Miles Davis

Birth of the Cool

1950 (Blue Note Records) | jazz

Il titolo del disco è tutto un programma. L’autore anche. Miles Davis incide il suo primo lavoro solista e, almeno col senno di poi – si ricordi, per inciso, che all’epoca il lavoro uscì “a pezzi” in edizioni diverse e che fu pubblicato in un unico album solo nel 1957, ben sette anni dopo l’ultimazione delle registrazioni – fa subito il botto.

Dopo la nobile gavetta con Chalie Parker e Dizzie Gillespie, ovvero il cuore stesso del be bop, il trombettista – insieme con alcuni dei suoi “gregari” di lusso, va detto – incidendo questo disco di fatto inventa un sotto genere musicale, il cool jazz (che per certi aspetti può essere considerato l’antitesi del be bop), che avrà negli anni ’50 non pochi proseliti (ironia della sorte quasi tutti bianchi – vedasi il c.d. West Coast jazz – fenomeno più unico che raro nella storia del genere, non a caso a tal proposito sono stati versati litri di inchiostro per spiegare il fatto in chiave storica e sociologica) e poi via, verso nuove avventure, con un parziale ritorno alle origini, un passaggio per l’hard bop per arrivare al jazz modale e al jazz rock. Ma non andiamo oltre, queste sono altre storie.
Certamente il cool ha avuto illustri predecessori – principalmente il sassofonista Lester Young, ma anche il pianista Lennie Tristano (quest’ultimo in realtà merita un discorso a parte, essendo la sua “freddezza” più riconducibile all’influenza della musica c.d. “colta” europea), che, almeno nell’intenzione più che nel sound avevano iniziato a prendere una terza via rispetto al classico swing o all’infuocato e rivoluzionario be bop – ma con il disco in questione prende fattezze ben definite, nella forma e nella sostanza, quasi si può dire che venga codificato.
Non è un caso che scorrendo i nomi dei musicisti che hanno affiancato Davis nella registrazione di "Birth of the cool" (avvenuta in tre diverse sessioni tra il gennaio del 1949 e il marzo del 1950, con strumentisti che non sempre sono gli stessi) si trovano alcuni fra quelli che negli anni successivi saranno i maggiori interpreti del genere: Gerry Mulligan , John Lewis (leader di quello che sarà il Modern Jazz Quartet) e Lee Konitz su tutti.

Ma quali sono le peculiarità di questo disco e, per estensione, di tutto il cool jazz? Per farla breve, si ha quasi un rovesciamento degli assiomi del be bop.
Ovvero: predilezione per gruppi allargati, non i soliti quartetti o quintetti (in particolare con uso massiccio di fiati caduti in disuso negli anni ’40, come trombone, corno francese e tuba), anche se non è corretto definire tali formazioni – in particolare quella del disco in esame – alla stregua delle grandi orchestre tipiche del periodo swing, in quanto si differenziano da esse sia per un numero più limitato degli strumenti, sia per un uso diverso degli stessi, che nel nostro caso tendono a ruotare negli assolo e ad intervenire più raramente in modo massiccio in contemporanea, quasi si sia voluto cercare un comodo compromesso tra le big band e i combo; una cura particolare per gli arrangiamenti (nel disco de quo c’è lo zampino del direttore d’orchestra Gil Evans, che più avanti avrà modo di collaborare in più di un occasione con Davis, ma anche degli stessi Mulligan e Lewis, partecipi, oltre che come musicisti, anche in qualità di arrangiatori ed autori); massima linearità del tempo, con ritmiche quasi sussurrate; scarsa libertà nell’improvvisazione, gli assolo, così come gli arrangiamenti, infatti, sono quasi completamente scritti e studiati a tavolino; infine, assenza di vibrato e dinamiche misurate ed equilibrate che insieme con la linearità del tempo di cui sopra hanno come effetto il tipico sound morbido ed ovattato, rilassato, cool per l’appunto.

La tracklist del disco contiene dei veri e propri classici del genere, alcuni dei quali scritti da Davis ("Deception", "Budo", composta qualche tempo prima con Bud Powell e "Boplicity", firmata con lo pseudonimo di Cleo Henry, in realtà il nome della madre di Miles), Mulligan ("Jeru", "Venus De Milo", "Rocker") e Lewis ("Rouge"), ma anche "Move" di Denzil Best, la splendida "Israel" scritta e arrangiata da Johnny Carisi, "Moon Dreams" di McGregor e Mercer e "Godchild" di George Wallington.

Trova spazio anche un brano vocale, "Darn That Dream", con la partecipazione del cantante Kenny Hagood (non certo un interprete memorabile), forse l’episodio più debole del disco, valorizzato unicamente dall’assolo di Davis, di ottima fattura.
A prescindere dalle varie vicissitudini del lavoro, come detto registrato e pubblicato in tempi diversi, arrivando ad una versione definitiva solo nel 1957, "Birth of the cool", è un’opera monolitica, impressionante per il messaggio innovativo di cui si fa portatrice da un lato ma anche per la sua coerenza formale e per l’elevatissima qualità (sostanziale) delle incisioni dall’altro, insomma, uno di quei dischi che, indipendentemente dall’amore che si può nutrire nei confronti del cool, come attitudine musicale, non può mancare nella discografia di ogni amante – mi verrebbe da dire della musica, ma mi trattengo – del jazz.

(15/09/2006)

  • Tracklist
  1. Move
  2. Jeru
  3. Moon Dreams
  4. Venus De Milo
  5. Budo
  6. Deception
  7. Godchild
  8. Boplicity
  9. Rocker
  10. Israel
  11. Rouge
  12. Darn That Dream
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