Sylvester

Sylvester

The Queen of Disco-Realness

di Damiano Pandolfini

C'è gente che prende la vita di petto, passando da uno schiaffo a un ceffone, ma sa trasformare l'esperienza in arte e fonte d'ispirazione per le generazioni future. Sylvester James Jr ha fatto tutto questo, e anche di più - storia di una vera Disco Queen, voce inimitabile che ha sballottato la musica da ballo attraverso cavalcate gospel, electro-futurismi, rare groove e delicatezze d'amore
Avete presente la storia dell'uomo di chiesa che predica bene e poi se la fa coi bambini nel retro della sagrestia? Bene, una volta tanto possiamo fornire un esempio il cui copione differisce lievemente dal comportamento di quella tipologia di rappresentanti della Santa Istituzione; all'età di soli otto anni, è il piccolo Sylvester James Jr. che - per primo - seduce l'organista della Church Of God In Christ, situata nel quartiere di Watts, al sud di Los Angeles. Il bambino è troppo curioso e ha un bisogno disperato di scoprire cosa si cela dietro la rigidità dell'abito talare, il senso del peccato e il sapore del frutto proibito sono come una molla alla sua incendiaria fantasia, uniti probabilmente al bisogno di trovare una figura maschile che prenda il posto del padre assente. Oppure, più semplicemente, Sylvester sta già facendo le prime prove per capire cosa possa significare avere un marito in carne e ossa - c'è chi a otto anni fa le costruzioni col Lego, c'è chi prende troppo sul serio il proprio ruolo durante il giuoco di Mamme.
Quello che non cambia dal copione di cui sopra, tuttavia, è che l'uomo di chiesa cede subito alle attenzioni del piccolo, e tra i due inizia una tresca che verrà scoperta solo quando Sylvester sarà portato dal medico, e quest'ultimo gli troverà sul retro del corpo i chiari segni di una precoce attività sessuale.

Siamo nella metà degli anni 50, la scoperta della strana coppia sarà lo scandalo dell'anno per i frequentatori della parrocchia e l'uomo in questione verrà subito trasferito in un altro quartiere (non scomunicato, badate bene: trasferito). Ma per il piccolo Sylvester inizia già una rapida e dolorosa discesa verso il mondo dell'emarginazione, dove la diversità viene additata e punita come un peccato del demonio. Il tutto, poi, reso ancor più drammatico dal fatto che, fino a quel momento, Sylvester è stato indiscutibilmente la superstar delle cerimonie, alle quali tutti fanno la corsa per assistere: ogni domenica, il piccolo monta su una cassetta della frutta, per raggiungere il leggìo, e intona i canti del gospel con una voce incredibilmente matura e spassionata, che si arrampica in un instancabile falsetto lirico e irrora la folla con un vibrato divino.
Ma la sua stravaganza adesso non diverte più; un conto è impersonarsi Diva Divina e passare per talentuosa ma simpatica macchietta, un altro è farsela col prete e ostinarsi a vestire gli abiti della madre per rendere l'atto "più credibile". Proprio per la madre Letha, che ha preso nuovo marito e oltre a Sylvester, John e Larry, ha avuto altri tre figli, la situazione si fa più insostenibile ogni giorno che passa. La fede religiosa le oscura l'amore per il primogenito, mentre le maldicenze di quartiere incombono sul resto della famiglia, incluso un patrigno che non vuole avere niente a che fare con la questione. A soli quindici anni, e senza aver ancora terminato gli studi, Sylvester si trova ufficialmente fuori di casa.

Inizia così la parabola di una delle più brillanti e incompromissorie personalità della musica da ballo del Novecento. Per molti ai tempi, come purtroppo ancora oggi, Sylvester è semplicemente impresentabile: nero, gay, truccato, parruccato e con una voce squillante che è impossibile da evitare, una presenza che non passerebbe inosservata nemmeno dentro la voliera dei giardini di Versailles. Ovunque si presenti il pubblico ignorante si sente come messo alle strette, qualcuno sta al gioco ma in tanti si mostrano imbarazzati e indecisi sul da farsi, come se il "problema" fosse loro (ricordate le reazioni dei presenti in sala quella volta che Cicciolina andò a cantare "Muscolo rosso" alla Tv francese coi capezzoli al vento?).
Ho conosciuto tanta gente "come lui", ma tra tutti Sylvester non era proprio capace di nascondersi. Avrebbe potuto avere una vita normale, se solo si fosse un po' adeguato...
prideoneSono le parole pronunciate dalla sorella Bernardette in un documentario postumo sulla vita del fratello. Parole che possono anche avere un senso, se uscite dalla bocca di un membro di famiglia visibilmente preoccupato per l'incolumità del soggetto in questione. Ma sono anche parole che spesso e volentieri si sentono volare in giro dai nomi più insospettabili. Eppure, è proprio grazie a gente incapace di nascondersi come Sylvester se la società moderna va avanti e migliora un poco alla volta - e per il bene di tutti. Avranno un bel dire i "cloni" di San Francisco, quando lo accuseranno di essere troppo effemminato durante una delle tante marce in favore all'elezione di Harvey Milk (del quale Sylvester è amico stretto), la verità è che non è certo grazie al sotterfugio e all'omertà che il resto del mondo si prenderà a cuore le cause di una minoranza come quella gay. Sylvester sarà anche eccessivo e sopra le righe, rappresenta quel tipico stereotipo che tanto dà noia alle velate insicure, ma ci mette la faccia, la reputazione e pure il culo, e nel far ciò si prende gli scorni, i calci e le offese dell'America intera, ma ne uscirà comunque vincitore morale, nonché una delle più indimenticabili Queen of Disco della storia grazie a una musicalità e un talento vocale invidiabili.

Già la storia dell'intrattenimento non manca certo di personaggi androgini e avanti coi tempi, specialmente nei dorati anni 70 e 80, ma nessuno di questi ci mette l'incompromissoria passione di Sylvester James. Dal gospel dell'infanzia, che gli fornirà il canovaccio dell'impostazione vocale, passando per il periodo rock e blues con la Hot Band, e poi alla volta della disco music più spassionata e futurista grazie al sodalizio col geniale Patrick Cowley, fino all'HI-NRG, le istanze rare groove e le prolassi post-disco, la carriera di Sylvester è una piccola miniera di hit sempiterne e di album oggi largamente dimenticati dal grande pubblico, ma che ancora brillano di una splendida luce propria.

Non solo, è suo pure uno dei dieci brani da ballo più famosi ed esplosivi di sempre, quindi è bene metterlo in chiaro da subito: chi non ha mai mosso neanche le dita del piede sinistro di fronte al ritmo di "You Make Me Feel (Mighty Real)" è meglio che vada a farsi una camomilla. Per chi decide di rimanere, la qui presente storia viene raccontata attraverso le prime quattro fasi di vita del protagonista, ovvero dall'adolescenza fino alla conquista del successo, e poi seguendo l'altalena dello scorrere del tempo, dai fatti privati ai cambiamenti delle mode e delle percezioni socio/culturali.

Fase uno: senza-tetto ma col trucco perfetto - L'era delle Disquotays, "defiant sissies of the Sixties"

Appena adolescente e già fuori casa, Sylvester presto si trova a vivere alla giornata e a raccattare cibo e ospitalità come meglio può - spesso trova rifugio in casa della nonna materna e da amici, oppure rubacchia qualcosa da mangiare nei negozi del quartiere e dorme per strada. I lavoretti che trova non durano a lungo. In questo periodo entra a far parte del non-movimento delle Disquotays, un gruppo di personaggi queer e transessuali, prevalentemente afroamericani, che bazzicano attorno al Sunset Boulevard. Per Sylvester questo è il primo contatto con una forma di comunità a lui più congeniale, una sorta di famiglia allargata nella quale trova l'amore e il supporto di gente che condivide le sue stesse esperienze. Duchess, prostituta transessuale, è presto una delle sue migliori amiche.

disquotays220x270_01Sono anni intensi; oltre a far presenza fissa in casa di Etta James, che ha trasformato il proprio salotto in un club dove le Disquotays lanciano i party più stravaganti e infuocati della città, uno dei passatempi preferiti di Sylvester & amici è quello di impersonarsi donne per farsi ammettere nei club eteronormativi di Hollywood. Il cosiddetto travestimento di quei tempi è un reato punibile con arresto e detenzione, ma ciò non scoraggia certo il gruppo dal provarci ogni sabato sera. Quando il trucco funziona, le conseguenze sono a dir poco esilaranti. Quando invece vengono sgamati alla porta - cosa peraltro non così difficile, considerata la stazza di Sylvester, che non è certo un fringuellino - allora tacchi in spalla e via di corsa per il Boulevard, in fuga dalla polizia e dai buttafuori del locale. Ma la vita giornaliera delle Disquotays, per quanto colorita possa apparire da un racconto postumo, non è assolutamente facile. Prostituzione e droga sono di fatto due delle principali attività per campare, e anche se Sylvester non prenderà mai parte di persona a tali operazioni, il futuro è aspro e incerto per tutti, e spesso e volentieri fin troppo breve per cause di forza maggiore.

Siamo ormai nel pieno degli anni 60 e l'America è in fermento per la lotta sui diritti civili che la popolazione afroamericana reclama a gran voce. Sono moti che contribuiranno a cambiare il volto della società negli anni a venire, ma come purtoppo accade di rito in un clima capitalista e patriarcale l'emancipazione si conquista solo a scaglioni e nella richiesta di affermazione al momento non v'è alcuno spazio per ulteriori frange e minoranze fuori dal "formato famiglia cristiana", che pure potrebbero unire la propria voce al coro in nome di un comune beneficio.
Il grande James Badwin - scrittore, finissimo teorico e fervido attivista già noto in quegli anni soprattutto per la tematica scottante del suo celebre racconto "Giovanni's Room" (1956) - è schedato dalla Cia sotto la voce "negro omosessuale" e di fatto vive in semi-esilio in Francia, dove sta tentando di mettere assieme i cocci della propria esperienza (vivamente consigliata la visione del bellissimo documentario "I Am Not Your Negro" di Raoul Peck, 2016). Ma sulla - documentata - bisessualità di Malcom X vige tutt'oggi un silenzio di tomba, quasi nessuno osa parlarne per paura di "infangare" la reputazione di un uomo che ha dato la vita per il proprio popolo. Le sue vicende private ovviamente non hanno niente a che fare col valore delle sue azioni, ma ai tempi la situazione circa il suo liquido passato sessuale non è nemmeno presente nelle carte, chiaro segnale che quel tipo di tabù semplicemente non può essere rivelato - pena lo screditamento istantaneo agli occhi dei suoi sostenitori nonostante una vita dedicata ai loro bisogni (vita che gli verrà poi presto tolta, non appena le sue parole inizieranno a criticare la guerra in Vietnam).
Ancor più emblematica la posizione di uno dei padri più famosi del movimento, Martin Luther King; in una lettera in risposta a quella di un giovane omosessuale che gli chiede consiglio su come affrontare la propria situazione (pubblicata sulla rivista Ebony nel 1958), King premia il ragazzo per la chiarezza d'esposizione dei propri sentimenti e per il coraggio di volerli affrontare allo scoperto - uno dei primi documenti pubblici nella storia della comunità afroamericana dove, invece di condannare senza rèmore atti al momento fuori legge, si prende in considerazione l'esistenza dell'omosessualità con la calma del dato di fatto. Ma la lettera di King, purtroppo, si conclude anche con il consiglio di andare a farsi vedere da uno psichiatra, per guarire dalla malattia prima che sia troppo tardi.

In una situazione del genere, insomma, dove anche i padri più illuminati del movimento sono lontani o disconnessi dalla questione, per paura, per disperazione circa le condizioni comunque precarie di tutti gli altri, per genuina ignoranza o quello che è, le Disquotays sono semplicemente invisibili, e il messaggio è fin troppo chiaro: se sei diverso una volta ti puoi pure unire al movimento, ma se per caso sei diverso due o tre volte di più, so' cazzi tua.
Così, quando i moti di protesta giungono a Watts, nell'agosto del 1965, le Disquotays non vi prendono parte, per una volta almeno si evitano le legnate in prima persona (i documenti del periodo del resto ritraggono squadroni militari, strade in fiamme e scene di rara violenza). Ma questa non è comunque un'occasione da perdere! Mentre la polizia carica sul resto della popolazione, questo gruppo di sceme spacca le vetrine dei saloni di bellezza del quartiere e scappa per i vicoli con le borse piene di parrucche, trucchi, vestitini di piume e unghie finte. Alla vista di tale surreale scena, le forze dell'ordine non hanno nemmeno il coraggio di fermarle.
Pensata oggi, la scenetta fa ridere, ma il dover lottare coi denti per tenersi in vita, e doversi ridurre a rubare per poter solamente esprimere la propria identità, è una situazione che un carattere superbo e orgoglioso come Sylvester non può digerire a lungo.

stonewall220x270Anche sull'altra sponda d'America, nella vivace New York, la qualità della vita per la comunità gay afroamericana non è certo delle migliori, e si muove sempre quattro passi indietro rispetto al resto della società. Ma a differenza della troppo vasta e disconnessa Los Angeles, i principali protagonisti del movimento newyorkese si stanno muovendo con più decisione; inizia a prendere forma la tuttora ampiamente vivace scena delle ballroom, grazie a figure leggendarie come Pepper LaBeija, mentre per le strade e lungo i pontili dell'Hudson River, Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson (ritratte qui a sinistra) fanno il possibile per dare ai senzatetto transessuali una parvenza di comunità e di supporto. Sono proprio quest'ultime due le principali fautrici della storica sommossa di Stonewall, che il 28 giugno 1969 dà il via alle richieste di riscatto sociale anche da parte della comunità gay. La notizia dei fatti di Stonewall giunge a Los Angeles, e assieme al ben più ampio movimento sessantottino del flower power in opposizione della guerra in Vietnam, dimostra che i tempi sono ormai più che maturi per un cambio di rotta. New York è lontana e fuori mano, ma la vita a Watts è statica e non cambierà certo nel breve termine; l'unica via di uscita, per Sylvester, è andarsene nell'unico posto al mondo che in quel momento è capace di unire uno stile di vita decente con le sue inclinazioni artistiche: San Francisco.

[Nonostante i documenti del periodo siano scarsi, la drammatica e colorita storia delle Disquotays è riuscita a entrare nel linguaggio della comunità queer e non, grazie appunto al fatto di aver avuto tra i suoi ranghi una futura stella come Sylvester. Ma è opportuno notare come, a oltre cinquant'anni da tali vicende, la situazione per quelle stesse frange di popolazione, in certi posti d'America, non sia migliorata d'una virgola.
Girato sul finire del 2014, e presentato l'anno dopo, "Check It" è l'incredibile documentario sulla vita di un gruppo di teenager gay e transgender di Washington Dc, ragazzini abbandonati dalle proprie famiglie e dalla comunità sin dall'età di quattordici anni per via dell'orientamento sessuale, e che sopravvivono spacciando e battendo le strade a pochissime miglia dalla Casa Bianca. L'unica differenza con le Disquotays è che quest'ultimi, oggi, stanchi di essere pestati a sangue per strada e vulnerabili a qualunque tipo di abuso sessuale (e relative malattie), hanno preso in mano il proprio destino nell'unico modo che conoscono: organizzarsi nella prima gang criminale apertamente gay d'America - la Check It gang, appunto - e usare la violenza come arma di difesa. Una visione cruda ma a tratti anche esilarante e non priva di speranza, vivamente consigliata a chiunque voglia farsi un'idea sulle vicissitudini di una delle minoranze più ignorate all'interno del mondo Occidentale, e magari con questo provare anche solo a immaginare - con le dovute differenze del caso - come doveva essere la vita di Sylvester, Duchess e gli altri personaggi di quel tempo].

Fase due: San Francisco e le Cockettes, hippie barbuti sempre piaciuti

hibiscus220x270Sylvester giunge a San Francisco nel 1970, la città è in pieno fermento counter-culture e l'aria che si respira per le strade è a dir poco elettrica. Il primo - e più importante - contatto avviene quando entra a far parte delle Cockettes, l'appena nato movimento avantgarde e hippie capitanato da una celebre drag queen di nome Hibiscus, raffigurata qui accanto (un nome un programma: si presenta in un tripudio di peli, foglie e frutta, ma all'occasione si veste anche da Madama Butterfly e gira per la città con un ombrellino di carta). Le Cockettes si definiscono uno "psychedelic gay movement", per Sylvester la situazione è lontana anni luce dalla repressione alla quale era abituato a Watts - qui non c'è nessuna divisione di sesso e di razza, e nessun problema sul cosa indossare e come comportarsi, anzi: più l'abito è stravagante, meglio è. Le Cockettes mettono in scena spettacoli di cabaret satirici e deliranti, il vero e proprio canovaccio sul quale si baserà tantissima della cultura drag degli anni a venire, da Leigh Bowery nell'East End di Londra alla ben più mainstream "Drag Race" di RuPaul. Ma è celebre anche il mini-film "Tricia's Wedding", che le Cockettes girano nel 1971, una psichedelica e dissacrante pellicola sull'ossessione dei media nei confronti del matrimonio di Tricia Nixon, figlia dell'allora presidente degli Stati Uniti d'America, Richard Nixon.

Ma durante gli spettacoli delle Cockettes, Sylvester - la gran Diva - insiste per avere un segmento tutto suo. Appare sul palco vestito in eleganti abiti da sera, con fiori bianchi intrecciati tra i capelli, e s'impersona Diva jazz d'antan sull'onda di due dei suoi più grandi miti di sempre: Billie Holiday e Joséphine Baker.
Sulle prime il tutto dovrebbe suscitare un effetto ridicolo, il momento finto-serioso in cui la sfranta de turno si lascia andare a un tripudio di lacrime e feromoni. Ma quando Sylvester apre bocca e inizia a cantare, la voce che ne sgorga non è certo quella di una parodia; il pubblico viene come sollevato di peso e trasportato fuori dal teatro, scosso nell'anima dall'energia e dalla carica del gospel di una voce che, dopo anni di rifiuti e di vita passata per strada, s'è fatta più forte e disperata che mai.
Alla faccia della gola profonda, questa zoccola ha ingoiato una canna d'organo!
La differenza tra Sylvester e le Cockettes, insomma, è presto evidente. Mentre le seconde macinano Lsd e marijuana anche a colazione, e finiscono gli show con anarchiche abbuffate carnascialesche di uomini e donne nudi sul palco che abbaiano e si rotolano nel fango, spingendo il concetto di arte ben oltre i limiti del buon gusto, Sylvester rifiuta categoricamente ogni tipo di partecipazione a tal volgare atto: il suo look è elegante, il trucco perfetto, la preparazione meticolosa, passa ore e ore a scaldare la voce e a fare le prove di fronte allo specchio.
Durante il tour delle Cockettes a New York, nel novembre del 1971, l'intellighenzia queer della città non si dimostra affatto favorevole al debosciato modo di fare del gruppo di Frisco, lo stesso Andy Warhol appare molto poco propenso a quel tipo di show. Ma il segmento di Sylvester è sulla bocca di tutti, nel breve lasso di tempo di una manciata di date la sua voce ha fatto il giro dell'intera scena. Al suo ritorno a Los Angeles, Sylvester abbandona le Cockettes per concentrarsi sulla propria carriera solista.

Fase tre: glam, rock & blues (e bottigliate in viso)

La scissione dalle Cockettes non è comunque drammatica né brucia-ponti, gli ex-colleghi continueranno a essere gli amici fedeli di una vita intera. Anzi, si può tranquillamente concludere che l'influenza hippie delle Cockettes è ancora ben viva nella prima fase musicale di Sylvester. Accettato un primo contratto con la A&M Records, il Nostro incide alcuni demo a carattere blues e rock di chiara influenza psichedelica, ma il progetto non decolla. "Why Was I Born" ha addirittura le future Pointer Sisters a fare da coriste, ma nonostante la carica soul del pezzo sia già di tutto rispetto, la A&M boccia il progetto mentre Sylvester e i suoi musicisti suonano in giro per la città per farsi promozione. Aneddoto famoso: dopo aver aperto lo show per la data di David Bowie alla Winterland Ballroom, quest'ultimo avrà da commentare:
San Francisco non ha bisogno di me, c'è già Sylvester...
Alla fine il gruppetto viene notato dalla Blue Thumb Records, altra piccola etichetta della città, che si decide a sponsorizzare un album vero e proprio. Sylvester vorrebbe chiamarlo "Scratch My Flower", perché la copertina ha un adesivo a forma di fiore di quelli che, una volta staccati, hanno la colla profumata (idea pizzicata dalla celebre peel slowly and see Banana del suo fan Andy Warhol). Ma alla Blue Thumb non sono affatto per la quale; già è difficile riuscire a trovare il mercato per una drag queen di colore che canta il rock, soprattutto quando si ostina a farsi raffigurare sulla copertina in sandali con la zeppa e pose da Diva, figuriamoci poi se ci aggiungiamo l'innuendo sessuale. Si opta quindi per un generico Sylvester And The Hot Band (1973), dal momento che la Hot Band è la principale novità introdotta: cinque uomini esclusivamente bianchi ed esclusivamente eterosessuali, scelti personalmente da Sylvester per fare da sfondo alla sua presenza - Bobby Blood alla tromba, Chris Mostert al sax, James Q. Smith alla chitarra, Travis Fullerton alla batteria e Kerry Hatch al basso e occasionale songwriting dei pezzi autografi.
Nella mia band c'è posto per una sola Diva, e quella Diva sono io!
Sentenzia lui. Punto. Certo però Sylvester And The Hot Band è un disco ancora lontano dai fasti futuri, nonché composto esclusivamente da cover di pezzi allora in voga, creando un effetto generalista che manca di accattivare il pubblico e non cavalca nemmeno l'ondata glam nella quale un personaggio come Sylvester potrebbe forse trovare più favori. "Southern Man" di Neil Young riceve un trattamento più morbido e pieno di groove, ma la voce di Sylvester, coperta da chitarre e riverberi, non risalta a dovere: una produzione così baggy mal si adatta al suo timbro limpido e pulito, soprattutto quando sale in falsetto - queste sono indubbiamente sonorità più adatte alla sua vecchia amica Etta James, all'urlatrice Patti Labelle, alla screaming dirt Tina Turner o anche al forte contralto di Cher dell'era "3614 Jackson Highway". Lo stesso effetto di spaesamento si ripete anche su "A Whiter Shade Of Pale", super-classico dei Procol Harum dalla melodia eterna, che però in bocca a Sylvester stenta a prendere il volo.
Risalta comunque la traccia finale "My Country 'Tis Of Thee", un brano della tradizione americana che la Hot Band trasforma in una gustosa jam dai sapori quasi progressivi con l'arricchimento dei fiati, mentre Sylvester entra solo verso la metà del pezzo per implorare l'ascoltatore con la spassionata verve di un'Aretha Franklin.

hotband220x270Su disco, insomma, non si riesce ancora a catturare l'energia che Sylvester è capace di dispensare dal vivo. Ma le cronache del tempo raccontano pure di un disastroso tour in giro per l'America in supporto dell'album, soprattutto quando il gruppo si addentra negli stati del sud, come il Texas e la Louisiana. Sylvester e la Hot Band non hanno nemmeno bisogno di iniziare a suonare, il pubblico lancia sputi e bottiglie sul palco alla sola vista di un uomo di colore vestito da donna. Per il cantante, tutto questo è poco più che ordinaria amministrazione, abituato com'è da una vita intera di scherni e offese che raccoglie anche solo andando a comprare il latte. Ma per i cinque maschi della Hot Band il ricevimento è una vera doccia fredda, la cruda constatazione che la diversità richiede un coraggio fuori dal comune, e nel mentre che Sylvester continua a marciare come nulla fosse i rapporti all'interno del gruppo si fanno tesi.

C'è comunque tempo per incidere un secondo album, Bazaar (1973), che si muove sempre verso il rock e il blues, ma mostra già una piccola marcia in più. Sylvester suona più rilassato, gli arrangiamenti appaiono meglio curati, mentre le Pointer Sisters ai cori funzionano sicuramente meglio. Piacciono soprattutto i due pezzi originali scritti da Hatch; l'apertura di "Down On Your Knees" è una sorta di "Proud Mary" trasportata sul futuro palco del "Rocky Horror Picture Show", con un instancabile Sylvester che avanza su un falsetto strappa-mutande. Semplicemente molto bella, invece, la ballata "All That I Need", una di quelle tipiche melodie dei bei tempi andati, che in bocca a un cantante soul non-travestito sarebbe potuta diventare un piccolo classico d'amore.
Il resto è un disco sicuramente piacevole, a tratti spiritoso ("Play Something Sweet" di Toussaint) a tratti melodrammatico ("My Life"), ma che ancora una volta non riesce a far trasparire al meglio la personalità dell'interprete.
Pure le sorti di Bazaar sono grame tanto quanto quelle del predecessore, e la Hot Band presto si smembra, lasciando Sylvester nuovamente a piedi. Per quest'ultimo il rock non porta proprio fortuna, la sua artisticità ha bisogno di altro. C'aveva visto giusto il sempre acuto John Waters insomma, quando, dopo avero assistito a uno show delle Cockettes, ebbe da commentare su Sylvester:
This is no hippie with a beard, this is Billie Holiday and Diana Ross on Lsd.
Esiste in commercio una buona ristampa da parte della Geffen del periodo Hot Band chiamata The Blue Thumb Collection (2009), che include i due album per intero più un paio d'inediti: la vecchia "Why Was I Born" e un'esangue versione di "Hey, That's No Way To Say Goodbye" di Leonard Cohen.

Fase quattro: della formula perfetta (e di due tonnellate di divertimento)

Il periodo '73/'76 di Sylvester è dominato da un continuo cambio di line-up, nel tentativo di trovare la formula giusta con la quale convincere le etichette discografiche della città a fornirgli un accordo - impresa non facile, dal momento che lui stesso avrà spesso da lamentare che:
Nessuno vuol mettere sotto contratto una drag queen!
Difatti, l'idea di presentarsi proprio con altre drag queen sul palco non prende assolutamente il volo; dapprima c'è un trio - con Jerry Kirky e Lady Bianca - e poi un quartetto - con Arnold Elzie, Leroy Davis e Gerry Kirby - ma in entrambi i casi Sylvester non è soddisfatto, e nonostante nei club della città il suo nome sia ormai un culto, il resto del mondo al di fuori del Castro è totalmente ignaro circa la sua esistenza.

priderealnessTale periodo è in realtà pieno di significato per la vita di Sylvester, il suo instancabile supporto per la causa dei diritti gay lo porta a cantare a ogni manifestazione, diventando un personaggio amatissimo in città. Riceverà nonostante tutto anche aspre critiche da parte delle frange più conservatrici all'interno dello stesso movimento gay, quelle stesse frange di uomini che si giovano del suo supporto ma che, in ultima istanza, provano vergogna nel vedersi associare al suo look troppo "diverso", e preferiscono piuttosto aderire in omertoso e criminale silenzio alla falsa sicurezza della tanto agognata e totalmente artefatta "normalità" del mondo eteronormativo (purtroppo va così, pure Marsha P. Johnson in quel di New York riceverà un simile trattamento: dopo aver letteralmente scagliato la prima pietra contro la polizia a Stonewall in segno di protesta e aver dato il via a un movimento di riscatto che adesso si muove su scala nazionale, gli organizzatori di una delle prime manifestazioni di orgoglio gay tenteranno di relegarla in fondo al corteo, per coprire agli occhi del resto del mondo l'imperdonabile "scandalo" di essere una donna transessuale).
Ma Sylvester è inarrestabile e soprattutto ha il buon senso di mandare a fanculo chiunque gli muova tali accuse. Non a caso, in questo periodo diventa amico fidato di Harvey Milk, il primo uomo apertamente gay che sta sfidando la sorte di petto: si è ri-candidato alle comunali di San Francisco per la terza volta e, dopo mesi di leggendarie campagne elettorali zeppe di teatralità e colpi di scena, verrà finalmente eletto nel 1977 per la gioia e il tripudio di tutto il quartiere (ma verrà assassinato appena un anno dopo da Dan White, il suo principale concorrente, conservatore e fermamente religioso).

Ma il riscatto della carriera personale per Sylvester arriva solo gradualmente; in uno dei tanti tentativi di costruzione di una nuova line-up, il suo manager del momento - Brent Thomson - organizza delle audizioni per trovare nuovi coristi, stavolta cercando solo tra donne. Sul palco si susseguono una dopo l'altra decine di biondone anemiche e ululanti, coi pantaloni a zampa e le camicie a fiori, ma Sylvester è annoiato e le scarta tutte... fino a quando sul palco non monta Martha Wash, una mama afroamericana di 130 kg con un'instancabile voce gospel e due occhi capaci di leggerti l'anima con uno sguardo. Sylvester è in estasi, le chiede subito:
Per caso hai un'amica, più o meno della tua stazza, capace di cantare come te?
Un'amica-di-stazza Martha ce l'ha davvero, si chiama Izora Rhodes e assieme le due formano le Two Tons O' Fun - due vere e proprie tonnellate di divertimento, con l'aggiunto talento di saper armonizzare come un'orchestra, creando una rete attraverso la quale non cadrebbe il più scrauso dei cantanti. Aggiunta la superba voce di Sylvester, il trio prende letteralmente il volo alla volta dei Cieli.
Nasce così una delle relazioni più importanti della vita di Sylvester, due colleghe e amiche fidatissime che lo accompagneranno fino alla fine dei suoi giorni. Ma non solo; con le Two Tons prende letteralmente carne il mito delle "coriste afroamericane", uno stabile che si protarrà negli anni a venire sul resto del mondo della musica popolare - da David Byrne a Jack White e Mariah Carey, quando sul palco c'è bisogno di un supporto vocale di prim'ordine, sul retro troviamo sempre almeno un paio di donne africane di estrazione gospel/soul. Ecco Sylvester e le Two Tons qui sotto, in un tripudio di carne, parrucche e sorrisi smaglianti:

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Le nuove performance del trio dal vivo sono ben più entusiasmanti, la sinergia tra Sylvester e le Two Tons è semplicemente elettrizzante e il palco prende fuoco - basta giusto mettere in chiaro una cosa prima di ogni show: Martha canta la linea bassa, Izora l'intermedia e Sylvester fa il soprano di coloritura, e guai a chi tenta di sorpassarlo cantando più in alto! Finalmente, dopo mesi di mini-concertini in giro per la West Coast, Sylvester e la sua banda vengono notati da Harvey Fuqua, vecchio peso massimo nel mondo discografico grazie al suo lavoro con la Motown Records, nonché responsabile per aver scoperto - tra gli altri - Marvin Gaye e Tammi Terrell, prima di aver passato ufficialmente la palla al leggendario Berry Gordy.

Come tutti, Fuqua non è molto convinto dal look di Sylvester, ma a differenza di molti, la sua esperienza sul campo gli ha insegnato che un talento vocale come quello non si trova tutti i giorni. Fuqua offre dunque a Sylvester un contratto con la Fantasy Records, famosa etichetta dei tempi alla quale si è associato per apportare la propria esperienza nel campo soul/r&b (oltre alla Motown, Fuqua ha fatto anche parte integrante degli uffici della storica Chess di Chicago). Ma assieme all'offerta di un contratto e dei soldi necessari per incidere un disco di tutto punto, c'è pure la supplica verso il cantante di smontare un attimo il look eccessivo per scattare la foto di copertina e tentare di lanciare il prodotto verso un mercato meno di nicchia. Contro ogni aspettativa, Sylvester stavolta dice di sì: si tratta del primo degli unici due compromessi che accetterà nel corso della carriera circa la sua immagine. Per un paio d'ore, le parrucche e i vestiti di paillettes vengono sostituiti da un semplice completo giacca & pantaloni, un normalissimo taglio corto di capelli e una posa molto casual (che poi, un occhio un filo più attento potrebbe tranquillamente notare come il contouring delle labbra, degli occhi e del perfetto arco delle sopracciglia non sia certo opera di Madre Natura, quanto semmai di Madre Maybelline, ma il pubblico generalista non sembra in grado di cogliere la sfumatura - giudicate voi stessi dalla foto qui sotto).

sylvester220x270jpgNonostante la situazione sia restrittiva, bisogna comunque ringraziarlo per aver ceduto alle richieste di Fuqua, perché il risultante Sylvester (1977) è un album strepitoso, senza il quale il resto della sua carriera forse non avrebbe mai preso quota.
Si parte in quarta con "Over And Over", uno dei brani chiave del Sylvester-pensiero che esortano a non arrendersi mai di fronte a qualsiasi ostacolo. Musicalmente, si tratta di una marcetta di ottoni greco/romani che si dipana per quasi sette minuti di slanciatissimo disco-soul, con le instancabili Two Tons che ripetono il refrain mentre Sylvester scorrazza in alto e in basso - c'è pure l'intermezzo, dove la strumentazione si riduce alle sole congas e il battito delle mani, prima della ripresa vocale a tutto spiano. Insomma, nel 1977 la disco music è ormai il pane quotidiano d'America, Fuqua lo sa bene, ma anche Sylvester non ha certo bisogno di farselo dire due volte, perché il genere in questione è sostanzialmente una seconda pelle, musica da ballo nata proprio dalle esigenze della sua comunità gay e che già spopola nei club di settore con estrema facilità. "Changes" è un altro vivido esempio di trascinante disco dal ritmo serrato, coretti d'ovatta e una linea melodica tutta preghiere e scoppi di falsetto, e ancor meglio fa la concitata "Down Down Down", con le sue scivolate di violini e contrappunto pianistico su un ritmo lanciato al galoppo.
Ma Sylvester non è solo disco music; "I Tried To Forget You" è un gonfio momento emotivo, "Tipsong" tocca il bucolico grazie a un arrangiamento di flauti, chitarre latine e nacchere. Ma è con "Loving Grows Up Slow" che Sylvester inanella già una delle performance vocali più intense della sua carriera, una di quelle ballate dei bei vecchi tempi dove il romanticismo, per quanto esagerato, non scade mai nel mieloso.
Menzione di riguardo per "I Been Down", che più che un pezzo cantato è una conversazione a tre tra Sylvester, Martha e Izora, che si lamentano l'un l'altra per il trattamento ricevuto da parte di un uomo, confidandosi come se fossero in bagno a rifarsi il trucco - l'immagine della donna afroamericana con le mani sui fianchi che scuote il collo e la parrucca è racchiusa tutta in questo pezzo, un'attitudine che gli anglofoni definiscono sassy (uno stereotipo bello e buono, considerabile pure razzista, ma che - non ce ne vogliano - è davvero troppo divertente).

Sylvester non riesce a entrare in classifica, ma i due singoli estratti - "Over And Over" e "Down Down Down" - arrivano entrambi al n.18 della Dance Chart statunitense, dando il via alla sua vera e propria carriera. Inutile negarlo; tantissimi artisti che adesso sono montati sul vagone della disco music (incluse one hit wonder oggi dimenticate) smerciano milioni di album settimana dopo settimana, il catalogo della Casablanca per esempio al momento fa paura, ma le vendite di Sylvester - drag queen di colore - non saranno mai ai livelli di quelle di personaggi più socialmente accettabili, come i Bee Gees o Donna Summer, e si concentreranno tutte nel "ghetto" della Dance Chart, piuttosto che in quella Popolare. Sylvester è comunque un risultato non indifferente per gli emarginati di Frisco, un modo per mettere il piedino contro la porta e prendere parte alla (propria) festa nel momento esatto in cui le cose si stanno scaldando in pista. Il primo album pubblicato sotto il solo nome di Sylvester è uno dei meglio riusciti dell'intera carriera, significativo del suo versatile stile nonché dimostrazione di una penna capace di tener testa al suo talento vocale - solo tre pezzi sono rifacimenti di altri, gli altri portano tutti la sua firma e co-firma. E adesso le cose non possono che migliorare.

Disco Diva

Appurato che la disco music è il perfetto medium per l'artisticità di Sylvester, ora bisogna giusto tenersi sul pezzo, continuando però a infonderci l'anima a furia di gospel e di soul. Il passo successivo ha un nome che può sembrare scontato - Step II (1978) - ma i risultati sorpassano ogni aspettativa.
Piuttosto che farsi ritrarre nuovamente in "volgari" abiti maschili, Sylvester accetta di lasciare la copertina del nuovo album a un'immagine che non raffiguri la propria persona, il secondo compromesso con la Fantasy Records che è ancora cauta circa la sua "nascostissima" omosessualità. Ma è un compromesso che si rivela profetico. La foto prescelta mostra un bicchiere da cocktail che sta per infragersi contro un pavimento di mattonelle rosa fluo, si può immaginare come, pochi secondi dopo, i cocci e il liquido contenuto verranno pesticciati da quel sandalo con calzino che si scorge sulla sinistra della foto. E' l'immagine più appropriata per definire il modo in cui Sylvester riesce - finalmente - a farsi notare dal resto del mondo, strepitando e pesticciando come una pazza pazza pazza su una terrazza (come diceva la mitica Raffaella nazionale) con un album esplosivo e un paio di singoli che faranno storia moderna sin dal momento della pubblicazione.

patrick220x270La nuova passione degli avventori dei club adesso è tutta sintetica; dall'Europa, Donna Summer e Giorgio Moroder hanno da poco dato alle stampe "I Feel Love", l'esplosivo e miliare pezzo disco composto su linee sovrapposte di sintetizzatore, che creano un'atmosfera capace di trasportare la pista da ballo verso un futuro fantascientifico.
Ma Sylvester ha scovato il suo personale Moroder; si chiama Patrick Cowley (raffigurato qui a sinistra) ed è un timido e baffuto ragazzo gay che, come tanti, è arrivato a San Francisco per fuggire dall'ignorante vita di provincia. A differenza di molti in quella città, l'introverso Patrick non si stacca mai dai suoi amatissimi dischi dei Kraftwerk, ha la passione per la composizione musicale e soprattutto per i sintetizzatori, che sta studiando al City College - al momento, i suoi strampalati ma affascinanti e tremendamente futuribili esperimenti vengono impiegati come colonne sonore per film pornografici di culto (chi volesse, oggi può trovare album come "School Daze", "Muscle Up" e "Candida Cosmica" rimasterizzati e ristampati dall'appropriamente denominata Dark Entries). Il concetto è lo stesso della controparte europea: il suono del sintetizzatore ha un fascino unico, la base si programma con un paio di bottoni e si manda in loop, creando un tessuto ritmico freddo e uniforme che avanza con precisione spietata, e solo chi ha fiato abbastanza per montarci sopra e domarlo al proprio volere può considerarsi una vera Disco Queen. Sylvester, più che domarlo, lo spara nello spazio con un colpo di tacco a spillo.

"Dance (Disco Heat)" è il primo singolo estratto da Step II, un pezzo snello e vivace ma dal ritmo spietatamente teutonico, sul quale lui e le Two Tons cavalcano senza sosta per quasi sei minuti di cori e controcori, falsetti e tenori, portando in pista da ballo un pezzo dalle sonorità nuove di zecca, ma pur sempre pregno di quel calore che solo l'anima del gospel può infondere allo spirito - la scuola americana e quella europea unite assieme in un unico, bollente amplesso.
E di gospel è ancora pieno il cuore; su Step II si trovano una vibrante ballata come "I Took My Strength From You", momento di incrollabile fede condito da flauti e una sorniona cornice di violini, mentre la conclusiva "Just You And Me Forever" è una delle più semplici e disarmanti canzoni d'amore di sempre. Fanno da ponte intermedio "Grateful", sculettante momento disco, e "Was It Something That I Said", il nuovo discorso a tre tra Sylvester e le Two Tons O' Fun che s'interrogano nuovamente sui problemi di relazione (risalta la voce di Sylvester nel registro tenore, forte di un'innata dolcezza e di un timbro amichevole che invita immediatamente al pettegolezzo e alle confidenze, seduti sotto un glicine all'ora del tè con una fetta di red velvet).

Ma con l'arrivo di "You Make Me Feel (Mighty Real)" le cose cambiano una volta per tutte. Nato originariamente in forma di ballata (come si evince dalla versione "Epilogue", sempre inclusa nel disco), il pezzo viene velocizzato e le sue parti smontate e rimontate a blocchi fluidi su suggerimento di Patrick, che intravede nelle liriche una carica di onesto erotismo che aspetta solo di essere lanciato in pista da ballo di fronte agli occhi dell'intera comunità. Il resto è storia: un giro epico, il synth che vibra sovrastante e Sylvester che intona uno dei più celebri motivi dell'intera disco music mentre scivola via sulle piastrelle e prende il volo sulle ali di un falsetto ultrasonico.
Durante la promozione del singolo in Inghilterra, e quindi lontanissimo dalle pavide strategie di marketing della Fantasy, Sylvester Il Caparbio decide di girare un videoclip promozionale per la sua hit, e stavolta non ce n'è per nessuno: lo si vede scendere una scala fasciato di pelle nera e con un'aura incompromissoriamente femminile, poi si mette a svolazzare avvolto da un completo bianco neve da mafioso cocainomane, e poi appare coperto di paillettes lucenti, mentre tutto attorno a lui in pista veleggiano sexy-pattinatrici vestite di poco e nulla - è l'apoteosi della disco music, un'euforia totalizzante che per un breve, utopico momento riesce a trascendere sesso e razza in favore dell'inclusività più totale.


La curiosità consegnata ai posteri è che, tra le comparse sui pattini del video, dovrebbe figurare anche una delle più grandi terroriste dell'arte anglosassone di sempre, Cosey Fanni Tutti dei Throbbing Gristle. Lungi dall'essere una presenza ironica nel senso trash del termine, Cosey è una mente illuminata che ha già capito come il gender - e soprattutto il concetto di performing gender che ci viene immancabilmente attribuito alla nascita - sia solo una costruzione sociale di stampo cattolico/imperialista che nulla ha a che fare con l'espressione umana, soprattutto quella artistica, e vede quindi in Sylvester la personificazione ultima del talento e della più pura libertà d'espressione. Del resto, come potrebbe essere altrimenti? L'altro membro dei suoi Throbbing Gristle è Genesis P-Orridge, personaggio anticonformista che da quasi un decennio ha già cambiato il proprio pronome in s/he proprio per ovviare a tali catalogazioni.

Alla Fantasy si mettono le mani nei capelli di fronte a tale videoclip, ma ormai è troppo tardi, e soprattutto: chi se ne frega? Siamo nel 1978, anno di massima espansione della disco music, un movimento che - ricordiamolo - è stato popolare prima di tutto tra le le frange gay della società, ed è quindi più che giusto se, a raccogliere i plausi tra i grandi nomi del movimento, adesso fa presenza pure il volto dal perfetto maquillage di Sylvester James. Lo si vedrà comparire in vari programi televisivi, incompromissoriamente femminile nelle movenze e incurante di ogni commento, nonostante le domande imbarazzate che gli rivolgono alcuni conduttori impreparati sull'argomento. Ma spesso e volentieri la folla lo accoglie con entusiasmo, il suo buonumore è innegabilmente contagioso e la sua persona trasuda glamour e inclusività da tutti i pori. Per milioni di persone al mondo Sylvester rappresenterà una vera e propria perdita di verginità, perché prima di allora nessuno aveva mai preso in considerazione il fatto che un uomo di colore potesse vestirsi in quel modo, cantare in quel modo, comportarsi in quel modo e tenere le redini della propria carriera avvolto da una morbida pelliccia d'ermellino bianco.

Entrambi i singoli estratti da Step II occupano la vetta della Dance Chart americana per settimane, con "Mighty Real" che spopola un po' ovunque, soprattutto in Europa, con picco di successo in Inghilterra, ma va bene anche in Francia e pure da noi in Italia, dove entra al n. 24 dopo una comparsa di Sylvester al programma della Rai "Che combinazione". "You Make Me Feel (Mighty Real)" è la Firma, un pezzo che sarà imitato, remixato, copiato o direttamente preso in prestito decine di volte negli anni a venire, mentre il ritornello rispunterà a intervalli regolari nella cultura popolare del corso dei decenni, e arriverà poi a staccarsi dal volto del suo autore per entrare nell'Olimpo dei classici senza tempo.
Chi fosse appena atterrato sulla Terra può contare sull'ascolto dell'intero Step II come documento capace di illustrare, in meno di quaranta minuti, tutto quel che c'è da sapere sulla disco music: la decodificazione di un genere attraverso il suo passato, il suo presente e il suo futuro, soul ed elettronica, romanticismo ed erotismo, dedizione e spirito libertino, con in più l'ingrediente tipico del Sylvester-sound: il gospel. Semplicemente perfetto.

Annus Mirabilis 1979

L'anno finale del dominio della disco music nel mondo vede Sylvester in forma sempre più smagliante. Il successo lo porta a giro per il mondo, il conto in banca per la prima volta in vita sua continua a crescere dal lato del verde, e per la sua persona sgargiante e vanesia l'effetto è come un balsamo dopo anni di rifiuti e sassate. Lungi però dal vivere un periodo alienante, dove la carriera prende il posto degli affetti, Sylvester non manca di spendere e spandere sulla famiglia e tutti gli amici che ha, una delle più note "mani bucate" del periodo, dicono in molti, ma che forse è solo conscio dei drammi passati e di come il tutto sia solo una vacua e temporanea illusione - come il resto della comunità afroamericana, anche Sylvester è stato forzato a non fidarsi poi troppo del bel tempo, e la sua attitudine pertanto è di vivere nel presente.

stars220x270Ed è forse questo il motivo sul perché la sua carriera musicale continua per la propria strada senza cristallizzarsi al dettaglio sulla formula che gli ha appena donato il successo. Il valore di un disco come Stars (1979) sta proprio nel modo in cui lui e Patrick Cowley assemblano un viaggio future-disco in quattro movimenti, sviando dal concetto della canzone popolare per abbracciare la fantasiosa forma suite (che è comunque sempre in voga grazie a personalità come Cerrone e lo stesso Moroder).
Ascoltare "Stars" è come fare una corsa in tacchi alti sui cerchi di Saturno; il pezzo parte come un ottovolante, con Sylvester che decanta strofa e ritornello permeato da un'estatica pace dei sensi, ma sull'intermezzo il pezzo inizia a sfaldarsi e a prendere quota verso la polvere di stelle e meteoriti fluttuanti, il ritmo ridotto all'osso è sostanzialmente il seme della musica house che verrà. Con "Body Strong" il tema dell'amore tocca il carnale, ma ancora una volta il formato lungo consente a Patrick di esercitare tutto l'amore per il gioco delle parti strumentali (bellissima la scoppiettante sezione di violini che si sente a metà) e sperimentare con la formula del remix incorporato (tecnica messa a punto qualche anno prima dalla coppia di pionieri Walter Gibbons/Tom Moulton). La splendida "I (Who Have Nothing)" parte col beat tenuto al passo e un'idea di pianoforte spiccatamente romantica, prima dell'arrivo di una chitarra funky e del gioco tra i violini e le coriste, così che quando finalmente entra Sylvester, il pezzo è già dirottato verso l'emotività più accorata e l'ascoltatore rimane inchiodato alla cassa per tutti gli undici minuti di effervescente durata (effetto reso ancor più curioso dalla particolare genesi del pezzo: la versione di Sylvester è un trasfigurato rifacimento in chiave disco music di un classico della coppia Leiber & Stoller che aveva trovato fama tramite le interpretazioni di Ben E. King, 1963, e Shirley Bassey, 1965, ma che era a sua volta la ri-scrittura in versione inglese di "Uno dei tanti", pezzo che Mogol aveva affidato a Joe Sentieri già nel 61).

Tocca al quasi spettrale pseudo-dub dai toni lunari di "I Need Somebody To Love Tonight", il pezzo più suggestivo del lotto, il compito di chiudere in bellezza un vero fiore all'occhiello nella discografia di Sylvester, uno di quei dischi da impugnare ogni volta che l'immagine dell'autore viene fatta prevalere sul contenuto musicale, e ricordare a tutti come, oltre al personaggio sicuramente imponente, Sylvester fosse prima di tutto un ottimo musicista e interprete. Il cambio di direzione non è nemmeno un grosso dramma per il suo pubblico; nonostante Stars sia oggi un disco rimasto di culto, ai tempi - grazie a ripetuti passaggi in ogni discoteca d'America - ben tre pezzi su quattro conquistano la Top 5 della Dance Chart, cementando l'immagine di Sylvester anche senza dover ripetere il successone del disco precedente. Cose che solo le Stars possono permettersi, appunto.

Ma il personale fiore all'occhiello Sylvester se lo appunta l'11 marzo 1979, quando l'allora sindaco di San Francisco - Diane Feinstein - gli consegna le Chiavi della Città e quella stessa sera la War Memorial Opera House lo ospita per un concerto tutto suo. Si tratta indubbiamente del giorno più importante della sua vita: prima il riconoscimento di anni di instancabile operato da parte della sua amata città adottiva e poi il baluardo della musica seria, bianca e conservatrice che in suo onore apre le porte al pubblico nero, hippie, gay e transessuale della città per un'indimenticabile serata di disco, soul, gospel e cabaret. Sul palco ci sono tutti: la band che lo accompagna nei tour al completo, e ovviamente le Two Tons O' Fun ai cori e Patrick alle tastiere. Ma in sala è presente pure la madre, che ha finalmente sotterrato l'ascia ed è venuta ad assistere in persona al trionfo del suo primogenito, quello che tra tutti era stato destinato al peggio e che invece è finito col far meglio dell'intera vecchia parrocchia di rosiconi baciapile di Watts.

Il risultato di tale concerto finisce tutto per intero su Living Proof (1979), un doppio Lp che trasuda di emozione ed energia da ogni solco. Già la copertina è tutta un programma: una foto scattata sulle scale dell'Opera House poco prima dell'apertura delle porte, con Sylvester al centro vestito in uno sgargiante completo mentre si versa una coppa di champagne, attorno a lui la folla estetizzante attende con frenesia e una drag queen in tenuta glamour con boa rosso attorno al collo tiene al guinzaglio un elegante cane nero.
La "Ouverture" è un medley strumentale dei suoi motivi più famosi per presentare la band e scaldare il palco, così quando Sylvester finalmente fa il il suo trionfale ingresso, il pubblico non può che scattare in piedi tra scrosci di applausi e urla di apprezzamento.
Lo svolgimento di Living Proof è un continuo saliscendi di ritmo e rilascio di tensione, momenti vivaci alternati a ballate snocciolate con voce superba, e non mancano gli intermezzi dove Sylvester riprende lo spirito da cabaret messo a punto ai tempi delle Cockettes, per intrattenere la folla con storielle divertenti e commenti spassosi.
Vengono presentati i nuovissimi pezzi di Stars e diversi classici, ma figurano anche molti rifacimenti, quali "Blackbird" dei Beatles e una fantastica versione di "Could It Be Magic" di Barry Manilow. Ma il momento più intenso viene riservato ai tributi alle sue dive preferite: "Lover Man (Oh Where Can You Be?)" di Billie Holiday viene riproposta in un intenso momento di jazz e confidenze a due tempi - lento il primo, zompettante il secondo - mentre "You Are My Friend" dell'adorata Patti Labelle si trasformerà poi in un classico anche per lo stesso Sylvester, l'interpretazione che ne dà - dedicata a tutti i presenti in sala - manda brividi lungo la schiena. Per il gran finale, "Dance (Disco Heat)" e "You Make Me Feel (Mighty Real)" entrambe da oltre dieci minuti l'una, trasformano la sala in una gigantesca pista da ballo.

Si dice spesso che i dischi dal vivo appartengono a una categoria a sé, ma dal momento che Sylvester non è più tra di noi, e che la rivalutazione del suo operato è ancora riservata a un culto relativamente ristretto, Living Proof oggi rimane forse il più immediato e facilmente reperibile testamento della sua strabordante personalità e vocalità - la fotografia per eccellenza di un personaggio al massimo della felicità, colto nel pieno di un'era indimenticabile.

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Subito dopo - gli anni della confusione


Del crollo della disco music abbiamo già parlato più in dettaglio a proposito della storia di Donna Summer; qui basti ricordare come la Disco Demolition Night, da evento partito a mo' di satira finisce con l'avere un effetto devastante su tutto il movimento, ma lascia pure intravedere, attraverso la magari condivisibile insofferenza verso il genere in questione, i mai sopiti semi di razzismo e omofobia che tanto fioriscono tra quel tipo di pubblico che usa la musica rock come scusa per farne un simbolo di machismo. Per Sylvester e il resto della comunità gay la visione della pira in fiamme è spiacevole, ma certamente non nuova: un gruppo di maschi bianchi inferociti che bruciano dischi di "froci e negri"? Capirai, altro non è che la storia d'America che continua a ripetersi come suo solito. E Sylvester difatti cadrà comunque in piedi, dal momento che il suo pubblico di emarginati ha ancora bisogno di gente come lui e di musica e discoteche dove potersi rifugiare per vivere la propria identità.
I realise that gay people have put me on a pedestal and I love it. After all, of all the oppressed minorities, they just have to be the most oppressed. They have all the hassles of finding something or someone to identify with - and they chose me. I like being around gay people and they've proven to be some of my closest friends and most loyal audiences.
Parole sante, che saranno prese da monito da tante popstar del futuro (ma che graveranno come sassolini nelle scarpe di chiunque farà il dietrofront per pararsi il culo nel momento del bisogno - vero, signora Cuccarini?). Certo, Sell My Soul (1980) risente comunque molto degli effetti suscitati dal movimento anti-disco; già il titolo è tutto un programma, chiaro segno che Sylvester non ha alcuna intenzione di arrendersi e diventare un pezzo di mobilia del passato, ed è pronto a vendere l'anima pur di tirare avanti e mantenersi rilevante. Solo l'iniziale "I Need You" è ancora un pezzo di pura disco music infatti, sul resto dell'album a questo giro di gioca di soul, funk e r&b, che ben si sposano alla vocalità dell'autore, ma che lasciano trasparire le grosse assenze in studio: Patrick Cowley infatti al momento è impegnato nella costruzione dei suoi avveniristici progetti solisti (che meriteranno un cenno in separata sede), ma anche le Two Tons O' Fun sono state convinte da Fuqua a fare qualcosa in solo, e hanno infilato un paio di hit in vetta alla Dance Chart americana - "Earth Can Be Just Like Heaven" e il doppio A-side "I Got The Feeling"/"Just Us".

1980_01Sarà anche un caso, ma a Sell My Soul adesso manca proprio quella patina di elegante utopia dei tempi passati; i possenti cori di "I'll Dance To That" richiamano quelli di "I'm Every Woman" di Chaka Khan, l'andazzo della title track è condito da zompettanti ottoni funk, e anche "Doin' It For The Real Thing" fa molto Diva d'altri tempi alle prese con le sonorità in voga al momento - del resto, uno dei principali nomi di punta in America ora è proprio Diana Ross, l'ex-Supreme rinata miracolosamente sulle ceneri della disco music grazie ad album di gran successo come "The Boss" e soprattutto il platinato "Diana" (contiene le hit-mostre "Upside Down" e "I'm Coming Out"). Molto particolare, semmai, la produzione di "Change Up", una ballata sorniona tipica di certi cantanti soul più piacioni e lussuriosi, ma dove il lavoro di tastiere e orchestra crea un densissimo impasto, al punto che in certi frangenti sembra di sentire, in anticipo di vent'anni, i microbi delle atmosfere downtempo e chill-out che verranno.

Formalmente a Sell My Soul non si potrebbe imputare niente, si tratta di un disco onesto e ben fatto, sfortunatamente pubblicato in un momento di grandissimo fermento e confusione - gli anni immediatamente successivi alla caduta della disco music vedono prendere consistenza i filoni più disparati, dalla new wave, il metal e l'hip-hop fino alla musica house e l'arrivo nelle classifiche statunitensi del synth-pop e della Second British Invasion. Ma, riascoltato oggi, Sell My Soul suona come il documento di un'istanza rimasta incastrata tra più fuochi, un disco non sempre capace di captare i fermenti di quanto stava davvero accadendo ai tempi, ed è pertanto rimasto un po' in disparte, anche tra i fan e gli amatori a caccia di riscoperte di quell'era - per fare un paragone con due dischi contemporanei di due illustri colleghe: sicuramente meglio riuscito rispetto al piatto "The Wanderer" della Summer, ma infintamente meno interessante del poliedrico "Warm Leatherette" di Grace Jones.

Tutt'altra pasta, invece, il successivo e bellissimo Too Hot To Sleep (1981). Appurato che la disco è ormai morta e che sia Patrick che le Two Tons sono ancora assenti, Sylvester si sposta ancor più lontano dal dancefloor andando a esplorare il lato più morbido, introverso e umbratile della propria arte, ma nel far ciò stavolta inanella uno dei dischi più belli dell'intera carriera. Il senso di spaesamento e totale cambio di direzione lo dà la straniante e misteriosa foto di copertina: la facciata di una casa illuminata di notte, con un gigantesco cactus che le troneggia davanti e il riverbero che fa tremolare la parte alta dell'edificio in un effetto vaporosamente psichedelico - sembra una vera e propria rappresentazione dell'insonnia dovuta alla calura estiva, quando dubbi esistenzali, pensieri a ruota libera e insoddisfazioni erotiche si accavallano l'uno sull'altra, togliendo il sonno e mandando la mente a spasso.

mid220x270L'attacco di "New Beginnings" e relativa "Reprise" posta in chiusura sono due brevi momenti orchestrali che racchiudono, come una morbida coperta di seta, un canzoniere di otto calde e morbide tracce. Il ritmo è stato ampiamente rallentato e l'impasto si è fatto elegantemente acustico, con pianoforte e violini in bello spolvero. La prima corista adesso è Jeanie Tracy, altra mama dalla voce enorme che, come Martha e Izora, sarà quasi una sorella per Sylvester; il duetto tra i due sulla qui presente "Give It Up (Don't Make Me Wait)" è uno dei momenti migliori della carriera, ma anche "Thinking Right" accarezza l'ascoltatore con innata suadenza, grazie soprattutto a Sylvester che canta esclusivamente nel registro tenorile, trasformandosi di fatto in un altra persona.
Per quanto virtualmente sconosciuta al resto del mondo, "Can't Forget The Love" ha l'aura di un classico senza tempo, una di quelle linee melodiche istintivamente memorabili al primo ascolto come se fosse sempre stata parte di noi. "Ooo Baby Baby" ha dei coretti in aria lovers rock, mentre la title track saltella su un gentile groove di pianoforte, "Here Is The Love" è tutta uno svolazzo lounge e "Can't You See" ci dà di delicatissimo disco-funk.
Too Hot To Sleep è dunque il testamento della versatilità e dell'ispirazione del suo autore, un disco inedito e finanche avventuroso, ma sempre fatto col cuore; assieme ad altre gemme nascoste del periodo, come il secondo album omonimo di Gwen McCrae sempre del 1981, Too Hot To Sleep seduce l'ascoltatore oggi come allora, un lavoro fermamente associabile al folto sottobosco del rare groove. Dello stesso anno anche la partecipazione di Sylvester come vocalist su "Magic Number" di Herbie Hancock, un'altra piccola perla di rare groove e synth-funk proveniente dallo stiloso disco di quest'ultimo, "Magic Windows".

Il successo di Too Hot To Sleep, però, è davvero minimo, se non del tutto inesistente, l'album rimane a tutt'oggi l'episodio in assoluto più sconosciuto della carriera di Sylvester (eccezion fatta per il periodo con la Hot Band), ed è stato ristampato in confezione doppia assieme a Sell My Soul nel 1995, e poi in una stramba compilation assieme al vecchio Sylvester nel 1999. Si tratta di una situazione che il Nostro trova troppo spiacevole e che lo convincerà a tornare al dancefloor già con la prossima mossa, per riacchiappare quelle luci della ribalta per le quali tanto ha lottato - non a caso, è dello stesso periodo anche la sua storica partecipazione a "Menergy", title track del debutto discografico di Patrick Cowley e uno dei picchi massimi della cosiddetta Hi-NRG.
Ma il problema del guadagno in calo non è finito qui; su richiesta delle Two Tons, che sono sospettose circa gli introiti minimi ricevuti dalla Fantasy dopo aver avviato la propria carriera solista, anche Sylvester si fa due conti in tasca e si rende conto che Harvey Fuqua gli deve oltre 200mila dollari di profitti. La causa giudiziaria che parte immediatamente dopo è amara e sancisce di fatto - e in livoroso malo modo - lo scioglimento del contratto tra Sylvester e la Fantasy Records. Fuqua viene trovato colpevole di frode, ma i soldi non ci sono già più: Sylvester riceverà solo 20mila dollari di compenso, meno del 10% rispetto a quanto gli era dovuto.

Il binomio '80/'81 è dunque un periodo di transizione. Per quanto artisticamente sempre vibrante, come dimostrato da Too Hot To Sleep, la caduta della disco e l'assenza dalle grosse scene relega nuovamente Sylvester al suo fedele ma ristretto circolino di sempre. Poco male, il successo è nuovamente dietro l'angolo, mentre per il pubblico bisognoso di un po' di sana diversità gli anni meno appariscenti di Sylvester vengono riempiti dalla presenza di un altro afroamericano in tacchi e giarrettiera: è il Prince dell'era di "Controversy" e "Dirty Mind", il nanetto tutto-fare che sta avviando la propria folgorante decade di platino con un fantasmagorico mix di rock, funk, new wave, synth-pop e r&b, una formula che cambierà per sempre le coordinate della musica nera. Ma a chiunque si chieda da dove provengono il coraggio e la sfacciataggine di Prince nel presentarsi adesso sul palco vestito in quel modo, la risposta verte insindacabilmente sul suo più illustre predecessore: Sylvester James.

Ritorno al successo, la storia vera e la storia di una falce nera

funk220x270Il ritorno al successo per Sylvester sembra dover per forza ripassare dalla discoteca e dal sodalizio con Patrick Cowley, ma stavolta aiuta nell'impresa anche l'affiliazione alla label co-fondata proprio da Cowley, più piccola rispetto alla Fantasy ma sicuramente espertissima nel settore e con già un discreto numero di artisti dai tratti simili sotto contratto: la Megatone Records. All I Need (1982) prende il titolo da uno dei pezzi presenti in scaletta, un bel midtempo di funk sintetico dal basso pronunciato e dall'interpretazione cangiante, ma il vero successo dell'album sarà "Do Ya Wanna Funk", mirabile sintesi di cosa voglia veramente dire Hi-NRG nella West Coast dei primi anni 80: la suggestione chiaramente erotica del titolo e delle liriche, l'instancabile base totalmente sintetica in sottofondo e un'ambientazione fantascientifica negli arrangiamenti. Il pezzo è semplicemente inarrestabile nei club d'Europa e d'America e presto si trasformerà in uno dei momenti più noti della carriera di Sylvester, al punto che l'intero album sarà ristampato - e viene oggi unanimamente riconosciuto - come Do Ya Wanna Funk. Aiuta all'intento pure l'esosa foto di copertina, che ritrae un Sylvester in posa glamour da Sfinge d'Egitto con sigaretta tra le dita.

La definizione di Hi-NRG viene coniata da una frase di Donna Summer, la quale, durante un'intervista, descrive la propria musica ad "alto tasso d'energia", e il termine in versione furbamente stilizzata attecchisce subito tra i giornalisti di settore. Certo, Hi-NRG descrive molto bene l'atmosfera di tali sonorità: trattasi di una sorta di versione più bombastica e sintetica della vecchia disco, con meno fronzoli in fase d'arrangiamento e un più accentuato four-to-the-floor, una mescola che per i primi anni 80 spopolerà nei club in America e in Europa (perderà terreno solo di fronte alla diffusione della più elegante e sfaccettata musica house).
La versione di Hi-NRG proposta da Sylvester ovviamente è molto vocale e permeata da uno spassionato divismo gospel/soul, ma i passi da ballo in pista seguono le coordinate prestabilite; siamo in chiaro ambito con "Hard Up", pezzo gonfio e tronfio che fa un po' il verso alle sonorità di Olivia Newton-John, e "Don't Stop", forse la traccia migliore del lotto, che arriva condita da un maestoso crescendo sonoro nel ponte.
"Be With You" sfodera un altro di quei ritornelli-killer da possibile colonna sonora di un film cult alla "Flashdance", la versione remix di "Tell Me" cavalca con fermezza tra l'Hi-NRG e il funk, mentre per il finale di "Won't You Let Me Love You" il ritmo continua serrato, ma le atmosfere si fanno un filo più diradate ed eleganti (se si esclude il poderoso assolo rock di chitarra elettrica).

Crudo e diretto, scritto e interpretato di pancia e con gli ormoni in subbuglio: Do Ya Wanna Funk è puro e semplice spasso da ballo, dove gli alti e i bassi dell'amore e le prurigini del sesso vengono snocciolate una dopo l'altra con frenetica energia. Do Ya Wanna Funk ottiene un gran successo nell'ambiente dei club, ben cinque pezzi entrano nella Top 5 della Dance Chart americana, un vero balsamo per l'ego di Sylvester dopo il difficile biennio di transizione appena passato.

Nello stesso tempo, la carriera di Patrick Cowley sta proseguendo a gonfie vele con la pubblicazione di un monumento Hi-NRG/space-disco come "Mind Warp", album che non vende moltissimo ma che rimane tutt'oggi un vero culto e punto fermo per i generi di riferimento. E pure le Two Tons O' Fun stanno andando nuovamente forte anche da sole: rinominatesi Weather Girls, pubblicano nel settembre del 1982 "It's Raining Men", pezzo che, grazie anche allo spassosissimo video di accompagnamento che sfrutta la spinta della neonata Mtv, col tempo si trasformerà in uno di quei super-classici senza tempo che conoscono anche i muri, forte di un combo strofa/ritornello a dir poco sempiterno (roba che nemmeno Geri Halliwell riuscirà a distruggere del tutto quando lo riprenderà in mano vent'anni più tardi).

Insomma, dopo lo spaesamento dovuto al crollo della disco, questi quattro vecchi protagonisti si sono saputi tutti riprendere alla grande, ognuno a modo suo. Tutto è bene quel che finisce bene... ma Patrick Cowley è spesso malato, appare cronicamente debole e perde peso a vista d'occhio, i dottori non sanno cosa prescrivergli perché la causa del suo male è al momento sconosciuta, il massimo che possono fare è mandarlo a casa e consigliarli il riposo. Gli amici gli sono vicini e fanno presenza fissa nel suo appartamento/studio del Castro, ma Sylvester è dovuto partire alla volta dell'Europa per promuovere il proprio album, a questo giro un debole e più pallido del normale Patrick non ha proprio potuto seguirlo. Sarà per la prossima, si dicono scherzando. La sera del 12 novembre 1982, mentre Sylvester si sta preparando per uno show allo storico Heaven di Londra, giunge la telefonata: Patrick Cowley è morto. Aveva trentadue anni appena.

Trouble In Paradise

Tentare di descrivere in un paio di paragrafi l'impatto dell'Hiv sulla comunità gay - e di conseguenza su resto della società - è impresa ingrata quanto impossibile. Il discorso dovrebbe comunque coinvolgere esperti di medicina, sociologia, filosofia e letteratura, oltre a Freddie Mercury, Elizabeth Taylor e Diana Spencer, i negazionisti, i cospiratori e i movimenti religiosi di varia estrazione, un calderone in ebollizione nel quale fatti e pregiudizi viaggiano di pari passo. Per quel che si può riassumere, l'esperienza accumulata ci insegna che oggi - anno 2017 - stiamo vivendo nella cosiddetta fase undetectable, ovvero nel periodo post-trauma dove il virus non è ancora stato sconfitto, ma la ricerca è arrivata a mettere in circolo dei farmaci che ne limitano la trasmissione, e consentono al portatore un'aspettativa di vita quasi normale. Il corpo e la mente convivono in una sorta di non-luogo dove l'Hiv c'è ma non è visibile, la sua presenza aleggia silenziosa e la comunità è alle prese con una nuova fase di lotta allo stigma: la prevenzione, come sempre e prima di tutto, ma anche la sdrammatizzazione e ghettizzazione del virus.
Ma nei primi anni 80, la mancanza di informazioni a riguardo nel mentre che la scienza fa il suo lavoro, unite a ignoranza e mancanza di suddetta prevenzione, creano un caos di paure, emarginazione e j'accuse nel quale l'unica certezza è solo la crescente lista dei decessi, che nel giro di poco tempo sale nelle decine di migliaia. I dottori in un primo momento coniano addirittura il termine GRID - gay-related immune deficiency - perché il maggior numero di pazienti sembra provenire proprio da tale comunità (dovranno presto cambiare idea, quando i dati alla mano mostreranno in maniera lampante che il flusso della sessualità umana è molto più liquido di quel che vorrebbero mostrarci le Istituzioni).

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Tra le molteplici reazioni che si possono verificare, a livello umano, in caso di traumi su larga scala all'interno di una comunità, ci sono almeno due correnti abbastanza distinte: il senso di dolore e desiderio di ritiro dal mondo, e l'esatto opposto di ciò tramite il cosiddetto denial, ovvero la forzata e disperata negazione di quanto sta accadendo per non sentirne l'impatto sulla propria pelle. Sono reazioni tutto sommato facili da comprendere; per una comunità già ampiamente emarginata e tagliata fuori dallo schema famigliare dominante, con tutto il corollario di mancanza di assistenza e possibilità di metter radici che ne consegue, il sesso non è solo un piacere gratis per tutti, quanto piuttosto un atto fortemente identitario, un modo per potersi riconoscere e forgiare alleanze liberando il proprio io dalle repressioni vissute negli anni formativi. L'idea che anche il sesso, adesso, possa portare a una morte lenta e agonizzante è una situazione troppo crudele da buttare giù - soprattutto mentre il resto della società buonista tuoneggia di una millantata rivincita: oltre al danno, pure la beffa.

Tutto questo preambolo per mettere in prospettiva i due album di Sylvester successivi alla morte di Patrick, due episodi che risentono dei profondi cambiamenti che stanno avvenendo sia nella comunità che nel tessuto socio-musicale dell'epoca. Su certi episodi di Call Me (1983) è veramente impossibile ignorare quel senso di vuoto dovuto a un dolore sordo e soffocante. Le liriche di "Trouble In Paradise", emotivo pezzo posto proprio in apertura del disco, dovrebbero riferirsi alle vicende private circa una relazione romantica di Sylvester, e forse lo sono pure, ma innegabilmente la chiave di lettura assume subito altri toni:
I can't sing to sleep at night
Just keep thinking about you
Wore a ring from my tears - foreign die
And it looks like there's trouble in paradise

[...]

Where do we go from here?
(Where do we go?)
Now that becomes so wrong, baby
I, I just leave this

Trouble, trouble in paradise, I need a solution
(Trouble)
Trouble, trouble in paradise, so much confusion
(Trouble)
Trouble, trouble in paradise, where do we go from here?
(Trouble)
Trouble, trouble in paradise
(Trouble)
callmeCall Me non è un disco che si nasconde, la copertina giallo/rosso col volto semi-disegnato tocca l'astrattismo in aria pop-art di Grace Jones, ma i suoi solchi sono dolenti e in certi momenti sovraccarichi di stucco per tentare comunque di ovviare a tali pesanti sentimenti; la title track è una sorta di gonfio disco-rock (pensate a una via di mezzo tra "Gloria" di Umberto Tozzi e "Eye Of The Tiger" dei Survivor), mentre "One Night Only" è una di quelle ballate iper-melodrammatiche dove, ancora una volta, le liriche possono essere interpretate in vari modi, dal momento che quel senso di perdita e disperata implorazione per poter avere anche solo un'altra notte strappa le lacrime, se la immaginiamo dedicata a Patrick. Ma anche il saltellante electro-blues di "Too Late", pezzo melodicamente pimpante e ricco di cori gospel, nasconde tra le liriche un ennesimo richiamo a una situazione ormai irrecuperabile.
Si tenta comunque di alleggerire la situazione dove possibile; "Good Feelin'" è un titolo che parla da solo e il suo tessuto armonico è jacksoniano al 100% (del resto adesso siamo proprio in pieno dominio di "Thriller"), mentre "Power Of Love" è un synth-soft-rock pieno di speranza. E poi c'è "Band Of Gold", un totalmente utopico e astratto ritorno alla disco music degli anni 70, prodotta tramite le nuove tecnologie del momento ma con tutti i crismi stilistici del passato: cori slanciati, ritmica da ottovolante, pianoforte e sax in bella mostra e un mini-ponte strumentale dove poter dar risalto alle percussioni.

Tra alti e bassi, l'intero Call Me racconta una storia di vita vera, con tutte le brutture e le speranze del caso. Ma, musicalmente parlando, il disco presenta troppi momenti permeati da una sonorità ormai davvero passata di moda per l'orecchio moderno, e dunque priva di un grosso interesse per motivi di revival anche dai più accaniti fan di Sylvester. In questo stesso anno, per dire, le sue ex-coriste Pointer Sisters lo sorpassano a tutta birra con "Break Out", perfetto pop-album di chiara ispirazione princeiana, che smercia milioni di copie grazie a hit come "Jump", "Automatic" e la versione remix di "I'm So Excited" - un chiarissimo sign o' the times che le discoteche della West Coast sono allo sbando e purtroppo anche in chiaro declino qualitativo.
E per quanto l'argomento meriterebbe libri interi, una piccola menzione di riguardo in questi anni va fatta soprattutto per i nuovi grandissimi protagonisti dei club: sono sempre afroamericani e sempre omosessuali, gente con meno di zero da perdere e quindi - paradossalmente - libera di mettere anima e corpo in quello che fa. Larry Levan dal Paradise Garage di New York, e poi il suo amico di vita Frankie Knuckles dalla Warehouse di Chicago, sono solo i due nomi più famosi di una rivoluzione che si sta combattendo in pista da ballo. E stavolta il fenomeno non cederà al passaggio del tempo: se disco music e Hi-NRG sono finite nel dimenticatoio, e rispuntano tutt'oggi solo in occasione di qualche revival, la nuova idea di musica house cambierà pelle centinaia di volte nel corso degli anni - deep, acid, balearic, future, metteci il corsivo che vi pare - ma rimane tutt'oggi uno dei più grossi fenomeni culturali a livello globale.

rocktbMa la Storia c'insegna che non c'è mai solo una linea a compartimento stagno da seguire, quanto piuttosto tanti rivoli che scorrono contemporaneamente senza toccarsi, e se da una parte qualcuno innova, dall'altra qualcuno continua per la propria rocciosa strada. Col successivo M-1015 - poi ristampato come Rock The Box - si esplicita al massimo il sentimento di denial della comunità gay, rimasta intrappolata tra lettini d'ospedale e orfana dell'utopia della disco music. Sylvester non scrive una sola parola dell'intero Rock The Box, preferendo farsi trasportare da un team di (fidati) collaboratori verso l'esplorazione passiva delle mode pop del momento.
"Rock The Box" è un pastiche elettronico dominato da sfrigolanti quanto finti sintetizzatori e oppressioni da incubo metropolitano, mentre "Sex" è una non-canzone giocata su mugolìi e urletti posticci. L'orripilante "How Do You Like Your Love?" parte addirittura col famoso giro del "Per Elisa" di Beethoven rifatto al synth, per poi perdersi in un'orgia di rumori kitsch mal-copiati dai ben più eleganti e visionari Eurythmics - come ti piace prenderlo? Beh, se queste sono le premesse, possibilmente in silenzio, grazie. Siamo di fronte a rappresentazioni d'intimità davvero vuota e plastica, carne senz'osso strofinata più per abitudine e voyeurismo che non per vero piacere. Del resto, di questi tempi il sesso uccide davvero, anche chi vuole ignorare la situazione non può comunque liberarsi del tutto dall'ombra nera del contagio che - forse - sta strisciando tra i liquidi corporei del partner del momento. Le canzoni di Sylvester, in questo senso, sono crudamente veritiere tanto quanto difficilissime da ascoltare, la stoffa del suo estro vocale è presente solo nella comunque troppo opulenta ballata "Shadow Of A Heart".

C'è una diretta correlazione tra l'Hi-NRG dei primi anni 80 e il bubblegum anglosassone che il team Stock/Aitken/Waterman porterà al successo mondiale poco dopo, grazie a gente come Kylie Minogue e le seconde Bananarama, e una canzone come "Take Me To Heaven" descrive di riflesso il resto dell'intero Rock The Box: un album semplicemente rimasto incastrato a metà. Tal periodo serve comunque da canovaccio per il futuro di altri suoi confessati adepti, quali Bronski Beat e Pet Shop Boys, che, sempre dall'Inghilterra, sapranno espandersi sopra i cocci infranti dell'Hi-NRG con estro, eleganza e vitalità comunque sconosciuti allo squadrone cartonato degli S/A/W (e Jimmy Somerville riprenderà pure "You Make Me Feel (Mighty Real)" per il suo debutto solista "Read My Lips" nel 1989).

Sempre del 1984 però anche "Stargazing", fantasioso duetto tra Sylvester ed Earlene Bentley pubblicato solo in Uk: la combinazione tra il falsetto di lui e il tono basso e tutto di gola di lei, che a tratti ricorda una versione più eccitata di Judy Garland, montata poi su un'elegante e futuribile base funky-dance, crea un pezzo da cabaret assolutamente da non perdere.

I gioielli di famiglia e le gambe di Tina

Parlare con senso critico della musica di Sylvester nella metà degli anni 80 è un compito triste, ma che potrebbe anche dare l'idea di trovarsi di fronte a una star popolarmente decaduta. In realtà non è proprio così; appurato che il suo pubblico è comunque quasi sempre stato composto una nicchia ristretta rispetto a tanti altri personaggi della musica dance, la sua personalità e la sua leggendaria vocalità multi-uso continuano a fare il giro dell'etere, punzecchiando il pubblico e stuzzicando l'industria. La riprova di ciò è Mutual Attraction (1986), l'album che segna l'approdo di Sylvester su una delle più grosse major di sempre: la Warner Bros. In un'epoca in cui le case discografiche ancora fanno soldi a palate, qualcuno si convince che è giunta l'ora di ridare a Sylvester una chance su larga scala - del resto non stiamo parlando di un relitto, quanto piuttosto un uomo ancora sotto i quarant'anni, la cui esplosiva personalità è stata in grado di trasportarlo attraverso le bufere più inclementi delle mode musicali.

Ma i dirigenti della Warner non vanno comunque in ufficio ogni mattina per fare della carità; "Living For The City", cover del classico di Stevie Wonder e primo singolo estratto che raggiunge il n.2 della Dance Chart americana, si muove su un escamotage veramente paraculo: la base del pezzo impiega la stessa mini-sequenza di accordi dell'originale, ma si avvicina ancor di più alle atmosfere di "Billie Jean" di Michael Jackson, rimodellando però armonicamente il tutto quel tanto che basta per non farsi accusare di plagio. E questo per tacere della versione del classico "Summertime", che viene riproposta con lampanti somiglianze a "Tainted Love" nella versione dei Soft Cell (che in America è uno dei singoli più venduti di sempre...).
Peccato che il resto del disco non presenti davvero altri punti meritevoli nemmeno di curiosità; Mutual Attraction scorre nel solco del prevedibile pop di quegli anni, tra sincopi electro-funky-dance, puntate di r&b e atmosfere posticce e ingessatissime, per quanto sempre interpretate con quella scintillante verve vocale: la title track ,"Talk To Me" e la sorniona linea di basso + sax jazzy (grazie, Sade) di "Cool Of The Evening", sono tutto sommato pezzi godibili per gli amanti del genere. Certo, però, nell'anno di "Control" di Janet Jackson, l'intero Mutual Attraction manca di energica freschezza praticamente dal giorno della pubblicazione.

mutualattraction220x270Ma per gente come Sylvester, vale a dire per quei sopravvissuti all'era disco con una memoria che va indietro ai tempi del vecchio soul e delle contaminazioni col rock (ricordiamo il suo periodo con la Hot Band), le nuove leve come Janet non sono poi così rilevanti. Il nome di punta per gli amanti delle vere Dive adesso è solo e soltanto uno: Tina Turner, la Regina suprema dei sopravvissuti, una donna che - dopo aver preso botte da orbi da Ike e aver passato oltre decennio di carriera sotto-traccia - è tornata in vetta alle classifiche del mondo intero all'età di 45 anni, con la stessa attitudine giovanile di un tempo e sfoderando uno splendido paio di gambe e un'iconica chioma leonina (miliari i video di sempiterne hit quali "What's Love Got To Do With It" e "Private Dancer"). Sylvester ovviamente va in brodo di giuggiole per una donna così forte e decisa, e le ruba subito l'acconciatura delle parrucche. Alla Warner Bros, invece, tendono a guardare principalmente alle vendite della competizione, e al momento c'è un'altra famosissima Diva cha sta andando ancor più forte di Tina: è Whitney Houston, sotto contratto con la nemica Arista.

Ecco dunque spiegato il video di "Someone Like You", secondo zompettante e patinato singolo estratto da Mutual Attraction: parrucca, spalline XL e movimenti ancheggianti alla Tina, e costose scenografie di studio zeppe di personaggi e ballerini come il patinatissimo video di "How Will I Know" di Whitney. Il trucco funziona: a quasi un decennio di distanza dal suo ultimo n.1, Sylvester ritocca la vetta della Chart americana. Per farsi pubblicità, il cantante fa pure una storica apparizione al chiacchieratissimo talk show di Joan Rivers, dove canta il proprio pezzo corredato da una svolazzante parruccona arancione e uno di quei gonfi e tronfi completi anni 80 giacca/pantaloni. Già che Joan di suo fa buca coi froci a prescindere - su quella stessa sedia, anni prima, s'era visto un Boy George vestito come il superstite a un'esplosione di una fabbrica di tessuti - tra lei a Sylvester si crea subito un memorabile siparietto:
Joan: [guardando i gioielli al polso di Sylvester] Oh wow, guarda che gioielli...

Sylvester: questo è il mio set di matrimonio!

Joan: Il tuo set di matrimonio... con chi sei sposato?

Sylvester: con Rick! [scrosci di applausi e risate] ... oh Dio, no scusate... i genitori di Rick stanno guardando!!

Joan: [fissando la telecamera] sorpreeeeesa! ... mi stai dicendo che i suoi genitori non sanno che sta con te? Da quanto state insieme?

Sylvester: due anni e mezzo

Joan: e come fa di cognome?

Sylvester: Cranmer

Joan: Cremer?

Sylvester: No, Cranmer, C - R - A - N...

Joan: [fissando la telecamera] genitori di Rick Cranmer, se aveste guardato nell'armadio dieci anni fa forse oggi non sareste così sconvolti...
Sarebbe bellissimo poter ricordare Sylvester con quest'ultima immagine, personaggio affabile e ironico sotto un manto gioiosamente kitsch. Purtroppo non è così; un anno dopo tale episodio, lo stesso Rick Cranmer soccombe all'Aids dopo una rapida caduta di salute. Sylvester è totalmente devastato dalla perdita di un compagno col quale aveva trovato una perfetta sintonia dopo anni di relazioni delle più varie (ricordiamo quando, nel 1970, si sposò nel parco di San Francisco con una cerimonia hippie che includeva l'amore libero - una pagliacciata per il governo americano di allora, un gesto alquanto simbolico per il resto della comunità e che lo stesso governo americano celebrerà poi sotto la presidenza di Obama quarant'anni più tardi). Ma soprattutto Sylvester è costretto a guardare la realtà in viso: col decesso di Rick, la stessa sorte probabilmente presto toccherà anche a lui. Rifiuta categoricamente di andare a farsi il test, dichiarando:
Non ho certo bisogno di pagare 15$ per farmi dire quello che so già
endlife220x270Negli ultimi mesi di vita, Sylvester continua ad andare in studio quando il corpo lo consente, e rilascia numerose interviste telefoniche dove parla con franchezza del proprio male mentre la salute va deteriorando, per tentare il più possibile di portare esposizione mediatica a un'epidemia in espansione che sta falciando senza tregua migliaia di persone. Una delle sue ultime apparizioni pubbliche avviene durante la Gay Freedom Parade di San Francisco; Sylvester è ormai troppo debole per camminare e viene trasportato su una sedia a rotelle, col corpo magro ed emaciato e il capo avvolto da una bandana - un atto di estremo coraggio per una Diva come lui, che da sempre aveva imposto il ritocco di ogni imperfezione sulle sue foto. Ma è un gesto di ultima solidarietà nei confronti dell'amata città di San Francisco e della comunità gay, che al suo passaggio urla il nome in segno di rispetto, e la folla continuerà a cantare sotto le finestre aperte del suo appartamento, mentre l'amica Jeanie lo accudisce e gli ultimi amici fanno le proprie visite. Su sua esplicità richiesta, persino l'amata Patti Labelle verrà a fargli un saluto.

Nel tardo pomeriggio del 16 dicembre 1988, l'anima di Sylvester abbandona il corpo e va a ricongiungersi col suo Creatore. La cerimonia di addio si terrà alla Love Center Church di Oakland, una chiesa gospel aperta a ogni tipo di persona indipendentemente dalla propria diversità, alla quale Sylvester si era avvicinato con passione negli ultimi anni, per riprendere in mano le fila di quel discorso che gli era stato brutalmente tolto di mano ai tempi in cui era ancora un bimbo in quel di Watts.

A posteriori

Come da richiesta su testamento, tutti gli introiti futuri della musica di Sylvester vengono devoluti a varie associazioni che si occupano di ricerca e assistenza dei malati di Aids. Ma una celebrazione seria ed espansiva della sua arte, al momento in cui si scirve, ancora latita. Esistono una bella biografia a cura di Joshua Gamsom chiamata "The Fabulous Sylvester" (2006) e qualche buon documentario, come "The Queens Of Disco" della Bbc narrato da Graham Norton, mentre nel 2014 ha visto la luce una produzione Off-Broadway titolata "Mighty Real: A Fabulous Sylvester Musical" (tutti documenti consultati per la realizzazione di questo scritto).
Semplice e diretto, The Original Hits (1989) raccoglie in dodici tracce tutti i punti salienti e più noti dei primi anni di carriera di Sylvester del periodo Fantasy (ed è oggi il suo album più facilmente reperibile).
The 12 By 12 Collection (1988) si concentra invece sul periodo Megatone degli anni 80, ma esistono in commercio diverse altre raccolte sparse (incluso un Greatest Hits sotto Dig It International pubblicato nel 1987 per il mercato italiano).
Gli album di inediti, invece, sono stati ristampati a coppie in confezioni tremendamente budget, ed è un peccato, ma al momento è l'unico modo per reperire la musica di Sylvester in formato fisico, se non si contano ovviamente i vecchi vinili originali: si possono trovare in commercio Sylvester/Step II, Sell My Soul/Too Hot To Sleep, e All I Need/Call Me.

Ma l'ascolto di Immortal (1989) sovente delude. Trattasi di una raccolta di remix dei suoi pezzi dance anni 80 più famosi, più qualche brano inciso negli ultimi anni di vita e rimasto poi inedito. La storia della musica conta personaggi intensi e introspettivi che hanno saputo stendere il proprio testamento in formato-canzone poco prima di morire - celebri le ultime incisioni di Billie Holiday, ma anche i recenti casi di David Bowie con "Blackstar" e Leonard Cohen di "You Want It Darker" hanno mosso il cuore del mondo intero - ma Sylvester non ha mai voluto veramente prendere le distanze dalla vita terrena tramite la propria arte. Esattamente come Minnie Riperton prima di lui, che scompariva per colpa di un chiacchierato cancro al seno dando alle stampe un peccaminoso album disco-funk come "Minnie", le ultime incisioni di Sylvester sono quasi una prosecuzione del suo corso artistico, pensate e interpretate come se niente fosse - vedasi le qui presenti "I'm Not Ready" (titolo forse emblematico, ma musicalmente alquanto plastico) e l'ingessato pop anni 80 di "Man Enuff", che poteva tranquillamente trovar posto su Mutual Attraction.
Sylvester non ha mai avuto il lusso dell'introspezione; la sua vita è stata permeata da una lotta quoditiana per mantenere il sorriso di fronte alle avversità, dal momento che il suo solo e semplice modo di essere era già un affronto al resto della società, e dover rispondere della propria identità ogni santo giorno è impresa che richiede un'energia fuori dal comune. Pertanto, fin dalla tenera età, le strade della droga, della prostituzione, dell'emarginazione e dei bigotti gli sono sempre corse accanto, rubandogli amici e parenti, e mostrandosi in tutta la loro orripilante bruttura. Cedere a tali sentimenti di auto-commiserazione e fuga dalla realtà, e abbandonare quel senso di positiva speranza che lo ha aiutato a portare avanti a testa alta la propria vita, sarebbe equivalso a morire ancor più prematuramente.

Sylvester però ha avuto fede. Una fede intensa e incrollabile, che ha saputo mantenere nei momenti peggiori e che l'ha aiutato a guardare oltre ai dogmi impostigli dai propri simili, alla faccia di chiunque a questo mondo sente il bisogno di criticare e giudicare l'essenza degli altri per poter falsamente elevare se stesso verso una qualche forma di verità unica. Ed è per questo che su Immortal appare "How Great Thou Art", strabordante e vibrante interpretazione in versione acustica di un vecchio motivo tipico del mondo cristiano. Chi vi scrive si ritiene fermamente laico, ma l'ascolto di tale pezzo si commenta da solo; lo lasciamo qui, come tributo finale a una personalità zeppa d'amore e di speranza, che tanto ha dato a questo mondo e che troppo poco ha ricevuto:



Sylvester

The Queen of Disco-Realness

di Damiano Pandolfini

C'è gente che prende la vita di petto, passando da uno schiaffo a un ceffone, ma sa trasformare l'esperienza in arte e fonte d'ispirazione per le generazioni future. Sylvester James Jr ha fatto tutto questo, e anche di più - storia di una vera Disco Queen, voce inimitabile che ha sballottato la musica da ballo attraverso cavalcate gospel, electro-futurismi, rare groove e delicatezze d'amore ..
Sylvester
Discografia
    SYLVESTER AND THE HOT BAND
     
   
 Sylvester And The Hot Band (Blue Thumb, 1973) 
 Bazaar (Blue Thumb, 1973) 
 The Blue Thumb Collection (Geffen, 2009) 
   
 SYLVESTER
 
   
Sylvester (Fantasy, 1977) 
Step II (Fantasy, 1978) 
Stars (Fantasy, 1979)
 
 Living Proof (live, Fantasy, 1979)
 
 Sell My Soul (Fantasy, 1980)
 
Too Hot To Sleep (Fantasy, 1981) 
All I Need/Do Ya Wanna Funk (Megatone, 1982) 
 Trouble In Paradise (Megatone, 1983) 
 M-1015/Rock The Box (Megatone, 1984) 
 Mutual Attraction (Warner Bros, 1986) 
 The 12 by 12 Collection (raccolta, Megatone, 1987) 
 The Original Hits (raccolta, Fantasy, 1989) 
 Immortal (raccolta, Megatone, 1989) 
   
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

You Make Me Feel (Mighty Real), da "Step II", 1978




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