Tricky

Tricky

Esorcismi di un black dandy

di Roberto Rizzo

Dalle origini e il quadro astrale alla fama e il canzoniere, tra i gossip e le pose. Giù per i corridoi tenebrosi della vita di un bluesman prestato alla generazione rave

Esaminando un ideale fotogramma del momento d’oro del Bristol sound attraverso la speciale cartina dei talenti distribuiti e conquistati non sarà difficile individuare tra emeriti produttori (Nellee Hopper), geni dei piatti (Grant Marshall, Geoff Barrow) voci “importanti” (Nicolette, Shara Nelson) e artisti di strada (Robert Del Naja), un enigmatico buco nero, un ragazzetto di sangue misto afro-irlandese, senz’arte e con poca parte, dal volto rosicchiato dalle cicatrici e dall’espressione costantemente “fumata”. Charme e apparente sbruffonaggine sono alla pari dalla sua, attraggono e infastidiscono, misteriosamente interrelate in quella posa distaccata, minacciosa, ma anche inaspettatamente timida. Vale la pena forse zummare e provare ad analizzare più da vicino questo oscuro personaggio.

You see in black and white, feel in slow motion
I drown myself in sorrow, until I wake up tomorrow
The illusion of confusion is not from where I am sat

Memorie da una casa di morti

La biografia di Adrian Nicholas Matthews Thaws è segnata fin dalle prime righe da un inquietante vortice di drammi e spinte nichiliste: il padre che abbandona tutto e tutti, condannandolo alla miseria ancora prima di venire al mondo, la madre che si suicida poco dopo, la nonna che lo accoglie in un ambiente domestico di morbosità e violenza, la scuola saltata e un precoce soggiorno dietro le sbarre per alcuni sgarri con banconote false. Tutto ciò in Knowle West, il “ghetto bianco”, anche detto il Bronx bristoliano. A quindici anni Adrian ha già le carte in regola per il salto definitivo nel baratro.
Se è vero però che felicità e miserie sono legate da equilibrio e compensazione semi-perfette, gli appigli non dovevano tardare a palesarsi: l’uscita d’emergenza, per il futuro tricky kid, si presenta sotto forma di carta, erba e un improbabile guru. In questo modo, mentre un quadernetto gli provvede sfogo per le idee sfreccianti nella psiche provata, abbozzando “liriche” ibride di surrealismo e boutade adolescenziali, la marijuana lo anestetizza dalla realtà più immediata, la giovane star dimenticata del Bristol sound, dj Milo, diventa il punto di riferimento che gli infonde aspirazioni artistiche, lifestyle e tutto il corollario che solitamente l’idolatria si porta dietro.
“La generazione dei miei genitori ricorda esattamente dove si trovava quando Kennedy è stato assassinato. Io ricordo esattamente dov’ero quando dj Milo suonò per la prima volta ‘Bring The Noise’ [dei Public Enemy]: St. Paul’s Carnival, a Bristol. Mi trovavo vicinissimo al palco quando mise su proprio quel disco e fu il delirio più totale tra i presenti. In quell’istante il mio mondo cambiò”.

È per mezzo di Dj Milo, quindi, che Tricky entra appena maggiorenne nel leggendario circo ambulante noto come Wild Bunch, presentandosi come rapper navigato pur essendo poco più di un amatore, portandosi dietro al contrario anni di inconsueti ascolti jazz e synth-pop (Gary Numan, Marc Bolan e Billie Holiday): il talento per le liriche insolite e quel flow cavernoso, “ambientale”, ne fanno però da subito un membro irrinunciabile. Inevitabile la transizione nel nucleo più innovativo, pregiato e all’avanguardia di quell’esperienza lì, i futuri Massive Attack.
“Blue Lines” è un instant-classic, i tabloid di settore iniziano a pompare sul quartetto allargato delineando il profilo di quel quarto elemento perennemente distaccato e “assente”, per quanto estremamente sorridente e affabile quando interpellato.
È l’inizio di un rapporto complicatissimo coi media e col successo, con cui sarebbe arrivato ai ferri corti di lì a poco. Tricky si sente un outsider rispetto al resto del musicbiz. Dichiarerà: “Ho l’impressione che la mia testa sia irrimediabilmente marcia, fottuta. Da quando sono nel music business ho incontrato tutta questa bella gente, integra, monolitica, un tutt’uno con la sua mente. Può anche darsi sia solo una questione di facciata, ma ti fa sentire un po’ malato quando non sei così”.

tricky70Com’è noto, i Massive Attack non sono però una band ortodossa, ogni membro, soprattutto nella fase embrionale di questa storia, prosegue la sua personale ricerca stilistica in maniera del tutto indipendente, solo eventualmente integrata nel percorso del sound system.
Tricky entra in contatto con Mark Stewart, insuperata icona post-punk di Bristol e oltre, si fa vedere sempre più spesso nel suo squat e comincia a trafficare con un quattro tracce in quel sofisticato studio di registrazione, i primi vagiti della futura “Aftermath”.
Ma un pezzo ancora più importante sfugge ancora a questo puzzle, un incontro fatale, una semi-rivelazione, una musa. Martina Topley-Bird.
L’incontro tra i due ha dato vita a uno dei miti più popolari del trip-hop: Martina è poco più di una ragazzina seduta a festeggiare con il tipico amico gay la maturità appena conquistata. Il muretto è quello di casa Thaws. Tricky si avvicina ai due e inizia una lunghissima conversazione sugli argomenti più futili, finché non sgancia la domanda cruciale: “Sai cantare?”.
La ragazzetta risponde di aver fatto la vocalist per qualche numero jazz e in qualche recita scolastica, ma è una fan di Soundgarden e Pearl Jam. A Tricky importa relativamente: pochi minuti dopo sono entrambi in studio da Mark Stewart.
È l’inizio di una relazione esuberante e passionale, fulminea, tanto in studio quanto nel privato (i due avranno anche una figlia due anni più tardi), al punto che Tricky decide di lasciare per lei la sua compagna di allora. La coppia torna a rimaneggiare i tape di “Aftermath”, quel sample di Marvin Gaye trafitto da due linee di bassi e un verso di Young Rascals canticchiato accidentalmente da Mark Stewart sullo sfondo. A questo si aggiunge ora la voce di Martina, una modulazione spontaneamente perfida e lussuriosa.
“Aftermath” ha della magia pura, dark e bluesy, attraversata da una strana spiritualità senza credo, per quanto (o proprio essendo) il frutto di pura illogicità, a cominciare dalle indecifrabili liriche. “È la fine del mondo. Una canzone sulla fine del mondo. Sulla fine del mondo e sugli occhi di mia madre”. Dirà candidamente Adrian.
Il pezzo entusiasma apparentemente soltanto la coppia. Mark Stewart reagisce perplesso e divertito. Del Naja e Hooper freddi ed escludono il brano dai nuovi progetti Massive Attack e Soul II Soul.
Un breve attimo di sconforto al ritrovarsi isolato (“Lavorare in una band è decisamente più semplice. Da solo sono bravo solo a chiacchiere, una schiappa ai fatti”), poi finalmente la decisione di portare avanti il piano di un singolo solista.

Aftermath viene pubblicata nel 1993 in tiratura da 500 copie per la 4th & Broadway.
Il brano ha un ottimo seguito, soprattutto se considerate le aspettative dei due e il supporto mediatico – entrambi pari a zero. Tricky viene curiosamente compreso come lo pseudonimo di un duo (percezione, a posteriori, non poi così lontana dalla realtà) e i tabloid di settore non tardano a planare rapacemente su questa “band”, una vera manna per predatori di ambizioni arty condite di gossip.
Thaws e Martina però sono già alle prese con nuovi brani, forti questa volta di contratto con la Island, ricreando senza troppa difficoltà lo stesso procedimento di “Aftermath”. Anzi, possibilmente, ancora più sbilenco. Il primo parto è infatti “Ponderosa”, percussioni gamelan sovrincise e vocals impertinenti. Un’altra generosa boccata di fumo. Martina ricorderà con nonchalance: “Non idea del perché ho tirato fuori quella roba lì. Provai un paio di volte ma più ero ubriaca più veniva fuori quella linea lì. Quindi abbiamo semplicemente deciso di lasciarla così”.
Le sedute in studio sono infatti simili ad autentici rave, rituali protratti per due o più giorni di fila, in cui ci si beve l’anima e si fuma fino a collassare, per restare in una citazione prossima.
Tricky e Martina sono sempre più popolari, vuoi anche per la completa novità che questo stile (?) porta nel panorama contingente, inserendoli nell’avanguardia di un ideale gap tra dance (detestata da Tricky), ambient music (vituperata da Martina, “roba per chi ha paura, per chi rifugge il beat e la canicola”) e hip-hop. La celebre definizione trip-hop sarebbe stata coniata finalmente di lì a poco per acquietare i sonni dei magazine.
Ed è proprio cavalcando la repentina ascesa mediatica del Bristol sound, spinto soprattutto da Melody Maker e Nme, che il primo album di Tricky perverrà a un successo di tale portata, impensabile in altri contesti, surclassando ogni altro fenomeno ben più rodato dell’epoca, dal brit-pop ai fuochi fatui del grunge.

TrickyMaxinquaye contrae nel titolo il nome della madre (Maxine Quaye), configurandosi senza scampo come un’opera esorcistica, una seduta spiritica volta a fare piazza pulita degli scheletri più torbidi del passato e della psiche, anestetizzato in una coltre di fumo e libidine. È Maxine innanzitutto ad essere interpellata nell’asfissiante vortice sample e non-sense di queste dodici tracce: proferisce indistintamente per bocca del figlio e di quell’inquietante medium che si ritrova ad essere Martina, fra tenerezze (“your eyes resemble mine / you see as no other can”, “Aftermath”) e rammenti di oscena violenza (“I fuck you in the ass, just for a laugh/ with the quick speed, I’ll make your nose bleed”, “Abandoned Fat Track”), innescando allo stesso tempo una destabilizzante confusione dei sessi (nel booklet rosso-sangue Tricky appare vestito da sposa, Martina in costume da uomo).
L’importanza di Maxinquaye però va oltre il privato del suo autore, ossessione che tornerà sotto varie spoglie in tutti i suoi lavori, ma intercala una serie di significati e contenuti più sottili e difficili da districare. A partire da quella che Wire definirà tricknology: figlio del suo tempo, Tricky è del tutto indifferente allo storico conflitto uomo-macchina che appena una generazione prima era ancora dicotomia netta, anche e soprattutto in musica. Alla stregua di Björk (cfr. “The Modern Things”), Tricky ha un atteggiamento compromissorio, né denigratorio né positivista, le macchine e la tecnologia sono lì, per lui, da sempre, venirci a patti è più che fisiologico. Un dato di fatto che, unito a una personalità consapevolmente borderline, può fare scintille.
Capita quindi che nascano brani come “Strugglin’”, una sequenza di scariche elettriche che vanno a comporre un inusitato pseudo-beat su cui Martina può cantare e ansimare in estasi, o il delirio electro di “Brand New You’re Retro”, hardcore fino alla saturazione.
Ma la stessa logica a-dualistica prevale su ogni aspetto dell’album, le ispirazioni e i ripescaggi musicali scardinano ogni contrapposizione: bianco-nero, colto-popolare, elettronico-acustico, nell’ingranaggio scivolano “Fear Of A Black Planet” e “Hounds Of Love”, Prince e Jelly Roll Morton, Augustus Pablo e David Sylvian, Blade Runner e induismo.
Tutto rimestato in un esistenzialismo personalissimo, di cui si avvertono delle tracce (“Hell Is Round The Corner”, “Feed Me”), ma che non si svela mai alla luce del sole.
E' quindi, ancora una volta “Aftermath” a fare da perno, centro e sunto ideale dell’opera, assimilando ogni impulso di un’umanità che vive di citazioni, ne rivela in un verso il segreto più inconfessabile (“how can I be sure/ in a world that’s constantly changing”) felicemente narcotizzata nella notte, nel sesso e nei fumi.

Il successo di Maxinquaye è fulminante, debutta al numero tre della album-chart inglese senza neppure un singolo passaggio radiofonico, forte solo dell’appoggio di poche riviste e di Mtv, che si interessa ad “Overcome”, il nuovo singolo, in cui Tricky auto-cita “Karmacoma” (ad oggi la sua ultima apparizione per i Massive Attack), mentre Q Magazine gli dedica uno splendido ritratto a firma nientemeno che di David Bowie – di cui è l’alter-ego “nero”, secondo un celebre pezzo sulle colonne del Melody Maker.
La fama è altrettanto repentina e coglie Thaws impreparato. Il passo dal disorientamento al fastidio puro sarà brevissimo. Tricky è irritato prima dalla recezione di Maxinquaye come un disco da lounge-café, poi dai tabloid che iniziano a cucirgli addosso il cliché del musicista nero da pose incazzate, in contrasto con la sua natura più bizzarra e ambigua, che a quell’immaginario preferisce il rossetto e le maschere, il tra(ns)vestimento, divenendo il primo – e probabilmente ultimo – hip-hop-black-dandy della storia.
Il punto di non ritorno è però la domenica di Pasqua, poco dopo la release del primo album: uscito per mettere qualcosa sotto i denti, contro la tipica fame chimica da mattino presto, arrivato al chiosco dei giornali nota su un’inferriata un poster gigantesco del Time Out, Tricky immortalato come Gesù in croce. La mattina di Pasqua. Torna indietro e non esce di casa per tre giorni.

I mesi successivi alla pubblicazione dell’album sono però estremamente intensi, quanto a vicissitudini e attività discografica. Separatosi da Martina, con cui conserverà comunque una lunga e sincera amicizia, nel suo letto cadono prima Alison Goldfrapp, ancora “solo” la misconosciuta vocalist di una traccia di Maxinquaye, poi la focosa e chiacchieratissima islandese, Björk, la cui storia, in questo frangente, ha più di un parallelo con quella di Adrian Thaws, preparando un altro gustoso gossip per la carta stampata.
Tricky lavora come remixer e incide alcune nuove tracce, avvalendosi di nuove collaborazioni e duetti eccellenti, spesso frutto di casuali incontri in tour, tra cui la stessa Björk.

I can’t breathe and I can’t see
Mtv moves too fast, I refuse to understand
You go your way and I’ll see mine
Feels like wasted time

Demoni e angeli dalla faccia sozza: tensioni di fine secolo

TrickyAssemblato in tre settimane, Nearly God riflette e porta a galla quell’umore dark e bluesy che in Maxinquaye era ancora solo uno sfocato background. La traccia d’apertura è quanto mai simbolica e programmatica: “Tatoo”, cover di una rarità di Siouxsie, interpretata per la prima volta da un Tricky “cantante”, in un registro spiritato ibrido tra gotico e il Tom Waits più allucinato. È una spiritualità ubriaca, in qualche modo il filo rosso dell’album, la ricerca di un significato più alto con gli istinti che risucchiano invece verso il basso a mo’ di sabbie mobili.
“Poems” è il gioiello del disco in più di un senso: una preghiera urbana a tre voci con Martina e Terry Hall, consolatoria e decadente nel suo trascinarsi quieto su un campionamento in loop costante e una spoglia chitarrina blues. A portare avanti questa lenta caduta lo scurissimo monologo metafisico di “I Be The Prophet” e l’intenso soul e tinte thriller di “Make A Change”, quest’ultima con Alison Moyet, incontrata casualmente una notte in un hotel.
Neneh Cherry e Björk sono le altre anime illustri dell’opera. L’amicizia fra Thaws e la Cherry è di lunga data e Tricky desiderava rendere giustizia alla “vera Neneh”, lontanissima dalla pop-star da heavy rotation che stava diventando in quegli anni: “Una che ha conosciuto lo schifo e la miseria, una che ha le carte in regola per essere Billie Holiday e che invece diventa Kylie Minogue”, dirà. La collaborazione si risolve nell’erotismo funky di “Together Now” e in un’altra dozzina di tracce destinate all’imminente album della Cherry, in gran parte però tagliate fuori dai suoi produttori perché “troppo spinte”.
Ben più noto invece l’affare con l’islandese. Tricky lavora con Björk su “Post” per “Enjoy” e “Headphones”, da cui nasce subito dopo un intenso rapporto sentimentale. Tricky stesso aggiungerà una nota di pettegolezzo: “Non siamo mai stati una coppia in senso ortodosso, entrambi eravamo in uno stato di semi-esaurimento e credo fosse più una questione di trovare conforto l’uno nell’altro. Lei poi ha una visione tutta fiabesca della vita e dell’amore e per l’altro è capace di mettere in discussione tutto. Io ero solo un vigliacco e alla domanda ‘mi ami?’ le risposi ‘intendi, se ho bisogno di te?’. Quindi ci lasciammo”.

Su Nearly God Björk compare nell’auto-citazione di “Keep Your Mouth Shut” (la fu “You’ve Been Flirting Again”) e soprattutto “Yoga”: Tricky riesce a profanare la chanteuse in un nuovo voluttuoso gioco a due, ebbro come una “Ponderosa”, delirante come una “Strugglin”, strizzando l’occhio alle migliori perversioni di Lydia Lunch.
La chiave di volta di questo quadro di elegante decadimento però è sempre la stessa: Martina Topley-Bird, confortante compagna di dissoluzione e discesa verso la perdizione, capace di avvinghiarsi ad ogni capriccio del nostro, sophisticated lady in “Black Coffee”, sadica in “Judas”, poetica nella cover di Slick Rick “Children Story”. Parte irrinunciabile delle litanie alticce di Nearly God, nostalgia di un paradiso che non si sa bene dove collocare ma di cui pure si avverte la necessità. Lo streben è ancora lontano dall’appagamento.

Trascorrono solo pochi mesi che le pulsioni del nostro esigono un nuovo sfogo, questa volta nella loro natura più cruda, incompromissoria. A differenza delle due opere precedenti, in Pre-Millennium Tension tutto è dato in superficie, le trazioni si svelano dirette, senza lasciare la possibilità di distogliere lo sguardo. L’attitudine del hic et nunc, del bruciare “come non ci fosse un domani”, si collega a una serie di gloriosi precedenti, in musica, dal punk, all’hip-hop alla rave culture, tutti puntualmente spremuti in quarantasei, torridi, minuti.
Più concentrato sulle soluzioni ritmiche che sulle melodie, Pre-Millennium Tension mette a rogo però ancora una volta prima di tutto le carcasse del ricordo, dall’asmatica “Vent”, nuova rievocazione della madre, ai peggiori aneddoti dello stardom fatalmente conquistato, come il “diavolo incontrato a Helsinki” di “Christiansand”, riferito qui ad una giornalista, e “Tricky Kid”, cinico resoconto, mai così diretto, della sua ascesa pop in veste east-coast (backing vocals del collettivo newyorkese Hillfiguzes).
In maniera altrettanto concisa, Tricky “spiega” il disco, registrato nell’estate giamaicana: “Per un attimo mi sono preso la libertà di farti tutto ciò che voglio. Posso ucciderti, posso picchiarti, posso fotterti la testa, posso farti un voodoo. E poi ‘puf’, finito”.
La carnalità è ancora una volta anche e soprattutto libidine: “Sex Drive” è un accumulo di bassi istinti prossimi a deflagrare ciecamente, “Bad Things” ninfomania electro-blues, mentre “Makes Me Wanna Die” libera la sovreccitazione in una parentesi di estasi e leggere sensazioni, quasi dreamy.

Da un quasi-dio a un quasi-diavolo, quindi, Pre-Millennium Tension chiude sulle note melanconiche e fuggevoli di “Piano Song”: non la proverbiale quiete dopo la tempesta, quanto un sentimento di spossatezza, di un’ansia e una lussuria che hanno consumato ogni senso, dopodiché non resta all’orizzonte altro che un drammatico nulla.
Anche per questo, Pre-Millennium Tension è forse il parto più inquietante e “contemporaneo” consegnato da Tricky al suo tempo.

Nel biennio successivo Tricky è impegnato invece con le collaborazioni più disparate, da Yoko Ono ai Garbage, passando per Elvis Costello e i Terranova, mentre sempre più aspra si fa l’insofferenza nei confronti dei media e dell’industria discografica. Rifiuterà però di collaborare con Madonna: “Potrei solo aiutarla a vendere pochi dischi e diventare non-radio-friendly. Mi piacerebbe solo imparare un po’ del suo appeal visuale, sembrare grande e cool anche quando sai di non esserlo affatto, y’know”.
Durante un’esibizione al Glastonbury Festival inveisce contro il The Face Magazine, che porta avanti da tempo un gossip indiscreto sui retroscena privati fra Thaws e Martina, secondo cui Tricky gioca a fare la star lasciando Martina nel ruolo della ragazza-madre, nonché la storica definizione di Tricky come “demonio”.

Il ritorno alla discografia si registra invece nel 1998 con l’album Angels With Dirty Faces, nelle intenzioni di Tricky, un disco più “consapevole e impegnato”. L’album, paranoico e austero come non mai, comincia però a mostrare la corda di una formula già ultra-rodata, fra sentori downtempo, felina sensualità (l’ottima “Analyze Me”) e numerose auto-citazioni, cadendo talvolta nel prevedibile o nel semplice soprassedibile. Nella tracklist svetta però un’unica, importante eccezione: la marcia funebre di “Broken Homes”, intenso duetto con una malinconia Pj Harvey, una penosa ammissione di fragilità e inquietudine tra gospel in crescendo, da annoverarsi tra i momenti più alti dell’intera produzione tricknologica.
Angels With Dirty Faces, che riscontra un inatteso successo soprattutto nelle classifiche americane (Tricky si trasferirà di lì a poco a New York City prima a L.A. poi), segna però anche la fine - definitiva? - del rapporto artistico fra Tricky e Martina, dolorosa separazione consensuale dettata dalle differenti prospettive e volta anche a mettere a tacere i pettegolezzi sulla dubbia condotta genitoriale dei due.

Here comes a Nazarene
Looks good in that magazine
Haile Selassie I – they look after I
God will receive us – got me like Jesus

Il diavolo veste mainstream

TrickyCon il trittico successivo Tricky pare innestare un cambio di marcia più deciso alla sua musica, ripulendone gli eccessi “fumosi” e dark e puntando a un taglio più “pop”, con tanto di venuta a patti con quel mainstream verso cui si era sempre mostrato diffidente fino a poco prima.
Juxtapose (1999) è il primo passo in questo senso. Messo assieme coi produttori Dj Muggs e Grease, Juxtapose sorprende con una sequenza di pezzi orecchiabili, brevi, che pescano dal funk, dal rock e soprattutto dall’hip-hop. Buona parte del disco però si rivela fiacca e incolore, incasellando pezzi insipidi quando non caricaturali (il “metal-mix” “Hot Like A Sauna”), salvandosi in corner grazie alla bella terzina centrale (il porno-rap di “I Like The Girls” e il downtempo di “Call Me” in particolare) o quando ripiega sull’usato sicuro, come la massiveattackiana chiusura di “Scrappy Love”.
Blowback, del 2001, prosegue su questa strada, ancora più consapevolmente e ruffianamente pop.
Uscito salvo da una serie di gravi problemi di salute (si racconta fosse arrivato al punto di essere ricoverato in un ospedale psichiatrico), Tricky chiarisce il progetto in questi termini: “Mi sento di aver passato anni a lagnarmi di quello che passava su Mtv e in radio. Beh avrei potuto continuare all’infinito, probabilmente, ma se volevo sentire buona musica alla radio avevo solo da fare un album in questo senso”.
Ecco consegnato quindi Blowback, che fra le sue tredici tracce raccoglie vocalist, rapper, popstar, chitarristi e quant’altro il mainstream aveva da offrire. Se il proposito di Tricky però era in qualche modo quello di ricostruire la forma-canzone dopo averla storpiata ossessivamente, si può concludere con una lode alle intenzioni, un po’ meno al risultato. L’impressione, in primo luogo, è che ogni brano viaggi per fatti propri, ora in direzione del heavy-pop-rock più radiofonico (“Girls” e “Wonder Woman”, con tre quarti dei Red Hot Chili Peppers), ora di certo soft-pop (“Your Name”), o di un trip-hop più rappato e marcatamente “black” (i cinque pezzi con Hawkman). A deludere è però soprattutto il livellamento della qualità generale dei pezzi verso la mediocrità più flaccida. “Evolution Revolution Love”, “Over Me” e “Five Days” – con la rediviva Cindy Lauper – sono i pezzi migliori del lotto. Ed è tutto dire.

Dopo una parentesi come attore (ne “Il Quinto Elemento”), dopo i due anni di rito, è la volta invece di Vulnerable (2003), disco che pare avere imparato dalla lezione di Blowback, restringendo il parterre degli ospiti a un’unica cantautrice, volutamente sconosciuta, l’italiana Costanza Francavilla. I pezzi sono cantati quasi tutti in coppia, riuscendo a ricreare più o meno efficacemente tra sospiri e bisbigli l’estasi dell’incontro amoroso. A non migliorare però è il contenuto puramente musicale, sempre più stanco, sempre più prevedibile, tant’è che, un’altra volta, gli unici pezzi salvabili sono quelli che in altri tempi sarebbero stati poco più di dimenticate outtake, vale a dire il chill-out a luci rosse di “Car Crash” e la sinuosa cover di “The Love Cats”.

Con tre album di fila poco credibili come successi commerciali e poco ispirati sul sentore musicale, per la mina vagante bristoliana si apriva dunque il bivio: riscattare la propria penna o perdere definitivamente la faccia.

There’s no exit – I can’t stand still
Keep on runnin’…

Diario di un mancato gangster: ritorno a Knowle West

TrickyDi anni questa volta ne passano ben cinque. Dopo una lunga pausa introspettiva lontano dai palchi e dai riflettori, Tricky torna a scavare nel proprio passato e lo fa innanzitutto ripartendo dalla violenza di Knowle West. Knowle West Boy (2008) è quindi a partire dal titolo la rievocazione matura e consapevole del passato, dell’infanzia e delle prime influenze culturali, ripassando stralci di liriche dimenticate, omaggi sentiti e dovuti (Gil Scott-Heron, The Specials) e una buona quantità di ricordi da sistemare.
Musicalmente il disco riesce finalmente dove i tre predecessori avevano fallito, cioè nel coniugare felicemente il tipico, insolito, gusto di Tricky nell’impastare beat secchi e meticci con una più accessibile forma pop, questa volta con sostanza e personalità.
Nonostante non annoveri particolari highlights, il disco sgrana tredici pezzi vivaci che pescano dalla memorie private ("Council Estate", "Puppy Toy", "Cross To Bear", con tanto di rinnovata metafora cristiana) dai racconti gangsta e dagli slogan politicamente impegnati ("Coalition"), intercalando rimandi dub, hip-hop, reggaeton, electro, punk e finanche una cover pop di lusso, la minogueana “Slow”, interpretata in chiave trip-garage con la caratteristica lascivia dei duetti trickyiani.
Pur non raggiungendo la fervida inventiva dei bei tempi, Knowle West Boy si rivela nondimeno album ispirato e dinamico che rimette finalmente il nostro in carreggiata tra le asfissianti giungle della cultura pop post-millennium.

Forte dei consensi raccolti da Knowle West Boy e da un’attività live sempre intensissima, Tricky ricompare nel 2010 con Mixed Race, album che però dà l’impressione di mera vanità e idee raffazzonate. Pur vantando un blocco lirico maturo e tagliente, i temi rimangono gli stessi, (l’ascesa allo stardom da parte dell’outsider di periferia, i monologhi, le armi, l’erba, la violenza gangsta) e brani come “Early Bird” sarebbero stati anche degni di elogio non avessimo già sentito la medesima storia ripetuta ormai innumerevoli volte.
Il disco si ripete anche nelle soluzioni stilistiche adottate, prevalentemente il blend di Knowle West Boy, riattivato svogliatamente e sconfinando nel semi-plagio di “Kingston Logic” (vedi Daft Punk). Funzionano meglio invece i pezzi che provano a innestare la marcia blues, come “Every Day” e “Come To Me”, confermando l’impressione che il Tricky del Duemila sarebbe molto più credibile come Junior Wells che non come Timbaland.

Più che un’evoluzione, il percorso di Tricky pare essersi tramutato in un timido ripiegamento nei vicoli già percorsi. Incapace di trovare una soluzione veramente convincente nel nuovo, né di dispiegare ulteriormente le buone intuizioni "contaminate" di Knowle West Boy, il rimedio di Thaws è rimestare in quel vecchio di cui è ancora il capo insuperato, adagiandosi se non altro nella comoda sicurezza di un successo facile facile, scongiurando un nuovo fallimento.

Dopo una breve reunion con Martina, in tre live in cui viene rivisitato Maxinquaye, nel 2013 nasce così False Idols, salutato da molti come un ritorno alla forma primigena.
L’album prende effettivamente le distanze dalle fatiche più recenti per riprendere in mano gli stratagemmi più tipici del genere: sample, battiti rallentati, bassi ingombranti, voci in ipnosi, tutto distribuito in uno scenario sonoro di classe e ripulito come non mai (da collegare forse con l’addio del nostro alla marijuana?). Tricky torna a fare quello che sa fare meglio, trip-hop, al netto però del genio folle che animava le opere prime, senza fantasmi da esorcizzare né ricordi da rievocare con la tavoletta ouija, con il risultato di un disco piacevole, bedroom music per qualche notte di passione e poco altro.
Più che all’invettiva della “forma primigena”, False Idols pare puntare più modestamente a una versione scura e lucidata di Vulnerable: come tale, tutt’altro che disprezzabile nel contenuto ma anche dimenticabile senza troppi scrupoli di coscienza.

Purtroppo non riesce a mutare l'andazzo neppure Adrian Thaws, uscito poco più di un anno più tardi, presentandosi per la prima volta con il nome di battesimo del sanguemisto bristoliano. Ad un ascolto sommario, pare effettivamente un album-summa, centrifugato di quanto Tricky ha azzeccato, intuito, osato, rimestato in venti e più lunghi anni di carriera: il trip-hop, il reggaeton più spigoloso e marcio, il blues, l'electro-garage, la ballata synth. Stili che emergono e in qualche modo convivono in questi trentasei minuti scarsi. È sufficiente tuttavia affondare il coltello per accorgersi di come, una volta in più, Tricky sembri a corto di idee davvero incisive e sincere.
Francesca Belmonte resta alla voce per ben quattro pezzi, in quelle che sembrano b-side di un già ben poco memorabile False Idols, uscito solo un anno e mezzo fa, e che non possono non apparire come riempitivi dell'ultimo minuto: si salva forse la piacevole “Nicotine Love”, che in una tracklist diversa probabilmente avrebbe avuto un risalto migliore nella sua movenza leggera da clubbing narcolessico.
Gli altri featuring del disco sono Tirzah, Mykki Bianco (ma a salvare “Lonnie Listen” è solo la sensualità della Belmonte), Nneka, co-artefice di “Keep Me In Your Shake”, numero che intende strizzare l'occhio a Pre-millennium Tension e ad alcuni momenti di Mixed Race, risultando però solo in un pallido blues-pop, Bella Gotti, che firma l'immancabile svolta simil-rave, in cui arriva puntualissimo anche il rimando al cliché gangsta, e “Why Don't You”, quasi un auto-plagio (il bel motivo acid-reggae di “You Don't”, zona Maxinquaye).
In chiusura di un album che riesce ad apparire rimasticato fin dalla copertina, rimane fissa una sensazione di inconcludenza cronica cui il nostro pare ormai invischiato da troppo tempo, il dubbio sulla necessità effettiva di un episodio del genere, in luogo di una pausa di riflessione o una fermentazione più dilatata dei tanti stimoli che Thaws pare ancora avere.
Una prova interlocutoria? La fine definitiva del black dandy che fu?
Nel disorientamento del post-post-trip-hop, l'enigma continua a trascinarsi irrisolto.

A gennaio del 2016 è la volta di Skilled Mechanics, tredici tracce concise, che soltanto in due casi eccedono i tre minuti, imponendo frequenti cambi di scenario, non tanto a livello di sonorità quanto a livello di contributi, visto che sono tanti gli ospiti che nobilitano il disco con la propria presenza. E se i tempi migliori sono inesorabilmente alle spalle, Tricky cerca in qualche modo di affrancarsi dal passato, sforzandosi di proporre un interessante mix di (relative) novità e cose già sentite. Ci si muove fra alti e bassi, è inevitabile: c’è l’intrigante incedere narcolettico di “Don’t Go”, ma anche il trascurabile synth-pop di “Hero”, le significative strofe autobiografiche di “Boy”, ma anche momenti nei quali l’ispirazione tende un pochino a latitare (“Necessary”, non a caso buttata là verso fine tracklist). Berlino, il luogo ove attualmente viene dato come residente, ha probabilmente generato l’idea per il primo singolo estratto, “Beijing To Berlin”, brano denso di blackness à la Erykah Badu, affidato alla voce della rapper cinese Ivy.
I featuring al femminile difficilmente escono male, e ad eccellere sono sia “We Begin”, affidata all’oramai fedelissima Francesca Belmonte, sia l’iniziale “I’m Not Going”, con la cantante danese Oh Land che gioca a fare la Martina Topley Bird di turno: andatura lenta, sensuale e avvolgente su chitarra in palm mute. Ma se la cava egregiamente anche il batterista di Tricky, Luke Harris, protagonista vocale in due cover: la suadente, solo pianoforte e voce, “Bother” (degli Stone Sour), e “Diving Away”, rifacimento di “Porpose Head” dei Porno For Pyros di Perry Farrell. L’album è ricco di momenti minimali, quasi spogli, come la conclusiva “Unreal”, e di non troppo vaghe allusioni al trip-hop: “How’s Your Life” e “Here My Dear” sono state concepite appoggiandosi su evidenti richiami bristoliani anni 90. A conti fatti, pur nella consapevolezza di quanto l’avanguardia elettronica non passi più da queste parti, non sarà certo Skilled Mechanics a dover essere ricordato come uno dei peggiori dischi di Tricky.

A D. Gajewski, fondamentale supporto e ispirazione

Contributi di Claudio Lancia ("Skilled Mechanics")

Tricky

Esorcismi di un black dandy

di Roberto Rizzo

Dalle origini e il quadro astrale alla fama e il canzoniere, tra i gossip e le pose. Giù per i corridoi tenebrosi della vita di un bluesman prestato alla generazione rave
Tricky
Discografia
 Aftermath (Ep, 4th & Broadway 1994)

 

Maxinquaye (Island, 1995)

 

Nearly God (Island, 1996)

 

Pre-Millennium Tension (Island, 1996)

 

 Angels With Dirty Faces (Island, 1998)

 

 Juxtapose (Island, 1999) 
 Mission Accomplished (Ep, Anti, 2001) 
 Blowback (Anti, 2001) 
A Ruff Guide (compilation, Island, 2002) 
 Vulnerable (Anti, 2003) 
Knowle West Boy (Domino, 2008) 
 Mixed Race (Domino, 2010) 
 False Idols (False Idols, 2013) 
 Adrian Thaws (False Idols, 2014)
 
 Skilled Mechanics (False Idols, 2016) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Overcome 
(videoclip, da Maxinquaye, 1995)

Hell Is Round The Corner
(videoclip, da Maxinquaye, 1995)

 

Pumpkin 
(live, da Maxinquaye, 1995)

Poems
(videoclip, da Nearly God, 1996)

Christiansands
(live, da Pre-Millennium Tension, 1998)

Broken Homes
(videoclip, da Angels With Dirty Faces, 1998)

 

Evolution Revolution Love
(videoclip, da Blowback, 2001)

Concil Estate
(videoclip, da Knowle West Boy, 2008)

Does It
(videoclip, da False Idols, 2013)

Tricky su OndaRock
Recensioni

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Skilled Mechanics

(2016 - False Idols)
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(2014 - False Idols)
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Mixed Race

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Knowle West Boy

(2008 - Domino)
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Maxinquaye

(1995 - Island)
Il Folletto Nero di Bristol e il suo tesoro. Ovvero: come ti (re)invento il trip-hop in 12 semplici mosse ..

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