just want to be bothered with real love“
Dalla Svezia al mondo
La storia della band svedese inizia nel 2001 ed è la stessa antica storia di migliaia di altri gruppi: due amici di vecchia data, in questo caso Adam Olenius e Ted Malmros, si incontrano per un drink e decidono di fondare un nuovo gruppo insieme. Pochi giorni dopo si aggiunge loro Carl von Arbin, mentre Eric Edman, e Bebban Stenborg entreranno nel 2002, anno in cui viene registrato il primo Ep 100 Degrees, contenente quello che diventerà poi il nucleo principale del primo album: Howl Howl Gaff Gaff. Il disco viene pubblicato in Svezia nell’estate del 2003, stesso anno in cui vede la luce uno dei migliori lavori del pop svedese dello scorso decennio: “Lesser Matters” dei Radio Dept. Questo fattore non va però a incidere sull’accoglienza dell’album, meno etereo e più diretto rispetto all’esordio dei Radio Dept; ottiene infatti grande successo in patria: è l’inizio del viaggio che porterà la musica degli Shout Out Louds in quasi ogni angolo del globo. Perché questo accada si dovrà attendere ancora un po’ di tempo in realtà, infatti i cinque intraprendono un felice tour nazionale e pubblicano l’anno successivo un altro Ep Oh, Sweeatheart; alla fine del 2004 arriva la chiamata della Capitol Records, decisa a portare il gruppo oltreoceano. Così l’esordio “Howl Howl Gaff Gaff” viene ristampato, con modifiche in scaletta per quella che si rivela essere una raccolta di canzoni, su stessa ammissione della band, dei loro primi anni di attività; è sotto questa veste che li conosciamo anche in Italia.
Questo fattore agevola non poco la distribuzione del disco: ci troviamo di fronte a una potenziale collezione di singoli, frutto di anni di lavoro e selezionati proprio come il meglio della band. Scontato dire che l’album faccia centro immediatamente, perché gli Shout Out Louds offrono al pubblico una formula difficilmente non funzionante: canzoni tremendamente orecchiabili, che scatenano l’istinto di muoversi e scatenarsi sulla pista, piene di rimandi a produzioni precedenti, ma sempre con un tocco personale che li rende allo stesso tempo unici nel panorama indie pop. L’album si apre con una doppietta memorabile: la synth-etica e ritmata “The Comeback” e una più intima “Very Loud” che punta direttamente a far breccia nei sentimenti (“Little by little/ You’re gonna hear me cry/ Hear me cry why?”); da qui in avanti si naviga a vista, prendendo come riferimento uditivo alcune chitarre alla Strokes o alla Built To Spill (quelli di “Keep It Like A Secret”) e come riferimento per il cuore i ritmi e le rime di Stuart Murdoch e dei suoi Belle & Sebastian.
Da questo connubio di stili, nascono brani come “Please Please Please” o “100°”, gemme pop all’ascolto delle quali è praticamente impossibile restare impassibili o momenti toccanti (“Go Sadness”), tutti contradistinti dalla stessa alta qualità. Fra i riferimenti dichiarati anche i Cure, i cui echi si colgono chiaramente in “There’s Nothing”, dal riff di chitarra al cantato, mentre la parte conclusiva del disco verte verso sonorità più tendenti al rock: dalla ritmica quasi punk, sorretta da un handclapping frenetico e ossessivi suoni elettronici, di “Hurry Up Let’s Go”, passando per il più tradizionale indie-rock (“Shut Your Eyes”) per finire negli 8 minuti di “Seagull”, con il martellante incedere della canzone e dei suoi pochi circolari versi che sbattono con la dolcezza del flauto, lambendo marginalmente momenti psichedelici.
Disturbati dal vero amore
Così non inganni l’inizio uptempo (rispetto al resto dell’album) di “Tonight I Have To Leave It”, primo singolo e uno dei pochi punti di contatto con “Howl Howl Gaff Gaff”: nel giro di poche canzoni, ci si ritroverà immersi nell’atmosfera cupa del disco. Smaltito il “mal di testa” sul divano dei genitori (“Parents Livingroom”), in “You Are Dreaming” emerge tutta la delusione provata e l’incapacità di perdonare: è come se l’ottimismo degli esordi sia scomparso di colpo, lasciano i protagonisti senza speranza apparente. Il cantato di Olenius assume ancor di più i connotati di un Robert Smith nordico, mentre guadagnano un ruolo più importante le parti vocali di Bebban Stenborg, protagonista principale nella soffice ballata “Blue Headlights” e in generale più presente nel disco. Il secondo singolo nemmeno prova a mascherare questa tela di malinconia, tessuta abilmente dalla produzione di Björn Yttling, in cui ormai ci si trova impigliati; i sei minuti di “Impossibile” ci raccontano nuovamente di un amore ormai andato, “I don’t want to feel like it’s an end of a summer” canta Olenius. Ed è proprio come se fosse finita l’estate per gli Shout Out Louds: nemmeno i pochi episodi sopra le righe, come l’handclapping su “Normandie”, riescono a riportare la solarità.
Il viaggio, tema ricorrente in più episodi, assume sempre il connotato di fuga da qualcuno o qualcosa, sia che ad andarsene sia Olenius, sempre in “Normandie” o come in “You Are Dreaming” che ci si allonatani da lui. “Our Ill Wills”, a differenza del precedente, è molto più omogeneo e curato, i suoni sono puliti e risulta chiaro come sia sviluppato sopra un’idea compositiva ben precisa; se “Howl Howl Gaff Gaff” è un raccoglitore di canzoni nate con diverse modalità e tempistiche, il sophomore album degli Shout Out Louds mette bene a fuoco un periodo preciso della loro carriera e della loro vita personale.
Quello che sono, che ero e che sempre sarò
Accantonati i synth, le canzoni si sviluppano attorno a linee di piano o chitarra, con la voce di Olenius ripulita rispeto all’urgente graffiare di “Howl Howl Gaff Gaff” o all’angoscia di “Our Ill Wills”. Si può indubbiamente definire come il lavoro più maturo del gruppo, che raggiunge quel grado di coesione nei brani che mancava nei dischi precedenti; maturità artistica e rinascita umana per il gruppo, dopo il pessimismo del secondo disco. Tutto questo traspare anche dai testi, dove si evince la voglia di sollevare il capo dopo i momenti bui, con una chiara presa di coscienza sul proprio essere, a volte esibita usando l’arma dell’ironia (“1999”), altre volte più direttamente: “Cause if you think I’m slowing down/ No, I’m not slowin’ down” da “Throwing Stones”. A differenza dei suoi predecessori, “Work” è un grower: entra sottopelle pian piano, pur non mancando di ritmiche catchy, conquistando con il fascino della semplicità: la traccia più significati sotto questo aspetto è “The Candle Burned Out”, lento crescendo psych pronto a esplodere nel finale.
Nonostante alcune chiare influenze, sia di vecchia data come i Cure (chissà se si affrancheranno mai da questa cosa?) in “Fall Hard”, che nuove come la folkeggiante “Throwinig Stones”, il terzo capitolo della storia degli Shout Out Louds è il più personale, a livello sonoro, del gruppo; epigolo felice di un’ipotetica trilogia che li ha visti crescere sia come musicisti, che come persone.
Una nuova decade in full color
Il tempo è un concetto relativo lo sappiamo: “Dieci anni è un periodo di tempo molto lungo quando si è giovani”. Sono queste le parole con cui Bebban Stenborg commenta gli anni trascorsi dall’inizio della loro avventura nata in Svezia e che li ha portati a calcare i palchi di mezzo mondo. Una band che doveva chiamarsi Luca Brasi, proprio come il personaggio del Padrino di Francis Ford Coppola, ma che dovette cambiare nome perché già esisteva un gruppo così battezzato (per fortuna, ci sentiamo di dire). Gli Shout Out Louds concludono il tour di “Work” a ottobre 2011, dopodiché spariscono dalla circolazione: si chiudono in studio per lavorare, a casa loro in Svezia. Per la prima volta in assoluto, la composizione dei nuovi brani avviene in maniera corale, fondendo la scrittura di Olenius con quella della Stenborg; anche la produzione sarà a totale appannaggio del gruppo, con la voglia dichiarata di voler soddisfare principalmente sé stessi.
Optica nasce sulla base di due componenti fondamentali: tempo e luce (intesa come elemento naturale). Il significato assunto da quest’ultima per uno scandinavo è difficilmente comprensibile per chi non abita in quei luoghi ed è strettamente correlato all’idea di tempo. Nei mesi bui infatti, la mancanza di luce snatura le percezioni umane, facendo perdere la concezione del tempo basata sulla semplice osservazione di fenomeni naturali come il sorgere e il calar del sole. Si fa affidamente solo sulle percezioni fisiche (il sonno, la fame) oltre che sull’ovvio supporto tecnologico: è per questo che il ritorno della luce è atteso da tutti con grande impazienza. Il ritorno della luce permette ai nordici di riappropriarsi anche dello scorrere del tempo, riconducendoli verso un’esistenza più “umana”.
Il 2013 sarà un anno di celebrazioni per gli Shout Out Louds: dieci anni di carriera sono un traguardo di tutto rispetto, trascorsi all’insegna della genuinità e della coerenza, durante i quali si sono guadagnati la stima quasi incondizionata di chi, seguendoli dagli esordi, ne ha potuto osservare il cammino fino al raggiungimento della maturità. “Optica” non sarà il loro lavoro migliore, ma ha il pregio di traghettarli indenni verso una nuova decade di musica, mettendo la band in condizione, citando nuovamente Bebban Stenborg, “di affrontare tutto ciò che ci attende là fuori, nella luce, in full color”.
| Album | ||
| Howl Howl Gaff Gaff (Capitol, 2005) | 7.5 | |
| Our Ill Wills (Merge, 2007) | 6.5 | |
| Work (Merge, 2009) | 7 | |
| Optica (Merge, 2013) | 6 | |
| Ep | ||
| 100 Degrees (Bud Fox, 2002) | 7 | |
| Oh, Sweetheart (Bud Fox, 2004) | 7 | |
| Combines (Capitol, 2006) | 5.5 |