Yeah Yeah Yeahs

Yeah Yeah Yeahs

The Y Factor

di Claudio Lancia

Nata in Corea del Sud, ma newyorkese d'adozione, sorta di ibrido fra Siouxsie e Debbie Harry, Karen O è l'anima degli Yeah Yeah Yeahs, oltre che ricercata guest singer per tanti gruppi importanti. Ripercorriamo la carriera del trio, dal furore oltraggioso indie-wave degli esordi alle morbidezze alt-pop dei lavori più recenti

Si è scritto molto, forse sin troppo, sulla cosiddetta "nuova" new wave, etichetta affibbiata a inizio millennio dalla stampa specializzata ad una serie di band che si rifacevano ad una certa estetica post-punk anni 80. Le nuove generazioni di ascoltatori indie-rock, cresciute a pane ed Mtv, hanno così trovato negli Strokes, nei White Stripes, negli Interpol, nei Black Rebel Motorcycle Club, nuovi idoli uniti assieme da un comune denominatore. E’ in questo contesto che si affacciarono sul palcoscenico musicale internazionale gli Yeah Yeah Yeahs, giusto al cambio di secolo, forti della provenienza da una delle città che fece da motore al nuovo fermento musicale: New York. Ma il percorso della band era iniziato già nei tardi anni 90, quando Karen O e Brian Chase (all’epoca alle prese con lo studio della musica jazz) frequentavano il college in Ohio. Poi Karen (vero nome Karen Lee Orzolek, nata il 22 novembre 1978 in Corea del Sud da mamma coreana e papà polacco, ma newyorchese di adozione) si trasferì alla New York University, e nella Grande Mela conobbe Nick Zinner. I giochi erano fatti: dopo qualche effimera esperienza in gruppi provvisori Karen, Chase e Zinner diedero vita agli Yeah Yeah Yeahs, coltivando l’idea di miscelare una sana attitudine punk con i suoni tipici del dancefloor. La presenza di una figura femminile forte e carismatica fece subito scaturire i primi confronti con Blondie e Siouxsie: Karen si impose velocemente all’attenzione per il fatto di presentarsi stilosa e sexy, ma anche poliedrica e moderatamente oltraggiosa, ingredienti perfetti per consentire alla stampa specializzata la costruzione di un “personaggio”. Dopo aver scritto una manciata di canzoni, l’effervescente movimento newyorchese fece sì che i tempi fossero maturi per condividere il palco con Strokes e White Stripes, e presto si iniziò a parlare del trio, non solo in città...

 

A luglio 2001 venne pubblicato il primo Ep, Yeah Yeah Yeahs (seguito a novembre del 2002 da un secondo EP Machine), sufficiente per alimentare a dismisura il livello di interesse intorno a Karen (voce e piano), Nick (chitarre e tastiere) e Brian (batteria). La miscela di garage, alternative ed indie rock in esso contenuta non poteva certo definirsi originale, la personalità della nuova band non era già esattamente debordante, ma l’energia c’era, ed era significativa, in brani che apparivano sufficientemente a fuoco. In realtà pochi erano i legami, tanto musicali quanto concettuali, con il suono new wave: ben più evidenti risultavano gli agganci con la scena indie statunitense dei secondi anni Novanta. Ma il dado era tratto: di lì a poco si moltiplicarono le occasioni per condividere il palco con band importanti e affermate, e presto si presentò l’opportunità per un primo giro di date in Europa. La stampa specializzata definì il gruppo come una delle più probabili american next big thing. Ritratti come monellacci e sufficientemente alternativi, i primi Yeah Yeah Yeahs cercavano di apparire punkeggianti, ma allo stesso tempo disimpegnati e scanzonati, producendo canzoni perfette per essere consumate da un pubblico non troppo esigente ma in cerca di novità. L'impatto sonoro fu innegabile, rivelando una tendenza verso l'esplorazione di territori rumorosi e irregolari, pur con l’ovvia sensazione del "già sentito".

Ad aprile del 2003 ecco il primo vero album, Fever To Tell, un disco di indie-rock orecchiabile e allegramente caotico, contenente il brano destinato a schiudere le porte del grande successo: il travolgente pastiche sentimental- psichedelico “Maps”. Il pezzo era impreziosito da un gran lavoro di chitarra e batteria, ma l'arma vincente, il vero valore aggiunto, si rivelò la voce (e la presenza scenica) di Karen O, interprete talentuosa, capace con la medesima disinvoltura di rilassarsi delicatamente su toni caldi e sensuali o di scatenarsi in frenetiche imprecazioni (è il caso di "Pin"). Nonostante l’ottimo lavoro svolto da Alan Moulder in sala di missaggio, e la presenza di alcuni slanci molto interessanti ("Man", "Tick"), la proposta restava però troppo simile a quella di tante altre indie-band contemporanee. Il trio mancava il bersaglio soprattutto quando decideva di avventurarsi in digressioni "artistiche" (vedi le velleità sperimentali di "No No No") oppure quando allungava il minutaggio (i sette minuti della conclusiva "Modern Romance" che non riuscivano ad andare da nessuna parte). Fever To Tell, pur con tutti i suoi difetti (non ultimo la banalità di alcuni spunti), mostrava momenti freschi e divertenti ed almeno un episodio davvero riuscito ("Maps"). L’album avrà il merito di affermare la band su larga scala, vendendo oltre un milione di copie in tutto il mondo e procurando al trio l’importante nomination ai Grammy Awards nella categoria “Best Alternative Album”.

 

Nel frattempo Karen O riuscì a ritagliarsi un importante ruolo come icona sexy: riconosciuta come una delle donne più belle e sensuali del nuovo rock, si aggiudicò per due anni consecutivi (nel 2003 e nel 2004) il “Sex Goddess Award” assegnato dalla rivista Spin, e rifiutò l’offerta di Playboy di posare senza veli per il servizio di copertina del magazine più patinato del mondo.

L’hype era così grande che non fu difficile convincere Spike Jonze a dirigere il videoclip del singolo “Y Control”, ed a fine 2004 la band  aveva già sul mercato un proprio dvd, Tell Me What Rockers To Swallow, contenente tutti i video fino allora realizzati, stralci di interviste, un documentario sulla tournée giapponese ed un concerto ripreso (sempre da Spike Jonze) al Fillmore di San Francisco.

 

Con Show Your Bones (marzo 2006) gli Yeah Yeah Yeahs svoltarono in maniera più decisa verso sonorità meno spigolose, sganciandosi in maniera marcata dalle istanze revivalistiche nu-wave. Il primo indizio venne fornito sin dal singolo "Gold Lion", un pop-rock chitarristico classico e leggero, adagiato su un tappeto acustico violentato da slanci elettrici. "Way Out" confermò tali premesse, snodandosi su un giro pulsante e teso pronto ad accogliere chitarre efficaci ed una melodia istantanea. Karen O seduce e mostra tutta la propria sensualità, dimostrando quanto la sua voce, le sue interpretazioni, restino la vera arma in più degli Yeah Yeah Yeahs. E’ l’anima del gruppo, ma al tempo stesso ne costituisce il più pericoloso limite, lì dove capita che la ragazza inciampi in prestazioni meno convincenti. Infatti dalla terza traccia ("Fancy", un rock-blues acido, tribale, ambizioso, ma poco riuscito) l’album inizia a scricchiolare. Dal funky teso di "Phenomena" al saltello disco-rock di "Honeybear", dal treno in corsa di "Cheated Hearts" alle piacionerie glam di “Deja Vu”, il trio si perde in un continuo saliscendi qualitativo. Ed allora conviene giocarsi la carta della ballad, ma i momenti davvero buoni sono pochi: “Dudley" procede trasognata senza reali spunti di interesse; "The Sweets", sentimentale e ventosa, è interpretata in modo sentito ma delude quando prova a graffiare, "Turn Into" punta sull’epicità degli arrangiamenti, ma anche qui prevalgono gli sbadigli. La ricerca melodica risulta imperfetta ed il gruppo si adagia su percorsi troppo standard e poco interessanti. Show Your Bones non riesce a concretizzare le aspettative che si erano create attorno alla band, che brucia così parte delle proprie legittime ambizioni. Ma il disco frutterà la seconda nomination consecutiva ai Grammy Awards nella categoria “Best Alternative Album”.

 

Nel 2009 It’s Blitz fa riguadagnare autorevolezza alla formazione newyorchese, nonostante le sonorità si siano oramai adagiate su tappeti smaccatamente dance oriented. La band appare meno arrabbiata e sempre più propensa a dirigersi verso un disco-pop adrenalinico e fintamente trasgressivo, nel quale, venuta meno la funzione elettrizzante della chitarra, sono i synth a farla da padrone. Basterebbe la sola “Zero” a rendere chiaro il mutamento di rotta, con la voce di Karen O meno ispida e maggiormente deliziata dalle luci stroboscopiche di un immaginario dancefloor ultraterreno. Un brano perfetto per mutare pelle, talmente riuscito con il suo techno-rock volteggiante e arioso, da arrivare a rappresentare un problema: sì, perché tutto il disco, muovendo da queste premesse, non riesce quasi mai a ripeterne l’exploit (eccezion fatta per l’emozionalità incantata della ballata “Hysteric”). Tra chitarroni severi, chorus glaciali, zone d’ombra irreali (“Heads Will Rock”, “Dull Life”), lustrini ammiccanti, special guest d’eccezione (Tunde e Kyp dei Tv On The Radio) e la leggerezza elevata a divinità assoluta (“Soft Shock”), questi Yeah Yeah Yeahs convincono fino a un certo punto: la consistenza dei brani non riesce ad appassionare il pubblico al nuovo party messo in scena del trio. “Skeletons” si muove tra romanticismo impalpabile e celtiche vie di fuga, “Shame And Fortune” prova a riabbracciare gli umori del primo periodo, la poco calibrata “Runaway” cerca un equilibrio con l’ausilio di piano e archi in fibrillazione, “Little Shadow” (con Imaad Wasif alla chitarra) è la torch-song che tende verso le sfere celestiali. It’s Blitz vuole cucire addosso al trio una nuova veste più ammiccante, e cerca a tutti i costi il colpo ad effetto, riuscendo però a trovarlo soltanto in un paio di occasioni. La formula si conferma comunque vincente: per la terza volta consecutiva la band guadagna la nomination ai Grammy Awards, sempre nella categoria “Best Alternative Album”, anche se di alternative nella loro musica resta davvero ben poco.

 

Karen O assurge anche al ruolo di ricercata guest singer, tanto da guadagnare due inviti davvero onorevoli, in due fra gli album più incensati degli ultimi anni. Nell’egregio Embryonic (2009) dei Flaming Lips duetta con Wayne Coyne nel singolo-filastrocca “I Can Be A Frog ”ed in altre due tracce, mentre nell’altrettanto indispensabile The Seer (2012) degli Swans è presente in “Song For A Warrior”.

Nel 2011 ha collaborato con Trent Reznor ed Atticus Ross per la cover di “Immigrant Song” dei Led Zeppelin, inserita nella colonna sonora del film “The Girl With The Dragon Tattoo”.

 

Nel 2013 Mosquito ripete per certi versi la parabola di Show Your Bones, non riuscendo però a mantenerne il buon livello complessivo. Seppur non manchino momenti brillanti, la nuova prova ripropone la consolidata formula “synth pop + chitarre”, senza alcuna particolare innovazione e con più di qualche riempitivo. Il disco raggiungerà comunque la Top Five di Billboard, riuscendo ad arrampicarsi sino al secondo posto sia nella Alternative Chart che nella Rock Chart. La prima parte dell’album è incentrata sulla patinata aggressività del singolo trainante “Sacrilege”, il miglior ponte possibile col disco precedente, e della title track “Mosquito”, senz’altro in grado di coinvolgere la base dei fan. Accanto a loro prendono posto la cupa “Subway”, la movimentata “Under The Earth” e la più convincente “Slave”. La parte centrale dell’album è la meno interessante, e vede negli slanci vocali di “These Paths” l’unico episodio degno di attenzione. Seguono la tirata “Area 52”, che cerca in maniera forzata di aggiungere uno spicciolo di abrasività, e la tanto pubblicizzata “Buried Alive”, prodotta da James Murphy degli LCD Soundsystem con Kool Keith / Dr. Octagon ospite in un verso. In questa zona del disco la band naviga a metà strada fra alt-rock e club-dance, in tipico Manhatthan Style: brani buoni per andare in heavy rotation in tutti i locali downtown, ma che difficilmente resteranno memorabili nella discografia del gruppo. Dopo la trascurabile “Always”, è nell’accoppiata finale che si celano i momenti qualitativamente migliori dell’intero album: in “Despair” il crescendo epico, il finale glorioso imperniato su chitarre e batteria in levare e la straordinaria esecuzione vocale di Karen O lasciano comprendere quanto gli Yeah Yeah Yeahs sappiano ancora comporre ad altissimi livelli. E’ lo zenit del disco, e vi fa seguito la chiusura romantica di “Wedding Song”, dedicata da Karen al marito Barnaby Clay, sposato nel 2011 dopo un lungo fidanzamento.

 

Nel 2013 gli Yeah Yeah Yeahs sono una band che tende più a rassicurare che a sorprendere: una scelta deliberata, che innesca un inevitabile processo di normalizzazione, figlio di quella sopraggiunta maturità che affievolisce il fuoco adolescenziale. Impossibile non avvertire quanto Mosquito sia disseminato di filler, rimanendo a metà del guado tra musica di consumo e ricerca di un (art) alt-rock alla quale la bella Karen ci aveva abituati sin dagli esordi. Siamo ben lontani da quando la signora si poneva come oggetto semi misterioso, inafferrabile, pseudo-rivoluzionario: oggi Karen O non colpisce più, non spiazza più, non fa più discutere, ed anche musicalmente tutti gli spigoli si sono trasformati in confortevoli carezze. A voi decidere se tutto ciò possa essere considerabile un pregio o un difetto.

Karen O nel frattempo si dedica anche al cinema di Spike Jonze, incidendo a nome Karen O And The Kids l'esuberante, radioso canzoniere acustico per Where the Wild Things Are (2009) e la delicata "Moon Song" per Her (2013).
Crush Songs (2014), il suo debutto solista, è invece una raccolta di demo casalinghi.
Nel 2017 presta la propria voce in quattro tracce di Milano, lavoro condiviso con Daniele Luppi e i Parquet Courts.

Il batterista Brian Chase, dopo il periodo con i Seconds, dà sfogo alle sue ambizioni d'avanguardia con il valido Drums & Drones (2013), un disco che gli permette di passare alle collaborazioni di prestigio: con Alan Licht per We Thought We Could Do Anything, e con Thollem McDonas per Dub Narcotic Session.

Contributi di Mauro Roma (“Fever To Tell”), Ciro Frattini (“Show Your Bones”) e Francesco Nunziata (“It’s Blitz”)

Yeah Yeah Yeahs

The Y Factor

di Claudio Lancia

Nata in Corea del Sud, ma newyorkese d'adozione, sorta di ibrido fra Siouxsie e Debbie Harry, Karen O è l'anima degli Yeah Yeah Yeahs, oltre che ricercata guest singer per tanti gruppi importanti. Ripercorriamo la carriera del trio, dal furore oltraggioso indie-wave degli esordi alle morbidezze alt-pop dei lavori più recenti

Yeah Yeah Yeahs
Discografia
 YEAH YEAH YEAHS: 
 Yeah Yeah Yeahs (ep, Shifty, 2001)

6,5

 Machine (ep, Touch & Go, 2002)

6

 Fever To Tell (Interscope, 2003)

6,5

 Tell Me What Rockers To Swallow (dvd, Interscope, 2004)

6,5

 Show Your Bones (Interscope, 2006)

5

 Is Is (ep, Interscope, 2007)

6

 It's Blitz (Interscope, 2009) 6
 Mosquito (Interscope, 2013) 6
   
 KAREN O: 
 Crush Songs (Cult, 2014)4
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Yeah Yeah Yeahs su OndaRock
Recensioni

YEAH YEAH YEAHS

Mosquito

(2013 - Interscope)
Il confortevole quarto lavoro della band newyorkese guidata da Karen O

YEAH YEAH YEAHS

It's Blitz!

(2009 - Interscope Records)
Il trio newyorkese muta pelle e vira verso un disco-pop adrenalinico

YEAH YEAH YEAHS

Show Your Bones

(2006 - Interscope)
Il pop-rock della band di Karen O e Nick Zinner

YEAH YEAH YEAHS

Fever To Tell

(2003 - Interscope)
La freschezza e la voce di Karen O illuminano un album discontinuo

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