marilyn Manson sul piano musicale e stilistico per la descrizione caricaturale dell'epoca contemporanea delineata in “The Golden Age Of Grotesque”).

Anche se in Italia il maggior successo del gruppo fu il singolo "Duel", che è un brano synth-pop musicalmente solare e accattivante (sebbene il suo testo non sia poi così rassicurante, per non parlare dell'ancor più inquietante videoclip, tra glamour e grottesco), questa traccia mostra immediatamente la sua contro-parte oscura in "Jewel", la sua rilettura in chiave rumoristica e post-punk. Si tratta di “due lati della musica, luce ed ombra, il sublime lato A pop (di ‘Duel’) e ‘Jewel’, il suo gemello malefico”: così leggiamo nella presentazione ai Propaganda redatta da Andrew Harrison per la riedizione di A Secret Wish, con la quale concordiamo su molti punti.
Ma l'aspetto ombroso dei Propaganda, a cui Harrison si riferisce, viene, lo ripetiamo, dal passato. A dispetto di una “intelligentia” accademica che non ha mai voluto riconoscere nella musica pop-rock un genere artistico degno di considerazione, la “Volksmusik” tedesca ha raccolto nel dopoguerra temi e forme tipiche della cultura mitteleuropea pre-bellica (figurativa, letteraria, filosofica, musicale e cinematografica). I Propaganda rappresentano di ciò forse il più evidente emblema. Basti ascoltare gli oltre dieci minuti della versione estesa della loro hit "Dr. Mabuse", dove disordinate orchestrazioni per archi di matrice espressionista (il “ciclone demoniaco di Schostakovich”, lo definisce Harrison) sorgono dallo sfondo sovrapponendosi a nude, ritmate e violente percussioni di batteria. Questa traccia contenuta in A Secret Wish (edizione deluxe) trova corrispondenza in "Das Testament des Mabuse" di Noise And Girls Come Out To Play. In quest'ultima raccolta il recupero delle orchestrazioni espressioniste è riproposto anche in "Strenght To Dream". Ma dove esso raggiunge la sua apoteosi è nel brano "(The Ninth Life Of) Dr. Mabuse", laddove il disordine scomposto di tali orchestrazioni si traduce in modo perfetto nella deformazione sistematica dei suoni elettronici compiuta digitalmente (anticipando l'incipit di "Spinning Plates" dei Radiohead). Tutto ciò sottolinea quanto il rifarsi a quella sorgente stilistica "colta" di inizio secolo non sia nei Propaganda affatto casuale. L'espressionismo storpia le forme, distorce i suoni, e ciò che veniva prima eseguito in modo manuale dagli strumentisti sugli archi di una filarmonica ora viene compiuto con un computer in sala di registrazione, ma il messaggio artistico è il medesimo. E se pensiamo che Mertens fu in origine percussionista nell'Orchestra Sinfonica di Düsseldorf, tutto si spiega.

Nella stessa versione estesa di “Dr. Mabuse” non si può però tacere, per quanto riguarda la lunga coda strumentale finale, anche l'influenza del Quincy Jones di “Thriller”. Tuttavia Michael Jackson in quel brano ci presenta una tenebrosità posticcia da castello degli orrori di Disneyland adatta a un pubblico di minorenni; al contrario l'oscurità descritta dai Propaganda sembrerebbe essere più sincera e ben più radicata in un vasto mondo culturale. Non a caso il brano “Dr. Mabuse” porta il nome di un personaggio letterario trasposto sullo schermo da Fritz Lang, esponente di spicco della cinematografia espressionista (regista austriaco per nascita e tedesco di formazione artistica). Il Dr. Mabuse di Lang è un criminale dotato di capacità ipnotiche con le quali è in grado di ridurre la gente al proprio volere, così come l’occhio della Brücken che ci guarda dalla copertina di Noise And Girls Come Out To Play ha la capacità magnetica di attirare lo sguardo dell'osservatore. Per quanto inquietante e disorientante, l'estetica espressionista è pur sempre ammaliante, in quanto, appunto, estetica.
E tante ossessioni della cultura tedesca e mitteleuropea pre-bellica, già descritte appunto nella filmografia di Lang, riaffiorano nell’opera dei Propaganda: la tirannia delle macchine, la deformazione espressionista delle percezioni, il gusto per la decadenza, la creazione di un’umanità di golem, la manipolazione dittatoriale o oligarchica delle masse.

L'analisi delle varie tracce di A Secret Wish ci porta ancora a continui paragoni con i Kraftwerk. I manichini animati da loro descritti in “Schaufensterpuppen” (ma quando mai nella musica rock si erano letti testi di questo tipo prima dell’apporto tedesco al genere?), diventano le marionette post-umane mosse da fili tesi dall’alto del video di “p:Machinery”.
L’esteriorità lucente della modella di “Das Model” si trasforma nella lucentezza gelata dei volti di "Frozen Faces", un brano decisamente ambiguo. L'introduzione musicale nella versione da oltre dieci minuti di "(Echo Of) Frozen Faces" è travolgente, con quei bellissimi sassofoni eleganti e taglienti lasciati improvvisamente ad abbandonarsi alle proprie contorsioni convulse: dopo il turno della musica classica e di quella elettronica, lo studio della distorsione sonora compiuto dai Propaganda li porta così ad affrontare un altro genere dove questa diviene spesso cifra stilistica, il jazz. La voce recitante distaccata della Freytag ci dà un suggerimento sconcertante: non curarci delle macchie di sangue che stanno sulle batterie e del "disastro" in corso, ma piuttosto prenderci una pausa ottimista e ballare. L’accompagnamento musicale si trasforma pertanto in una sorta di "samba caraibico-elettronica", nell'auspicio (probabilmente beffardo, visto il tono leggero e ironico dell'interpretazione canora della Brücken) che le "facce gelate" possano sciogliersi…

E che dire della vita-miraggio riflessa nel gioco di specchi dei Kraftwerk di "Spiegelsaal"? Ebbene, questa diventa innanzitutto la realtà virtuale installata dalle macchine divenute esse stesse programmatori in “p:Machinery” (e con ciò i Propaganda, partiti dalla “Metropolis” di Lang, anticipano già l'incubo del futuro “Matrix” di diversi anni successivo). Dall'altro lato essa diviene il "sogno dentro il sogno" di “Dream Within A Dream”: “Tutto ciò che vediamo o che sembriamo non è altro che un sogno all’interno del sogno”, recita il testo, in realtà una poesia di Edgar Allan Poe. Ma gli stessi specchi kraftwerkiani non sono lontani, visto che, come ci dice Andrew Harrison, “i Propaganda erano una band di idee, e queste idee divennero una magnificente e autoreferenziale sala di specchi, dentro la quale ci si può finire per perdere”.
Sul piano musicale, “Dream Within A Dream” è un riuscitissimo tentativo di far convivere il gelo dei sintetizzatori con il calore degli ottoni, alla maniera in cui fu grande maestro il Bowie berlinese ("Subterraneans" da “Low”). Il risultato finale è un brano di atmosfere magnifiche e suggestionanti, altamente ipnotiche e oniriche, alle quali contribuisce anche la voce recitante della Freytag (quanta ispirazione può avere preso da qui Lele Marchitelli per la composizione della sua ingiustamente ignorata colonna sonora di “Sono Pazzo Di Iris Blond”?).

Invece le atmosfere apocalittiche e i temi di “p:Machinery” ci riportano anche all’ambigua descrizione della società industriale compiuta da Ernst Jünger negli anni 30, sospesa in modo antitetico tra sconcerto e attrazione (e più in generale, avrebbe forse senso chiedersi quanto abbia in comune l’intero movimento del kraut-rock, già a partire dall’altro appellativo con il quale è conosciuto, kosmische musik, con i movimenti culturali e filosofici denominati come "cosmici" sorti in Germania all'inizio del Novecento; il fatto poi, forse casuale, forse no, che la casa discografica dei Propaganda si chiamasse “Zang Tumm Tumb” ci riproietta sempre al principio del secolo, con il nostro Filippo Tommaso Marinetti, esteta della guerra, e quindi ancora a Jünger, e alla sua teorizzazione del rapporto sussistente tra progresso tecnologico e arte bellica).
Segnaliamo ancora l'intermezzo da incubo di “Thought Part I”, con i suoi disorientanti bagliori espressionisti accesi nel buio da tastiere percosse in modo atonale, nonché la versione nuovamente protratta oltre i dieci minuti di “Sorry For Laughing”. Nella sua lunga introduzione strumentale vengono amplificate le inquietanti atmosfere gotico-horror già presenti con minore impatto nella versione compatta dell’edizione originale dell’album. Si tratta del rifacimento di un brano dei Josef K, band post-punk che prese nome da un personaggio di Kafka (è l’intero immaginario culturale “gotico” quindi che riaffiora, sia mitteleuropeo che “d’esportazione”, tra Lang, Poe e Kafka). L’interpretazione dei Propaganda riprende il sapore cupo del brano originale, tra l’altro già molto bello, ma lo trasforma stilisticamente in modo radicale, snaturandone profondamente la primigenia natura punk per renderlo una traccia tipicamente elettronica in sintonia con il resto dell'album.

PropagandaÈ assai verosimile che i Propaganda nell’elaborazione del loro stile “tenebroso” siano stati mossi anche da una buona dose di senso dell’ironia (i manichini esanimi del video di "p:Machinery" fanno pur sempre le linguacce al pubblico...). Ciò conviene a chi vuole fare in fondo della “Volksmusik”. Ma questo ci riporta alla domanda iniziale: è vero o finto ciò che vediamo? A questo interrogativo fornisce probabilmente la risposta migliore il fotografo Anton Corbijn nel suo commentare la sua partecipazione al progetto Propaganda: “Enigmaticamente glamour, arte ma ancora pop, misteriosi ma corretti di fronte allo sguardo, e ricchi di un intenso stile personale. In un momento in cui il mondo stava esplodendo nel colore viscido di Mtv, e tutti stavano impazzendo per la sua superficialità multicolore, noi ci ergemmo nelle ombre, e persino Trevor Horn vi fu spinto, nelle quali, credo, egli era forse più sorprendente come produttore”.
Si noti tuttavia che fare della “Volksmusik” (“musica popolare” nell’accezione dei Kraftwerk), non ha affatto nel contesto culturale che stiamo esaminando un significato sminuente: il recupero delle origini “mitiche” del Volk e del folklore è un importante leit motiv della cultura tedesca almeno a partire dal Romanticismo. E la Germania del dopoguerra ha inteso, con fine apertamente dichiarato, fornire al mondo sia la musica del popolo che la macchina del popolo. Si tratta di un “Volk” quindi che da nazionale diviene mondiale, unito globalmente dalla musica e dalle macchine. Dall’altro lato, la “propaganda” politica sull’unione mondiale dei "Volk" (proletari) teorizzata proprio in Germania nel secolo precedente aveva avuto un effetto boomerang nella creazione di una dittatura di ascendenza straniera instauratasi nella parte orientale del Paese. Questa era nata a sua volta dalle ceneri di una dittatura precedente che aveva trascinato la Germania nel disonore e nella catastrofe. Quando nel 1985 la band fece uscire A Secret Wish il Muro di Berlino era ancora in piedi. I Propaganda riflettono così il quadro geografico-culturale di cui essi facevano parte (magari con un po’ di quella scaramantica ironia che il popolo tedesco doveva aver elaborato per sostenere la leggerezza dell'esistenza quotidiana all'interno di tale gravosa situazione storico-politica). Musica, macchine, propaganda: il cerchio così si chiude.

Che dire dell’esito di questa piccola epopea? All’epoca i Propaganda vantarono tre singoli di successo europeo (“Dr. Mabuse” n. 7 in Germania, “Duel” n. 2 in Italia, nonché Top 5 in Olanda, e “p:Machinery” n. 5 in Italia, nonché Top 10 in Francia). Il loro album fu top 20 oltre che in Italia anche in Gran Bretagna (cosa tutt'altro che scontata per un gruppo non anglosassone). Non male, considerato che tutto questo fu ottenuto con un solo album (e si direbbe proprio che il loro carisma teutonico avesse affascinato maggiormente il mediterraneo pubblico italiano). Si trattò tuttavia probabilmente di un riscontro inferiore alle aspettative. Forse per questo i Propaganda si sciolsero quasi subito, scontrandosi con la stessa Ztt per la risoluzione del contratto, e dando vita a progetti solisti o alla formazione di nuove band.
A sottolineare il fatto che la versione del 1985 di A Secret Wish non rendeva comunque conto di tutto quello che i Propaganda intendevano esprimere, ricordiamo che la band fece uscire lo stesso anno un album di remix, Wishful Thinking. E si trattava solamente del primo capitolo di una ripetuta attività di pubblicazione di integrazioni e completamenti del materiale presente nella loro opera “unica”, grazie alle quali possiamo oggi valutarne con migliore cognizione di causa il reale significato.

Il tormentato seguito

Solamente cinque anni dopo l'uscita di A Secret Wish i Propaganda produssero un secondo album, 1234, ma lo fecero con una formazione del tutto rinnovata. Il solo Mertens era sopravvissuto alla diaspora, ed in particolare la Brücken fu sostituita da una nuova voce femminile, Betsi Miller. Sebbene la band fosse in realtà ormai sostanzialmente morta, le collaborazioni avviate a partire da quel momento dai Propaganda ebbero qualcosa di faraonico. Innanzitutto il nuovo album venne prodotto da Ian Stanley e Chris Huges (il primo fu uno dei due membri "nascosti" dei Tears For Fears all'epoca di “Songs From The Big Chair”, e il secondo fu il produttore di stazza di quel gran bel disco). Ancora, due canzoni del nuovo album (“Heaven Give Me Words” e “Your Wildlife”) furono scritte con Howard Jones, che nel periodo in cui uscì il primo album dei Propaganda fu uno degli alfieri del synth-pop britannico. La nuova formazione vedeva poi l'ingresso di Derek Forbes e di Brian McGee dei primi Simple Minds. Infine, udite udite, in "Only One Word" fece la sua comparsa alla chitarra David Gilmour dei Pink Floyd. Queste collaborazioni prestigiose, come altre a venire, sottolineano la stima e l'ammirazione che i Propaganda erano riusciti a raccogliere presso i colleghi, per mezzo di quel solo precedente album alle spalle dalle vendite non eccezionali e nonostante un naufragio della formazione seguito immediatamente.

Con tutte queste collaborazioni, il nuovo album avrebbe dovuto rappresentare qualcosa di particolarmente significativo. Ed invece il risultato segnò un drastico tonfo qualitativo: 1234 è infatti un disco vuoto, patinato come una foto di moda su un rotocalco tirato a lucido. Con un gioco di parole si può affermare che dell’oscurità dei vecchi Propaganda rimane qui ormai solo l’ombra (senza che peraltro il “vecchio” sia stato sostituito da qualcosa di valido). Un tentativo di resuscitare le atmosfere dei primi Propaganda si trova infatti ogni tanto qua e là, magari quando la Freytag ricompare in qualità di ospite, come in “Vicious Circle” e soprattutto in “Ministry Of Fear”, sicuramente il brano migliore. Per il resto l’album risulta essere persino fastidioso nel suo livello di mediocrità. E di certo la voce impostata della Miller, che nulla ha da spartire con l’espressività di quella della Brücken, rende l’esito ancora più superficiale. Ciononostante (o forse proprio per questo) il brano "Wound My Heart", certamente non notevole, riuscì a raggiungere il n.1 in una classifica di vendite, più precisamente in Argentina.

Ciò che seguì l'uscita di 1234 fu lo scioglimento persino della nuova formazione. La band cercherà ancora di risorgere dalle proprie ceneri, e otto anni dopo Mertens, la Brücken e la Freytag tenteranno una nuova reunion. Ma il tormento della loro vicenda non conosce limiti, e nonostante il gruppo fosse riuscito all’epoca a registrare nuove tracce, nessuna pubblicazione del materiale vedrà mai la luce. A nulla servirà neanche la presenza di una nuova collaborazione di spicco alla chitarra, Martin Gore dei Depeche Mode. I brani registrati verranno messi a disposizione su internet, e due tracce, "Cloud 9" e "Anonymous", reincise e poi pubblicate dalla Brücken nell'ambito di un progetto parallelo, gli Onetwo , avviato insieme a Paul Humphreys degli Omd (nuovo nome che si va ad aggiungere al gotha delle collaborazioni).

Qualcosa di più (relativamente) sostanzioso si ebbe nel 2005, quando Mertens e la Freytag realizzarono un vinile dal titolo alquanto eloquente: Valley Of Machine Gods.
Seguirono poi ancora altre brevi reunion occasionali in vista di eventi e concerti, ma nulla di sostanziale. D'altronde come Claudia Brücken ebbe a dire: “Non potremmo realizzare un nuovo A Secret Wish, e nemmeno dovremmo provarci. Quel lavoro fece parte di un momento irripetibile”. Si tratta, come dice Harrison, di “quegli ultimi istanti nei quali il pop avrebbe ancora riguardato il mistero, piuttosto che le spiegazioni”.

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Espressionismo cyber-pop

di Guido Gherardi

Ripercorriamo luci e ombre della tormentata carriera artistica della band di Düsseldorf, resa celebre dal singolo "Duel" e dall'album "A Secret Wish" del 1985. Un percorso a ostacoli, tra scioglimenti, cambi di formazione e contrastati tentativi di rinascita sotto gli auspici di importanti collaborazioni
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Discografia
A Secret Wish (Ztt, 1985)

7,5

 Wishful Thinking (Ztt, 1985)

 

 1234 (Virgin, 1990)

4

 Outside World (antologia, Ztt, 2002)

 

 Valley Of Machine Gods (Ep, Amontillado Music, 2005)

 

A Secret Wish - Deluxe Edition (Ztt, 2010)

8

Noise And Girls Come Out To Play (Ztt, 2012) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Duel
(videoclip da A Secret Wish, 1985)

p:Machinery
(videoclip da A Secret Wish, 1985)

Dr. Mabuse
(videoclip da A Secret Wish, 1985)

Heaven Give Me Words
(videoclip da 1234, 1990)

 

Only One Word
(videoclip da 1234, 1990)

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