Super Furry Animals

Super Furry Animals

L'eresia gallese del pop superpeloso

di Stefano Bartolotta

Attivi da quasi vent’anni, i Super Furry Animals sono riusciti a definire un linguaggio pop del tutto peculiare e riconoscibile. Tra riferimenti incrociati, creatività sfrenata e ironia dissacrante. Ripercorriamo la carriera del quintetto gallese, cercando di individuare le varie tappe attraverso le quali si è concretizzata la loro visione della pop music
Ci sono diversi modi per una band di approcciarsi a un movimento musicale di successo. Ci si può appoggiare ai cliché di quello stile, ed essere quindi portatori di una proposta senza personalità ma che probabilmente piacerà agli amanti del genere; oppure si può rielaborarli secondo una propria chiave interpretativa, e si avrà quindi un risultato artisticamente valido e peculiare; infine, si può usare i suddetti cliché come un punto di partenza, dal quale sviluppare una personalità propria, in modo da acquisire una posizione di assoluta rilevanza all'interno del panorama all'interno del quale si è scelto di agire. Così hanno fatto i gallesi Super Furry Animals: giunti al primo lavoro sulla lunga distanza nel 1996, anno nel quale il britpop dominava le scene in tutto il Regno Unito, si sono inseriti in questo filone mostrando già da subito alcune caratteristiche che li rendevano riconoscibili, e negli anni successivi, dal 1997 fino al 2001, hanno saputo portare a compimento la concretizzazione di uno stile tutto loro, sfruttando, per di più, un'ispirazione compositiva fervida e brillante. La band è viva e vegeta ancora oggi, e anche successivamente al proprio momento d'oro è stata quasi sempre in grado di proporre lavori che si ascoltano più che piacevolmente.
Ma procediamo con ordine.

Il gruppo si forma nei primi anni Novanta, quando Gruff Rhys (voce e chitarra), Dafydd Ieuan (batteria) e Guto Pryce (basso) decidono di fare qualcosa di diverso rispetto a quanto avevano suonato fino a quel momento, ovvero musica techno. Arrivano Huw Bunford (chitarra) e Cian Ciaran (tastiere) e la band si accasa nel 1995 presso l'etichetta indipendente Ankst.

In quel periodo il Parlamento inglese approva il Welsh Language Act, che fornirà un impulso cruciale alla rivalutazione del patrimonio culturale gallese. In campo musicale, gli alfieri del welsh-pop sono band come Manic Street Preachers, Catatonia, Gorky's Zygotic Mynci.
Il primo Ep dei Super Furry Animals è orgogliosamente in lingua gallese, ma già con il secondo il quintetto decide di rendere la propria proposta più accessibile e passa all'inglese. A fine 1995, si concretizza l'evento che nell'immaginario collettivo corrisponde alla realizzazione di un sogno per un gruppo indipendente, ovvero l'essere notati in occasione di un proprio concerto dall'etichetta più importante sulla piazza e ricevere di conseguenza la proposta di un contratto discografico: così avviene nientemeno che con Alan McGee, boss della Creation.

Ormai la strada per la realizzazione e la pubblicazione del disco di debutto è spianata, infatti già nel 1996 esce nei negozi Fuzzy Logic.
In un periodo in cui il britpop è il movimento dominante nel Regno Unito musicale, sia indipendente che mainstream, i Super Furry Animals non fanno nulla per sottrarsi alla sua influenza. Nel disco, infatti, affiorano molte delle caratteristiche peculiari della scena, dal punto di vista sia dello stile che dello spirito. Per quanto riguarda il primo aspetto, emerge una struttura dei brani legata alla forma-canzone tradizionale e alla centralità del ruolo della melodia, un'alternanza tra episodi ritmati e ballate, una sostanziale solarità del suono, con l'utilizzo di tastiere per renderlo ancor più user friendly, un'impostazione del modo di suonare la chitarra sempre incisiva e guizzante, anche quando si abbassano ritmo e intensità. Relativamente al mood, invece, è chiaramente percepibile quell'attitudine scanzonata e disincantata e quella presenza costante di vibrazioni positive, anche qui indipendentemente dal tasso di energia proprio di ogni brano, che sono alla base della nascita del movimento stesso.
Come si diceva sopra, però, la forza di questo disco non sta nella capacità di riproporre caratteristiche che erano ormai facilmente riscontrabili in molte altre band, quanto piuttosto nel saper unire a esse altri aspetti peculiari. Va menzionato innanzitutto lo stile melodico, che trova subito un equilibrio particolare tra immediatezza e sfuggevolezza: tranne rari casi, difficilmente si riesce a cantare una di queste canzoni dopo pochissimi ascolti, ma ciononostante l'ossatura dei brani è in grado di coinvolgere subito l'ascoltatore e di tenere alta la sua attenzione, e di farlo con continuità, spingendo a riascoltare i brani per assimilare al meglio le melodie. C'è poi il carattere lo-fi del suono, lontano dalla pulizia che si riscontrava normalmente nel britpop: prima si parlava di solarità, che non significa pulizia, anzi uno dei punti di forza di Fuzzy Logic è proprio la capacità di far sì che il suono risulti solare ma che, al contempo, il suo tasso di ruvidezza sia tutt'altro che trascurabile, sia nei singoli elementi, che nell'amalgama tra essi, poco sviluppato dal punto di vista formale eppure in grado di dare una forte impressione di genuinità al risultato complessivo.
Impossibile, poi, non citare il caratteristico timbro vocale di Gruff Rhys, fortemente nasale quando invece sembrava quasi un imperativo una tonalità di voce il più aperta possibile, e comunque perfetto per dare più efficacia alla parte compositiva e sonora così come sono state descritte.
Infine, lo sviluppo delle canzoni stesse, lineare - come detto - ma quasi mai scontato, con passaggi tra strofe e ritornelli che ai primi ascolti potrebbero apparire troppo bruschi ma che in realtà riescono a dare il giusto tocco di imprevedibilità senza che nulla sia realmente slegato, e con saliscendi di intensità sonora sempre intriganti.
L'iniziale "God! Show Me Magic" mostra già molte di queste caratteristiche: si parte con un giro di chitarra che punta più sull'incisività che non sulla melodia, e l'andamento del brano vede un maggiore sviluppo della strofa che non del ritornello, il quale non fa altro che ripetere il titolo, sfruttando ora una coralità piuttosto accentuata e ora invece un gioco di voci. Il lato più vicino alla forma canzone classica è invece ben rappresentato dalla solare "Something For The Weekend", nella quale il suono è più pulito, il ritmo maggiormente regolare e incalzante e la melodia del ritornello è aperta e facilmente assimilabile. Nell'economia del disco sono importanti anche ballate come "Hometown Unicorn", che sfrutta perfettamente lo stile melodico e sonoro descritto in linea generale e un aumento sia della potenza del suono che dell'apertura melodica tra strofa e ritornello, tanto improvviso quanto azzeccato.

Fuzzy Logic
è quindi un lavoro senz'altro buono, e oltretutto è importante perché contiene il germe di ciò che i Super Furry Animals riusciranno a diventare solo a partire dall'anno seguente, ovvero uno degli esempi più convincenti di cosa significhi avere audacia e personalità in ambito pop.

Super Furry AnimalsCi vuole soltanto un anno perché venga pubblicato Radiator, il primo, e forse il più luminoso, tra gli esempi di un'acquisizione, da parte della band, di una personalità forte, definita e facilmente distinguibile da tutto ciò che musicalmente stava girando in quel momento.
Certo, non si può dire che i Super Furry Animals fossero gli unici a essersi lanciati in una ricerca sonora basata sulle contaminazioni fra il triangolo chitarra-basso-batteria e una strumentazione sintetica: basti solo pensare che nello stesso periodo di Radiator uscivano "Ok Computer" dei Radiohead, "Vanishing Point" dei Primal Scream e financo "The Fat Of The Land" dei Prodigy, ma è evidente che questi tre celebrati titoli nulla hanno a che fare con Radiator, se escludiamo quanto appena detto. In modo diverso, infatti, essi sono caratterizzati dall'utilizzo di un tessuto sonoro ricco, cangiante e, appunto, contaminato tra elettricità ed elettronica, allo scopo di dare sensazioni estreme all'ascoltatore, che si tratti di rabbia, o di depressione, o di straniamento, c'è sempre uno stato d'animo disturbato come concretizzazione delle idee sottese ai singoli brani e anche ai dischi come concept. La forza di Radiator è quella di spingersi con la sperimentazione, ma mantenendo sempre i confini di essa all'interno di un contesto pop puro, quindi senza mai rinunciare a melodia, leggerezza, disincanto, elementi per i quali viene molto più facile immaginare una costruzione sonora più semplice e omogenea, invece del castello di elementi che contraddistingue questo disco.
Ciò che colpisce, poi, è che non è il pop a mettersi al servizio della sperimentazione, ma è esattamente il contrario: Radiator dimostra incontrovertibilmente che è possibile creare girotondi e sovrapposizioni dal punto di vista sia ritmico, che sonoro, che di songwriting, mantenendo un'incontaminata natura pop.
L'ampiezza del ventaglio proprio del disco, da qualunque prospettiva di quelle appena citate lo si voglia osservare, è impressionante e francamente difficile da descrivere. Un brano come "The Placid Casual", posto immediatamente dopo la breve introduzione strumentale, dà già l'idea del tasso di fantasia che pervade l'opera in modo costante: si tratta di una canzone dal suono estremamente liquido, che sembra una corrente che fluisce con altre che si inseriscono e poi si allontanano; l'intonazione vocale di Rhys riesce ad adattarsi perfettamente a questa particolare conformazione, dando un contributo decisivo alla resa complessiva del brano. Subito dopo troviamo "The International Language Of Screaming", più spigolosa e squadrata, e dall'andamento più regolare e quasi marziale, nella quale torna l'importanza dei giochi di voci e della coralità che caratterizzava "God! Show Me Magic". A questi due brani così diversi tra loro ne segue un altro di un'ulteriore tipologia: "Demons", infatti, è una ballata in piena regola, il cui aspetto strettamente compositivo è aderente alla forma-canzone classica e il cui suono si basa su un continuo saliscendi di intensità e su un ventaglio di arrangiamenti ampio e cangiante.
Leggere di tre canzoni così diverse messe una in fila all'altra potrebbe dare l'idea di un lavoro slegato, invece tutte le tracce sono legate da una coerenza stilistica invidiabile. Certo, la varietà è un elemento dominante all'interno dell'opera: in alcuni episodi prevale l'elettricità mentre in altri, più numerosi, l'elettronica ha un ruolo più rilevante; anche le differenze in termini di songwriting sono più accentuate, con la struttura e lo sviluppo melodici di ogni canzone che ogni volta ha sempre qualcosa di proprio rispetto a tutti gli altri brani, senza che per questo il disco manchi di un filo logico e di coerenza stilistica globale. Il bello è che poi ogni singolo elemento, voce compresa, ha un ruolo, sia per la creazione delle diverse armonie sonore che per la materializzazione delle idee melodiche: nulla è superfluo e tutto è polivalente, insomma.
Importante, poi, non farsi passare di mente gli elementi che iniziavano a definire la personalità del gruppo citati a proposito del primo disco: essi, infatti, tornano tutti anche qui, e tutto ciò che è stato detto a proposito di Radiator va ad aggiungersi ai punti di forza di Fuzzy Logic e non a sostituirli.
Radiator rappresenta quindi non solo un importante salto di qualità rispetto al già buon debutto, ma ha il merito di porre direttamente i Super Furry Animals tra i gruppi portatori di un linguaggio musicale proprio, una merce che, sul finire degli anni Novanta, stava diventando sempre più rara.

Nell'attesa del terzo disco, Guerrilla, a novembre del 1998 viene pubblicato Out Spaced, raccolta di registrazioni contenute in Ep già usciti tra il 1995 ed il 1996. Il brano di gran lunga più noto è "The Man Don't Give A Fuck", che può essere considerato una sorta di anticipazione, estremamente accattivante, di quanto la band mostrerà in Radiator e nei dischi successivi. La canzone è ancora oggi tra le più amate dai fan e dal gruppo stesso, che la utilizza immancabilmente per chiudere i propri concerti, e gode di notevole appeal e di una buona qualità complessiva. Il resto dei pezzi ha l'aria di essere un vero e proprio terreno di sperimentazione, sul quale la band abbozza e sviluppa le idee: l'ascolto di queste canzoni, comunque, non è affatto superfluo, intanto perché non si scende mai sotto un livello quantomeno godibile e poi perché le canzoni stesse rappresentano un interessante documento su come già agli inizi della carriera fosse in atto un germoglio di tutti gli elementi grazie ai quali i Super Furry Animals sono riusciti a definire un proprio linguaggio pop.

Ed eccolo, Guerrilla, il secondo dei tre capolavori firmati dalla band gallese. Siamo nel 1999, un periodo in cui sembra che per destare quanta più attenzione possibile sia obbligatorio proporre qualcosa che si rifaccia a "Ok Computer". Nulla di più lontano dalle intenzioni di Gruff Rhys e soci, che proseguono imperterriti con il loro lavoro di ricerca sonora e direi anche filologica. Già, perché l'operazione che caratterizza questo disco è proprio l'analisi di linguaggi musicali diversi da quello del pop in senso stretto, ma contigui ad esso, in modo da filtrare i suddetti linguaggi con la personale visione che il gruppo ha ormai acquisito.
In realtà il disco inizia con un brano piuttosto canonico, ovvero il singolo "Do Or Die": suono sporco ma solare, vicinanza alla forma-canzone tradizionale e grande dinamismo dal punto di vista vocale. Dopo, è una vera e propria giostra di influenze diverse: "Northern Lites" ha una delle melodie più aperte di tutto il repertorio della band e anche il suono è particolarmente pulito, ma ciò che la differenzia da una normale canzone indie-pop è la massiccia presenza di fiati e percussioni all'insegna di esotismi caraibici; "Wherever I Lay My Phone (That's My Home)" è invece difficilmente inquadrabile in qualunque tipo di schema, con le sue pulsioni hip-hop mescolate ad avanguardie drum'n'bass, con un ritmo e uno sviluppo talmente schizofrenici da far girare la testa; "The Door To This House Remains Open", infine, strizza l'occhio alla jungle ma paradossalmente risulta più regolare e facile da seguire, segno di come appunto i Nostri non si siano lasciati trascinare dai canoni propri dei vari linguaggi musicali scelti.
Tutto convive con mirabile armonia in queste 14 tracce, e questo equilibrio difficilmente immaginabile in astratto viene ottenuto proprio perché, ancora una volta, il gruppo non mette la propria natura al servizio di questa voglia di ampliare gli orizzonti, ma fa sì che il proprio modo di essere abbia sempre il ruolo centrale, così che l'aumento delle influenze rappresenti un vero arricchimento, e non un affastellarsi senza costrutto di nuovi elementi. Non manca quindi niente di quanto la band ci aveva proposto finora, sia in termini stilistici che di qualità, e le importanti novità sopra elencate riescono nel difficile intento di non essere delle semplici aggiunte, ma di rappresentare delle vere e proprie compenetrazioni di un pastiche che ogni volta si arricchisce e che, al contempo, riesce a risultare sempre meglio bilanciato.

Il fermento creativo della band è tale che, durante la realizzazione di Guerrilla, vengono registrate altre canzoni dallo stile totalmente diverso: si tratta di brani, infatti, dall'impostazione squisitamente lo-fi sia nel suono che nella composizione, e soprattutto cantati in lingua gallese, scelta che renderà i Super Furry Animals dei veri e propri eroi nella loro terra d'origine. Il gruppo decide che queste canzoni debbano essere raccolte in un vero e proprio album, e fa una proposta in questo senso alla Creation. L'etichetta di Alan McGee, però, rifiuta, compromettendo così il rapporto con la band, che comunque, non si perde d'animo e, pur di pubblicare il lavoro, fonda una propria etichetta, chiamandola "Placid Casual" (il titolo di una delle canzoni di Radiator).

Mwng
(che significa "nitrito") esce nel 2000 e diventerà il disco in lingua gallese più venduto della storia, arrivando a sfiorare la Top 10 in Gran Bretagna. Pur ovviamente meno interessante rispetto agli altri lavori del periodo, è un'opera di buona fattura per svariati motivi. Innanzitutto, il suono vede un buon bilanciamento tra le chitarre e gli elementi sintetici e, pur nella sua ruvidezza, non appare mai cacofonico; le melodie, in pieno accordo con l'aspetto sonoro, sono sfuggenti e poco definite, ma anche sempre centrate in modo che i brani nel loro complesso siano sempre ben a fuoco; i due elementi appena citati e anche l'aspetto puramente ritmico contribuiscono a determinare una certa varietà di stili; infine, il suono della lingua gallese è molto adatto al timbro vocale di Gruff Rhys e allo stile complessivo del disco. Il fatto che Mwng sia stato realizzato praticamente a tempo perso, mostra in quale stato di grazia si trovassero i Super Furry Animals in quel periodo.

Super Furry AnimalsIl 2001 vede per la band dapprima un importante cambio di etichetta (dalla Creation alla Sony, con la garanzia che la major non potrà opporsi alla pubblicazione del disco in preparazione), e quindi l'uscita del nuovo capolavoro Rings Around The World. L'album rappresenterà l'ultima occasione nella quale i Super Furry Animals riusciranno a esprimere qualcosa di davvero innovativo, mentre i lavori successivi conterranno soltanto delle rivisitazioni di quanto espresso nel periodo d'oro.
Dopo aver definito la propria personale visione del pop con Radiator ed aver esplorato le possibilità di interazione con altri linguaggi musicali tramite Guerrilla, la band decide di condensare i risultati raggiunti all'interno di canzoni strutturate in forma più convenzionale, sia per quanto riguarda l'aspetto compositivo, vicino come non mai alla forma-canzone tradizionale, che del ritmo, quasi sempre lento e controllato, anche nei pochi momenti di maggior velocità, e lontano dunque dalla frenesia dei due dischi appena citati, che infine del suono, pieno e rotondo e decisamente più omogeneo. L'esempio più efficace che si possa portare in questo caso è quello di "Juxtapozed With U", probabilmente il brano più famoso in assoluto del gruppo: il suono e la melodia sono morbidi, quasi un conforto per chi vi si imbatte, ma non per questo possono dirsi convenzionali, riuscendo a risultare stimolanti anche per l'ascoltatore più attento ed esigente.
Per la minoranza di canzoni più frizzanti è d'uopo citare la quasi title track "(Drawing) Rings Around The World", che mantiene una forma strutturata senza avventurarsi nella sperimentazione spinta, ma al cui interno non manca una buona varietà di idee, sia compositive che di arrangiamento.
In generale, il piccolo miracolo che i Super Furry Animals riescono a compiere in queste 13 canzoni è quello di costruire un lavoro compatto e accessibile senza rinunciare alla cifra stilistica raggiunta con i dischi passati: ancora una volta, il loro linguaggio personale sa adattarsi alla forma musicale scelta senza snaturarsi. Ovviamente, quanto descritto finora significa che l'aspetto puramente sperimentale, che con Guerrilla aveva raggiunto la sua massima visibilità, qui è meno sviluppato, però è espresso quel tanto che basta perché le canzoni siano comunque caratterizzate da un alto tasso di personalità, con un suono mai ingabbiato all'interno di schemi precostituiti. ma lasciato libero di svariare all'interno di un'ampiezza di soluzioni che è ormai una consuetudine per la band.
Rings Around The World
dimostra come uno stile personale costruito con solidità sia in grado di rendere diverse e artisticamente rilevanti canzoni pur strutturate in modo canonico.

Lo stato di grazia era destinato prima o poi a svanire, e la pubblicazione di Phantom Power, nel 2003, mostra che il periodo di fervore creativo per la band è terminato. Del resto, dopo tutta la carne al fuoco degli ultimi anni, probabilmente l'unico modo per proporre qualcosa di ancora diverso sarebbe stato snaturare il proprio spirito pop, ed evidentemente non era questa l'intenzione del quintetto. Con Phantom Power inizia quindi una serie di dischi caratterizzati da una strategia che si potrebbe definire "conservativa", fondata sulla pura riproposizione di soluzioni sonore già sfruttate. In questo caso, per di più, la cosa avviene in modo particolarmente fiacco, senza alcuna voglia di osare. L'impronta dei Super Furry Animals è immediatamente riconoscibile dalle particolari armonie tra il suono e la voce, ma il tutto finisce qui: non c'è traccia dell'ambizione, della voglia di sperimentare e di ampliare il proprio bagaglio, che erano state invece molto evidenti finora.
La qualità melodica rende Phantom Power un ascolto comunque godibile, ma non si va al di là di questo.

Il 2004 vede dapprima la riesumazione della etichetta Placid Casual per la pubblicazione di Phantom Phorce, album di remix di Phantom Power, e poi l'uscita dell'immancabile best of, intitolato Songbook: The Singles Vol. 1, stavolta per la Sony. Pur mostrando soprattutto il lato più convenzionale del repertorio della band, l'antologia offre comunque una seppur vaga idea della traiettoria artistica del gruppo.

Nel 2005 arriva Love Kraft, che svela, fin dalla copertina, la voglia di costruire qualcosa di più colorato e spiazzante rispetto al lavoro precedente. Alla band riesce soltanto la prima delle due missioni: il suono, infatti, è più ricco, frastagliato e anche vivace se paragonato a quello poco più che ordinario di Phantom Power, così che il disco riesce a togliere dal repertorio del gruppo quella patina di stanchezza apparsa solo due anni prima. Le canzoni scorrono via con molta più freschezza e fluidità, c'è anche più varietà e imprevedibilità, per un livello globale discreto.
Come si accennava sopra, però, tutte queste buone idee erano già state espresse nel periodo aureo del gruppo, quindi l'ascolto di questo disco è tutt'altro che imprescindibile.
Love Kraft rappresenta anche l'ultima uscita del gruppo per la Sony: con il lavoro successivo i Super Furry Animals torneranno ad accasarsi presso un'etichetta indie importante, ovvero la Rough Trade.

Riguardo alle due prime uscite per la storica label londinese, Hey Venus! del 2007 e Dark Days/Light Years del 2009, può valere, a grandi linee, lo stesso giudizio che si è dato per Love Kraft. Va detto intanto che in entrambi questi lavori c'è una buona compenetrazione tra la parte elettrica e quella digitale dello stile proprio della band, pur se il bilanciamento tra queste componenti è diverso nei due lavori: più elettrico Hey Venus!, più synth-oriented Dark Days/Light Years.
I punti di forza e di debolezza, comunque, sono gli stessi che possiamo ormai definire comuni agli ultimi cinque anni di carriera del gruppo: da un lato melodie brillanti, suono fresco e vitale, sviluppo dei brani sempre interessante e a volte anche imprevvedibile; dall'altro, un senso di appannamento e di deja vu che perdura ormai da troppo tempo.
Certo, si potrebbe ritenere che la voglia di aggiungere ancora qualcosa a tutti i costi rischierebbe di portare uno sgradito senso di ridondanza nel repertorio della band, però, probabilmente, se il quintetto ci provasse, sarebbero tutti disposti a perdonare loro un eventuale risultato negativo, proprio perché sarebbe apprezzabile l'idea di una ripartenza. Nel frattempo, comunque, resta una discografia ampia, dallo sempre stile personale e inconfondibile, che si ascolta con piacere quasi nella sua interezza. Non è sicuramente poco.

Super Furry Animals

L'eresia gallese del pop superpeloso

di Stefano Bartolotta

Attivi da quasi vent’anni, i Super Furry Animals sono riusciti a definire un linguaggio pop del tutto peculiare e riconoscibile. Tra riferimenti incrociati, creatività sfrenata e ironia dissacrante. Ripercorriamo la carriera del quintetto gallese, cercando di individuare le varie tappe attraverso le quali si è concretizzata la loro visione della pop music
Super Furry Animals
Discografia
 Fuzzy Logic (Creation, 1996)

7

Radiator (Creation, 1997)

8

 Out Spaced (Creation, 1998)

7

Guerrilla (Creation, 1999)

8

 Mwng (Placid Casual, 2000)

7

 Rings Around The World (Epic, 2001)

8

 Phantom Power (Epic, 2003)

6

 Songbook: The Singles Vol. 1 (antologia, Epic, 2004)

6,5

 Love Kraft (Epic, 2005)

6,5

 Hey Venus! (Rough Trade, 2007)

6,5

 Dark Days/Light Years (Rough Trade, 2009) 6,5
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