Robbie Williams

Robbie Williams

La parabola di un entertainer

di Stefano Bartolotta

La carriera solista dell'ex-terzo violino dei Take That dimostra che, per assurgere allo status di superstar mondiale, le buone canzoni servono ma non sono tutto: è più importante sapersi rivolgere al giusto target di pubblico a seconda dei momenti e accompagnare la propria proposta con mosse di marketing adeguate, tra video azzeccati e la capacità di gestire la relazione con la boy band di provenienza

Se nel 1996, quando Robbie Williams è uscito dai Take That, qualcuno avesse profetizzato che dieci anni dopo quello che allora appariva soltanto un ragazzino come tanti avrebbe suonato negli stadi di tutto il mondo, raccogliendo non meno di cinquantamila persone a data, radunatesi soltanto per lui, sarebbe stato preso per un visionario. Da chi si imbatteva nella sua boyband d’origine senza esserne fan, Robbie era considerato un simpatico accessorio, una via di mezzo tra gli inutili orpelli Jason Orange e Howard Donald e i leader designati Gary Barlow e Mark Owen. La sua uscita di scena nel momento in cui il gruppo era all’apice del successo in tutto il mondo sembrava quella di un bambino viziato, che preferiva giocare da solo perché quando lo faceva in compagnia si vedeva che non era il più bravo. Invece quella si è rivelata come la prima delle numerose scelte vincenti a livello di marketing operate da Robbie, o da chi per lui, perché si scoprì non molto tempo dopo che non esisteva più alcuna armonia in seno alla band, così gli altri fecero la figura di quelli che tenevano più alla facciata che non ai rapporti reali, mentre il Nostro ne uscì come la persona genuina, che preferiva farsi da parte piuttosto che accettare lo sfacelo del progetto che aveva fatto vivere a tutti le vertigini del successo planetario.

L’importanza di parlare di Robbie Williams oggigiorno è più sociologica che musicale, perché non si può trascurare la capacità di questo artista di colpire le folle mondiali partendo da una posizione che inizialmente sembrava penalizzante. E al di là delle scelte sia musicali che di contorno, che stiamo per ripercorrere, il primo fattore che ha determinato il successo di Robbie è proprio questo: la capacità di far vedere che da solo lui sapeva farsi valere più di quanto le dinamiche del lavoro di gruppo gli permettessero di mostrare, che è un po’ il sogno di tutti, sia in ambito lavorativo sia in qualunque passatempo che comporti lo stare insieme ad altri. Quante volte un impiegato ha osservato le scelte del proprio capo ritenendo che al suo posto avrebbe deciso in modo diverso, e ovviamente migliore? Quante volte un difensore di una squadra di calcio amatoriale pensa che se avessero messo lui in attacco non avrebbe certo sbagliato tutti quei gol? E non è forse vero che ogni appassionato di calcio ha la malcelata convinzione che se fosse lui il commissario tecnico della Nazionale, la squadra mieterebbe successi in ogni angolo del pianeta?
Robbie è come Moreno Torricelli, passato dall’Interregionale alla Juve direttamente e senza passare dal via; è l’impiegato che dà le dimissioni, apre una propria attività e arriva a fare una concorrenza vincente all’azienda che non lo valorizzava. Una sfida che in tanti sono disposti ad affrontare a parole ma che regolarmente eludono nella pratica. Vedere qualcuno che l’ha fatto in modo così eclatante non può che suscitare una simpatia irresistibile.

Si diceva sopra della relativa importanza musicale del repertorio di questo cantante, di cui è difficile scorgere un talento sopra la media. Non si riesce a farlo esaminando le sue composizioni musicali, più che altro perché non è mai stato chiaro, da questo punto di vista, quanto ci fosse di suo e quanto invece degli autori accreditati come songwriter insieme a lui, in primis il suo partner di lungo corso Guy Chambers; non si trova un particolare talento nemmeno dall’analisi dei testi, che risultano dozzinali e buoni per tutte le stagioni e pieni di quel generalismo che porta un ascoltatore superficiale a pensare che si stia parlando proprio di lui, quando in realtà sono fatti apposta per coprire più situazioni possibile; nemmeno ascoltandolo dal vivo si rimane particolarmente impressionati, perché le volte in cui va in difficoltà per colpa di un sopraggiunto fiatone non si contano. La maggior parte dei suoi dischi, però, risulta piacevole all’ascolto anche per chi di musica si interessa veramente, e non si limita certo a subire ciò che propongono i media, ed è quindi difficile attribuire il successo di Robbie Williams all’ignoranza del popolo bue, perché nella sua discografia non mancano certo canzoni che avrebbero fatto comodo a tante altre realtà che, in teoria, si pongono su un piano artistico più elevato. E poco conta se le abbia scritte qualcun altro e non lui. Certamente, senza un’adeguata strategia di promozione sarebbero rimaste confinate entro la ristretta cerchia dei nostalgici dei Take That, anche se va detto che la promozione conta in ogni ambito, non solo quello del pop mainstream.

robbietesto1Le influenze britpop e il consolidamento della popolarità

Robbie esce dai Take That e pubblica subito un singolo, un’interlocutoria cover di “Freedom” di George Michael, buona più che altro come manifesto del sollievo di aver iniziato questa sua avventura solista. Dopodiché, la successiva ottima idea consiste nell’aver capito che la prima cosa da fare era trovare un modo per fidelizzare le fan dei Take That, in modo da crearsi subito una base solida dalla quale partire con un progetto di marketing ad ampio respiro. Nel 1997, le suddette fan erano un paio d’anni più vecchie rispetto al periodo d’oro della band, in un periodo della vita in cui si cambia radicalmente da un anno con l’altro: esse si erano quindi date all’ascolto degli Oasis, e di riflesso del britpop, Williams pubblica esattamente il disco perfetto per quel contesto. Life Thru A Lens è un esordio infarcito di tutti gli stilemi del britpop stesso: una scelta apparentemente scontata, ma è facile dirlo col senno di poi, anche perché i suoi ex-compagni di band questa pensata non l’hanno di certo avuta. Soprattutto, l’idea viene concretizzata in una serie di canzoni tutte interessanti, sia per un’ispirazione melodica comunque indiscutibile e costante in tutto il disco, che per scelte in fase di produzione sempre azzeccate.
I brani tirati, come i singoli “Lazy Days” e “Old Before I Die” e la title track, hanno un suono frizzante e per nulla plastificato; “Let Me Entertain You” aggiunge quel tocco di glam che rende il tutto ancora più catchy senza che appaia ruffiano; un pezzo come “Angels” non solo riprende i canoni della ballata britpop, ma è in qualche modo antesignano dei primi Coldplay; “One Of God’s Better People” è caratterizzata da una sensibilità gentile e coinvolgente.
Poco tempo dopo, il video di “Let Me Entertain You” rappresenta la prima delle scelte vincenti relative al contorno e non alla musica stessa. Williams, infatti, si mostra truccato come i Kiss e vestito con un improbabile completo di pelle nera, e il tutto è talmente ben confezionato da corroborare al meglio l’operazione simpatia lanciata con il disco d’esordio, che rimane a tutt’oggi, tanti anni dopo la pubblicazione, ancora molto piacevole da ascoltare. Il successo di pubblico è subito altissimo in Gran Bretagna, ma anche nel resto d’Europa il Nostro si difende bene, sia come vendite di dischi che come presenza di pubblico ai concerti: per esempio, l’unica data italiana di quel tour si svolge al Rolling Stone di Milano, non certo la venue più capiente della città, ma nemmeno un posto troppo piccolo.

Robbie, ovviamente, deve battere il ferro finché è caldo, così lascia passare un solo anno prima della pubblicazione di I’ve Been Expecting You. Nel frattempo il britpop ha imboccato la propria fase calante, così il disco vede una limatura di quei pochi accenni di spigolosità e di essenzialità presenti nel debutto e il suono si presenta così perfettamente rotondo e più corposo e curato. Il giro d’archi e l’accentuata coralità del ritornello che caratterizzano il singolo apripista “Millennium” fanno subito capire che ci si troverà di fronte a un lavoro che cerca di ammiccare a una fetta di pubblico un po’ più ampia. L’ascolto, infatti, è ancora più facile e c’è maggior varietà tra una canzone e l’altra: le ballate possono essere basate ora sulla chitarra (“Strong”), ora sui sintetizzatori (“No Regrets”), ora infine sul pianoforte (la rilettura di “She’s The One” dei World Party), e nei brani più ritmati si passa da un mood vagamente epico (la citata “Millennium”), a uno disincantato (“Grace”, “Jesus In A Camper Van”), a uno rabbioso (“Karma Killer”, una violenta invettiva contro il manager dei Take That).
La discreta riuscita dell’album, comunque, si regge ancora sugli stessi punti di forza del precedente, ovvero la bontà delle melodie e un suono che, pur essendo più corposo e curato come appena detto, riesce ancora a non sembrare pretenzioso. Non c’è, in definitiva, alcun salto di qualità, e anzi la maggior genuinità dell’esordio si lascia preferire, e non essendovi nemmeno un video particolarmente significativo o comunque una strategia promozionale che esca dagli standard, Williams non guadagna nuovi fan. Però nemmeno ne perde, e questo è un buon segno: nel momento in cui gli altri ex-Take That cadono in un improvviso e lungo dimenticatoio, lui vende ancora molti dischi in patria e si difende in Europa. Anche la prima tappa italiana di questo tour si tiene al Rolling Stone di Milano, completamente gremito, poi, qualche mese dopo, Williams affronterà la prima grande platea nel nostro paese, all’Heineken Jammin’ Festival di Imola.

Nel 1999, la sua etichetta discografica prova a farlo conoscere in America organizzandogli un tour e pubblicando una raccolta di brani dei primi due dischi, intitolata The Ego Has Landed. L’operazione, però, riesce solo in parte, ed è quindi evidente che a Robbie, per diventare una vera star planetaria, servono nuovamente idee efficaci sul piano delle promozione e del marketing. Prima, però, è necessario comporre e pubblicare un nuovo disco. Ecco quindi che, nel 2000 arriva Sing When You’re Winning, che segue la strada tracciata dal lavoro precedente, sia in termini stilistici che di qualità. Tra la morbidezza positiva di “Better Man”, quella più malinconica di "If It's Hurting You", la vivacità a ritmo di marcia di "Knutsford City Limits" e la serenità di "Road To Mandalay", Williams e Chambers confezionano una serie di canzoni che, ancora una volta, non cercano alcun tipo di rivoluzione ma sono scritte e arrangiate in modo più che soddisfacente, e questi esempi non sono in realtà i brani che rappresentano il cuore del disco.
Il motivo principale, infatti, per cui questo lavoro permette al suo interprete un’importante ascesa in termini di popolarità è nei tre singoli, non solo per il loro contenuto musicale. “Rock DJ” anticipa l’uscita dell’album e ha una strofa parlata che richiama la moda del momento di Mtv, ovvero quell’hip-hop da circo che snatura completamente lo spirito originario del genere; si prova subito a far parlare di questa canzone con un video caratterizzato da sequenze ai limiti dello splatter, censurato da Top Of The Pops, il classico oscuramento che giova di più al video incriminato rispetto a una sua eventuale messa in onda. Successivamente, il duetto con Kylie Minogue in “Kids” rappresenta uno dei diversi momenti di rilancio della carriera della cantante australiana; la Minogue sfrutterà questo traino per esplodere fragorosamente un anno dopo con la hit “Can’t Get You Out Off My Head”, che a sua volta trainerà la stessa “Kids” verso una duratura permanenza in classifica. “Supreme” fa subito parlare di sé grazie alla citazione dell’immortale “I Will Survive” di Gloria Gaynor e soprattutto per un video particolarmente intrigante, con Robbie che fa la parte di un pilota di Formula 1 degli anni Settanta che arriva dal nulla, vince un filotto di gare, riesce ad arrivare a giocarsi il titolo mondiale all’ultima corsa, senza potervi partecipare per colpa di un guasto alla serratura della porta della toilette che lo lascia chiuso dentro quando invece dovrebbe essere in pista.

Il pubblico impazzisce, e le date del tour si svolgono soltanto in grandi arene, senza passare dall’Italia per questa volta. In pochi anni Robbie Williams, grazie alla propria semplicità di base, a un modo di porsi simpaticamente sbruffone, all’abilità di aver scelto accanto a sé un compositore abile come Chambers e a una strategia promozionale che non ha sbagliato un colpo, si trova sulla vetta del mondo. Meriti artistici per questo risultato: qualcuno, ma non molti, come abbiamo visto. Però le modalità di questa sua ascesa irrefrenabile sono un vero e proprio Bignami di come far presa sulle grandi folle in un modo talmente impeccabile che nemmeno gli oltranzisti alternativi sentono il bisogno di sparare a zero, ma per una volta si limitano a ignorare, se non ad ascoltare di nascosto.

robbietesto2La ricerca della maturità artistica

Purtroppo il successo dà alla testa al Nostro, che decide di iniziare a proporsi al pubblico non più come uno scanzonato intrattenitore, ma prendendosi terribilmente sul serio. La massa ormai gli va dietro qualunque cosa lui voglia fare, ma la resa dei dischi successivi non è assolutamente più la stessa dei primi tre.
Si comincia con l’operazione Swing When You’re Winning, ovvero un disco, uscito nel 2001, composto quasi esclusivamente da cover di brani della tradizione americana. Vengono rivisitati pezzi di autori come Cole Porter, Duke Ellington, Nat King Cole, George Gershwin. Inutile dire che Robbie in questa veste di novello Frank Sinatra non è assolutamente credibile, e il disco è soltanto un inutile ripetersi di cliché stantii.
Nel 2002 arriva Escapology, quarto lavoro composto da soli inediti e dal titolo che richiama quell’"Egyptology" dei World Party in cui era contenuta la “She’s The One” riletta qualche anno prima. Qui Williams insiste nel volersi mostrare come un autore ormai maturo, che propone soltanto musica adulta, scelta dovuta, probabilmente, a una considerazione sull’età dei fan della prima ora. Una produzione tronfia e inutilmente pomposa e un songwriting forzatamente arrotondato caratterizzano la maggior parte delle canzoni, e solo in una minoranza di esse si scorge lo spirito del Robbie più credibile e interessante. Emblematica la vicenda di “Sexed Up”, canzone inizialmente utilizzata come B-side del singolo di “No Regrets”, nel 1998, e proposta solo voce e chitarra acustica per un risultato godibile; quattro anni dopo lo stesso brano viene incluso in Escapology e affogato in un mare di archi e cori completamente fuori luogo.
I pochi brani più asciutti e meno pretenziosi fanno decisamente una figura migliore: il singolo “Feel” ha una delle melodie più catchy di tutto il repertorio e gli accordi di pianoforte in accompagnamento sono davvero azzeccati, il pop-rock venato di funk di "Hamdsome Man" e quello più tradizionale di "Hot Fudge" scorrono bene e lo stesso può dirsi per la semi-ballata malinconica “Me And My Monkey”, nella quale una volta tanto la spolverata di fiati è usata a proposito.
Ovviamente il disco è un successo clamoroso, grazie al traino di "Feel" e dell'altro singolone "Come Undone". Nel tour a supporto dell'album, Williams torna a esibirsi in Italia, per ben due date al Forum di Assago. Sono lontani tempi in cui bastava il Rolling Stone.

Visto il successo crescente, non poteva mancare la pubblicazione di un Greatest Hits e puntualmente, esso arriva nel 2004. L'ascolto della raccolta riassume bene l'evolversi della carriera di Robbie fino a questo momento, anche perché la tracklist è strutturata in ordine cronologico, pertanto l'ascoltatore può godere di una visione d'insieme veritiera e ascoltare un buon numero di canzoni piacevoli, prima di qualche caduta sul finale, come spiegato.

Nel 2005, ecco Intensive Care, il primo album nel quale non compare Guy Chambers, dal quale Robbie si separa consensualmente senza che sia ben chiaro il motivo. Al suo posto c’è l’ex-Duran Duran Stephen Duffy, ma la seriosità del repertorio di Williams è ancora più accentuata, e da inutile si trasforma in fastidiosa. In questo caso è proprio impossibile trovare una o più canzoni che si salvino. L’unica impressione che lascia il disco è quella di trovarsi di fronte a un artista non più simpatico e disincantato, ma caratterizzato invece da un ego smisurato che semplicemente lo spinge a fare il passo più lungo della gamba. Per la cronaca, i singoli di maggior successo sono "Tripping", dove si strizza l'occhio alla world music, e "Advertising Space", ballad con una melodia e un arrangiamento che più standard non si può. 
Non c’è bisogno di dire che ormai non bastano nemmeno più le grandi arene a contenere tutta la gente che vuole vedere Robbie dal vivo, così, nell’estate del 2006, arriva il tour negli stadi, con tappa anche a quello di San Siro a Milano, tra l’altro in un momento particolarmente azzeccato per trasformare il concerto in una vera serata di festa, dato che la Nazionale italiana di calcio ha appena vinto i Campionati del mondo.

Il ritorno alla leggerezza e il calo di popolarità

Quando ormai sembra impossibile ipotizzare una presa di coscienza da parte dell’artista secondo cui l’unica dimensione nella quale può essere credibile è quella dell’intrattenimento, lui sorprende tutti con la pubblicazione a fine 2006 di Rudebox, un disco synth pop/dance, prodotto da grossi calibri come, tra gli altri, William Orbit, Mark Ronson e i Pet Shop Boys. Il disco è importante perché, al di là di svariate ingenuità, anche grossolane, nella composizione delle canzoni inedite e nel riadattamento delle cover scelte, restituisce a chi lo aveva apprezzato negli anni Novanta il Robbie Williams scanzonato e sbruffoncello. Ovviamente non manca di levarsi qualche parere negativo da chi, invece, si era convinto che fosse davvero diventato un artista maturo, ma, almeno per chi scrive, questo lavoro è decisamente più godibile rispetto ai tre precedenti.

Nello stesso periodo, i suoi ex-compagni di band decidono di fare una reunion dei Take That, alla quale, però, Robbie non partecipa. Nonostante il rifiuto dell’unico membro che aveva ottenuto il successo da solo, i nuovi Take That spopolano in tutto il mondo con dischi e tour, e nel frattempo per Williams inizia un periodo difficile a livello personale. I tabloid lo ritraggono perennemente schiavo di alcol e droghe varie, cliente fisso di cliniche di disintossicazione, fisicamente alla deriva e mentalmente debole e allucinato (c’è chi dice di averlo visto immobile su una zattera in mezzo a una piscina ad aspettare gli Ufo). Dopo un po’ di tempo, è lui a chiedere ai nuovi Take That di unirsi al gruppo, ma ovviamente i quattro temporeggiano.

I contratti discografici, però, vanno rispettati, così Robbie fa pace con Guy Chambers, che torna a far parte dei suoi autori, pur non essendo più l’unico come avveniva in passato. Pian piano il nuovo album viene realizzato e vede la luce nel novembre 2009. Il titolo scelto, emblematico delle difficoltà vissute da Williams negli ultimi anni, è Reality Killed The Video Star. Difficilmente ci si può aspettare, quindi, un disco basato sulla leggerezza dei momenti migliori, e il rischio, quindi, è quello di una nuova lagna finto-sentimentale.
Robbie, invece, sorprende ancora una volta, perché riesce a uscire con dignità da un confronto che, dal 2001 in avanti, l’aveva sempre visto perdente a livello artistico: quello con la canzone intimista e malinconica. Non che si raggiungano grandi vette con questo disco, ma almeno lo stato d’animo di frustrazione che l’artista prova è espresso in modo finalmente credibile e genuino. Piace la produzione snella e senza apparenti ridondanze, così da valorizzare al meglio il nucleo dei brani, sempre basato su una sincera spontaneità.
Il disco vende moltissimo come tutti gli altri, quindi più per default che non per un reale apprezzamento da parte del pubblico, e l’interesse nei confronti di Robbie Williams sembra ormai scemato, tanto che il tour a supporto del disco sarà decisamente in tono minore rispetto a quelli immediatamente precedenti. Peccato, perché a chi ha riempito gli stadi per i suoi concerti nel 2006 avrebbe fatto bene nutrire per quest’ultimo lavoro la stessa passione che li aveva portati ad apprezzare dischi scadenti come quelli del periodo 2001-2005: avrebbero potuto capire la differenza tra una proposta posticcia e una vera. Ma, si sa, i meccanismi del music business non si basano sulla qualità delle canzoni, e abbiamo visto come lo stesso Williams abbia ottenuto molto di più di quanto si sarebbe meritato dalla semplice analisi critica dei suoi album.

robbietesto3Il decadimento artistico e il ritorno al successo

Il contratto con la Emi scade e Williams si trova a dover ripartire da capo, come nel 1996, anche se con una fanbase sicuramente più ampia. C’è quindi curiosità di capire come saprà muoversi in un mondo nel quale, come abbiamo visto, il vento può cambiare velocemente. Intanto arriva un greatest hits, che va sempre bene per mantenere caldo il proprio nome, poi nel 2010 si concretizza la sempre più attesa reunion con i Take That. Il quintetto realizza un nuovo album, intitolato “Progress”, e ovviamente i dati di vendita sono alle stelle, così come il successo del tour. Robbie non si è comunque dimenticato della propria carriera solista e nel 2011 arriva un contratto con la Island. Passa un altro anno e Williams rinuncia a esibirsi con gli altri Take That alla cerimonia conclusiva delle Olimpiadi di Londra per stare vicino alla moglie che stava per dare alla luce un bambino, sancendo di fatto il nuovo allontanamento dalla band di origine. Due mesi dopo, arriva la pubblicazione di un nuovo singolo e dell’album Take The Crown. A uno sguardo superficiale, potrebbe sembrare che Robbie abbia sfruttato gli altri quattro per rilanciarsi e li abbia poi mollati alla prima occasione utile, ma osservando meglio, il singolo che anticipa il disco, “Candy”, è accreditato come scritto a quattro mani con Gary Barlow. Guy Chambers è nuovamente sparito, e tra gli autori ci sono i due songwriter australiani  Flynn Francis e Tim Metcalfe, oltre a Barlow e al produttore del disco, Jacknife Lee.
Il disco è tanto utile a riguadagnare consensi quanto terribile dal punto di vista qualitativo. È evidente all’ascolto che Robbie si è mosso con le stesse idee che caratterizzavano i primi momenti della sua carriera: cercare di compiacere il più possibile il target di pubblico che potesse garantirgli maggiori riscontri. Nel 1996 erano le fan dei Take That passate all’ascolto degli Oasis, nel 2012 è semplicemente la massa distratta che ama ascoltare canzoni facili in radio. Così, Take The Crown rispetta pedissequamente tutti gli standard del caso e risulta talmente inserito negli stereotipi da risultare fastidioso per chi invece all’ascolto della musica dedica un minimo di attenzione. Melodie da filastrocca, accompagnamenti dozzinali di archi, tastiere e fiati, un suono corposo ma mai strutturato, un timbro vocale rassicurante: c’è davvero tutto per far contenti i grandi network radiotelevisivi e tutte quelle persone che salgono in auto per andare e tornare dal lavoro e vogliono solamente un sottofondo che non li disturbi. L’unica cosa che esce dagli standard è il fatto che il brano “Into The Silence” contiene circa quattro minuti di silenzio, una trovata che probabilmente vorrebbe essere simpatica ma che all’ascolto risulta decisamente malriuscita. Il confronto tra Take The Crown e Life Thru A Lens dimostra chiaramente che alla stessa tipologia di intenzioni possono corrispondere risultati di livello qualitativo diversissimo.

Ovviamente il successo del disco è fragoroso e Robbie torna a esibirsi negli stadi, filmando il tour per realizzarne un Dvd celebrativo. Nel frattempo, fa discutere una dichiarazione scritta sul proprio blog che sbugiarda il passato: per rispondere a un’intervista di Brett Anderson secondo cui l’industria discografica costruisce a tavolino le band pop moderne come ad esempio gli One Direction, Robbie sostiene che anche negli anni Novanta qualunque band britpop sotto la decenza e che aveva giusto tre accordi otteneva contratti discografici perché l’industria aveva stabilito quel trend. Per dare forza alla propria opinione, nomina una serie di gruppi dell’epoca le cui reazioni non si fanno certo attendere. Rick Witter degli Shed Seven si chiede cosa sia andato così male dato che quando si incontravano di persona andava tutto bene, Johnny Dean dei Menswear rilancia con “invece quanti accordi ci sono in 'Angels'?” e Leon Meya dei Northern Uproar fa sapere che nel 1996 Williams andava sempre ai loro concerti, era tutto rock'n'roll e aveva fatto di tutto per entrare nella band. Agli occhi degli appassionati di britpop il nostro non ne esce certo bene, ma in realtà la sua fanbase attuale non mostra il minimo interesse nei confronti di questa vicenda.

Sempre per la regola secondo cui il nome va tenuto caldo quando funziona, nel 2013 Robbie torna a travestirsi da crooner con Swing Both Ways, nel quale ricompare Chambers come co-autore principale.
A differenza del disco omologo del 2001, qui ci sono diverse composizioni originali oltre alle cover. Vale comunque lo stesso discorso sia della precedente raccolta di cover che del disco dell’anno prima: non c’è niente di interessante e il tutto suona standardizzato e senz’anima. L'ultima pubblicazione in ordine di tempo è la raccolta di B-side, demo e rarità assortite del 2014.

In questo periodo, l’unico motivo di interesse che può nutrire un appassionato di musica nei confronti di Robbie Williams stava nei suoi concerti, come da nostro report del suo live romano del luglio 2015. Se però si fosse guardato alla qualità delle canzoni, l’appannamento appariva ormai definitivo. La storia di questo artista pareva mostrare, ancora una volta, che quando mancano indipendenza di idee e genuinità di intenzioni, prima o poi ci si arrende ai cliché dell’industria discografica, che sarà pure in crisi ma è sempre in grado di spostare le vendite quando si tratta di grandi numeri. 

Lo spettacolo dell'intrattenimento pesante

Il proclama giunto in seguito alla firma di un contratto con la Sony nel maggio 2016 (“sono ispirato e più pronto che mai”), aveva tutta l’aria delle solite dichiarazioni di facciata. Invece, l’ascolto di The Heavy Entertainment Show, uscito nel novembre dello stesso anno, ci riconsegna un intrattenitore credibile.

Questo disco è un po’ un circo, a cominciare dall’amplissimo numero di persone che vi hanno lavorato. Vale la pena citare la presenza dei Killers al completo, di John Grant (nell’edizione deluxe), Rufus Wainwright e nuovamente di Guy Chambers. In questo team multiforme, nessuno ha lavorato alla totalità del disco, ma ognuno ha fornito uno o più contributi, con il risultato finale che è, inevitabilmente, un collage di stili.

“Mixed Signals”, ad esempio, è la canzone scritta e suonata dai Killers, e si sente moltissimo, e lo stesso vale per la partecipazione di Rufus Wainwright in “Hotel Crazy”; “Sensitive” ha un’atmosfera da ballo rilassato e un timbro vocale che ricorda certe cose di George Michael; “David’s Song” è una morbida piano ballad accompagnata da archi, un tipo di canzone non certo estranea al repertorio di Wiliams. Non si possono non menzionare i due singoli: “Love My Life” è un classico esempio di pop radiofonico, con il suono e il timbro vocale che si sforzano di risultare pieni, rotondi e allo stesso tempo scorrevoli, mentre la pacchiana “Party Like A Russian”, posta in seconda posizione subito dopo l’altrettanto tronfia title track, sembra proprio voler dare l’idea del carrozzone circense.

Un lavoro, in definitiva, che sicuramente ha il difetto dell’eccesiva disomogeneità d’insieme, ma che intanto vanta una scrittura e una produzione sempre a fuoco, anche nei momenti più sguaiati (e ci mancherebbe pure, visti i nomi coinvolti) e soprattutto rappresenta un ascolto piacevole e, in alcuni episodi, intrigante. Lasciarsi intrattenere da Robbie Williams, nel 2016, sembra ancora possibile.



Robbie Williams

La parabola di un entertainer

di Stefano Bartolotta

La carriera solista dell'ex-terzo violino dei Take That dimostra che, per assurgere allo status di superstar mondiale, le buone canzoni servono ma non sono tutto: è più importante sapersi rivolgere al giusto target di pubblico a seconda dei momenti e accompagnare la propria proposta con mosse di marketing adeguate, tra video azzeccati e la capacità di gestire la relazione con la ..
Robbie Williams
Discografia
 ALBUM
  
Life Thru A Lens (Chrysalis, 1997)
 I've Been Expecting You (Chrysalis, 1998)
 Sing When You're Winning (Chrysalis, 2000)
 Swing When You're Winning (lChrysalis, 2001)
 Escapology (Chrysalis, 2002)
 Intensive Care (Chrysalis, 2005)
 Rudebox (Chrysalis, 2006)
 Reality Killed The Video Star (Virgin, 2009)
 Take The Crown (Island, 2012)
 Swing Both Ways (Island, 2013)
The Heavy Entertainment Show (Columbia, 2016)
  
 RACCOLTE
  
 Greatest Hits (Chrysalis, 2004)
 In And Out Of Consciousness (Virgin, 2010)
 Under The Radar Vol. 1 (autoprodotto, 2014)
  
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
Angels
(videoclip da Life Thru A Lens, 1997)
Let Me Entertain you
(videoclip da Life Thru A Lens, 1997)
Millennium
(videoclip, da I've Been Expecting You, 1998) 
Strong
(videoclip, da I've Been Expecting You, 1998) 
Rock DJ
(videoclip, da Sing When You're Winning, 2000)
Kids
(videoclip, da Sing When You're Winning, 2000)
Supreme
(videoclip, da Sing When You're Winning, 2000)
Feel
(videoclip, da Escapology, 2002)
Rudebox
(videoclip, da Rudebox, 2006)
Bodies
(videoclip, da Reality Killed The Video Stars, 2009)
Party Like A Russian
(videoclip, da The Heavy Entertainment Show, 2016)

 

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(2016 - Columbia)
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