Jeanne Lee

Conspiracy

1974 (Earthform Records) | jazz

Grandissima rivoluzionaria del canto jazz, Jeanne Lee spinse ancora oltre certe vertigini emotive che avevano reso Patty Waters una delle esperienze più sconvolgenti e forti del vocalismo creativo di matrice ambito jazz. Nata a New York il 29 Gennaio del 1939, Jeanne iniziò a studiare danza al Bard College dove ebbe modo di incontrare Ran Blake, destinato a diventare uno dei pianisti più apprezzati della corrente della “third stream music” che, fiorita intorno al 1955 per iniziativa di Gunther Schuller, tendeva verso un linguaggio di sintesi tra il jazz e la musica colta europea. Con Blake, la Lee formò un duo che produsse dischi di spessore assoluto (tra cui ricordiamo “The Newest Sound Around”). L’uso di spazi vuoti e di suoni lasciati andare alla deriva e di una voce incredibilmente duttile e profondamente viscerale rendono i loro duetti una delle esperienze più alte del jazz di inizio anni Sessanta. Nel 1964, in California, avviene l’incontro con Ian Underwood e il poeta David Hazelton, con i quali imbastisce alcune collaborazioni. L’incontro più importante, comunque, dopo quello con Blake, resta quello con il vibrafonista tedesco Gunter Hampel, con il quale incise oltre 20 dischi, alcuni de i quali destinati a restare nel tempo come perle assolute del periodo. Inizialmente impegnata in un canto espressivo ma, in ultima analisi, ancora largamente convenzionale, la Lee iniziò ad evolvere una versione distintiva di un particolarissimo vocabolario musicale, fatto di vocalizzazioni mute che, muovendo da un nodo “standard”, venivano progressivamente sottoposte ad un processo d’astrazione, reiterato e modulato con un preciso senso dell’articolazione vocale. Questo suo cammino giunse all’apice con la sua prima incisione da “solista”. E’ il 1974 e “Conspiracy” arriva come un fulmine a ciel sereno, imponendosi da subito come uno dei grandi capolavori del jazz degli anni Settanta. Uno spazio vuoto fatto di urla primali (ma implose) che rimandano a Billie Holiday e di tecnica eccelsa che ne fanno una diretta emanazione anche di Sarah Vaughan. Disposti come in un rituale pagano, attorno alla sua voce gli strumenti si addensano ora con fare risoluto ora con placida commozione. Oltre all’amico Hampel (qui alle prese con il suo vibrafono e con il clarinetto, il clarinetto alto, il flauto ed il piano), presero parte alle session di Febbraio il grande Sam Rivers (sax soprano e tenore, flauto), Jack Gregg (contrabbasso), Perry Robinson (clarinetto), Mark Whitecage (clarinetto alto), Allan Praskin (clarinetto), Marty Cook (trombone) e il batterista per antonomasia della scuola chicagoana, Steve McCall.

”No words / only a feeling... no questions / onlya light no sequenze / only a / being no journey / only a dance”. Con questi versi (tratti da un poema di David Hazelton, suo primo marito) la voce calda e fascinosa della Lee apre la sghemba danza free di “Sundance”, musicalmente costruita intorno al passo cadenzato del contrabbasso e all’’incrociarsi diagonale del flauto di Hampel e del sax soprano di Rivers. Sparpagliarsi rapido e disinibito di una libertà inebriante, saldamente adagiata su di un passo di danza, per restare fedele alla terra, nonostante le stelle che incombono. Il poema dilatato oltre il suo significato con un gioco vocale fatto di altezze e ricadute, gorgheggi e non-sense.

“Yeh Come T’Be” libera allucinazioni vocali in un vuoto assalito da riverberi e fruscii indistinti. Geometrie irrazionali per voce sola. Disseminazioni di ululati e di vagiti che rendono ancora più raccapricciante il silenzio e la sua superficie grezza, ruvida, gelidamente densa. Afasia che appartiene ad un cosmo desertificato e manifestante un’assenza radicale, incontrovertibile, trascendente. Linguaggio ridotto ad una preghiera disperata, in cammino verso un contatto con le cose che è ringraziamento. In “Jamaica”,le parole pronunciate con fare coreografico raccolgono lo smarrimento degli strumenti che dialogano in maniera distratta e poi, man mano, sempre più strutturata. La seconda parte si riallaccia idealmente al fare danzante di “Sundance”.
Nella successiva “Subway Couple” un effetto di “echoing” mantiene la voce in uno stato di distacco caleidoscopico rispetto alla vorticosa progressione atonale di un free-jazz imparentato con le furibonde escursioni pianistiche di Cecil Taylor. E’ un’apoteosi di libertà filiforme, irrazionale, indomabile. Frastagliate turbolenze pianistiche (Hampel), urla agghiaccianti ed incendiarie (un Sam Rivers pazzesco e “ayleriano” al sax tenore), strutture aperte e sistematicamente dissolte (l’asse ritmico Gregg/McCall). Un complessivo senso di smarrimento e di euforia. Il free-jazz nel suo fare e disfare emozioni. La successiva “The Miracle Is You” è puro recitato: essenziale, asciutto. Quello che maggiormente stupisce in questi lied dell’annientamento è il senso di profondità e di nudità che assume il suono dinanzi alla presenza minacciosa e quasi fisica del vuoto-silenzio. Se le propaggini emotivamente magmatiche del suo stile fascinoso trovano ulteriori sviluppi in “Your Ballad”, fanfara rassegnata e malinconica, “Angel Chile” fornisce un’ incredibile frantumazione di parole, sillabe, suoni gutturali, respiri (Meredith Monk e Joan LaBarbara sono anche in questi solchi). Ancora una volta, è sullo scontro tra suono-voce e silenzio che viene eretto uno scenario immaginario dell’anima, in cui si raccoglie il senso “poetico” di sensazioni disparate (angoscia, orrore, gioia, disincanto) attraverso la sovrapposizione di registri e di stili apparentemente confluenti verso un unico punto di fuga, ma in realtà pronti, ognuno da par suo, a seguirne uno proprio. La conclusiva title-track ripropone questo recital dello smembramento, ma a sorreggerlo ci sono un vibrafono scintillante, fiati sibilanti in solitaria ascendenza, piatti evanescenti, in una rarefazione continua.Un jazz che da creativo diventa oltremodo visionario (Sam Rivers e Gunter Hampel che si dividono il compito di gl orificare la tradizione, a quel tempo già ben consolidata dell’avant-jazz, sintetizzando sonorità e soluzioni sia americane che europee) in rapporto alla straordinaria capacità di una cantante unica, capace di approfondire e di lasciare trasparire, nel mentre del suo svilupparsi per gradi successivi, le variazioni armoniche, strutturali e le profondità emotive di un suono che è voce e di una voce che è suono. Eppure, nonostante la sua potenza evocativa e la sua carica spirituale meta-temporale, Conspiracy resta tutt’ora un capolavoro dimenticato.

(15/11/2010)

  • Tracklist
  1. Sundance
  2. Jamaica
  3. Subway Couple
  4. Your Ballad
  5. Conspiracy


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