Thelonious Monk

Brilliant Corners

1957 (Riverside Records) | jazz

Quando Thelonious Monk entra nello studio di registrazione per incidere "Brilliant Corners", la sua casa, nella quale ha vissuto con la famiglia per quasi trentacinque anni, viene devastata da un incendio e il pianista newyorkese perde tutto: partiture, contratti e pianoforte. Così, l'opera in questione finirà per rappresentare simbolicamente il battesimo del fuoco di un artista che è arrivato a un momento cruciale della sua carriera.
Dopo aver registrato ventidue session, di cui diciassette a suo nome, il grande pianista afroamericano non è ancora riuscito a conquistare il pubblico. Le sue posizioni musicali sono troppo dure, quasi radicali, e solo quando riesce a smussare gli angoli, il pubblico lo ripaga ascoltandolo e concedendogli i suoi favori. Ma Monk è un tipo ostinato e decide con questo album di giocarsi tutto, di sfidare la fortuna proprio rendendo quegli angoli ancora più evidenti, più brillanti... Così, "Brilliant Corners" è tutto un susseguirsi di cambi di ritmo vertiginosi, figure ispide, dissonanze, in un girotondo di saliscendi dove, ignorando le regole, si tenta l'assalto al fortino dei canoni dell'epoca.

Nella prima traccia il tempo è raddoppiato, la melodia messa di traverso e asservita all'improvvisazione che viene inserita tra le sequenze lente e quelle veloci. Sembra una missione impossibile... Il suo produttore, Orrin Keepnews, decide comunque di assecondarlo, mettendo in discussione la propria carriera insieme a quella del suo protetto. Riesce, dunque, a mettere insieme il meglio in fatto di side-man, ovvero il ventisettenne Sonny Rollins (sax tenore), Max Roach (il batterista di Charlie Parker), Oscar Pettiford (il contrabbassista più autorevole in quel periodo) ed Ernie Henry al sax alto.
Anche questi musicisti, che in futuro diventeranno band-leader, hanno difficoltà a confrontarsi con l'architettura musicale di Thelonious. John Coltrane, dopo aver lavorato con Monk, dirà della sua musica: "Se si manca un accordo è come se si cadesse nel vano vuoto di un ascensore". Proprio questa citazione getta una luce sulla complessità della poetica monkiana altezza 1956, anno in cui vengono registrate le session di "Brilliant Corners".
La title track era così difficile da suonare che, dopo venticinque registrazioni, il quintetto non aveva ancora una versione finale. Così, Keepnews mixò le due versioni migliori e riuscì a regalarci la prima traccia dell'album.

"Ba-Lue Bolivar Ba-Lues-Are" è un blues di una bellezza sconcertante, con il piano che propone fraseggi e armonie sghembe, interrotte, scomposte con un uso del silenzio da brivido. È Monk allo stato puro: le dita pestano il pianoforte in maniera quasi percussiva, dando profondità al suono. È come una pietra che, lanciata in uno stagno, inizia a produrre i cerchi nell'acqua, con la melodia che avvolge l'ascoltatore.
Mentre si trova nello studio di registrazione, Thelonious scopre una celesta in un angolo della sala e decide di usarla per suonare "Pannonica", brano dedicato a una filantropa e amica dei jazzisti, la baronessa Pannonica de Koenigswarter. La dolce melodia è intrisa di una nostalgia decadente che viene espressa in maniera cristallina dal suono, in bilico tra un carillon e uno xilophono, prodotto dalla celesta. I fiati danno aria all'armonia, conferendole anche un delicato pizzico di romanticismo. È un brano che rapisce, costringendo l'ascoltatore a restare incantato come un bambino davanti a un carillon che suona girando ininterrottamente.

"I Surrender, Dear" è, invece, l'unico brano non firmato dal pianista. Tuttavia, come ha già fatto in passato, nelle sessions di "Thelonious Monk Plays Duke Ellington" e ogni volta in cui ha suonato una composizione non sua, anche qui Monk finisce per inserire qualcosa di personale. La sua estetica è magia e, quando lo si ascolta suonare in solitaria, questa magia è ancora più evidente. Le interruzioni tra le varie frasi lasciano ipnotizzati e, nella parte centrale, il vigore del sound è amplificato dai suoi caratteristici tocchi percussivi.
Infine, in "Bemsha Swing" (brano già pubblicato nel 1952 sull'album "Thelonious Monk Trio") si aggrega alla formazione Clark Terry (tromba), mentre Paul Chambers prende il posto di Oscar Pettiford ed Ernie Henry si defila. Scovati da qualche parte dei timpani, Max Roach inizia a pestarli in maniera quasi selvaggia, concentrandosi sulla grande profondità al suono. Nel frattempo, i fiati (il sax muscolare di Sonny Rollins e la tromba nitida e chiara nelle frasi di Clark Terry) suonano all'impazzata, mentre il pianoforte sovrintende il tutto, lavorando di pause e sfumature.

Alla fine delle session tutti si chiedono se il pubblico sarà capace di apprezzare questo disco così difficile, ricco di trovate strambe e quasi folli per l'epoca. Incredibilmente, la risposta sarà positiva.
L'insegnamento più grande di questo lavoro è quello di osare, senza mai scendere a compromessi, perché "il genio è quello che più somiglia a se stesso".
Durante tutta la sua carriera, Monk fu sempre alla ricerva di qualcosa di nuovo, della nota impossibile, magari... La pulizia, la perfezione dell'esecuzione o l'accondiscendenza del pubblico erano cose che non lo interessavano. Gli interessava invece l'errore, come racconterà poi Steve Lacy, uno dei suoi sassofonisti. Una volta scovato l'errore, Monk avviava un percorso sonoro votato alla ricerca del miglioramento, nel tentativo di rintracciare quel "nuovo" che è sempre stato il cuore pulsante della sua musica e della sua anima.

(21/05/2012)

  • Tracklist
  1. Brilliant Corners
  2. Ba-Lue Bolivar Ba-Lues-Are
  3. Pannonica
  4. I Surrender, Dear
  5. Bemsha Swing
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