Wayne Shorter

Speak No Evil

1965 (Blue Note) | jazz

"Stavo pensando ai paesaggi magici, con fiori selvatici e ombre strane ed evanescenti. Il tipo di luoghi in cui nascono leggende e folklore".
Così Wayne Shorter descrive al giornalista Don Heckman (note originali di copertina, BLP 4194) l'alone magico e oscuro che avvolge il suo capolavoro del 1965, "Speak No Evil". Oscuro tanto nel mood quanto nell'incredibile genialità compositiva e strumentale.

Shorter dimostra di essere compositore e arrangiatore fra i più raffinati della storia del jazz, qualità già ben in vista nei Jazz Messengers di Art Blakey, in cui rivestiva il ruolo anche di direttore musicale. Se si aggiunge a tutto ciò un cast stellare di musicisti quali Freddie Hubbard (trp), Herbie Hancock (p), Ron Carter (b), Elvin Jones (ds) è facile trovarsi di fronte ad una pietra miliare del genere.
L'album viene registrato il 24 dicembre 1964: è la terza session di Shorter per la Blue Note negli ultimi otto mesi dell'anno. Precedentemente l'incontro del tenorista con i sodali di Coltrane, McCoy Tyner e Elvin Jones, aveva rafforzato la convinzione che Wayne Shorter fosse un prosecutore dell'opera del suo mentore, nonchè del fraseggio spigoloso e ruvido di Rollins. Nonostante ciò il bandleader di "Speak No Evil" mostra, con quest'album, una personale vena compositiva, ricca di spunti melodici adagiati su un tappeto armonico innovativo e articolato, ricco di masse accordali che non risolvono e cluster dissonanti sempre inscindibili dal pensiero tematico del brano. Una tela a maglie large e sfrangiate che, vista in controluce, mostra i diversi livelli metrici intessuti dagli eccellenti musicisti presenti.

Soprattutto Hancock e Carter aiutano ad ampliare l'immagine, proponendo idee metriche sempre originali, spostandosi continuamente dal comodo e rilassante beat, suggerendo ulteriori tensioni. Questo lirismo ampio e rilassato fa ben trasparire la lezione di Miles Davis, delle nuove armonie di "Kind Of Blue", del cosiddetto jazz modale, e del "secondo" quintetto del trombettista di cui Shorter, Hancock e Carter appunto fanno parte. Se in "Kind Of Blue" le nuove direttrici estetiche della modalità creavano ambienti armonici slegati dalla consueta antitesi tensione/risoluzione, accortamente miscelata al mood intimista del feelin' blue, in "Speak No Evil" tutte queste caratteristiche sublimano verso un ulteriore livello. Tessuti armonici più articolati, volutamente sfuggenti e refrattari ad una qualsiasi forma canonica di risoluzione ed un tematismo introverso, oscuro e decisamente blue.

Witch Hunt
L'album si apre con un'energica intro in unisono di Hubbard e Shorter. I due continuano insieme nell'enunciazione del tema su uno swing rilassato, mentre Hancock si muove sempre intorno al beat, disseminando dissonanze e spunti metrici in contrasto con il resto della formazione. Jones e Carter riescono a mantenere il brano in un clima di relax mai statico, interagendo ad ogni spunto dei solisti e garantendo un drive ritmico trascinante.

Fee-Fi-Fo-Fum
Shorter insiste e ci tiene a sottolineare il collegamento della sua musica all'ambiente oscuro e misterioso delle antiche leggende. Fee-Fi-Fo-Fum può essere considerato il nostro "Ucci ucci, sento odor di cristianucci". E Herbie Hancock non se lo fa ripetere due volte e nei primissimi secondi del brano snocciola il primo accordo, così dolce da far sembrare il brano la classica ballad. Sbagliato. Immediatamente è lì intento a scaricare oscure dissonanze generate dall'armonia minore. All'entrata del tema l'ambientazione subisce un ulteriore twist e il brano si fa intimo e raccolto. Lo swing è così morbido e rilassatto da strizzare l'occhio ad uno shuffle, e sembra che Hancock sorregga l'idea, sfoderando un fraseggio bluesy da manuale.

Dance Cadaverous
Il brano è stato ispirato dal celebre "Valse Triste" di Jean Sibelius. Come sempre un mood rilassatissimo, adagiato su una ritmica in ¾ morbida e delicata. Su di essa si snoda il tema molto lirico eseguito da Shorter e Hubbard in unisono. Splendido il solo di Hancock, ricco di spunti armonici che negano e affermano in continuazione la tonalità d'impianto del brano. Un traccia che si sviluppa per antitesi continue, elaborando mood sempre diversi ma perfettamente coniugati tra loro. E nel solo di Shorter possiamo ascoltare il suo melodismo saturo e carico di blues, con piccoli omaggi al playing di Rollins.

Speak No Evil
La title track dà una svolta all'ambientazione sempre relaxed del disco. Lo swing si fa trascinante, ogni elemento riesce a tessere una personale trama ritmica, cercando un proprio spazio nel beat. Il tema dalle lunghe note eseguito in unisono dai due ottoni è costantemente bilanciato dal pianoforte di Hancock, che riesce ad essere dovunque nella battuta, polverizzando la pulsazione ritmica. Carter lo segue elaborando una propria visione della scansione metrica mentre Elvin Jones si pone come pilastro metronomico del combo. Uno dei brani assolutamente più riusciti di Shorter, in cui il pathos dell'espressione si miscela a meraviglia con una vena compositiva lucidissima.

Infant Eyes

Il brano è sicuramente il momento più intimo e rilassato di tutto l'album, pur mantenendo una tensione drammatica costante. Nelle prime battute il piano di Hancock sembra porre omaggio tanto a Bill Evans, e alla "morbidezza" delle sue note, quanto alle atmosfere impressioniste di Debussy. Shorter esegue il tema, da solo, nel registro medio-basso dello strumento. Le note sono lunghe, ruvide e corpose, adagiate su di un rilassatissimo tempo di 6/8, in cui Elvin Jones carezza il suo drum kit con le spazzole e Carter riempie i vuoti sonori con un sound corposo. Caso strano: Hubbard non è presente in questa registrazione. Molto probabilmente Shorter ha scelto di non servirsi del muscoloso tecnicismo ancora carico di bebop dell'amico trombettista.

Wild Flower
Per l'ultimo episodio dell'album Hubbard ritorna ad eseguire insieme a Shorter il tema, questa volta armonizzato. Wild Flower è un ¾ ritmicamente trascinante, che vede Jones molto più impegnato che negli episodi precedenti. Il batterista fornisce a Hancock un'ottima base su cui tessere un solo stupendo ed articolato, che contiene esplorazioni armoniche delle tonalità minori e raggruppamenti metrici dagli elementi dispari e dall'accentazione imprevedibile. 

(09/02/2012)

  • Tracklist
  1. Witch Hunt
  2. Fee-Fi-Fo-Fum
  3. Dance Cadaverous
  4. Speak No Evil
  5. Infant Eyes
  6. Wild Flower
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Recensioni

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Juju

(1964 - Blue Note)
In perfetto equlbrio tra tradizione e rivoluzione per un disco affascinante e di grande valore

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