Wayne Shorter

Juju

1964 (Blue Note) | jazz

“Juju” fa parte del periodo d’oro del sodalizio del sassofonista Wayne Shorter con l’etichetta Blue Note. Altri frutti di questa cooperazione sono come minimo album come “The all-seeing eye” (geniale contaminazione tra solismi hard-bop e composizioni con strutture quasi free), “Night dreamer” e “Speak no evil” (questi forse più “classici”).
Leggendo i credits, parrebbe di stare su un disco di John Coltrane. Ci sono il suo batterista (Elvin Jones), il suo pianista (McCoy Tyner) e il suo ex-bassista (Reggie Workman, poi sostituito da Jimmy Garrison nel classico quartetto coltraniano).
La strada seguita da Shorter in questo disco, tuttavia, è differente da quella che parallelamente stava seguendo Coltrane: dove Coltrane tendeva a diminuire sempre più la componente “composta” e a semplificare le armonie per dare possibilità al solista di essere libero da fitte trame di accordi, Shorter punta sulla scrittura. I pezzi di Juju sono sì figli della rivoluzione modale (la presenza di sequenze di accordi non legati da relazioni tonali è assai frequente, si veda la title-track con le prime misure del tema in cui l’accordo di si aumentato scende cromaticamente), ma non gettano totalmente alle ortiche la tradizione. Abbiamo il tema all’inizio e alla fine di ogni brano, abbiamo i chorus ripetuti a guisa di copertura per i solisti (Shorter e Tyner, principalmente).
“Ju-ju” è un estatico (quasi tribale) pezzo in ¾ dominato dalle poderose poliritmie di Elvin Jones e dalla straordinaria intensità e potenza dell’assolo del sax tenore..
“House of jade” è una splendida ballata ed è stata parzialmente scritta dalla moglie di Shorter, mentre “Mah Jong” e “Yes or no” si rivelano le tracce più affascinanti per come struttura e titolo vanno a braccetto.
“Mah jong” infatti cerca di rendere l’idea dell’attesa della mossa dell’avversario tipica di questo gioco dividendo il tema nelle seguenti esposizioni/sezioni: sax tenore (prima mossa, tutto su un solo accordo), piano (contromossa), di nuovo sax (seconda mossa, tutta su un accordo differente), piano (seconda contromossa), e infine ancora sax (risoluzione, su accordi di risoluzione tipici della tradizione jazzistica).
“Yes or no” è invece divisa in due parti: una più “allegra” in maggiore e una più “triste” in minore.
“Twelve more bar sto go” è un blues, mentre il tema di “Deluge” ha un andamento discendente reso efficace dagli accenti splendidamente scanditi dalla sezione ritmica.
Il jazz però si sa che non è solo composizione, è anche e soprattutto improvvisazione e anche da questo punto di vista “JuJu” si rivela un grande album.
Per quanto riguarda i sideman, spicca certamente Jones. Il suo drumming in “Juju” è pari pari a quello riscontrabile nei dischi più intensi di Coltrane: incontenibile, rumoroso, potente. Sulla medesima falsariga è la performance stellare di Tyner, la cui capacità di riempire i vuoti nelle melodie di “Deluge” e “Mah Jong” è davvero impressionante. E infine, il sax tenore del leader che è qui in una veste diversa da quella ricoperta nella sua attività parallela nei dischi di Miles Davis: meno ellittico, più viscerale e intenso, spesso sorprendentemente coltraniano con la sua potenza e l’occasionale insistenza su note lunghe suonate sui registri alti dello strumento. Si tratta di due facce diverse dell’arte di Shorter, egualmente affascinanti e di grande valore.
  • Tracklist
  1. Juju
  2. Deluge
  3. House of Jade
  4. Mahjong
  5. Yes or No
  6. Twelve More Bars to Go
  7. Juju (alternate take)
  8. House of Jade (alternate take)
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Recensioni

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(1965 - Blue Note)
Il capolavoro del grande sassofonista americano



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