Wake

Wake

Una romantica meteora pop

di Gabriele Arpaia

Emuli delle atmosfere crepuscolari di Joy Division e New Order, ma anche del pop introverso di Smiths e Felt, gli scozzesi Wake sono caduti presto in un immeritato oblio. Ecco la loro storia e i loro dischi. Nella speranza di un'inattesa riscoperta...
Quella dei Wake è una storia lunga e tribolata, costellata da sporadiche emissioni discografiche contrassegnate da impensabili variazioni stilistiche, testimoni della versatilità della band e del valore intrinseco del progetto.

Si formano nel 1981 nella fredda Glasgow ad opera di Caesar (voce e chitarra), Steven Allen (batteria), e Joe Donnely (basso). Caesar, tra l'altro, aveva militato per breve tempo negli Altered Images prima che decidesse di abbandonarli dedicandosi cuore ed anima al suo nuovo gruppo, il cui nome è una citazione di "Finnegan's Wake" di James Joyce.
La band dà alle stampe un singolo autoprodotto consistente di due brani: "On Our Honeymoon", dall'andamento sbarazzino e tecnicamente molto ingenuo, e "Give Up", che sembra essere un concentrato di Cure (la chitarra) e Tuxedomoon più scarni (tastiera), nel quale la tastiera è suonata dall'amico Gillespie. Il futuro cantante dei Primal Scream rimpiazzerà ben presto Donnely al basso e quasi contemporaneamente entrerà a far parte della band la sorella di Steven Allen, Carolyn,che prenderà posto dietro le tastiere marcando a fuoco il suono "The Wake".

A dispetto delle modeste vendite, questo 45 giri autoprodotto risulterà essere il chiavistello che permetterà alla band di sottoscrivere un contratto con la Factory, preludio all'uscita di Harmony, nell'ottobre dell'82, mini-Lp composto da sette brani che, nell'edizione della Factory Benelux, si arricchirà di un altro brano: "Change". Si comincia con "Judas", brano dal ritmo funereo e oppressivo, in cui Caesar palesa immediatamente il suo malessere discorrendo di amicizie e tradimenti. Un'accelerazione improvvisa, un improvviso barlume di luce e si è in "Testament". Ma con "Patrol" si ricade in atmosfere di cupa disperazione. Il synth regna incontrastato. Il basso scompare così come la batteria, soppiantata dalla drum machine: un brano incredibile che rimanda ai Suicide. In "The Old Men", forte aleggia lo spirito di Ian Curtis e soci; un brano che non avrebbe sfigurato nella discografia dei mancuniani con una chitarra isterica e urticante su un plumbeo cielo percussivo. "Favour" è un fulmine a ciel sereno, un brano nel più classico stile New Order (come ebbe a dire Dave McCullough, giornalista di The Sound), che fa breccia con una chitarra dall'arpeggio elementare ma penetrante, alla quale si affiancano una martellante batteria in pieno stile Joy Division e un basso pulsante quasi funkeggiante: un brano che ti entra in testa senza mai uscirne mentre Caesar canta ripetutamente "All around you". Questo alla lunga risulterà essere il brano più pop del lotto. "An Immaculate Conception" si apre con le tastiere in evidenza, a dipingere fondali di cupa metropolitanità; la batteria si fa più discreta, quasi trattenuta, mentre il basso non smetterà mai di percuotere l'aria, saturandola, sino allo sfogo finale dove la chitarra odorerà di spettrale psichedelia. Un brano di un lirismo straziante.

Voluti alla Factory dall'allora manager dei New Order, Robert Gretton, rimasto favorevolmente impressionato dalla loro qualità compositiva, i Wake affiancheranno proprio i New Order in tour l'anno seguente, il 1983.
E sull'onda dell'entusiasmo suscitato da questa tournée, incideranno una Peel Sessions per la Bbc radio, durante la quale suoneranno tre pezzi: "The Drill", "Uniform" e "Here Comes Everybody", brano superlativo, questo, che finirà sull'album successivo dandogli il nome, con un synth sospeso e un Caesar enfatico, che canta quasi fosse Kaspel dei Legendary Pink Dots; è un brano che sembra essere uscito dal cilindro dei primi Sad Lovers And Giants.
Successivamente vedrà la luce, per la Factory Benelux, un maxi-single contenente "Something Outside", brano di pop-nostalgico nel quale fa capolino anche un'armonica, e "Host", brano che ha l'afflato d'un mantra cibernetico in cui per la prima volta si sente nitida la voce di Carolyn, che largo spazio avrà in seguito. Questa sarà l'ultima volta che il buon Gillespie suonerà il basso con la band, (verrà sostituito da Alex MacPherson), libero così di dedicarsi ai Primal Scream.
I Wake di questo periodo si possono considerare come il perfetto incrocio tra gli A Certain Ratio degli esordi, i Joy Division e i New Order, influenze rielaborate ad arte.

Il 1984 è un anno di transizione nel quale viene pubblicato il singolo "Talk About The Past", con Viny Reilly al piano, ma durante il quale si assiste anche alla dipartita di MacPherson, non prima però che abbia contribuito alle parti di basso dell'agognato secondo album della band: "Here Comes Everybody", che vede la luce solo nel 1985.
In Here Comes Everybody le atmosfere cambiano notevolmente passando da una wave scarna a un pop romantico. Qui Caesar canta con maggiore convinzione laddove prima il suo canto risultava monocorde e indolente; tra l'altro, l'impostazione della sua voce risulta essere molto affine a quella di Neil Tennant, cantante dei Pet Shop Boys, e di Lawrence dei Felt. Ci sono, in questo disco, perle assolute quali la iniziale "O Pamela" e la successiva "Send Them Away", due brani strappalacrime e fortemente emotivi, impossibile rimanere insensibili. La parte iniziale di "Send Them Away" ricorda molto da vicino i Breathless degli esordi. Tratto forte di questo disco è la preminenza del synth che fa letteralmente da padrone, ed è proprio l'onnipresenza di questo strumento che conferisce all'opera un alone romantico. Probabilmente dietro questa scelta si nasconde il desiderio della band di affrancarsi dai continui e scomodi paragoni con i Joy Division.
Altro vertice assoluto è rappresentato dalla traccia che dà il titolo all'album, brano in stile And Also The Trees, con una chitarra semplicemente splendida che dialoga con le tastiere. Passerano due anni prima che i Wake diano un seguito a Here Comes Everybody, e ciò avviene con la stampa dell'Ep "Something No-One Else Could Bring". Le atmosfere ricreate dalla band sono le stesse dell'illustre predecessore: pop-romantico sopraffino. Un brano, "Furious Sea", su tutti. Ma il feeling con la Factory, che spingeva per una virata verso atmosfere più dance, era ormai compromesso e le scarse vendite dell'Ep porteranno i Wake alla Sarah Records.

Per l'etichetta di Matt Haynes e Clare Wadd, viene edito un singolo, "Crush The Flowers", seguito a distanza di due anni dal terzo album: Make It Loud. Ed è subito un tuffo al cuore. Ad aprire il long playing la splendida "English Rain": è la "Dreams Never End" dei Wake, un brano che ti fa ballare piangendo. Il resto dell'album risente dell'atmosfera che si respirava in quel periodo (stiamo parlando della scena shoegaze). Un album godibilissimo con un suono molto "british-pop oriented", con melodie irresistibili speziate di soft-psichedelia, vedi "Glider" e "Firestone Tyres". Con "American grotto" siamo dalle parti del pop più sbarazzino e malinconico.
I Felt, con il loro carico di tenerezze, sono dietro l'angolo. E la chitarra magica e vibrante di "Holy Head" richiama alla mente i migliori Smiths. Altro apice del disco è la conclusiva "Cheer Up Ferdinand", brano adatto a far ballare gli invitati a un dark-wave party. Con una voce femminile irresistibile (Carolyn la tastierista), con un beat elettronico che s'insinua e con la chitarra che ritmicamente colora il mondo di sogni. Pop dolce, vellutato e crepuscolare che riscalda il cuore e fa vibrare l'anima.

Passeranno più di tre anni prima che i Wake, rimasti ormai in due - Caesar e Carolyn - diano un seguito a Make It Loud. Anni in parte trascorsi in tournée con altre band del roster Sarah.
Molto stretto sarà il rapporto con i Field Mice ma soprattutto con gli Orchids; Matthew Drummond e James Moody parteciperanno infatti alle sessioni di registrazione di entrambi gli album usciti sotto l'egida dell'etichetta di Bristol. "Tidal Wave Of Hype" si apre con un brano di pura discendenza Spiritualized-Primal Scream. Il cantato enfatico rimanda a quello di Pearce.
Il sound si fa sempre più psichedelico. L'album mantiene l'alone romantico. Le tastiere vengono ben controbilanciate dalle chitarre ("Crasher"). In un brano splendido come "I Told You So" fa capolino l'armonica a immalinconire un'atmosfera da perfetto, zuccheroso hit. "Britain" è un'altra grande pop song, con un basso pompante, tastiere liquide sognanti e un ritornello irresistibile. Sembra quasi di ascoltare i Saint Etienne... "Back Of Beyond" è uno strumentale con tastiere degne di "Blade Runner", epiche e nostalgiche.

Una grande band degna di essere amata senza preconcetti e preclusioni; ma con la scomparsa della Sarah Records anche i Wake scivoleranno inevitabilmente in un immeritato oblio. In speranzosa attesa di una loro, seppure tardiva, riscoperta.

Dopo la collaborazione con Robert Wratten nel progetto Occasional Keepers, i Wake tornano dopo diciotto anni a sfornare materiale. Ed è uno di quei ritorni che non ti aspetti.
A Light Far Out nasce come una giostra sfaccettata di brani, scampoli di materiale già edito, in un unione di quello che i Wake hanno saputo raccontare sia nei primissimi anni post punk quando risiedevano su casa Factory, sia nel loro epilogo indie-pop su Sarah. Un libro che rivela attraverso una girandola luminescente la genuinità e il fascino di un gruppo che da sempre possiede il mutuo segreto della canzone tout-court.
E possiede da sempre perché sebbene gli anni siano passati la magia è rimasta la stessa di quando seducevano con pezzi da novanta come "O Pamela" e "Carbrain". Prodotto da Cameron Duncan, già al lavoro con i Teenage Fanclub e Iann Catt, produttore dei Saint Etienne e degli altri innumerevoli progetti di Bob Wratten, A Light Far Out racchiude, nelle sue atmosfere trasognate e aleatorie, visioni oniriche che aleggiano nel profondo dell'anima, tra il respiro e i battiti del cuore.

Influenzati dalle collaborazioni con Bob, il suono si è spostato verso atmosfere cariche di fluorescenze più in ottica Northern Picture Library e Trembling Blue Stars piuttosto che ad una ripresa nuda e cruda dei vecchi lavori, e "If The Raven Leave", già rilasciata su "True North" con gli Occasional Keepers, ne è un esempio, a testimonianza di una variazione che non perde però in retaggi emotivi.
La conclusiva e più uptempo "The Sands" porta a termine un viaggio alla scoperta di un gruppo che sembra aver guadagnato più ammiratori oggi di quanti non ne avesse mai avuti ai tempi di Factory e Sarah. Una luce lontana, che per nostra fortuna non è mai stata così vicina, nella speranza che questa luce e la bellissima storia dei Wake non finiscano qua.

Contributi di Luca Pasi per "A Light Far Out".

Wake

Una romantica meteora pop

di Gabriele Arpaia

Emuli delle atmosfere crepuscolari di Joy Division e New Order, ma anche del pop introverso di Smiths e Felt, gli scozzesi Wake sono caduti presto in un immeritato oblio. Ecco la loro storia e i loro dischi. Nella speranza di un'inattesa riscoperta...
Wake
Discografia
Harmony Ep (Factory, 1982)

 

Here Comes Everybody (Factory, 1985)

 

Make It Loud (Sarah Records, 1991)

 

 Tidal Waves Of Hype (Sarah Records, 1994)

 

 Assembly (b-sides e BBC sessions, Les Temps Modernes, 2001)

 

 Holyheads (antologia, Les Temps Modernes, 2002)

 

 A Light Far Out (Les Temps Modernes, 2012)

 

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Wake su OndaRock
Recensioni

WAKE

A Light Far Out

(2012 - Les Temps Modernes Recordings)
Dopo diciotto anni, torna inaspettatamente una della band simbolo dell'indie-pop

Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.