Bill Frisell

Rambler

1984 (ECM) | jazz

Il chitarrista di Baltimora è giunto relativamente tardi alla notorietà (è nato nel 1951) e alla pubblicazione di dischi a suo nome: inciso nell’agosto 1984 e pubblicato nel 1985, Rambler è infatti solo il suo secondo lavoro (il primo, In line - ECM 1982 — vedeva Frisell accompagnato unicamente dal bassista norvegese Arild Andersen).
Già apprezzato sideman, Frisell ha potuto poi iniziare una sua carriera solistica, al pari di altri chitarristi americani come Pat Metheny, John Abercrombie e Steve Tibbetts, anche grazie all’intuito e al tempismo di Manfred Eicher, megaproduttore e titolare dell’etichetta bavarese ECM, che ha intravisto in loro un’altra componente del suo complesso approccio musicale, quella appunto della ricerca di una nuova voce della chitarra elettrica, ricerca svolta principalmente attraverso forti intrusioni dell’elettronica. Non a caso questi chitarristi (fatta eccezione per Tibbetts, musicista anche acustico, e comunque eterodosso e "isolato") saranno tra i primi e più arditi sperimentatori, almeno in campo jazzistico, del guitar-synth, tentativo elettronico oggi praticamente abbandonato di dare nuovi colori alla chitarra elettrica, strumento da sempre disperatamente alla ricerca di un “corpo” che non ha.
Rambler è comunque un momento importantissimo della carriera discografica di Frisell; segna infatti una prima svolta decisa nella sua concezione stilistica, che seguirà poi, nei lavori a suo nome almeno fino a Quartet (Elektra 1996), un percorso quasi sempre in bilico tra folklore nordamericano (non importa quanto reale o immaginario), jazz e avanguardia, con una di queste componenti a primeggiare saltuariamente o per un certo periodo.
Contemporaneamente però rimarrà un episodio abbastanza unico e atipico: anche se materiale proveniente da Rambler verrà in seguito utilizzato da Frisell in diversi lavori successivi, solo in questa incisione verranno toccate in maniera così decisa le atmosfere Tex-Mex che ne contraddistinguono buona parte dei brani. Ciò grazie sicuramente alla presenza del flicornista canadese Kenny Wheeler, altro musicista della scuderia ECM, che con il suo fraseggio malinconico e "latino", e coi suoi assoli sofferti e mai banali contribuisce ad apporre un marchio indelebile alla produzione; ma anche grazie alla singolarità della formazione, un insolito ensemble elettroacustico, la cui “stranezza” maggiore è la presenza della tuba di Bob Stewart, capace di produrre inconsuete bolle sonore che emergono liberamente e a volte inaspettatamente nel tessuto dei brani. La sezione ritmica è composta dal basso elettrico di Jerome Harris e dalla batteria di Paul Motian (pure lui all’epoca in area ECM, etichetta per cui del resto è da poco tornato a incidere).
Il risultato finale è la rappresentazione a volte nostalgica, a volte ironica, a volte sofferta di un south-west semi-immaginario, desertico e vagamente minaccioso; “crudo”, senza mai raggiungerne la disperata “crudeltà”, quasi come gli ambienti evocati dal misterioso romanziere statunitense Cormack McCarthy (se mai un romanzo come Meridiano di sangue dovesse essere trasposto cinematograficamente, buona parte di questo disco si candiderebbe autorevolmente come possibile colonna sonora…).

Già dall’inizio del primo brano, Tone, ci sentiamo trasportati in una realtà allucinata e vagamente inquietante: su un rullo di tamburi, una sorta di mini-fanfara dovuta al flicorno di Wheeler e alla tuba di Stewart, quasi a precedere la lettura di un improbabile "editto” in una piazza desolata di una città-fantasma messicana, introduce un tema sghembo e strascicato condotto all’unisono da flicorno e chitarra, quest’ultima nell’attitudine tipicamente friselliana di enunciare il tema e operare contemporaneamente abbellimenti e armonizzazioni. Verso i 2 minuti e mezzo parte un assolo di chitarra synth altrettanto sghembo, accompagnato dal mobilissimo basso di Harris; il testimone passa poi, tra i gorgoglii della tuba, ad un assolo di flicorno su un tempo liberamente scandito dalla batteria, alla quale si ricongiunge la chitarra. L’assolo di Wheeler diventa presto una parafrasi del tema; in seguito il guitar-synth continua ad alternarsi col flicorno nella conduzione del brano, mentre la sezione ritmica sembra “improvvisare accompagnando” fino al termine.
Un tempo di marcia condotto da rullante e tuba introduce in un lento crescendo di circa 3 minuti e mezzo il brano Music I heard; quando entrano gli altri strumenti (con Wheeler alla cornetta), enunciano brevemente e quasi beffardamente il tema di una marcetta semiseria spiritosamente in bilico tra le atmosfere di un inno di un college americano e quelle di una sgangherata marching band; il brano, dall’evidente carattere di divertimento, si chiude presto sfumando di nuovo sul tempo di batteria e tuba.
La title-track (Rambler) ci porta nel cuore pulsante e folklorico del disco: un’accattivante anche se malinconico tema in Do (la più “popolare” tra le tonalità!), ancora di chiara atmosfera Tex-Mex, suonato dalla chitarra che produce un suono quasi da steel guitar, e ripetuto dal flicorno, ci accompagna questa volta in ambienti più aperti e spogli, evocando quasi, in coerenza col titolo, un cammino di pionieri su un altopiano di una regione imprecisata del meridione nordamericano. Dopo un assolo di Frisell, quello di Wheeler, dolente e molto “chicano”, viene contrappuntato fino alla sua conclusione dalla chitarra fortemente riverberata. I due strumenti riprendono poi il tema all’unisono, ed il brano si chiude, dopo un borbottio della tuba accompagnata dalla sezione ritmica, con un’altra breve ripresa della seconda parte del tema. E’ questo come detto sicuramente il brano più folk del disco, e che apre i maggiori spiragli su una delle direzioni future di Frisell.
When we go si apre con atmosfere similari: ancora una volta il tema Tex-Mex, nell’allegra tonalità di Re maggiore, enunciato dal flicorno, è di una bellezza struggente. Frisell, ancora con sonorità molto steel, aggiunge poi subito pennellate di colore, dalle quali prende spunto Wheeler per il suo mobilissimo assolo, forse il migliore del disco. In seguito, il tema viene ripetuto con veloci scambi di ruolo tra la chitarra riverberata e il flicorno, prima della conclusione che ancora una volta richiama un finale suonato da una fanfara o da una banda amatoriale.
Resistor apre una fase più astratta e tesa del disco: un’introduzione di batteria precede il tema, mobile e inquieto, suonato ancora all’unisono dai due solisti; poi, sul sostegno della tuba, un lungo ed effettistico fraseggio del guitar-synth apre la strada a Wheeler, e rimane a commentarne le tirate quasi free; il tutto si risolve poi in altre frasi “borbottate” dalla tuba, mentre il synth e il flicorno richiamano il tema, per chiudere dopo un’altra breve variazione di Wheeler.
Strange meeting continua a tenere alta la tensione: su un ambiguo accordo di Do minore settima, Frisell e Wheeler espongono un lento tema, ancora una volta insieme. La tuba e la sezione ritmica continuano a tenere la figura blues iniziale anche durante l’assolo di Frisell al synth (suonato alla maniera di un Pat Metheny più nervoso e allucinato); l’accenno al tema introduce poi l’assolo di Wheeler, mentre Frisell rientra nei ranghi e diligentemente continua a “pennellare” ed armonizzare. Alla ripresa del tema, la tromba sordinata di Wheeler contribuisce a fornire al finale un certo sapore davisiano
L’ultimo brano, Wizard of odds, è aperto dal flicorno che su un tempo libero espone un altro tema malinconico e dal sapore di triste elegia; una frase di due semplici note di basso aiuta poi a far emergere un altro assolo allucinato di Frisell al synth (più che altro fraseggi, spesso a bi/tricordi, che caricano l’atmosfera di tensione). E’ questo senz’altro il brano più “strano” e freeform del disco: il tema iniziale funge da sottile filo conduttore, ma udiamo poi rincorrersi ondate sonore, all’interno delle quali Frisell si muove con una certa libertà. L'astrazione è pressoché totale, e il finale ci lascia piuttosto spiazzati.
Qui termina il “viaggio”, ma, anche grazie a quest’ultimo brano, sospeso e volutamente irrisolto, è forte la voglia di riascoltare il disco da capo, magari per porre più attenzione ad un passaggio che, nella molteplicità di stimoli che questo lavoro offre, ci aveva colpiti ma non avevamo completamente afferrato.

L’importanza di questa produzione è misurata anche e soprattutto dall’uso che Frisell farà in seguito del suo materiale: Strange meeting sarà presente, suonata da un gruppo senza alcun elemento in comune (a parte naturalmente Frisell) pure in This land (Elektra 1991), dopo esserlo stato nell’unico disco dell’effimero trio Power Tools (con Elvin Gibbs al basso e Ronald Shannon Jackson alla batteria), a cui fra l'altro diede il titolo (Strange meeting, Antilles 1987). In questa incisione compare anche When we go, uno tra i brani più frequentati da Frisell, che sarà a sua volta utilizzato nel lavoro di un trio a nome di Ginger Baker fu Cream (Going back home, Atlantic 1994, con Charlie Haden al contrabbasso); in quest’ultimo disco comparirà pure una versione di Rambler… Infine, Resistor troverà posto anche lui in This Land.
Sicuramente quindi a Frisell non doveva essere sfuggito di aver creato in questa sessione un repertorio significativo di temi indimenticabili, e adattabili a contesti diversi.
La struttura dei brani sembra partire quasi sempre da un semplice ma stimolante canovaccio tematico su cui gli assoli di Frisell e Wheeler vanno ad intersecarsi con un compito insieme narrativo e commentativo; in ultima analisi queste intersezioni producono esiti che possiamo definire come l’estrema astrazione dei temi suddetti. Inoltre, fatta eccezione per quelli contenenti i temi “messicani”, quasi tutti i brani, pur nella loro fluidità dovuta sicuramente alla scrittura, danno un’impressione finale di freeform in cui materiale sonoro viene continuamente aggiunto (o sottratto) secondo l’estro dei musicisti. Questo nonostante una sostanziale semplicità delle idee di partenza: viene anzi da dire, in un giudizio generale forse valido ancor oggi, che uno tra i maggiori pregi di Frisell sia quello di rendere complessi e poliedrici spunti tutto sommato minimali.
Tra i musicisti, detto della originalità dei due ottoni, va rimarcata la prova di Paul Motian, come al solito supportivo pur nel suo tipico drumming “a seguire” (i cui accenti cioè rincorrono sempre impercettibilmente il beat dei solisti). Nell’ingrato compito di dover “far quadrare i conti” in un contesto di discreta libertà, Motian riesce persino a guadagnarsi un ruolo in parte solistico; anche la prova di questo enorme batterista ha quindi grandi meriti nella costruzione di un piccolo capolavoro forse sottovalutato dalla critica.

  • Tracklist
  1. Tone
  2. Music I Heard
  3. Rambler
  4. When We Go
  5. Resistor
  6. Strange Meeting
  7. Wizard Of Odds
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