Saint Etienne

Saint Etienne

Danze retrofuturiste

di Damiano Pandolfini

Due dj, produttori e giornalisti musicali amici d'infanzia uniscono i loro sogni nel cassetto per un progetto in comune nella Londra dei primissimi anni 90 e arruolano una bionda signora dalla voce di velluto. La lunga e variegata parabola dei Saint Etienne, colti ed eclettici maestri di un personalissimo stile che sa mescolare indie/dance, house e pop d'autore con strabiliante naturalezza
L'acid-house e il pop inglese dei Sixties, basi elettroniche dance e melodie synth-pop, sample di canzoni e di film, atmosfere suadenti da chill-out. Un'esplosiva miscela di suoni filtrata dal gusto più raffinato del decennio e impreziosita da un'ugola vellutata e ammaliante. I Saint Etienne sono tutto questo e anche di più. Un'epopea che ha colorato la Cool Britannia dei Novanta, impregnandola dell'atmosfera multicolore della sua capitale.

London calling

Londra, primi anni Novanta. Due deejay, produttori e giornalisti, Bob Stanley e Pete Wiggs, amici fin dall'infanzia, decidono di unire i loro sogni nel cassetto e tentare l'avventura musicale. Al loro fianco trovano una bionda chanteuse dalla voce fatata di nome Sarah Cracknell, figlia di Derek Cracknell, ex-primo assistente alla regia di sir Stanley Kubrick. Inizialmente non è l'unica cantante prescelta per dar voce alle composizioni elettroniche del duo. Ci sono anche Moira Lambert, che interpreterà il primo hit-single dei Saint Etienne, la cover di "Only Love Can Break Your Heart", e Donna Savage, che figurerà sul successivo singolo "Kiss And Make Up". Ma la Cracknell ha un'altra stoffa e, alla fine, sarà proprio lei a conquistare stabilmente il microfono.
E poi c'è quel nome francese, che fa pensare a una nuova reincarnazione french touch stile Air, e invece suona così stridente per un progetto britannico fino al midollo. Non un omaggio all'omonima città, bensì al suo club di calcio, dal passato blasonato, impreziosito anche dalla classe del primo Michel Platini. Omaggio reso tangibile dalla stessa intro del disco d'esordio, Foxbase Alpha: "This Is Radio Etienne", ovvero nient'altro che uno spezzone di una trasmissione calcistica radiofonica francese.
Eppure, i Saint Etienne sono tra i portabandiera del rinascimento pop del Regno Unito nei 90. E nella loro musica hanno catturato lo spirito della loro città a un livello endemico. È come se avessero lasciato aperte le finestre dello studio durante le sessioni di registrazione e Londra, con i suoi suoni e le sue armonie urbane dei milioni di persone che ci vivono, si fosse infilata nei nastri e tra i microfoni, rimanendone per sempre prigioniera e testimone di fronte al passare del tempo.

Saint EtienneStabilizzatisi a Camden, i Saint Etienne firmano un contratto con indie-label Heavenly. E, dopo una breve sequenza di singoli, inaugurata dalla suddetta cover di "Only Love Can Break Your Heart," pubblicano il loro primo album, dal fascinoso titolo di Foxbase Alpha (1991).
Scatta subito la corsa a classificarli. La stampa inglese li definisce indie-dance. Qualcun altro più semplicemente ci schiaffa sopra un generico crossover per mancanza di termini. Le radio di quel 1991 non sanno bene se passarli tra i ballabili nel programma del venerdì sera o se passarli ovunque, perché da ballare non c'era poi molto. La critica li definisce "amatoriali", perché quel suono un po' fatto in casa certo non si sposava bene a quello più patinato che passava nelle discoteche in del momento. Sembrava house ma era già qualcos'altro. Pop? Certo ci sono dei richiami a una certa estetica anni 60 - incluso un noto sample preso in prestito alla signora del soul bianco Dusty Springfield - così come una vena melodica vicina alla stagione sintetica degli anni 80 e all'indie-pop di marca Sarah Records, ma tutto è mirabilmente trasfigurato. Trip-hop? Del resto il 1991 è anche l'anno di "Blue Lines" dei Massive Attack, ma del sound di Bristol si scorge solo un accenno. Così come sono tenui le influenze dub o dubstep.E a definire un'identità non contribuiscono certo quegli spezzoni di film d'autore inseriti a mo' di ponte tra una traccia e l'altra e quel riciclaggio generalizzato delle più varie fonti sonore. Difficile definirli, allora. E anche inutile.
Griffato da un'enigmatica copertina con l'immagine di una modella di nome Celina Nash e la band relegata a un riquadro nel retro del cd, Foxbase Alpha è un disco lontano dalle mode del tempo e quasi un instant classic al tempo stesso. A trascinarlo nelle classifiche, un singolo, "Only Love Can Break Your Heart", che è la cover di un classico di Neil Young (su "After The Gold Rush") e non è cantata da Sarah Cracknell, bensì da Moira Lambert, voce della band indie-pop Faith Over Reason. La trasformazione è straordinaria: il tempo di valzer dell'originale è tradotto in 4/4 e nel ritornello gli accordi sono tutti in minore, così la voce di cristallo della Lambert suona malinconica e ne enfatizza il testo, mentre una sezione roboante di basso/batteria, mista alle tastiere, trasporta il brano in là di un paio di decenni. La traccia seguente, "Wilson", è un vero e proprio anti-climax sonoro, una non-canzone minimalista come poche, costruita su un misconosciuto sample: una voce ripetuta di una nonna che chiede al nipotino "Would you like some sweets, Willy? Would you like some sweets, Willy? What would you like?".
Ma è con "Carn't Sleep" (scritta proprio così, con la "r" nel mezzo) che si entra veramente nel cuore del disco: la melodia è rubata a una nota base di dub jamaicano e ne conserva intatto lo spirito vagamente malinconico. La voce della Cracknell, però, ci trasporta dalle spiagge assolate dei Caraibi alle ombre lunghe dei palazzi al tramonto su Victoria Park, Est di Londra. Accompagnata dai flauti, "Girl VII" è un atlante immaginario, tra Londra e imprecisati luoghi esotici, possibilmente sudamericani, un altro saggio di pop elettronico sinuoso e trasognato. "Spring", con le sue calde tonalità funky e le sue atmosfere dreamy, è un raggio di sole tra le nuvole che coprono la città. Così, per contrasto, "Stoned To Say The Least" è il lato B della città: un lungo drone strumentale molto più introspettivo e dai toni più cupi à-la Massive Attack.
Il secondo singolo estratto, "Nothing Can Stop Us Now", è il pezzo che più fa il verso alle solari e nostalgiche sonorità 60's stile "Scandalo al sole", sfoderando il famoso sample di un brano di Dusty Springfield. Sarà reinciso una seconda volta dai Saint Etienne, con Kylie Minogue alla voce, un paio di anni dopo. "London Belongs To Me" è una dolcissima ballata, impreziosita da arrangiamenti classicheggianti per clavicembalo e flauto, ma attraversata da potenti cascate elettroniche. Come suggerisce il titolo, si tratta di una dedica d'amore verso la città in un momento di sole. A far da contrappunto giunge il nuovo, misterioso drone di "Like The Swallow" che pare registrato in mezzo al traffico nell'ora di punta: si apre e si chiude solo verso la metà, sostenuto da un crescendo di batteria, con la voce cristallina della Cracknell che intona una breve melodia da colonna sonora morriconiana, scandita da una campana: il rumore la ingoierà di nuovo in coda, con quello che sembra un sitar distorto.
La chiusura, piuttosto demodé, è affidata a "Dilworth's Theme", brevissima e oscura composizione per voce e pianoforte, probabilmente registrata in casa durante una recita di bambini.

I gioielli di Sarah

Foxbase Alpha
è un boom che vale ai Saint Etienne lo status di gruppo cult seppur con un solo disco all'attivo. Il successore arriva due anni dopo e si intitola So Tough. Volendo trovare una pecca si può dire subito (come notarono alcuni detrattori della bandal tempo) che si tratta quasi del fratello gemello di Foxbase Alpha. Non si colgono vere e proprie innovazioni sonore e di stile. Rimane lo stesso formato della copertina (ancora con Celina Nash, ritratta questa volta in una foto da bambina) e del libretto (con bellissime foto di volti adolescenti catturati per le strade della capitale). Tornano gli spezzoni di film a fare da ponte tra una traccia e l'altra, sample e influenze varie, artigianalmente montate insieme. E c'è sempre quel suono misterioso, che dovrebbe essere dance ma di fatto è molto più ibrido.
Le tracce più aderenti alla forma canzone sono persino più mature rispetto a quelle dell'esordio, si reggono meglio in piedi. Pur mancando un pezzo trainante come "Only Love Can Break Your Heart", si può dire che "Avenue" e "Hobart Paving" rimangono probabilmente ancora oggi le due più belle canzoni mai scritte dai Saint Etienne. La prima (uscita anche come singolo) si stende per più di sette minuti con i malinconici vocalizzi di Sarah Cracknell che si stagliano cristallini, alternati anche a strati di puro rumore. La seconda è invece una splendida torch song acustica, che usa l'accompagnamento di pianoforte più basilare al mondo (pensate a "Hey Jude") per snocciolare una dolcissima melodia cantata magistralmente e intarsiata da leggerissime chitarre sintetiche, un saggio di songwriting che non ci si aspetterebbe mai da dei dj in caccia di sample da clonare.
Se poi la soave apertura jazzy di "Mario's Cafe" è una perfetta colonna sonora per svegliarsi la mattina con l'oro in bocca, la seguente "Railway Jam" - un mirabile pastiche urbano tra techno e industrial - ci accompagna idealmente sul treno nel tragitto da casa a lavoro. "You're In A Bad Way", altro singolo più orecchiabile, paga nuovamente tributo alle sonorità pop anni 60, con una scalpitante linea di basso e la voce soffice della Cracknell: uno stile di canto che riecheggerà spesso negli anni a venire, a cominciare dalle produzioni dei Belle And Sebastian (soprattutto quelli con Isobel Campbell alla voce). "Conchita Martinez", poi, fa ancora meglio, riuscendo a decontestualizzare una ritmica sordida da mueve la colita innestandovi giri di chitarra elettrica e tastiere atmosferiche che le donano spessore.
Non mancano nemmeno i brani più sperimentali e introversi, come la sinuosa "Jump The Morgue", la lisergica "No Rainbows For Me" o la cavalcata dance di "Leafhound", ma una menzione a parte va fatta per "Calico" che ospita la rapper Q-tee alla voce e (qui si può affermare senza problemi) paga pegno ai Massive Attack e a tutto il movimento di Bristol. Forte di una base trance ricca di numerose sezioni mediorientali e dell'incedere di un basso, la voce serpeggiante di Q-tee recita un testo oscuro, dando vita a uno splendido brano atmosferico che sarebbe un crimine non inserire in una possibile compilation di tributi al genere trip-hop.
Se state andando a cercarvi queste canzoni per un ascolto, è raccomandabile procurarsi anche "Paper", una gran bella b side di "Avenue", scritta da Sarah Cracknell e Maurice Deebank (chitarrista dei Felt), che con le sue atmosfere acustiche omaggia i Velvet Underground.

Pur meno originale e innovativo dello storico predecessore, So Tough è un ottimo disco, pieno di nuove, grandi canzoni e altamente raccomandato a chiunque voglia avvicinarsi all'eclettico mondo dei Saint Etienne.

Folktronica in anticipo

Saint EtienneSo Tough
riscuoterà a sorpresa anche il maggior successo commerciale mai registrato dai Saint Etienne, arrivando fino al settimo posto in classifica e ampliando il pubblico di una band così atipica, dall'attitudine colta ed esclusive. Forse saranno queste la cause, un successo inaspettato, unito magari alle pressioni del mercato e al doveroso bisogno di re-inventare il proprio suono con un terzo album, fatto sta che i Saint Etienne cambiano marcia e virano di netto la rotta col seguente Tiger Bay (1994).
Ancor più ambizioso dei precedenti lavori, Tiger Bay (che prende nome dall'omonimo film) è una sorta di concept-album vagamente basato sul tema della morte: dodici tracce che dovrebbe fungere da moderne canzoni folkarrangiate e prodotte con sonorità più attuali (dance e techno, in particolare, dirà Bob Stanley in un'intervista). L'album verrà persino composto e registrato in un bosco nelle campagne inglesi per facilitarne il risultato.
Già per questo, tutto sommato, Tiger Bay meriterebbe attenzione. Consapevolmente o meno, infatti, i Saint Etienne teorizzano il fenomeno folktronico prima del suo avvento ufficiale. Si tratta inoltre di un lavoro davvero variegato e originale, benché non esente da qualche momento di confusione. Pur suonando più ripulito e raffinato nella produzione, infatti, non è coeso come i precedenti e finisce per viaggiare su due stili differenti che non riescono ad amalgamarsi appieno. Quest'ambivalenza può essere considerata come un segno di qualità, ma risulta anche un po' difficile da digerire e il più delle volte confonde le carte, rispetto alla maestria che i Saint Etienne avevano dimostrato in precedenza nel saper filtrare stili così disparati. Ma soprattutto, almeno in un paio di pezzi, è un voltafaccia non indifferente quando il lato folkviene a meno e quello dance prevale con risultati davvero sotto la media.
L'apertura della strumentale "Urban Clearway" è una corsa di synth in autostrada che deve davvero molto ai Kraftwerk per quel suo battito asciutto e il progredire degli accordi nell'apertura melodica del "ritornello": rimane un bel pezzo d'atmosfera, rarefatto e piuttosto "europeo", che mette fin da subito l'ascoltatore provenuto da So Tough su una macchina sportiva nuova fiammante che sfreccia in corsia preferenziale.
Così prende il via Tiger Bay e sulle note di copertina, scritte dall'amico giornalista ed ex-collega di Stanley e Wiggs, Simon Price, si legge chiaramente: "In and out of love in-and-with London: this used to be their playground, but by now - four steps ahead of the game, and game for anything - their sights were already on the European". Non ci resta che salire in macchina anche noi, allora, e seguire i Saint Etienne nella loro nuova avventura attraverso l'Europa. La capacità di mescolare le carte e di spiazzare non è scomparsa: ascoltare per credere "On The Shore": la voce e l'intenso e suggestivo soul di Shara Nelson (la vocalist di "Unfinished Sympathy" dei Massive Attack), ritmo reggae, strati di elettronica, melodia principale affidata a un oboe dai toni pastorali, pizzichi di mandolino(suonato come il liuto cinese che si sente anche su "Volta" di Bjork) e quello che sembra un didgeridoo sintetizzato (?). Una canzone di razza, a riprova che i Saint Etienne hanno ancora stoffa da vendere.
Il lato folk prevale su "Marble Lions" e "The Boy Scouts Of America": la prima è una splendida e malinconica melodia, punteggiata da bellissime chitarre; la seconda, forte di un arrangiamento orchestrale molto d'impatto, è messa in chiusura e ci lascia con una nota di dolce tristezza. Sul lato più sintetico,invece, "Cool Kids Of Death" è un godibilissimo esperimento house che interesserà molto gli amanti del genere.
I problemi arrivano, semmai, con i vari singoli estratti; "Hug My Soul" se la cava un po' meglio nell'arioso ritornello e nell'intermezzo di marimba e fa il verso agli episodi più solari di Foxbase Alpha come "Spring" o "Nothing Can Stop Us Now", ma l'eccessivo smalto ne offusca un po' le alte qualità melodiche. "Like A Motorway", poi, ripesca in chiave elettronica una melodia folktradizionale dell'inizio del secolo scorso, che suona in effetti molto accattivante ma un po' innocua. Anche il terzo singolo, "Pale Movie", con le sue spruzzatine techno da serata in discoteca a Ibiza e il ritornello spagnoleggiante, risulta piuttosto kitsch e non si risolleva nemmeno con la bella voce della Cracknell.
È un peccato, perché invece quando arriva uno splendido brano come "Former Lover" (forse il vertice assoluto del disco) i Saint Etienne si dimostrano songwriter di alto calibro: non è da tutti forgiare un pezzo dalle sonorità così spudoratamente dylaniane, basato su un semplice accostamento di chitarra acustica e armonica, senza suonare pretenziosi.
L'unico esperimento di pura fusione folktronica come la conosciamo oggi spetta a "Western Wind/Tankerville" (due canzoni separate nella versione originale, ma rimontate insieme sulla versione rimasterizzata) che raccoglie una tradizionale melodia del repertorio inglese del 1500 e la trasporta in avanti di mezzo millennio, con un lento battito a metà strada tra il trip-hope la dance: il risultato è piuttosto suggestivo quando gli archi enfatizzano l'atmosfera da madrigale in bilico tra i secoli. Va detto poi che sulla versione americana di Tiger Bay i Saint Etienne cambiano l'ordine delle tracce, ne tolgono alcune e ne inseriscono altre, tra le quali il temibile singolo "He's On The Phone" che diventerà forse la loro canzone più famosa, ma purtroppo anche la peggiore di sempre, finendo solo per fare il verso agli Eighth Wonder.

Rimane a Tiger Bay l'innegabile premio per l'audacia nel tentare di coniugare 500 anni di musica in 46 minuti. La sua natura così cangiante - tra house e reggae, Dylan e l'eurotrash - lo rende a suo modo unico. Elegantemente rifinito e levigato, mette in mostra un pugno di belle canzoni e conferma il coraggio di una band che non si è adagiata sugli allori. Qualcuno tra gli amanti intransigenti di Foxbase Alpha e So Tough. resterà spiazzato, ma il pubblico, in ogni caso, apprezzerà molto (ottavo posto in classifica), così come l'ambiente dei dj set: tutti sembrano voler remixare un pezzo dei Saint Etienne e pagare tributo ai paladini della dance più colta. I pionieri londinesi, ormai, sono universalmente rispettati da pubblico e critica.

Pretese di buon umore

Nel 1996 la cantante Sarah Cracknell trova anche il tempo per un suo debutto solista che chiamerà Lipslide. Il disco non avrà immenso successo, ma verrà comunque apprezzato dalla fetta di pubblico e critica fedele ai Saint Etienne. La strada sembra quella intrapresa insieme ai colleghi Stanley e Wiggs col precedente Tiger Bay, seppur in ambito più ballabilee a scapito degli esperimenti folk. Ci si trova di fronte a una dance innocua e a scadenza limitata, che nei momenti migliori può sconfinare in delicate atmosfere lounge da cocktail bar, senza però invogliare più di tanto all'ascolto. Plasticoso come i Dubstar, ma senza i testi ironici, elettronico come gli Sneaker Pimps ma senza l'acido che aiuta a raggrumare, Lipslide passa inosservato a un orecchio che si aspetterebbe qualcosa in più dalla prestigiosa voce dei Saint Etienne.
Torna ancora una volta il ripescaggio di sonorità anni 60 (con l'iniziale "Ready Or Not", che per inciso non è niente male) e poi, una dopo l'altra, scivolano via tutte le altre canzoncine, in una continuità monotona che non genera mai sussulti. Basti ascoltare il singolo "Anymore" per avere un'idea dell'andazzo generale: se vi piace, continuate pure perché andrete sul sicuro, altrimenti provvedete tranquillamente ad ascoltare altro.

Sarah Cracknell interrompe la promozione di Lipslide per tornare in studio (questa volta in Svezia) con Stanley e Wiggs e registrare così a nome Saint Etienne il nuovo Good Humor (1998). Stavolta in cabina di regia c'è anche Tore Johansson (già al lavoro con Franz Ferdinand, Cardigans, a-ha, Suede e Martha Wainwright, tra i tantissimi altri) che da esperto produttore di popda classifica, affianca ai Saint Etienne una bella sezione acustica di archi e fiati per portare la band verso sonorità più in voga al momento. Nonostante lo sforzo, però, i risultati saranno piuttosto insipidi.
Difficile trovare una sola traccia che valga veramente la pena di sottolineare, una "Former Lover" nascosta da aggiungere a un eventuale best of personale. I Saint Etienne sembrano ormai più interessati a vendere dischi e a scalare le classifiche (anche se, paradossalmente, fino ad oggi non hanno più sorpassato la settima posizione di So Tough). Prova ne è anche il fatto che l'intero Good Humor (con b-side annesse) viene registrato in sole due settimane, circostanza che mal si concilia con l'ambizione principale del progetto: il ritorno a sonorità acustiche di raffinato poporchestrale.
L'apporto di Johansson, poi, non aiuta, dirottando la band verso un pop molto più convenzionale. Si finisce così per partorire una melodia quasi demenziale come "Mr. Donut", che guasta a priori l'ascolto del resto del disco. "The Bad Photographer" (uscita come singolo) e "Dutch Tv" sembrano dei pezzi scritti per le All Saints, con la differenza che qui è la voce della Cracknell a cantarle. Anche "Wood Cabin" in apertura non aggiunge granché di nuovo, rimanendo in bilico tra gli ABBA e un coro di nanetti da giardino. Pestando più sulle loro radici dance, Wiggs e Stanley si riconoscono solo con l'altro singolo "Sylvia", che diventerà una delle loro canzoni più conosciute. Delude anche la scialba"He's On The Phone".
Certo, la classe non è scomparsa, così anche quando l'anima viene meno, rimane sempre un certo gusto compositivo: un brano dal gusto vintage come "Postman" risulta sempre elegante, ben scritto e arrangiato e ci regala un dolce refrain da cantare sotto la doccia. "Split Screen", dal canto suo, con quei fiati anni 60 e un ritmo accattivante, farà scuola per tutte le Lily Allen che verranno (e Mark Ronson prende nota). Infine, "Erica America" rimane forse l'episodio migliore con una melodia nostalgica da telefilm adolescenziale anni 70.
Se Tiger Bay aveva funzionato a momenti alterni e aveva comunque alle spalle un'idea di tutto rispetto, questo Good Humor si perde un po', limitandosi a mettere in fila una dopo l'altra undici piacevoli e coloratissime palline di zucchero, che si sciolgono in bocca in un momento senza lasciare alcun retrogusto. Non si riesce a decidere a chi dare lo schiaffo, insomma, se a Johansson per essersi intromesso con la sua mano di caramella mou appiccicosa o ai Saint Etienne per aver smarrito la bussola.

Piccoli barlumi per il nuovo millennio

Saint Etienne - Sarah CracknellAnticipato nel 1999 dall'ottimo e oscuro Ep Places To Visit, che già aveva annunciato un certo cambiamento, i Saint Etienne si ripresentano alle soglie del 2000 con Sound Of Water ed è finalmente un piccolo passo avanti per una band così illustre che sembrava aver inesorabilmente perso la via. Questa volta le registrazioni avvengono principalmente a Berlino, con l'aiuto di Stefan Schneider dei Kreidler e dei fratelli Robert e Ronald Lippok dei To Rococo Rot. I risultati positivi sembrano confermare il mito di una città che da decenni attrae tantissimi artisti in crisi in cerca di una svolta. I paesaggi urbani berlinesi, i palazzi in cemento della zona est, gli squat frequentati durante le pause di registrazione, il freddo e la neve dell'inverno continentale ispirano una band che ha sempre avuto una notevole dose di synth e sample in tutte le sue opere. Berlino, la patria dell'elettronica, fa da filtro minimalista asciugando quelle melodie al saccarosio e spruzzandoci sopra un po' di limone.
La produzione perde finalmente un po' di miele e non si scorgono più quei tastieroni incombenti a strozzare la voce della Cracknell. Come hanno detto loro stessi poi, registrare Sounds Of Water è stato come "lavorare in un forno, sottovuoto e senza vetri", una definizione azzeccatissima per descriverne l'umore.

Si può definire un lavoro quasi ambient, rarefatto fin da un titolo così suggestivo e da un'immagine di copertina che richiama l'immaginario della "elettronica tedesca". Freddo, asciutto e minimale, Sounds Of Water rivela qua e là strane e inaspettate sorprese, come "Boy Is Crying", con un ritmo a schiocco di dita quasi blues e un accattivante refrain pop che sembra uscita dai Garbage, o l'elegante "Heart Failed (In The Back Of A Taxi)", che usa una melodia tutto sommato orecchiabile, accostata però ad arrangiamenti più rarefatti. Il testo - stando a quanto dichiarato dal gruppo - allude a tutti i potenti che hanno deluso o tradito i sentimenti dei loro sostenitori, con una menzione particolare per il partito laburista di Tony Blair per il quale Bob Stanley (che un paio di anni prima aveva sostenuto la candidatura con fervore) si pure era offerto come dj durante l'ultima serata di campagna elettorale. Questi sono i Saint Etienne, pop, dance e elettronicad'autore, di facile ascolto ma sempre un po' sopra le righe. Una band che ci costringe tutte le volte ad andare a cercare dietro le apparenze.
L'apertura di "Late Morning" sembra quasi prendere ispirazione da Enya per la punteggiatura di archi sintetici che ne scandisce il ritmo, ma lascia presto il posto a un assolo di piano elettrico, come se fosse un brano di William Orbit. La pura chill out di "Aspects Of Lambert" lascia posto a "Downey, CA", un ritmo delicato al quale si aggiungono terse atmosfere parigine di una fisarmonica. Anche "Sycamore" funziona meglio usando una progressione di accordi di pianoforte e clavicembalo elettrico beatlesiana, ma con gusto e originalità, come non era successo su Good Humor.
Ritornano perfino gli archi popevocativi dei Sixties su "Don't Back Down", riproposti qui in versione minimale, e non è più una spensierata passeggiata in spiaggia a metà luglio, piuttosto un'introversa riflessione di inizio autunno. Basandosi su un semplice giro di chitarra acustica, la breve chiusura di "The Place At Dawn" evoca atmosfere quasi pastorali, forte delle sparute note di un clarinetto.
Il singolo estratto, "How We Used To Live", dura 9 minuti e non sarà neanche edito per assecondare il volere delle radio: si divide in tre movimenti con la parte più orecchiabile posta al centro, una scelta piuttosto azzardata dal punto di vista commerciale.
Servono diversi ascolti per entrare nel cuore di Sounds Of Water e l'uso delle cuffie è consigliato per apprezzare appieno il raffinatissimo lavoro di produzione. I tempi sono cambiati insomma e i Saint Etienne si sentono sicuri adesso di portare alle stampe un lavoro introverso e di non istantanea assimilazione. Personalmente credo che molto del merito sia dovuto all'abbattimento della barriera tra elettronica e mainstream che un altro artista come Moby aveva rischiato con il suo "Play" proprio pochi mesi prima. I detrattori del periodo diranno che questo disco suona un po' piatto e alle volte scivola in sottofondo, senza graffiare (la cosiddetta "musica da ascensori"), ma Sounds Of Water segna indubbiamente un notevole passo in avanti per una band che è riuscita a rimettersi sulla cresta dell'onda, aprendo la strada a Royksopp, Goldfrapp e a tutto il movimento elettronico del nuovo millennio che verrà.

Finisterre (Fino-in-terra)

Il 2002 vede il ritorno dei Saint Etienne con un nuovo lavoro di studio che tenta di coniugare la strada intrapresa in ambito sperimentale dal precedente Sounds Of Water con melodie nuovamente più accessibili. Si pesta più sull'acceleratore, basi techno e electro formano un impasto utilizzabile in qualsiasi dj set da spiaggia al tramonto con un (altro) cocktail tropicale alla mano, e i remix arriveranno a frotte. Brani come "New Thing", "Action", "Shower Scene" e l'omonima "Finisterre" sono un chiaro esempio della direzione verso la quale i Saint Etienne stanno nuovamente virando. Gli episodi più pop("Stop And Think It's Over") o sperimentali ("B92" forse la migliore) sono in netta minoranza.
Insomma, Finisterre riscende nuovamente di tono. Migliore certo degli ultimi episodi pre-Sounds Of Water, ma comunque sulla stessa scia commerciale e convenzionale. Ci si ritrova tra le mani un altro disco che potrebbe mettere molte delle sue canzoni sull'ultima uscita delle varie Hit Mania Dance. Il tutto perché la produzione patinata ma piuttosto semplice non fa che sminuire le melodie già di per sé un po' troppo zuccherose. Anche l'idea di rimettere dialoghi di film a inframezzare una canzone e l'altra come ai tempi d'oro di Foxbase Alpha e So Tough non funziona più, anzi distoglie semmai l'attenzione di chi vorrebbe un semplice disco da ballare in una festa in casa il sabato sera.
Eppure faned estimatori dei Saint Etienne aumentano sempre più: per gli amanti della dance rimangono un pilastro indistruttibile e Finisterre ne conferma ulteriormente il valore.

Tales from Islington

Saint EtienneSpendiamo allora due parole in più anche per quello che, ad oggi, è il penultimo lavoro in studio, Tales From Turnpike House, altro ambizioso progetto che i Saint Etienne mandano alle stampe nel 2005. Si tratta infatti di un concept-album come ai tempi di Tiger Bay, questa volta basato però sulla vita all'interno di un blocco di case popolari nel quartiere di Islington (centro-est di Londra). Islington è stato di recente votato come il quartiere col più marcato divario sociale dell'intera Inghilterra. I prezzi da capogiro delle belle case di mattoni a schiera sui viali alberati di era georgiana e vittoriana sono in netto contrasto con i palazzoni in cemento armato eretti negli anni 70 e 80 per ospitare i residenti meno abbienti. Tony Blair e l'attuale sindaco di Londra, Boris Johnson, vivono entrambi a Islington in due belle palazzine d'epoca ristrutturate, a pochissimi passi dal degrado sociale che contraddistingue sorprendentemente ancora oggi le strade limitrofe. La Turnpike House si trova proprio nel mezzo di questa guerra, posta in una zona oggi molto desiderabile da investitori in preda alla speculazione edilizia. Progresso immobiliare inarrestabile di una metropoli contro la società impoverita dipendente dall'assegno mensile di sostegno del governo: Islington può essere visto oggi ancora più che nel 2005 come una spina nel fianco nella big society di David Cameron, e questo Tales From Turnpike House avrebbe il potenziale di lasciare un segno indelebile. I Saint Etienne, poi, colti londinesi che nella loro carriera hanno anche messo le mani nel mondo di film indipendenti, documentari e giornalismo, sono più che qualificati per il progetto.
In almeno un paio di canzoni li affiancano gli Xenomania (ovvero, Brian Higgins e Miranda Cooper), un duo di autori/produttori di popda classifica tra i più richiesti al mondo (in concorrenza con Will.i.am dei Black Eyed Peas) per la loro abilità nel mandare al numero 1 in classifica qualunque cosa scrivano. Mostri sacri del poppiù commerciale del pianeta, insomma, che hanno fatto la fortuna delle famosissime Girls Aloud (scrivendo di sana pianta tutti i loro album) oltre che di Cher, di entrambe le sorelle Minogue, Sugababes e via discorrendo.
Ma Tales... rimane così, in bilico tra episodi buoni e altri meno buoni, senza infamia e senza lode. Si salva giusto perché supportato da un'idea piuttosto nobile come è stato il caso di Tiger Bay. C'è un notevole sviluppo nel suono, si arriva ad atmosfere quasi lo-fi che non stonano nel contesto e sembrano artigianalmente registrate in casa come su Foxbase Alpha. L'apertura di "Sun In My Morning" sembra voler riprendere il discorso di "Mario's Cafe" (da So Tough) e aggiunge un coretto alla Beach Boys e le note di un flauto come non se ne sentivano dai tempi degli esordi. Gli episodi dance più commerciali di "Stars Above Us" e "Lightning Strikes Twice" (guarda caso proprio quelli a firma Xenomania) sono invece piuttosto fiacchi e dolciastri, seppur impreziositi dalla voce della Cracknell. "Teenage Winter", invece, ha un bel testo, quasi recitato più che cantato dalla Cracknell con il suo forte accento, anche se ritornello e arrangiamenti non sono proprio memorabili. "A Good Thing" (che verrà inclusa da Pedro Almodovar come colonna sonora di "Volver") ci fa anche battere il piedino a ritmo e magari immaginarci alla guida di una decappottabile sulle strade della Costa Brava.
Il singolo "Side Streets" almeno offre un piccolo episodio jazzy tanto piacevole quanto innocuo, colonna sonora per una tazza di caffè nel tardo pomeriggio. Il bozzetto sperimentale di clavicembalo elettrico "Birdman Of EC1" fa il verso ai migliori episodi di Places To Visit ma qui appare inevitabilmente fuori contesto.
Quello che veramente manca è quel ruggito urbano londinese che aveva esaltato le prime prove. Un concept del genere aveva tutte le carte in regola per tornare a graffiare con ironia e acutezza, come i Saint Etienne avevano saputo fare in passato. Ma, anche se l'intelligenza dei testi supera quella di gran parte delle band pop del decennio, l'esito complessivo del disco è debole, per via di un sound che appare ormai svaporato e privo di quelle geniali intuizioni che l'avevano reso unico.

"Parole e musica dei Saint Etienne"

I Saint Etienne si prendono una lunga pausa, interrotta da una ricca, doppia antologia intitolata London Conversations (pubblicata anche in un'edizione corredata da un dvd con quasi tutti i loro videoclip e il brano inedito "Method Of Modern Love"). Cosa aspettarsi dal ritorno? Un nuovo cambio di tendenza o una collaborazione con qualche nome di grido completamente fuori luogo? Difficile dirlo, visto che i Saint Etienne viaggiano sempre fuori da ogni regola.
Del resto c'è sempre quella dichiarazione di Bob Stanley rilasciata durante il periodo di Sound Of Water a lasciare basiti tuttora: "(...) avrei preferito inserirci un paio di canzoni più commerciali, ma al tempo stavamo facendo un disco senza le classifiche in mente, del resto sapevamo di non poter competere con Billie (Piper, ndr) o le B*witched". Le B*witched? Gli autori di un disco di culto come Foxbase Alpha si sentono in competizione con una girl band da tormentone estivo dove canta la sorella di uno dei Boyzone? Sarebbe come se Aretha Franklin negli anni 90 si fosse data al trip-hop per non sostenere il confronto con Shola Ama...

Nel 2012 il trio torna a rassicurare il proprio pubblico con un nuovo lavoro, Words And Music By Saint Etienne (titolo "imposto" dall'amico Lawrence Hayward, ex-Felt). Il motivo del comeback è semplice: l'amore sacro per la Musica, quella forma d'arte che accompagna, emoziona, intrattiene, innamora e punteggia sottilmente l'andamento delle nostre vite tanto da diventarne parte integrante. Non è quindi casuale la scelta del primo singolo, "Tonight", che racconta di quell'incontenibile sentimento di gioia ed eccitazione che si prova nel mentre in cui ci si sta preparando per andare a vedere il concerto del nostro artista preferito, un sentimento certo noto a molti di noi. I Saint Etienne, visionari del passato, hanno smesso di spingere barriere, preferendo piuttosto andare a ritroso a rileggere le proprie radici con quella solita eleganza di cui ormai fanno scuola.
Il disco è quindi una summa di tutto il loro lavoro, una rivisitazione che risulta, per forza di cose, ricca di autocelebrazioni, ma pur sempre fresca, garbata e decisamente "umile" come è sempre stato il loro stile.
Un altro lampante esempio del fattore nostalgia è posto proprio in apertura del disco; si tratta dello spoken word "Over The Border", nel quale Sarah ci racconta le autobiografiche storie delle sue memorie musicali: impossibile non trovare, tra le parole di "Over The Border", almeno uno spunto che ci riporti al nostro spaccato di vita, ai nostri dischi del cuore e le memorie ad essi connesse. Anche "Heading For The Fair", con quel primaverile scalpitante ritmo di piano elettrico, guarda indietro nel tempo, più precisamente nel loro caso al 1998 e il periodo svedese di Good Humor, mentre la nostalgica "When I Was Seventeen" sembra scritta da ascoltarsi sul ponte di uno yacht all'ora dell'aperitivo. Che dire poi della frivola e pimpante "Popular" se non che sfoggia un vero ritornello da manuale? Artigiani sì, ma dei più raffinati.
Non manca nemmeno il consueto appuntamento con il "pop perfetto", sia Abba o Beach Boys, al quale i Saint Etienne si presentano in chiusura del disco con l'ottima "Haunted Jukebox". I brani migliori pure non si fanno attendere: primo fra tutti "Answer Song", una luccicante folata di synth freschi come vento d'estate preso in viso mentre si corre tra le strade di campagna su un vespino 50, seguito a ruota dalla pacata "I Threw It All Away", una delizia di quasi-folk semiacustico come non si sentiva dai tempi di Tiger Bay dell'ormai lontanissimo 1994. Molto riuscita anche la più introversa "Last Days Of Disco", decisamente più chill out che disco, nonostante il titolo, grazie a quell'impalpabile luccichio di produzione elettrica rarefatta-il-giusto che ne fa un pezzo che non sarebbe sfigurato su Sound Of Water. "I've Got Your Music" scorre carina ma decisamente anonima, mentre "Dj" ci riporta a certi episodi dance di fine '90/inizi anni '00 (quando si andava a ballare con la felpa della Diesel e le New Balance grigio-blu ai piedi). Anche l'intermezzo vocale di "Record Doctor" non ha niente a che vedere con quelli spassosissimi che animavano So Tough nel 1993.

Insomma, i Saint Etienne continuano a fare i Saint Etienne, guardandosi indietro con nostalgia e andando a rispolverare le (solite) influenze del cuore, e "Words And Music By Saint Etienne" sembra escogitato apposta per catalogarle tutte. Niente di nuovo sotto il sole, ma comunque un ritorno sulla lunga distanza che si conferma decisamente più valido rispetto agli ultimi due lavori di studio. Resta alla band il titolo ad honorem di paladini dell'alt-dance, e forse è meglio tenerceli così, a spippolare sui loro sintetizzatori al sicuro negli studi di Brian Higgins, piuttosto che sentirli ammiccare alle tendenze che animano le classifiche di oggi, quali il tamarrissimo Guetta-sound, gli incesti tra eurodance e r'n'b e i drops di Skrillex, dove del resto questi tre attempati londinesi annegherebbero subito.

Nel 2015 è Sarah Cracknell da sola a prendere le redini. Comodamente registrato nel fienile in fondo al giardino di casa nei dintorni dell'Oxfordshire insieme a Carwyn Ellis (polistrumentista dei Colorama), Red Kite (2015) è un disco che trasuda dolcezze pastorali e maliconie da brughiera con la nebbia di primo mattino in dissolvenza, e inverte la rotta verso un ritorno alle origini. Se infatti il debutto solista di Sarah Lipslide, risalente ormai al lontano 1997, giocava con lo stesso techno-pop tanto amato dai colleghi Wiggs & Stanley (erano gli anni di "He's On The Phone" e delle frequentazioni con Etienne Daho), Red Kite compie una deliziosa capriola all'indietro, verso i motivi acustici dell'indie-pop d'autore e di certe atmosfere sixties che rifuggono ogni accenno di elettronica.

Non sarà nulla di nuovo, dunque, ma è impossibile rimanere indifferenti mentre passano in rassegna i dolci coretti sorretti dal mélange di chitarre di "Nothing Left To Talk About", impreziosito dal curioso cameo alla seconda voce di Nicky Wire, solitamente bassista dei Manic Street Preachers. Accenni di baroque-pop ("In The Dark"), giostrine agrodolci ("Hearts Are For Breaking", "It's Never Too Late"), umbratile malinconia sotto una traccia d'archi ("The Mutineer"), un momento cinematico da spy movie con chitarra elettrica sfrigolante ("I'm Not Your Enemy"), accenni di chanson ("I Close My Eyes"), armonie semplicemente sopraffine ("Take The Silver"), e una ninna nanna abbozzata sul finale ("Favourite Chair"), completano un quadretto che potrebbe rincuorare persino i fan dei Belle And Sebastian rimasti delusi dalla recente svolta electro.

Red Kite è indubbiamente un disco di settore, destinato agli amanti del genere, ai nostalgici degli anni 60 e ai seguaci del circolino Heavenly/Cherry Red/Sarah Records e surrogati. Ma il songwriting, la cura dei testi e gli arrangiamenti ne fanno un album che, senza clamori, rimarrà indubbiamente a lungo nei cuori degli ascoltatori più sensibili. Dicono che la classe non è acqua; Sarah Cracknell di classe continua ad averne in abbondanza.

2017: Brexit & dintorni

Ormai lo sanno anche i sassi: nel giugno 2016 il popolo inglese ha espresso il desiderio di uscire dall'Unione Europea. Una situazione senza precedenti, che sta inevitabilmente rimettendo in discussione l'intero equilibrio del Vecchio Continente. Ancora le manovre non sono manco iniziate, ma già l'ultimo anno di politica interna inglese è stato un battibecco continuo sul futuro economico e istituzionale di un Regno che, chissà, forse presto cesserà pure di esistere. Del resto, le divisioni socio/culturali all'interno dell'isola sono apparse nero su bianco come mai prima d'ora, esasperate da una parte da beceri nazionalismi e dall'altra dalle grida d'orrore della middle class. Il nocciolo della questione appare come riflesso allo specchio soprattutto nel caso di Londra contro il resto della nazione; la bolla metropolitana della capitale viaggia da sempre alla velocità della luce, con i suoi spietati contrasti economici e le sue enormi ricchezze multi-culturali, ma nel suo incessante e - va detto - un po' egoista progredire, non è riuscita a captare i sentimenti del resto della nazione, e il risultato del referendum è stato uno shock.

Come si può rimettere in prospettiva un sentimento di appartenenza orgogliosamente British senza, con questo, vedersi associare al becero populismo di certe masse o alle coltellate nel buio che i Tories continuano a tirare in vista del referendum nazionale dell'8 giugno?
Risposta univoca ovviamente non c'è, ma la voce dei Saint Etienne sembra arrivare proprio al momento giusto, manco l'avessero fatto apposta. Assieme a gente come Jarvis Cocker e Lawrence Hayward, gli Etienne rappresentano da sempre la quintessanza di una pura anima British, celebrata nei loro progetti tramite i più reconditi rimandi culturali (avete mai dato un occhio al certosino lavoro di recupero attuato da Bob Stanley tramite la Croydon Municipal?), ma sono anche fervidi urbanites londinesi con gli occhi voltati al resto del mondo - già musicalmente in Europa nei primi novanta di Tiger Bay, e poi in Svezia con Johannson e a Berlino coi fratelli Lippock, giusto per dirne un paio. Ed è proprio tramite quest'ambivalenza culturale che i Saint Etienne adesso celebrano un immaginario ponte tra la capitale inglese e le 11 contee di provincia che la circondano, le cosiddette home counties che danno il titolo al loro nono album di studio.

Davvero non si poteva essere più British di così: arraffoni di tutto e maestri della rielaborazione; si balla al ritmo di Cool Britannia e Swinging Sixties ("Magpie Eyes" e "Underneath The Apple Tree"), ma anche di sfiziosa disco-funk tramite la scalpitante linea di basso di "Dive", e soprattutto spicca una perla di canzone come "Take It All In", che traballa tra la colonna sonora di un film anni 70 stile "Amici Miei" e gli archi in evidenza rubati al vecchio Philly soul (ma ricordate pure il Lenny Kravitz di "It Ain't Over 'Til It's Over"?). C'è anche del puro e scintillante pop-rock in "Out Of My Mind", e tintarelle indie in aria dei Belle And Sebastian nella simpatica dolcezza di "Unopened Fan Mail" e "Something New", mentre "Heather" calza la mano su una nostalgica ma vagamente angosciosa base di synth. E quando l'atmosfera si fa pesante e le opinioni troppo accese scadono in ciaciara, tutti in fuga verso il sud della Spagna sulle note di "What Kind Of World", una teporosa traccia lounge-pop messa lì per farci evadere dai problemi di tutti i giorni.
Il cangiante ed elegante melodismo tipico del loro stile, insomma, è ancora una volta messo al servizio di un concept album sempre squisito per le orecchie, ma strutturato a più livelli di comprensione a seconda dell'attenzione posta alle liriche - come altro volete descrivere un pezzo che parla di riunioni di sindacati, datori di lavoro, femminismo e uguaglianza come "Train Drivers In Eyeliner"?

Ma Bob, Pete & Sarah riescono anche a ricreare acquerelli di folk-pop screziato da una sensibilità tutta electro; dapprima con l'introduzione barocca di "Whyteleafe" (nome di un villaggio del Surrey) e con lo scarno bozzetto di "After Hebden" (località di confine tra l'est di Londra e l'Essex), e poi sul finale ad effetto: gli oltre sette minuti di "Sweet Arcadia", uno spoken-word che presto si tramuta in un paesaggio ambient di brughiera poco prima del sorgere del sole, quando il chiarore della luce non ha ancora diradato la nebbia, e il misterioso strumentale di "Angel Of Woodhatch", che chiude il disco con una nota onirica.

Rispetto alla fuga verso il passato del precedente Words And Music, Home Counties completa quasi una sorta di trilogia nella carriera degli Etienne assieme all'urbanesimo di Finisterre e le storie di quartiere di Tales From Turnpike House, ma lo fa con una ritrovata grazia melodica e la capacità di non cadere mai nel retorico - indispensabili a tal proposito, ancora una volta, i vari intermezzi che popolano il disco, dall'introduzione radiofonica di "The Reunion" all'evocativo momento di folk industriale di "Breackneck Hill".
Cosa vuol dire, dunque, sentirsi inglesi in un momento così incerto e delicato per il futuro loro e nostro? I Saint Etienne - eterni maestri di calma e passione - ci rispondono con innato savoir faire e una punta di dolce eccentricità, come a volerci ricordare che, nonostante tutte le urla, le crociate e le brutture del passato recente, in Albione non ci stanno solo i perfidi.

Saint Etienne

Danze retrofuturiste

di Damiano Pandolfini

Due dj, produttori e giornalisti musicali amici d'infanzia uniscono i loro sogni nel cassetto per un progetto in comune nella Londra dei primissimi anni 90 e arruolano una bionda signora dalla voce di velluto. La lunga e variegata parabola dei Saint Etienne, colti ed eclettici maestri di un personalissimo stile che sa mescolare indie/dance, house e pop d'autore con strabiliante naturalezza
Saint Etienne
Discografia

Foxbase Alpha (Heavenly, 1991)

 

So Tough (Heavenly, 1993)

 

You Need A Mess Of Help To Stand Alone (antologia, Heavenly, 1993)

 

 Tiger Bay (Heavenly, 1994)

 

 Continental (antologia, Heavenly, 1997)

 

 Good Humor (Creation Records, 1998)

 

Sound Of Water (Mantra Recordings, 2000) 
 Smash The System: Singles And More (antologia, Heavenly, 2001)

 

 Finisterre (Mantra Recordings, 2002)

 

 Tales From Turnpike House (Sanctuary Records, 2005)

 

London Conversations - The Best Of Saint Etienne (antologia, Heavenly, 2009)

 

Words And Music By Saint Etienne (Heavenly, 2012)

 

 Home Counties (Heavenly, 2017)
 
   
 Sarah Cracknell
 
   
 Lipslide (Gut Records, 1997/Instinct Records 2000)
 
 Kelly's Locker (Ep, Instinct Records, 2000)
 
 Red Kite (Cherry Red, 2015) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

SAINT ETIENNE

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Essere inglesi nel 2017: la parola agli ineffabili e sempre eleganti Bob, Pete & Sarah

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Foxbase Alpha

(1991 - Heavenly)
L'esordio del trio inglese che fissò un nuovo standard di indie-dance dai mille colori

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