Supergrass

Supergrass

L'erba fresca del britpop

di Stefano Bartolotta

Alfieri del primo britpop, Gaz Coombes e compagni sono sulla breccia da ormai 15 anni e senza avvertire l'usura di tanti altri "superstiti". Ripercorriamo, allora, le tappe della storia di questo trio, divenuto poi quartetto, che ha saputo rielaborare molti dei punti di forza della storia del pop/rock d'Oltremanica
Cosa ci resta del periodo d'oro del britpop, a quindici anni di distanza? Non moltissimo in realtà, ma nemmeno poi così poco. Ci sono personalità di spicco che hanno intrapreso carriere soliste con risultati variamente apprezzabili, come Jarvis Cocker e Brett Anderson; altri che passano freneticamente da progetti individuali di vario tipo a reunion estemporanee delle band che li hanno resi grandi, vedansi Damon Albarn e Graham Coxon; altri ancora litigano tra loro e lasciano solo intravedere quale potrà essere il loro eventuale futuro, parliamo naturalmente dei fratelli Gallagher; troviamo gruppi che si riuniscono in modo effimero, per esempio i Marion e i Dodgy, oppure più continuativo, come gli Shed Seven, che continuano a suonare e a riempire tutti i live club d'Inghilterra, o i James, che hanno addirittura pubblicato un album, tutt'altro che disprezzabile tra l'altro; infine, personaggi che appaiono molto sporadicamente come Paul Draper, che ogni tanto scrive una canzone per qualcun altro, e magari ci suona pure, ma non esaudisce i desideri dei fan dei Mansun di far finalmente ascoltare al mondo qualcosa di proprio.
Poi ci sono le band che non si sono mai sciolte e che vivono e lottano ancora adesso insieme a noi: alcune appartengono al periodo più tardo del movimento, come Travis, Stereophonics ed Embrace, altre ancora invece erano già affermate o quantomeno in rampa di lancio nel glorioso biennio 1994/95: parliamo dei Super Furry Animals, che hanno perso il proprio spirito frizzante e innovativo ma pubblicano ancora dischi di buona qualità, e dei Charlatans, che hanno dovuto affrontare un paio di pesanti passi falsi ma con l'ultimo lavoro "You Cross My Path" si sono nuovamente posizionati quantomeno sopra la decenza. E poi parliamo di loro, i Supergrass, gli unici che sprizzano ancora vitalità e genuinità da tutti i pori e che sono ancora in grado di proporre dischi che hanno poco da invidiare ai gloriosi anni Novanta.

Come spesso accade, il nucleo della band aveva già formato un progetto in precedenza: in questo caso il cantante e chitarrista Gaz Coombes e il batterista Danny Goffey, entrambi di Oxford, fanno inizialmente parte dei Jennifers, che riescono anche a pubblicare un singolo per la prestigiosa etichetta Nude Records, prima di sciogliersi. Gaz si mette a lavorare in un ristorante, ma evidentemente il suo destino è un altro: sul lavoro, infatti, conosce il bassista Mick McQueen e lo invita a suonare con lui e il suo vecchio batterista: ben presto, così, nascono i Supergrass.

SupergrassIl debutto del trio sulla lunga distanza è di quelli coi fiocchi: pubblicato nel 1995 e preceduto dai trascinanti singoli "Caught By The Fuzz" e "Mansize Rooster", I Should Coco è indubbiamente uno dei migliori esempi esistenti di come si possano ottenere grandi risultati sfruttando le potenzialità dell'interazione tra il rock'n'roll più puro, fresco, genuino e il lato nobile del pop, quello capace di sfornare canzoni che si appiccicano addosso a chiunque le ascolti non per la propria banalità ma semplicemente grazie a un'ispirazione compositiva superiore.
Non è semplice descrivere la bellezza di questo disco, perché gli elementi che lo caratterizzano sono presenti in innumerevoli altre opere precedenti e contemporanee a questa: la forza coinvolgente delle melodie, la freschezza del suono, il sapiente uso dei cori, la capacità di alternare brani basati su riff di chitarra molto serrati, di chiara matrice punk, ad altre il cui suono è arricchito da interventi precisi e puntuali della tastiera, ad altre ancora più rilassate, sia nel ritmo che nella vigoria con cui vengono suonati gli strumenti. Nulla di innovativo, quindi, in teoria, ma basta ascoltare anche una sola volta questo disco per capire subito che, così come sono riconoscibili i riferimenti, allo stesso modo è innegabile la presenza di una forte personalità stilistica.
La particolare intonazione in mezzo falsetto di Gaz Coombes, la capacità dei suoi compagni di band di arricchire il cantato con cori che ogni volta intervengono in modo efficace e soprattutto mai banale, il suono delle chitarre che è spesso sporco e comunque non risulta mai ruffiano eppure dà sempre la sensazione di pulizia e solarità, i riff e gli assoli della stessa chitarra, lineari ma mai riprodotti in modo statico, i leggeri saliscendi di intensità del suono, che arrivano sempre nel momento giusto, così come la tastiera e la chitarra acustica usate con parsimonia ma in modo sempre tremendamente efficace (si pensi solo all'insistito accordo di pianoforte con cui inizia la celeberrima "Alright"); tutti pregi grazie ai quali la devozione del gruppo nei confronti di Buzzcocks e Kinks è semplicemente un mezzo per esprimere qualcosa di spontaneamente proprio. E poi la citata brillantezza delle melodie, stupefacente dalla prima all'ultima canzone, da fare invidia a qualunque songwriter, e un aspetto da non sottovalutare riguardante la struttura dei brani, nel senso che in alcuni di essi vale la tradizionale regola per cui il ritornello è il momento melodicamente più facile rispetto alla strofa, mentre in altri è quasi difficile stabilire quale sia la melodia ricollegabile all'uno o all'altro momento del brano (si pensi sempre ad "Alright": qual è il ritornello, è il momento in cui Coombes canta "We are young, we run green..." oppure "Are we like you? I can't be sure..."?), e tale alternanza di struttura aumenta ulteriormente il livello di varietà dell'opera.
I testi, ovviamente, riflettono in pieno lo spirito della parte musicale: si parla di vita movimentata, divertimento, gente strana, postumi di sbornie, bisogni primari, litigi, voglia di vivere in un posto migliore.
I Should Coco
conquista meritatamente la vetta della classifica di vendita in Gran Bretagna, e ottiene ottimi riscontri anche nel resto d'Europa: nemmeno il tempo di rendersi conto di essersi proposti sul mercato discografico e già i Supergrass non possono più sfuggire alle attenzioni di tutti gli appassionati e anche di buona parte dei media e del grande pubblico.

Chissà che non sia stato il peso di queste attenzioni a far virare il gruppo verso uno stile ugualmente melodico ma meno solare e spontaneo. Fatto sta che, quando esce, nel 1997, In It For The Money, si capisce subito, anche solo dal fatto che copertina e booklet sono su tinte decisamente più scure rispetto a I Should Coco, che la leggerezza e il disincanto dell'esordio sono già stati messi da parte, in favore di un suono più corposo e costruito, di un ritmo meno incalzante e di linee di chitarra meno guizzanti. Fortunatamente la band riesce a mantenere quasi intatta la fluidità con cui scorrono le canzoni una dopo l'altra, e anche la brillantezza melodica è su un piano solo leggermente inferiore a quella di due anni prima, e la conseguenza è che anche questo si rivela un grande disco, ideale per far sì che i Supergrass non rimangano a vita un gruppo eccessivamente giovanilistico ma che, al contrario, sappiano ampliare il ventaglio emozionale della propria proposta senza che la sopraggiunta maturità metta in secondo piano la particolare sensibilità del trio nel far interagire rock e pop.
Alcuni brani segnano un minore distacco con il passato, come il singolone "Sun Hits The Sky" o "Going Out", altri invece si distinguono piuttosto nettamente da quelli vecchi in virtù degli aspetti sopra evidenziati, i quali comunque, come detto, non segnano uno snaturamento per la band, ma una coerente evoluzione artistica. Nelle canzoni dall'impostazione rock & roll, come "Richard II" o "Tonight", la maggior pesantezza del suono della chitarra e della sezione ritmica dà l'impressione di un gruppo più rabbioso, che si diverte sempre a suonare ma sente di voler trattare i propri strumenti con più cattiveria; nei pezzi lenti, come "Late In The Day" o "It's Not Me", da un lato si nota meglio la maggior elaborazione degli arrangiamenti e dell'uso dei cori, dall'altro appare molto più in evidenza la componente emotiva. C'è poi almeno un terzo delle canzoni che sono una via di mezzo tra le due tipologie di cui finora si è parlato: si tratta, nello specifico, di "G-Song", "Cheapskate", "You Can See Me" e "Sometimes I Make You Sad". Esse vedono uno studio molto più accurato delle soluzioni a livello di produzione artistica, in misura anche maggiore rispetto alle ballate, e sono inoltre caratterizzate da un maggior dinamismo ritmico, con i tempi non più tenuti in modo regolare per tutta la durata del brano.
I testi in generale si adattano perfettamente ai descritti cambiamenti: già le prime parole del disco, contenute nell'iniziale title track, sono altamente simboliche: "Here I see a time, to go, we'll leave it all behind. And you know it's wrong, to fall".
Il disco ottiene riscontri di critiche e di vendita buoni ma non ottimi come quelli del debutto, soprattutto in patria. Si tratta comunque di un lavoro molto bello e importante, sia nel senso sopra specificato che anche per dare agli appassionati la certezza che i Supergrass non sono stati uno dei classici fuochi di paglia del britpop, bensì un gruppo di talento destinato a durare per molto tempo.

"Moving, just keep moving, well I don't know why to stay, no ties to bind me, no reasons to remain" canta Gaz Coombes nella canzone che apre il terzo disco omonimo dei Supergrass, uscito nel 1999. Ed effettivamente l'evoluzione della band continua anche in questo lavoro, nel quale i Nostri si pongono in modo sempre meno giovanilistico e sempre più adulto, ancora una volta, comunque, senza snaturare la propria natura pop/rock influenzata dai grandi maestri britannici. Qui, però, non è quasi più il caso di parlare di Kinks e Buzzcocks, ma entra una nuova e ingombrante influenza che il gruppo si porterà con sé per quasi tutto il prosieguo della propria carriera: i Rolling Stones. L'impronta stonesiana è evidentissima in un singolo di grande appeal come "Pumping On Your Stereo" e si fa sentire ogni volta in cui, all'interno del singolo brano, il gruppo decide di darsi più al ballo che non alle atmosfere contemplative. Il punto di forza del disco è comunque la capacità di risultare compatto, scorrevole e fresco come l'album precedente, anche se , accanto a canzoni dalla struttura lineare, ne troviamo altre in cui il songwriting è spesso piuttosto articolato, con cambi di melodie e di atmosfere nel senso sopra specificato.
Il tasso di varietà, poi, è sempre più accentuato, e risulta davvero difficile raggruppare i brani simili tra loro proprio perché ognuno di essi ha una propria precisa identità, per quanto riguarda, come detto, la struttura, ma anche le interazioni tra chitarra e tastiera, il ruolo della sezione ritmica, l'intonazione del cantato, il mood. E nonostante tutte queste differenze, le canzoni non appaiono slegate l'una dalle altre: il disco gode comunque di una forte coerenza stilistica globale, mostrando un livello qualitativo invidiabile e una personalità molto forte, in un momento nel quale nel rock inglese l'imperativo sembrava essere quello di assomigliare il più possibile ai Radiohead.
I riscontri di vendite per l'album sono sempre molto soddisfacenti, anche se c'è ancora un piccolo calo rispetto ai risultati raggiunti in precedenza. La critica, invece, è sempre più entusiasta e ormai i Supergrass sono considerati tra i migliori prodotti di tuti gli anni Novanta per quanto riguarda il pop-rock made in Uk.

SupergrassBisogna aspettare il 2002 per il quarto disco, intitolato Life On Other Planets. L'album vede per la prima volta la presenza del tastierista Rob Coombes, fratello di Gaz, come membro ufficiale del gruppo (in tutti i dischi precedenti aveva collaborato da esterno). Soprattutto, questo è il primo momento della loro carriera durante il quale i Supergrass aggiungono poco e niente alle coordinate stilistiche fissate con le produzioni passate: di nuovo qui c'è un'influenza abbastanza forte dei T-Rex, ma per il resto tutto ciò che contengono queste 12 nuove canzoni era già stato proposto dal gruppo. Un altro elemento che rende questo lavoro magari non inferiore ai precedenti, ma senz'altro meno interessante, è la marcata linearità delle strutture compositive, probabilmente mai così aderenti alla forma-canzone classica.
A voler vedere il bicchiere mezzo vuoto, si potrebbe parlare di Life On Other Planets come un segno di sopraggiunta stasi creativa, mentre se lo si considera mezzo pieno si può ritenere che giustamente il gruppo abbia voluto fare una sorta di punto della situazione, appoggiandosi, quindi, più sulle proprie certezze che non su una ricerca a tutti i costi di un'ulteriore evoluzione: scelta che comunque sarebbe del tutto fisiologica dopo un quinquennio di grande fermento creativo e di successi che possono aver procurato, insieme alle soddisfazioni, un eccesso di vertigini.
Nonostante le controindicazioni di cui sopra, il disco merita comunque di essere ascoltato, perché l'assenza di novità di rilievo è compensata dalla continuità nell'ispirazione melodica, dalla compattezza del suono e dalla capacità di far convivere tra loro canzoni più tirate con altre maggiormente compassate nel ritmo e nell'intensità. Un disco omogeneo, insomma, dove tutti i singoli brani, nessuno escluso, contribuiscono alla riuscita complessiva, senza che, ancora una volta, siano presenti riempitivi (e non è da tutti arrivare al quarto disco senza un mero filler nel proprio repertorio). Un singolo come "Grace" è indubbiamente una delle canzoni che vengono in mente per prime ripensando alla carriera della band, e nessuno degli altri brani sfigura di fronte a questo gioiellino. Anche per questo i riscontri di vendita, pur con un ulteriore piccolo calo, si mantengono buoni, e il disco finisce anch'esso nella top 10 in Gran Bretagna.

Nel 2004 arriva la classica raccolta celebrativa: in questo caso la "scusa" sono i 10 anni di attività, infatti il titolo della compilation è Supergrass is 10. In essa vengono riproposti tutti i singoli pubblicati e due nuovi brani. Di solito, quando si sceglie di includere solo i singoli in questo tipo di raccolte, si finisce per rappresentare solo parzialmente il repertorio della band, ma così non è in questo caso, perché, fortunatamente, l'insieme di queste canzoni copre benissimo tutto ciò che è stato proposto dalla band nel suo primo decennio di attività. Supergrass is 10 è quindi un altro buon lavoro e sarà una presenza immancabile nell'autoradio di moltissimi appassionati di pop-rock britannico.

Il 2005 è l'anno in cui l'indie-rock in terra d'Albione gode di un'ondata di vitalità grazie all'arrivo di nuovi gruppi che spopolano presto in tutta Europa. Tra esordi usciti proprio in quell'anno, come quelli di Kaiser Chiefs, Bloc Party e Maximo Park, e altri pubblicati l'anno precedente, vedi Razorlight, Kasabian o Futureheads, il ritorno di fiamma per diversi aspetti della produzione degli anni Novanta è palpabile. Sarebbe l'humus perfetto per far sì che i Supergrass tornino alla popolarità di dieci anni prima, ma è proprio qui che la band compie la mossa che nessuno si aspetta, ovvero pubblicare un disco che segna un profondo cambiamento stilistico per il quartetto. Quasi come se Life On Other Planets non fosse mai esistito, Road To Rouen sembra la continuazione del percorso evolutivo che aveva assunto un'impronta ben determinata con Supergrass. Il pop della band è infatti ancora più ricercato che non nel disco di sei anni prima e soprattutto perde molta della propria componente rock, in favore di una struttura dei brani ancora più varia e di un suono più morbido e rotondo, nel quale il pianoforte, gli archi e anche le chitarre acustiche hanno un ruolo decisamente di primo piano. Si disse che il disco fosse nato in quel modo per via della difficile situazione personale che stavano vivendo quasi tutti i componenti del gruppo, in primis i fratelli Coombes per la perdita della madre.
La forza dell'identità di ogni singolo brano è ancora più accentuata, così accanto a canzoni brevi e lineari ne troviamo altre come "Tales Of Endurance" e "Roxy" che superano i cinque minuti e mezzo di durata e che sembrano quasi dei collage di più spezzoni di brani diversi. Anche quando la struttura è più semplice, c'è sempre una certa differenza tra i vari episodi, in virtù di arrangiamenti nei quali l'interazione tra gli strumenti citati è sempre diversa, così da dare a ogni canzone un suo peculiare mood, e con la citata componente rock che talvolta riesce comunque a fare capolino, ma emerge davvero solo in "Kick In The Teeth". Per il resto si spazia tra l'avvolgente morbidezza di "St. Petersburg", singolo estremamente raffinato, il divertissement di "Coffe In The Pot", l'andamento incalzante di "Sad Girl" e della title track e l'atmosfera eterea di "Fin".
Non è mai facile valutare un disco come questo, perché da un lato viene naturale restare perplessi nei confronti di una scelta che assomiglia molto a uno snaturamento, ma dall'altro non si può che ammirare il coraggio di un gruppo che, anziché cogliere il momento migliore per monetizzare sul proprio passato, decide di farsi trascinare dalle proprie sensazioni del momento, indossando una veste così radicalmente diversa. Di fronte, però, a un'ispirazione melodica che non accenna a diminuire dopo tutti questi anni e a un suono sempre perfettamente equilibrato, non si può restare delusi.
Road To Rouen
finisce ancora una volta nella top 10 delle classifiche di vendita in Gran Bretagna e riceve grandi consensi di critica. Diventa comunque lecito porsi la domanda se la band deciderà di proseguire nella direzione intrapresa con quest'ultimo lavoro o se, passati i momenti di difficoltà personali, riterrà di volersi riappropriare del suo stile più consueto.

La risposta si fa attendere tre anni, e quando, nel 2008, esce Diamond Hoo Ha, il messaggio è tanto chiaro nei contenuti quanto controverso nella sua valutazione. A partire dalla copertina, il disco è chiaramente un ritorno allo stile che ha fatto le fortune della band, con tanti saluti, per ora, a ogni velleità di smarcarsi definitivamente da esso. Sarebbe troppo facile liquidare questo lavoro utilizzando le stesse parole spese a proposito di Life On Other Planets, visto che pregi e controindicazioni sono molto simili: è però diverso il modo in cui i Supergrass arrivano a questo tipo di riscontro. Nell'album, infatti, troviamo una serie di "prime volte" che non segneranno un cambiamento sostanziale, ma dimostrano la voglia da parte del gruppo di non apparire come una copia sbiadita dei tempi che furono. Per la prima volta, infatti, nessuna canzone ha una melodia talmente immediata da rimanere in testa al primo ascolto senza volersene andare: con questo non si sta dicendo che il songwriting sia complicato, ma che la catchyness da sempre propria del repertorio della band stavolta si basa più sull'intonazione del cantato e sul suono che non sulle melodie in sé e per sé. Infatti, continuando con le prime volte, Gaz Coombes canta con la stessa verve degli anni Novanta ma con un timbro più pieno, rotondo e maggiormente impostato, e queste cura se l'era riservata finora solo per le canzoni più morbide, lanciando la voce a briglie sciolte ogni volta che il ritmo accelerava.
Proseguendo con le novità, anche il suono è diverso, perché risulta più robusto e allo stesso tempo più tirato a lucido, con le chitarre meglio levigate e la sezione ritmica che fa sentire le proprie linee con maggior nitidezza. Le tastiere, inoltre, hanno esclusivamente un ruolo di rinforzo del suono, mentre in passato più di una volta sono state in primo piano; sempre per quanto riguarda il modo di arricchire gli arrangiamenti, fa la sua comparsa il sax, mai utilizzato in precedenza.
Inevitabilmente, comunque, possono esserci delle riserve nel giudizio, proprio perché è sempre difficile accettare i passi indietro, e rispetto a quello di Life On Other Planets, questo ha due aggravanti: il non rappresentare più una novità e l'essere arrivato dopo il tentativo più evidente di un balzo in avanti, anche se va detto che nasceva da particolari situazioni personali, e ci sta che la band abbia voluto esorcizzarle con la scelta di non proseguire su quella strada. In ogni caso, il gruppo riesce ancora una volta a mostrare i pregi di sempre, che ormai sarebbe ridondante elencare, con uno stile che richiama le caratteristiche più consolidate del suo repertorio senza tuttavia limitarsi a una sterile clonazione.

Per la prima volta il disco manca la top 10 in Gran Bretagna, anche se la critica continua a plaudire. In ogni caso Diamond Hoo Ha è un'ulteriore dimostrazione della solidità dei Supergrass, che rispetto a tutti gli altri superstiti del britpop sono avanti anni luce in termini di ispirazione e qualità dei prodotti.
Poco dopo la pubblicazione dell'ultima fatica sulla lunga distanza, è terminato il rapporto tra la band e la Parlophone, che andava avanti fin dagli esordi. Nell'agosto del 2009 il gruppo ha firmato per la Cooking Vynil, scegliendo quindi un'etichetta indipendente al posto della major con cui aveva sempre lavorato, e per maggio 2010 era prevista la pubblicazione del settimo album, intitolato provvisoriamente "Release The Drones". Invece, nell'aprile del 2010, il gruppo ha annunciato il proprio scioglimento, specificando come unica causa "un prurito lungo 17 anni". Da un lato dispiace di non poter sapere quali sviluppi futuri avrebbe avuto la carriera dei Supergrass, dall'altro rimane la consolazione di una band che ha abbandonato quando era ancora su buoni livelli, e che quindi non ha fatto in tempo a rischiare il declino artistico.

Ma la storia del pop non vede di buon occhio i disoccupati, pena l'oblio. E così nel 2010 parte, invero un po' sottotraccia, il progetto Hot Rats gestito da Gaz con Goffey e la paterna collaborazione di Nigel Godrich al mixer, con una selezione di divertenti, ma neanche così tanto didascaliche, cover di gloriose cartoline anglo-americane. Dietro la denominazione zappiana dell'impresa si cela un gioco goliardico che è sfuggito di mano e si è tramutato in un disco, in un'epoca in cui, del tutto evidentemente, pubblicare un album non costa più nulla a nessuno. I brani scelti per Turn Ons parlano da soli: dai Doors ai Roxy Music, passando per gli immancabili Elvis Costello, Kinks, Squeeze, Cure, Bowie o Velvet Underground, sembra quasi di scorrere la stortignaccola tracklist scarabocchiata con la biro di una cassettina regalo da confezionare meticolosamente per se stessi, ripercorrendo le ramificazioni più dense e pregnanti del proprio albero rock-genealogico in forma di playlist artigianale fai-da-te. Coombes e Goffey risuonano e ricostruiscono in economia di mezzi ma con appassionata dedizione la propria cineteca del rock, assemblando episodi e aneddoti sparsi con il più classico degli esercizi della memoria.

Un passatempo, un intermezzo prima del debutto solista di Gaz Coombes che vede la luce nella tarda primavera del 2012. Here Come The Bombs rivitalizza la verve pop del protagonista che, nell'arco di undici brani, caracolla sicuro tra spartiti classicamente britannici e qualche accenno sperimentale. Un lavoro che convince e a tratti avvince. Tra le chitarre psycho-sixties di "Hot Fruit" e le chitarre solo sixties di "Whore" e "Simulator" emerge una delle maschere preferite di Gaz, lo scatenato bambino in bicicletta che impenna e fa boccacce, che non importuna ma che anzi diverte. C'è spazio anche per stravaganti ballate simil-piovose come "Sub Divider" che diventano palestre in cui allenarsi a mosse inusuali, quasi una suite mignon con ritmo sottostante quasi frenetico e andatura lenta e strascicata, mentre tutt'intorno spuntano uno a uno strumenti, rumori e soluzioni diverse e la velocità cresce.
Voglia di osare, di spingersi un po' più in là senza ferire la primigenia idea della pop song, doti di equilibrismo mica da ridere palesate in "Universal Cinema", pantagruelico dosaggio di ricette talmente opposte da combaciare perfettamente, in un ricorrersi di silenzi, rumori, baccani, frastuoni e bocche cucite. Da un momento all'altro si può passare dal prevedibile, ma assai godibile, omaggio alla giovanile era trascorsa tra Top Of The Pops e NME di "White Noise" a un omaggio imprevisto alla recente corrente hypnagogica di "Fanfare", passando per un dipinto elettronico di una spiaggia mattiniera di "Daydream On A Street Corner" alla ninna nanna cullante di "Sleeping Giant", presumibile omaggio al riposo del protagonista. Che se l'è pure meritato.

All'inizio del 2015 Coombes conferma la volontà di proseguire sulla strada solistica con Matador, un secondo album che segna il (quasi) definitivo affrancamento dalle istanze britpop delle origini – e tutto sommato dell'intera militanza quindicinale nella sua celebre band – in favore delle derive estroverse, talvolta persino sperimentali, del presente.

“Matador” è l'approdo maturo e a suo modo coraggioso verso lidi stilistici di più ampio respiro, una sorta di piccola enciclopedia del vecchio-nuovo Coombes, tra sparuti retaggi autoreferenziali e vigorose spinte verso soluzioni non ancora battute, a cominciare da un più generoso utilizzo dell'elettronica a discapito del caro, vecchio rock. 
Al centro del disco - nel quale, tra l'altro, suona tutto o quasi da solo (in quattro brani compare il batterista dei Ride, Loz Colbert) - ci sono ancora la melodia e la splendida voce di Gaz, a mancare di sovente è la forma-canzone tradizionale: il capolavoro dell'album, “20/20”, è una ballata rarefatta che si accende per gradi, aumentando man mano le dosi di pathos. Significativo anche che, nella veloce cavalcata “The English Ruse”, il modello non sia più quello britannico bensì, viceversa, la lezione degli Arcade Fire di “The Suburbs”. 
Le reminiscenze britpop riecheggiano in una “The Girl Who Fell to Earth” che fa il verso a David Bowie e nel quattro quarti ispirato di “Detroit”. Il finale è affidato al midtempo “Matador”, un minuto e mezzo di melanconia nineties che si interrompe improvvisamente dopo il primo e unico ritornello.

Ormai del tutto svincolato dai bagordi di una carriera tanto fortunata quanto spensierata a braccetto con i Supergrass, Coombes trova una seconda vita artistica dalle molteplici possibilità, e sceglie di batterle tutte, dando vita a un album non sempre perfetto ma d'altro canto sicuramente coraggioso e intenso.

Contributi di Francesco Giordani ("Turn Ons"), Davide Sechi ("Here Come The Bombs") e Fabio Guastalla ("Matador")

Supergrass

L'erba fresca del britpop

di Stefano Bartolotta

Alfieri del primo britpop, Gaz Coombes e compagni sono sulla breccia da ormai 15 anni e senza avvertire l'usura di tanti altri "superstiti". Ripercorriamo, allora, le tappe della storia di questo trio, divenuto poi quartetto, che ha saputo rielaborare molti dei punti di forza della storia del pop/rock d'Oltremanica
Supergrass
Discografia
 SUPERGRASS

 

  

 

I Should Coco (Parlophone, 1995)

8

In It For The Money (Parlophone, 1997)

7,5

Supergrass (Parlophone, 1999)

7,5

 Life On Other Planets (Parlophone, 2002)

7

 Supergrass Is 10 (antologia, Parlophone, 2004)

6,5

Road To Rouen (Parlophone, 2005)

7

 Diamond Hoo Ha (Parlophone, 2008)

7

 

 

 THE HOT RATS

 

  

 

 Turn Ons (G&D, 2010)

6

 

 

 GAZ COOMBES

 

  

 

 Here Come The Bombs (Hot Fruit Records, 2012)

6,5

 Matador (Hot Fruit Records, 2015) 

7

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Supergrass su OndaRock
Recensioni

SUPERGRASS

Diamond Hoo Ha

(2008 - Emi/ Parlophone)
Torna il brit-pop-rock di Gaz Coombes e soci

SUPERGRASS

Road To Rouen

(2005 - Emi)

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