The Essex Green

The Essex Green

Everything is green

di Stefano Ferreri

La parabola artistica di Jeff Baron e Sasha Bell attraverso quattro distinti progetti musicali. Dall'alt-rock scapestrato dei Guppyboy all'elegante chamber-pop a marchio Elephant 6 degli Essex Green passando per la meraviglia Americana dei Sixth Great Lake, due talenti da riscoprire

Quella di Jeffrey Baron e Sasha Bell è la lunga storia di un’intesa coi fiocchi. Non di un legame sentimentale – che pure c’è stato, per breve tempo – bensì di un sodalizio artistico assai fausto, nato nella remota provincia americana a metà degli anni Novanta e proseguito pur con qualche prolungata ellissi fino a oggi attraverso quattro distinti progetti musicali (cinque, se aggiungiamo la breve esperienza solista della cantante). Se i massimi consensi della critica sono arrivati con il triennio d’oro dei Ladybug Transistor, a cavallo tra vecchio e nuovo millennio, non possono essere considerate secondarie almeno due delle altre band di cui la coppia è stata parte integrante: gli Essex Green, interpreti di levatura superiore e autori di un’originale miscela di chamber-pop e indie-rock, scomparsi dai radar proprio nel momento di massima popolarità, e gli assai meno noti Sixth Great Lake, compagine impegnata in una convincente riforma del cifrario country-folk e dell’Americana all’inizio degli anni Zero, dismessa dopo aver pubblicato due album soltanto, entrambi di pregevolissima fattura.

Cosa fare a Burlington (quando sei giovane)

220x270_001Burlington, Vermont, 1991. Pur essendo il capoluogo della contea di Chittenden nonché il centro più popoloso dello stato, la cittadina a poche miglia da Montreal e dal Canada non raggiunge i quarantamila abitanti. E’ però sede universitaria e può vantare, oltre a un’istituzione come i Phish, anche una piccola ma vivace scena musicale alternativa in cui si trovano a muovere i primi passi i giovanissimi Guppyboy. Del gruppo fanno parte il cantante e chitarrista Christopher Ziter, il bassista Zachary Ward, il polistrumentista Michael Barrett ma soprattutto il talentuoso Jeffrey Baron, che da quando era bambino non ha mai smesso di suonare la sua chitarra. E’ lui il motore creativo ed è lui a orientare i compagni verso un alt-rock scapestrato, in parziale controtendenza nell’anno della deflagrazione grunge. Esordiscono nel giro di qualche mese con un brillante Ep su Tup Keewah, Rani, che oscilla dal garage (“Bone”) al power-pop (“Chopper”) all’alternative riverberato di marca Dinosaur Jr (“Rahji”), senza alcuna direzione apparente ma con la spinta di un entusiasmo ancora non filtrato da mode o pose. Così “Fall” rispolvera lo slancio dell’indie-pop britannico di fine anni Ottanta, mentre “Moon” – nomen omen – dà vita allo stesso stralunato folk psichedelico che i coetanei Gorky’s Zygotic Mynci stanno proponendo sull’altra sponda dell’Atlantico, in Galles.

Le prime due fatiche sulla lunga distanza, Aloha e Haci Baba, vedono la luce solo in formato cassetta nel volgere di un paio di anni, sempre per la piccola etichetta del Massachusetts. Si tratta di raccolte dispersive e piuttosto confuse, non prive di spunti interessanti, maggiormente indirizzate verso il freak-folk o il rock delle radici, seppur declinati secondo un’impostazione lo-fi primigenia e particolarmente ingenua. Oltre alle consuete, curiose corrispondenze con il folk acido e la vena psych deviante dell’ancora sconosciuta band di Euros Childs (“Old Man”), i ragazzi mescolano con una certa originalità Americana, noise (“Black Country Rock”) e cantautorato slacker incespicante, spesso in forma di frammenti pidocchiosi sulla falsariga dei Sebadoh più dediti alle perturbazioni rumoriste.

Le cose iniziano a migliorare con Juleps, anch’esso in uscita nel 1994, opera assai più smaliziata e convincente nella sua miscela, dalle parti di un indie-rock pavementiano amabilmente cialtrone e discontinuo. Le ulcerazioni elettriche sono meno fini a se stesse, inserite in un quadro ben più vivace (per quanto ancora piuttosto acerbo e incoerente) che contempla, tra gli altri, scaracchi garage-punk come il singolo “Shee!”, dalle parti dei primi Lemonheads. Certo, come questa formazione potrà evolversi in un paio di compagini di tutt’altra levatura e finezza rimane, a questo punto della sua carriera, un autentico mistero. O forse no, se si è attenti a cogliere i primi germi di una elegante rivoluzione espressiva qui contenuti, a partire dal delizioso quadretto Paisley Underground di “Klub Fub”.

220x270_002Di sicuro si rivela cruciale, col senno di poi, il trasferimento a Chicago che i quattro Guppyboy concretizzano intorno alla metà del decennio, attratti dai prezzi modici degli affitti e dal fermento ben più stimolante della locale scena musicale. La loro permanenza nella metropoli dell’Illinois, tuttavia, è alquanto grama e, pur registrando come degli ossessi nei ritagli di tempo, spendono buona parte delle loro giornate nei ristoranti e nelle copisterie in cui sono costretti a lavorare per mantenersi.
Stremati da quei ritmi, nel 1996 Chris e compagni sono già rientrati stabilmente a Burlington con la sola eccezione di Jeff, che comincia a fare la spola con Brooklyn, dove lui e sua sorella Jennifer hanno iniziato a suonare nei Ladybug Transistor dell’amico Gary Olson. Qui il Nostro si invaghisce di una turnista impiegata in ambito live e destinata a ingrossare a tempo pieno le fila di quella stessa band. Si tratta della sensuale Sasha Bell, cantante, pianista, flautista e chitarrista sin dalla più tenera infanzia. Persuaso che la ragazza potrebbe dare un prezioso contributo anche ai Guppyboy, la convince a entrare nel gruppo.

Nel 1997 il quintetto pubblica Jeffersonville, la sua prima e unica raccolta con una vera fisionomia di album. Per quanto la mesta “Affection” sembri fare le prove generali per gli Essex Green e la chitarra di Baron inizi a dispensare qualche perla, il disco può essere a ragione considerato una sorta di primo capitolo della successiva avventura Sixth Great Lake, con la quale condivide la ricerca di una nuova via per certi canoni della grande tradizione yankee. L’impronta è prevalentemente alt-country (“Trouble”) ma come sempre con Ziter e soci le influenze si mescolano senza far intravvedere contorni netti o suggestioni definitive. Buoni spunti in ordine sparso nel solco di un folklorismo americano gentile e dalla spiccata propensione melodica, l’accresciuta maturità nonostante il carattere ancora un po’ acerbo delle finiture e, soprattutto, la rinuncia all’indole goliardica che aveva caratterizzato le precedenti uscite vanno a compensare con profitto la mancanza di mordente, mentre il jangle-pop di “Avalon Ballroom” e la ballad “Snow Song” sono due gioiellini.

220x270_003Proprio quando le cose sembrano farsi interessanti, il gruppo opta però per lo scioglimento. Per quanto abbiano funzionato come formidabile rampa di lancio verso un pur limitato successo newyorkese per Baron e la Bell, i Guppyboy non hanno mai incontrato la fortuna auspicata e chiudono la loro avventura quello stesso anno, con quattro album pubblicati in poco più di un lustro di vita. Torneranno a farsi sentire a livello discografico solo retrospettivamente, quando nel 2015 la piccola Hope For The Tape Deck pubblicherà The Chicago Tapes, una raccolta di trentadue tra demo e inediti ripuliti dalle session registrate su un Tascam quattro piste a cassetta nel corso dei diciotto mesi trascorsi a Chicago: un salto indietro alla frammentarietà e il taglio naif delle loro prime cose ma anche, nondimeno, la fotografia di una band piena di idee (accantonate e riprese in seguito, magari) e di un talento ancora non troppo ben indirizzato, una fucina di sperimentazioni tra il lo-fi del primo Smog e l’elettronica pulciosa, con “Trials And Tribulations” sugli scudi come gemma nascosta e una curiosissima “Edimburgh” che si trasformerà in “Gospel” dei Ladybug, otto anni dopo.

Dal Vermont alla Elephant 6

220x270_004Nonostante gli impegni, Jeff e Sasha non tagliano peraltro i ponti con gli ex-compagni. E’ proprio insieme a loro, anzi, che si trasferiscono in pianta stabile a Brooklyn e imbastiscono un nuovo progetto, in origine pensato come collaterale, completato dal batterista Tim Barnes. Nascono così gli Essex Green, la cui ragione sociale nasconde un duplice omaggio non all’Inghilterra bensì proprio al Vermont, alla città natale di Ziter (Essex) e alle Green Mountains.
La prima uscita è uno split single cointestato a un’altra loro neonata incarnazione, i Sixth Great Lake. E’ questo sette pollici, oltre al crescente apprezzamento nel circuito live della East Coast (in combutta con i Saturnine della sorella di Jeff), a convincere nel 1999 Robert Schneider, frontman degli Apples In Stereo, a invitarli a far parte dell’esclusivo collettivo della Elephant 6 (di fatto concedendo analoga opportunità anche alla band sorella dei Ladybug Transistor) e a pubblicare sotto quell’egida un eponimo Ep d’esordio.

Essex Green è una piccola raccolta che segue in maniera pedissequa le coordinate del circolo di musicisti di stanza a Athens e si mostra nel contempo vincolato alla felice prospettiva folk favolistica della vera matrice, il gruppo guidato da Gary Olson di cui, come detto, fanno parte Jeff e Sasha. L’impronta bucolica resta tarata su un minimalismo di massima che a fianco al cantato pigro di Ziter presenta sussurri o comparsate strumentali e nell’unico vero episodio di stampo traditional, “New Orleans”, ricorda per sonorità più Nashville o (al più la Minneapolis dei Jayhawks) che non la celeberrima città della Louisiana. Se la Bell sale in cattedra solo in “Chester”, con un bel piglio per quanto il taglio rimanga impressionista e votato a una tiepida, prudente spensieratezza, il passaggio stilisticamente più interessante e irregolare è quello conclusivo, “Bald”, sabotato da un’obliqua vena psych e da quel po’ di rumore in più.

220x270_005Prima che l’anno finisca, la Kindercore pubblica il primo album vero e proprio degli Essex Green, Everything Is Green, registrato nello studio di Brooklyn dell’amico Gary Olson, il Marlborough Farms.
Quello introdotto da “Primrose” è un chamber-pop elegante e oligominerale, fatto di sussurri, organetti sbuffanti, fragili architetture e morbidissime cesellature elettriche. Questo suonare quasi una versione stilizzata della band dello stesso Olson non pregiudica il potenziale del disco in termini di incisività melodica, specie nei numeri più infettivi e zuccherini come “The Playground”, affidati a una miagolante Bell e improntati a una piacevole discontinuità, tra il pastello delle tastiere e gli asciutti fraseggi costruiti dalle chitarre acustiche.
Se in “Mrs. Bean” fa capolino il flauto di Sasha, coprotagonista con la voce di Chris di un gradevole folk-pop ballabile e acceso da sottili barbagli psichedelici (che svelano più di un’affinità, tanto per non smentirsi, con i Gorky’s Zygotic Mynci dello stesso periodo), con “Grass” le tonalità si fanno più rarefatte, alla maniera dei coevi L’Altra, mentre la stagione barrettiana dei Pink Floyd si staglia in cima ai possibili riferimenti. Qui e altrove, l’intestazione è di per sé evocativa: le coordinate sono a grandi linee suggerite dai titoli, tra un richiamo al sole e uno agli irrinunciabili sixties, il cui modernariato è saccheggiato a piene mani con indubbio talento (ascoltare il bubblegum della torrenziale “Tinker” per credere). I richiami bucolici in effetti si sprecano, come quelli al flower-power, in anticipo di qualche anno sul Naturalismo di Devendra Banhart e compagnia.

220x270_006Ma gli Essex Green non possono essere ridotti a una semplice macchietta, a un manipolo di fricchettoni, anche perché l’artigianato della loro proposta è assai più raffinato di quanto le semplificazioni di comodo lascino intendere, e questa squisita fattura a livello di arrangiamenti (una manna col senno di poi, per la stagione del revival psych-pop che si aprirà tre lustri più tardi) nasconde almeno implicitamente il sigillo aureo della Elephant 6. Il gruppo riesce amabile anche quando (“Big Green Tree”) opta per cadenze più blande, ciondolanti, lasciando che la propria musica venga contaminata da aromi chicani pure assai più credibili di quelli di tante compagini indie-pop sulla cresta dell’onda, Belle & Sebastian in testa. E’ anche questa vivacità espressiva a conferire al loro esordio una gradevolezza sinuosa che pure non scade mai nell’esotismo posticcio da quattro soldi, e la cui naturalezza pare avvicinarli semmai ai campioni svedesi Acid House Kings.
Non c’è nulla di urlato o di eclatante, la band si fa apprezzare soprattutto per il suo understatement. Dopo qualche perla di estasi cristallina (“Carballo”) ancorché, per forza di cose, più convenzionale in fatto di scrittura, nelle battute conclusive il disco lascia spazio alla matrice più autenticamente folk, la stessa che ha preso le mosse dal roots bislacco dei Guppyboy e alla quale sarà dato ampio spazio con l’avventura parallela dei Sixth Great Lake, la dimensione più eclettica e per certi versi a rischio di tedio tra le loro numerose influenze.

Proprio quest’altro progetto condiviso, frattanto, approda con Up The Country all’esordio su lunga distanza nel 2001 sempre via Kindercore, registrato in proprio a Burlington ospite il concittadino Colin Clary, futuro frontman degli Smittens.

220x270_008Quello offerto dal quintetto è un rock delle radici dalle robuste evocazioni agresti, improntato a un luminoso minimalismo, a un’economia di risorse sostanziale (nella quale rientra l’hammond della Bell, dispensato in maniera omeopatica) e nondimeno capace di presentarsi con un afflato quantomai rinfrancante e splendide armonizzazioni, senza uno strumento che sia di troppo o una nota che vada sprecata. Con Sasha al comando e uno spigliato fraseggio acustico, “Across The Northern Border” fa emergere l’estrazione più marcatamente folk o alt-country dei musicisti, per i quali questa è senza dubbio l’incarnazione più distante da quanto proposto nei Ladybug Transistor. Il canovaccio resta a grandi linee il medesimo anche più avanti, nel segno di un cantautorato melanconico e tradizionalista, frugale ma tutt’altro che disadorno, che ha in Jayhawks e Uncle Tupelo i suoi riferimenti-chiave, ma pure non intende indulgere in triti cliché di rito. Per l’incredibile potere evocativo che emerge quasi dal nulla (“The Ballad Of A Sometimes Traveller”), non pare uno sproposito chiamare in causa anche un altro gigante di quello stesso mondo, Bonnie "Prince" Billy, del quale vengono pareggiati il rigore, la disciplina, il nitore delle trame e delle pennate.

220x270_007Con il procedere, la matrice traditional prende sempre più il sopravvento, piegando verso un’autorialità rustica e appartata quando canta Ziter o verso un superbo bozzettismo di impronta Americana quando l’onore è concesso alla sua controparte femminile; spendendosi in notevoli rievocazioni dell’immaginario guthrieano del vagabondaggio sulle strade ferrate del Nord America (“300 Miles”) o dando lustro a un’armonica in episodi come “Rockin’ Chair”, partecipati e comunitari come quelli dei Creekdippers di Mark Olson e di Victoria Williams.
Non mancano occasionali sprazzi prossimi allo slowcore, che contribuiscono a pennellare di tonalità autunnali (per nulla esasperate) questo album placido, schivo, contemplativo, ma la band non disdegna nemmeno di abbracciare un ancor più marcato pauperismo, come quando in “Blue” indossa una pigra ma orgogliosa maschera à-la Howe Gelb. Se la fragrante poetica della semplicità non viene mai sconfessata, l’unico passaggio un po’ più zuccherino dell’intera raccolta è rappresentato da “Cannon Beach”, dove peraltro l’incarnato resta pallido e le tenui coloriture non arrivano a eguagliare i vivaci pastelli di marca Belle & Sebastian (pure evocati a tratti, dai fiati ad esempio).

In rampa di lancio

220x270_010L’ottimo lavoro speso a nome Sixth Great Lake rimane evidentemente un trastullo vacanziero (e quasi carbonaro) per i musicisti, di ritorno per brevi parentesi di relax nel Vermont. Per quanto riguarda, invece, il progetto-principe degli Essex Green, al di là dei puntuali contributi degli amici di sempre, già con il sophomore il nucleo creativo e operativo viene ridotto al terzetto composto da Ziter, Baron e la Bell.
A impressionare nel nuovo The Long Goodbye, in uscita nell’aprile del 2003, è l’accresciuta consapevolezza che i tre musicisti dimostrano grazie a un sound ancora più sofisticato, alla disinvoltura con cui giostrano quasi sul velluto o all’equilibrio sempre più mirabile tra elettricità e sonorità acustiche. E’ la Bell interprete, in particolare, a essere maturata enormemente, più credibile e versatile nel canto, meno ninfetta. Il chamber-pop della casa appare fluido e celestiale, forte di decorazioni e impasti vocali prossimi al sunshine, ma anche di una qualità artigiana negli intagli che ha debiti importanti nei confronti del folk britannico anni Sessanta (Fairport Convention in testa) come del cantautorato del Greenwich Village (gli echi di Fred Neil in “Julia”): un mix superbo, che elude i limiti barocchi dei Ladybug Transistor, lascia ammirati per la misura e seduce con una proposta sì derivativa ma innegabilmente al passo con i tempi (“The Late Great Cassiopia”).
Nascono così ballate fascinose come “Our Lady In Havana”, costruite sempre sul filo della tradizione ma particolarmente ariose ed emozionanti nello sviluppo, come la band di The Albemarle Sound e, se possibile, anche meglio (sugli scudi il gioiellino d’intimismo malinconico “The Boo Hoo Boy”, che sfocia nel pop dandy e vagheggino di un Neil Hannon).

220x270_009Il rischio di chiudersi nella maniera è infatti scongiurato grazie all’impianto stesso che il terzetto ha scelto di adottare, al suo rifiuto di adulterazioni formali o di un’estetizzazione troppo marcata, a vantaggio invece di alternative più ruspanti, come il roots elegante e spigliato (“Lazy May”) o l’alt-country levigato (“Southern States”), in cui mostrano di aver fatto tesoro della lezione dei 10,000 Maniacs. La strumentazione stessa ostenta in certi casi la ricerca di un folklorismo yankee ad ampio raggio, allargando gli orizzonti stilistici di un gruppo che non è più, sbrigativamente, etichettabile come indie-pop e che anzi tende spesso e volentieri al folk e all’Americana, rinnovando con indubbio piacere l’illusione di trovarsi al cospetto proprio di un’inedita Natalie Merchant. Negli anni dell’esplosione del fenomeno Nam in Europa, la risposta degli Essex Green è tanto elegante quanto perentoria, come a ribadire che nel grande gioco del revival pop nessuno inventa mai, davvero, alcunché di nuovo.
Questo che è anche il loro debutto per la prestigiosa Merge ottiene nel corso dell’anno una discreta visibilità e recensioni più che lusinghiere. Seguono tour internazionali con numerose puntate soprattutto in Scandinavia, ma intanto Sasha ha già pronto l’esordio solista che esce a stretto giro di posta per Track & Field, dietro il moniker Finishing School.

220x270_013Prodotto da Gary Olson e Andy Le Vein, ospiti Jeff e il batterista dei Ladybug, San Fadyl, Destination Girl è un disco per certi versi spectoriano, ricco di sfiziosi arrangiamenti anni Sessanta, di organi brillanti, farfisa, orchestrazioni ardite all’intersezione tra folk e pop. Il risultato, almeno rispetto agli Essex Green, è sontuoso ma anche più studiato e prodotto del dovuto. Sonorità e arrangiamenti appaiono ricercati, lambiccati, la cantante cinguetta i suoi refrain zuccherini con ovvia disinvoltura, ma tutto suona troppo precisino e affettato per poter regalare brividi veri.
Intendiamoci, la squisitezza dei dettagli e la meticolosità artigiana rimangono qualità incontestabili, ma per il resto il disco sembra difettare in personalità, la produzione appare algida, l’interpretazione estetizzante e la scrittura un tantino disinnescata nella sua regolarità priva di particolari slanci. Manca l’idea stessa di “brutta copia”, ancorché la voce di Sasha riesca carezzevole e melodiosa come sempre (“New Sensation”). Così, nonostante l’inappuntabile confezione in chiave indie-pop, si avverte un’ombra di maniera che toglie smalto all’artista.

220x270_011 Il 2004 è l’anno di un altro sophomore, quello dei Sixth Great Lake. Sunday Bridge è un album che non tradisce le peculiarità espressive del collettivo e, se possibile, ne amplifica la portata nella direzione di un rigore e di una nitidezza impressionanti, così da suonare piacevolmente radicale nella sua parsimonia, tutto improntato a un più ampio respiro, agli spazi sterminati, al culto del paesaggio e dei campi lunghissimi. Le cadenze si sono fatte ancora più flemmatiche, l’intonazione oscilla tra l’estatico e il dolente e in questa sorta di nuova pastorale americana ha modo di imporsi il pacato umanesimo del gruppo, senza esasperazioni e senza falsificazioni formali di sorta. Gli equilibri stilistici del predecessore sono sconfessati a tutto vantaggio della componente alt-country e slowcore, con vette di suggestione come nel crepuscolo porpora di “The Saint”. Nuance melodiche e armonie sono elementari ma non lasciano scampo, in un disco impregnato di incanti semplici, autunnali, quotidiani, e che colpisce nel segno anche e soprattutto per la sua coerenza espressiva.

220x270_012L’ispirazione va a braccetto con il mestiere sontuoso per una sorta di diario di viaggio di taglio introspettivo e si intuisce il piacere di raccontare e raccontarsi attraverso il solo affilato puntello delle sei corde e di una voce, quella di Chris, fragile e incerta quasi per necessità. Con la Bell e il registro fiabesco del tutto scomparsi dai radar, a tratti si respira piuttosto la stessa meraviglia dei primi Red House Painters (“Downies”), oppure può capitare di imbattersi in una versione rallentata dei Gorky’s Zygotic Mynci più aulici e melanconici, per una sublime resa sul piano emozionale (“Seven Stripes”). Ziter si conferma insomma songwriter di razza, con uno speciale talento nel conferire nuova linfa al classicismo della canzone yankee, di fatto scrivendo musica che ha già in sé l’illusione di essere sospesa fuori dal tempo. E se in “House Song” l’intonazione cresce in gravità e cupezza, la piccola gemma di “Kentucky” sarà per converso l’approdo più luminoso di questo itinerario.

A un passo dal traguardo...

Gli Essex Green ritornano con la loro opera terza, Cannibal Sea, nell’aprile del 2006, quando ormai Sasha e Jeff sono usciti da tempo dai Ladybug Transistor. Un suono ancora più limpido e potente, curato da Britt Myers (già al lavoro con Mates Of State e Dressy Bessy), rende scintillante il recupero sempre più schietto della tradizione tardi sixties, compresi a questo giro anche i disinvolti echi di Tim Buckley nell’upgrade cantautoriale di “The Pride”.

220x270_014Ancora una volta il risultato si colloca dalle parti di un’Americana ammantata di aspirazioni indie-pop e gioca con indubbio gusto sull’equilibrio tra queste due coordinate di massima. A farsi largo nel cifrario ormai consolidato della band di Brooklyn è un indie-rock mansueto, sostanzialmente immune alle esasperazioni ruffiane che in questa particolare fase sembrano andare per la maggiore (“Cardinal Points”, “Don’t Know Why”). Dalle parti dei Viva Voce e di altri nuovi interpreti dell’alternative a stelle e strisce, gli Essex Green dimostrano di saper diversificare la loro proposta nel segno di un camaleontismo garbato ma intelligente. Nel contempo gli elementi di raccordo con i Ladybug Transistor, ora che la diaspora è sostanzialmente compiuta, risultano per paradosso aumentati, se anche in frangenti più marezzati non viene meno quell’inclinazione tra il nostalgico e il fiorito tipica della compagine guidata da Gary Olson. Non mancano le squisitezze di taglio prevalentemente roots (il lirismo crepuscolare à-la Decemberists di “Rabbit”, ad esempio) o pianistico, ma per una volta le stilizzazioni elettriche e le pimpanti orditure tracciate dal Fender Rhodes (“Uniform”) si ritagliano spazi importanti e contribuiscono a rendere davvero accattivante questa collezione di canzoni.

220x270_015Inutile girarci troppo attorno, Cannibal Sea è il disco più ambizioso del gruppo e non ne fa mistero. Il songwriting appare sfrondato e incisivo come mai prima d’ora, decorazioni e arrangiamenti badano al sodo con buon profitto, ma la semplificazione del marchio attuata per l’occasione non può essere derubricata tra i sinonimi di banalizzazione. Anche la prova della Bell riesce meno alata o idilliaca, grazie a quel pizzico di cattiveria, a quella grinta anche giocosa stile Neko Case (con la quale si trova a condividere scampoli di una sensualità ben più ispida della sua norma) che in lei suona francamente insospettata. Impressionano, in particolare, le sue accresciute qualità di interprete a tutto tondo, non più soltanto una gattina in vena di svenevolezze, ma proprio una cantante di caratura superiore. A beneficiarne è tutto l’insieme, reso ancora più dinamico e luminoso, un po’ come era capitato al tramonto della collaborazione tra la mentore, Natalie Merchant, e i suoi 10,000 Maniacs.
La purezza della semplicità chiude i giochi nel congedo cristallino, dall’inflessione pastorale, di “Slope Song”. Inevitabilmente, forse, il tono bucolico è così chiamato a suggellare (e, col senno di poi, a chiudere il cerchio) l’esperienza della band americana in questa sua prima incarnazione. Autorevoli voci nella modernità perché forti di una consapevolezza non comune delle proprie radici musicali, gli Essex Green sono dunque arrivati a rappresentare una sorta di mosca bianca in anni di generalizzato istupidimento per il rock alternativo, ormai in preda a una compulsiva smania di sradicamento. L’album viene acclamato dalla critica ma è destinato a rivelarsi un fuoco di paglia. Dopo l’ennesima, lunga girandola promozionale in patria e in Europa, tutto infatti si ferma.

220x270_016Nel 2007 Sasha, trasferitasi con il marito a San Francisco, dà alla luce una bambina e diventa chef nell’arte della pasticceria. Nonostante a parole non venga meno l’intenzione di continuare la collaborazione con Jeff e Chris, e nonostante un paio di voli presi per provare a registrare qualche canzone con loro, le nuove priorità della cantante finiscono per comportare l’inevitabile sfaldamento del terzetto, ormai in stallo a tempo indeterminato. Ulteriori eventi giocano a sfavore, perché anche Jeff e Chris hanno nel frattempo messo su famiglia e avviato nuove attività imprenditoriali o artistiche lontano da Brooklyn, rispettivamente a Pittsburgh e Burlington, e ogni ipotesi di lavoro congiunto appare terribilmente complicata dai problemi di natura logistica.
Dopo un paio di anni trascorsi in piena crisi, senza suonare, comporre e persino ascoltare musica, la Bell riscopre la sua passione cimentandosi con il dulcimer e, riacquistata fiducia un po’ alla volta, inizia a scrivere molti nuovi brani assieme a colleghi della cerchia di Kelley Stoltz, una specie di padrino nella città del Golden Gate. Per completare il lavoro e finanziare le registrazioni con i produttori Jason Quever (Papercuts, Dean & Britta, Port O’Brien) e Matt Pence (Jens Lekman, Jay Farrar), nel 2013 lancia una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Kickstarter ma, sebbene la cifra ideale venga raggiunta subito, l’insoddisfazione per la resa sul lato tecnico comporterà presto l’aborto del progetto.
In seguito la cantante si trasferisce con la famiglia nella remota Missoula, Montana, dove, pur conservando un profilo basso, viene considerata alla stregua di una star in virtù dei suoi trascorsi. Qui accetta l’invito a occuparsi delle tastiere in una compagine del luogo, The Shiveries, e dà vita quasi per scherzo alla Sasha Bell Band, assieme a Bryan Ramirez (Ex-Cocaine), John Fleming (Secret Powers) e Matt Tipton (Best Westerns), tutti musicisti appartenenti alla locale scena power-pop e psych-folk.

220x270_017Insieme a un produttore locale, il quartetto prende a lavorare sui nastri precedentemente abbandonati dalla Bell, ma è dal Vermont che arrivano le novità più significative per il destino degli Essex Green: il rientro a Burlington di Jeff e il ricongiungimento con Chris rappresentano un passo avanti decisivo. Alcuni ritrovi in zona assieme al bassista Lowell Thompson e al batterista Steve Hadeke, oltre alla condivisione online del tanto materiale inciso in proprio, dovrebbero così rendere possibile in tempi ragionevolmente brevi il miracolo di un nuovo album per il gruppo, a due lustri abbondanti dal predecessore, nonché di una nuova fatica solista della ritrovata Sasha, con tutti i più strani e oscuri brani da lei composti in questi anni di appartata distanza. Entrambe le uscite, annunciate per il 2016, sono già state rimandate più volte, ma il terzetto ha dimostrato di fare sul serio con un paio di tour di ritorno (più qualche data – incredibile ma vero – dei redivivi Guppyboy), a partire da quella Scandinavia che lo ha sempre venerato.
Incrociando le dita, insomma, dovremmo esserci.

The Essex Green

Everything is green

di Stefano Ferreri

La parabola artistica di Jeff Baron e Sasha Bell attraverso quattro distinti progetti musicali. Dall'alt-rock scapestrato dei Guppyboy all'elegante chamber-pop a marchio Elephant 6 degli Essex Green passando per la meraviglia Americana dei Sixth Great Lake, due talenti da riscoprire
The Essex Green
Discografia
  THE ESSEX GREEN 
   
 The Essex Green / The Sixth Great Lake Split Ep (Sudden Shame, 1999) 6
 The Essex Green Ep (Elephant 6, 1999) 6,5
 Everything Is Green (Kindercore, 1999)7
The Long Goodbye (Merge, 2003)  7
Cannibal Sea (Merge, 2006) 7,5
   
 GUPPYBOY 
   
 Aloha (Tup Keewah, 1992) 5,5
 Rani Ep (Tup Keewah, 1992) 6,5
 Haci Baba (Tup Keewah, 1994)5,5
 Juleps (Tup Keewah, 1994)  6
 Jeffersonville (Sudden Shame, 1997) 6,5
 The Chicago Tapes (Hope For The Tape Deck, 2015) 6
   
 THE SIXTH GREAT LAKE 
   
Up The Country (Kindercore, 2001) 7,5
Sunday Bridge (Tup Keewah, 2004)  7
   
 FINISHING SCHOOL 
   
 Destination Girl ( Track & Field, 2003) 6
   
 THE LADYBUG TRANSISTOR 
   
 Marlborough Farms (Park’N’Ride, 1995) 6,5
 Beverley Atonale (Merge, 1997) 7
The Albemarle Sound (Merge, 1999)7
Argyle Heir (Merge, 2001)7,5
The Ladybug Transistor (Merge, 2003)8
 Here Comes The Rain Ep (Merge, 2006)  5,5
 Can’t Wait Another Day (Merge, 2007) 6
 Clutching Stems (Merge, 2011) 6,5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Fabulous Day
(video, da The Essex Green Ep, 1999)

Carballo
(audio, da Everything Is Green, 1999)

Mrs. Bean
(audio, da Everything Is Green, 1999)

The Late Great Cassiopia
(live, da The Long Goodbye, 2003)

The Boo Hoo Boy
(audio, da The Long Goodbye, 2003)

Don’t Know Why (You Stay)
(audio, da Cannibal Sea, 2006)

Cardinal Points
(audio, da Cannibal Sea, 2006)

Rahji
(video, da Rani Ep, 1992)

Washington Square
(video, da Jeffersonville, 1997)

Across The Northern Border
(video, da Up The Country, 2001)

Everybody Loves
(video, da Sunday Bridge, 2004)

Destination Girl
(video, da Destination Girl, 2003)

  
  
  
  
  
The Essex Green su OndaRock
Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.