Weather Report

Weather Report

1971 (Columbia) | jazz

Inizia con questo splendido lavoro il cammino del più famoso gruppo di jazz-rock (ma forse oggi possiamo definire i Weather Report semplicemente un gruppo di modern jazz), cammino che durerà circa 15 anni e 15 album escludendo le raccolte.
Chiaramente eredi, ma non sempre debitori, almeno per quel che riguarda il mood prevalente, del Miles Davis elettrico del 1969/70, per intenderci quello di In a silent way e Bitches brew, il Bollettino Meteorologico (che bel nome, a sottolineare i programmatici cambiamenti d'atmosfera!), formazione flessibile ma imperniata per tutta la sua storia sul complementare duo Zawinul/Shorter (non a caso presenti da protagonisti nei due capolavori davisiani), raggiungerà gradualmente una cifra stilistica riconoscibilissima, forse discutibile ma innegabilmente originale e quasi sempre di alto spessore creativo e artistico.

Il loro debutto contiene gli elementi costituenti di una riuscita sintesi stilistica che, semplificando, possiamo riassumere nella ricerca di pari dignità tra front line e accompagnamento, tra composizione e improvvisazione, tra melodia/armonia e ritmo, e che si configurerà da subito come un superamento degli stilemi del jazz più tradizionale, della giustapposizione tema/assolo/ripresa-del-tema/assolo, consuetudine fino ad allora non completamente superata neppure dal free jazz più radicale.
In altre parole, l'improvvisazione e la narrazione vengono affidate simultaneamente al gruppo piuttosto che diacronicamente ai singoli musicisti…
Questa omogeneità, soprattutto nei primi dischi, e quindi già nel primissimo, è perseguita attraverso registrazioni scarne ma precise; le composizioni si avvertono essere state completate ed in parte improvvisate in studio; la ricerca di un flusso sonoro compatto ed ininterrotto si avvale di tecniche di incisione in cui riverberi e saturazioni diventano causa significante piuttosto che effetto estetico.

La prima traccia, Milky way, è già un piccolo (e magico) manifesto programmatico: ci vuole un bell'orecchio (e anche l'aiuto delle note del libretto del CD, non presenti nel LP originale), per capire che l'astratta sideralità del brano è dovuta ad accordi di piano acustico riverberato, e ad un'unica nota del soprano di Shorter poco dopo la metà!
Umbrellas svela immediatamente l'altra faccia del gruppo, quella animata e funkeggiante: il basso elettrico distorto di Vitous segna la via; l'atmosfera ottenuta è comunque già frutto di un apporto corale, anche a livello compositivo, in linea con diversi brani degli album successivi.
Segue sullo stesso registro Seventh arrow (composta da Miroslav Vitous): le pulsazioni delle percussioni diventano gradualmente più frenetiche fino a configurarsi come vero centro motore della composizione.
Orange lady è strutturata come una sorta di mini-suite, baricentro del disco in CD (era l'ultima traccia della prima facciata del LP), ed è il brano più lungo in un susseguirsi di quadri piuttosto brevi: dopo una sognante e riflessiva introduzione affidata a Shorter accompagnato dalle liquide tastiere di Zawinul, l'ingresso di basso e percussioni segna un passaggio ad un'atmosfera più diretta ma non meno astratta. E' sempre Shorter il narratore primo tra i pari. Le note di copertina non ci dicono di chi sia la voce che per pochi attimi si percepisce in background… ma scommetteremmo sia di uno dei percussionisti. Va notato che il tema di Orange Lady, composto da Zawinul, compariva già in Big fun di Miles Davis (erano circa 14 minuti su 27 del brano "Great expectations"), mentre in seguito è comparso pure nelle Complete Sessions di Bitches Brew.
Morning lake ci accompagna ancora per qualche minuto con un mood similare, e potrebbe sembrare il movimento successivo della pseudo-suite precedente; mentre Waterfall (secondo brano più lungo) addirittura potrebbe rappresentarne l'estensione: il brano gioca ancora sull'effetto di tensione/distensione tra il basso di Vitous e i sempre affascinanti fraseggi di Zawinul, con Shorter ancora una volta a galleggiare sulla superficie…
Tears e Eurydice, entrambe composizioni del grandissimo Wayne, chiudono il cerchio: la prima con un disteso e bluesy incedere del sax "disturbato" da un nervoso accompagnamento di Vitous e delle percussioni (difficile ancora una volta stabilire di chi siano i suggestivi vocalizzi - quasi dei lamenti dal timbro sassofonistico - che compaiono in superficie un paio di volte); la seconda, il brano più jazzy del disco, affidata ad un'iniziale riflessione di Shorter, mentre Vitous opera quasi in walking bass, la batteria diventa via via più aggressiva e i fraseggi di Zawinul sono sempre più in evidenza fino al finale/non finale…
Un cerchio chiuso quasi controvoglia e abbastanza bruscamente, come ad affermare "la storia continua…".

Dal punto di vista della reperibilità, questo è un disco che può creare qualche problema: fra l'altro, volutamente e con l'intento di richiamarne la magica astrattezza, ma per un lavoro purtroppo di valore piuttosto inferiore, il gruppo diede (o meglio non diede) lo stesso titolo, semplicemente Weather Report, all' 11° disco del 1982 (per intenderci quello con la scritta a caratteri cubitali in copertina); attenzione quindi ad ordinare questo CD tramite un negozio: meglio riferirsi al numero di catalogo riportato in apertura.

Due parole anche sulla copertina, che purtroppo, come spesso succede nei CD, sconta un po' le ridotte dimensioni rispetto all'originale LP: cover di una bellezza inquietante, rarefatta ed incisiva allo stesso tempo, indefinibile, enigmatica ed intrigante come il contenuto di questo magnifico disco
  • Tracklist
  1. Milky Way
  2. Umbrellas
  3. Seventh Arrow
  4. Orange Lady
  5. Morning Lake
  6. Waterfall
  7. Tears
  8. Eurydice
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