John Coltrane

My Favorite Things

1960 (Wsm) | jazz

Solo un anno prima, nel 1959, John Coltrane incide "Giant steps", per chi scrive il punto di non ritorno dell’hard bop, mentre l’anno seguente sarà il turno di "Africa/brass", altro punto fermo della discografia coltraniana. Nel frattempo, nel mese di ottobre del 1960, accade qualcosa di importante. Per la prima volta — fino a questo momento, da quando ha intrapreso la carriera da solista, Coltrane ha quasi sempre cambiato i musicisti che lo hanno affiancato — si forma attorno al sassofonista il nocciolo duro di un gruppo che diverrà storico e che lo accompagnerà per molto tempo e in numerosi dischi: McCoy Tyner al piano e Elvin Jones alla batteria. Il bassista, Steve Davis, sarà presto rimpiazzato da Jimmy Garrison, l’unico che resterà al fianco di Trane praticamente fino al termine della sua carriera, ma questa è un’altra storia.
Dalle sessions dell’ottobre ’60 del neonato quartetto nascono ben tre album: "Coltrane plays the blues", "Coltrane's sound" e "My favorite things". Ma è in quest’ultimo che il combo si esprime ai livelli migliori, lasciando una traccia indelebile nella storia del jazz. Innanzitutto la novità di trovare il Nostro, per la prima volta, alle prese con il sax alto in due delle quattro tracce del disco, lascia gradevolmente stupiti, tanto più che, innegabilmente, più che l’oggetto, è il modo in cui viene utilizzato a toccare la sensibilità dell’ascoltatore.

A partire dalla titletrack (scritta da Rodgers e Hammerstein, diverrà un classico, un appuntamento fisso nei concerti del sassofonista fino al termine della sua attività), brano in 6/8, tempo piuttosto inusuale per il jazz più convenzionale di questi anni, ci si trova davanti a qualcosa che è diverso dall’hard bop come lo si è suonato fino ad ora. Il sassofonista è ancora lontano dal free jazz, ma, forse, il germe che lo porterà a sviluppare la sua sensibilità in questa direzione lo si può trovare in alcuni passaggi di questo disco, soprattutto nelle lunghe improvvisazioni, a tratti lievemente ispirate alla musica orientale, con sonorità quindi diverse, nuove rispetto a quelle tipiche del sound anni ’50. Certo è poi innegabile, a tal proposito, l’influenza che Coltrane ha tratto dall’aver partecipato solo l’anno precedente all’incisione del manifesto del jazz modale, il celebre "Kind of blue" di Miles Davis. Ma My favorite things non può essere considerato come una mera riproposizione del jazz modale di "Kind of blue", ne è testimone il fatto che, nonostante il comune e rivoluzionario punto di partenza, Davis e Coltrane prenderanno negli anni ’60 due strade molto diverse. La visione del jazz modale di Trane è sicuramente orientata verso una visione più mistica, spirituale della musica, che lo porterà presto ad abbracciare la via del free, unico stile jazzistico mai sposato, ed anzi, osteggiato, da Davis.
E’ poi opportuno mettere in evidenza che lo stile jazzistico coltraniano ha la peculiarità di essere “policentrista”, ovvero di offrire ai musicisti che suonano con lui un’estrema libertà espressiva. E, allora, come non sottolineare l’apporto dato all’opera da McCoy Tyner che, proprio a partire dall’incisione de qua, ha dato vita ad uno stile pianistico molto personale, che porta all’estremo lo stile modale ed al contempo ci propone un uso marcato della percussività dello strumento. Nonché l’ottimo lavoro svolto dal funambolico Elvin Jones, uno dei migliori batteristi di sempre.
In "Everytime we say goodbye", delicata ballad scritta da Cole Porter, Coltrane è ancora alle prese con il sax alto e la sostanza del discorso, per fortuna nostra, non cambia.
Quando il sax tenore torna fra le labbra del Nostro, nella celeberrima gershwiniana "Summertime", questa, nella visione di Trane, non è più una ballad, come in origine, ma assume i contorni di un rabbioso pezzo hard bop, che, pur allineandosi alle caratteristiche stilistiche del disco, richiama molto il mood del citato "Giant steps".

Nulla di rilevante si può aggiungere relativamente all’ultima traccia del disco, "But not for me", ancora di Gershwin, se non che, proseguendo il leitmotiv stilistico degli altri brani con la stessa classe ed efficacia, va a completare l’opera in questione, che rimane per innovatività e bellezza certamente uno dei punti fermi non solo della discografia di John Coltrane, ma del jazz tutto.

(21/09/2005)

  • Tracklist
  1. My Favorite Things (Hammerstein/Rodgers)
  2. Every Time We Say Goodbye (Porter)
  3. Summertime (Gershwin/Gershwin/Heyward)
  4. But Not for Me (Gershwin/Gershwin)
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