Jan Garbarek And The Hilliard Ensemble

Officium

1993 (ECM New Series) | jazz

La musica di Jan Garbarek, come dissero i critici Richard Cook e Brian Morton, autorevoli autori della mastodontica "guida pinguino" alle registrazioni jazz, è "di impatto scultoreo", ovvero si erge come monumento sonoro, acusticamente parlando, davanti all’ascoltatore.
Il suo stile suadente e celestiale è stato il grimaldello per la nascita e lo sviluppo dell’ambient-jazz.
Garbarek, con "Officium", registrato nel 1993 e pubblicato nel 1994, ha sacralizzato il jazz e liberato la forza propellente del canto gregoriano dal sentimento originario di paura nei confronti di Dio e del peccato in cui questo genere è nato.

L'opera in questione si compone di 15 tracce per ensemble vocale di autori vissuti e operanti in un intervallo di 300 anni, non prima del 1200 e non oltre 1500. L’album cioè delinea una carrellata storica delle composizioni miliari della polifonia canora, dai primi "timidi" sviluppi della monofonia a più voci all’unisono, sino alla complessità degli intrecci armonici dei secoli successivi.
I brani più rappresentativi da un punto di vista filologico e storico sono indubbiamente tre: primo in ordine cronologico è "Beata Viscera", risalente al 1200 ca., di Mastro Perotino, fondatore della scuola di Notre Dame e antesignano della polifonia sacra; seguono "O Salutaris Hostia" di Pierre De La Rue, autore vissuto tra il 1460 e il 1518, e infine "Parce Mihi Domine" di Cristobal De Morales, vissuto tra il 1550 e il 1553, brano qui presente in addirittura tre versioni, una vocale, due strumentali e vocali, con variazioni nella presenza del sax (baritono e tenore) di Garbarek.

In "Beata Viscera" la polifonia compie il suo primo passo ed è quindi in forma pura e primitiva, con effetto di stabilità indissolubile, effetto emotivo che accomuna la composizione in esame con le cattedrali gotiche assolute protagoniste visive dell’epoca, tra il Centro-Europa e il Nord-Italia.
Le voci qui prolungano le note, staccandosi dalla ripetizione meccanica ad libitum sin lì conosciuta.
"O Salutaris Hostia" di Pierre De La Rue rappresenta invece il secondo passo nel percorso storico delineato da Garbarek e dall’ensemble Hilliard, è una fase di transizione: non ci sono ancora linee melodiche distinte e indipendenti, nonostante il brano segua le regole dell’armonia moderna; ovvero ogni voce agisce in rapporto all’altra (il suono è dato da questo rapporto) in termini di variazioni di altezza, ma il tempo della melodia è rispettato in modo univoco dalle voci.
"Parce Mihi Domine", al di là delle differenze di interpretazione tra una versione e l’altra, rappresenta la compiuta affermazione della polifonia: i complessi intrecci del coro sono come curve in dimensioni parallele che si compongono solo per artificio della ricezione dell’orecchio: voci che danno l’impressione di estendersi all’infinito con l’elevazione in altezza e di rimbombare con le voci basse di Gordon Jones (baritono) che "basano" le voci superiori, esplodendo in un'ondata verticale monumentale, in simbiosi tra loro.

Il sassofono del jazzista norvegese si adatta ai vari pezzi con rara temperanza e misura, sempre lontano dal kitsch, sacrificando le velleità da eroe dello strumento, focalizzando la sua attività sull’insieme della musica, sull’arte della sua opera e non sullo sfoggio delle proprie capacità o dell’esaltazione di sé stesso. Comune a tutti i brani dell’album è l’inconfondibile stile del suo strumento, che si esprime nei toni acuti e nel prolungamento delle note che lo hanno reso celebre.
Nel primo pezzo descritto e in quelli dello stesso periodo, il suo sax è discreto, sempre intenso, ma mai incalzante o assillante. Lo strumento si attiene al contesto storico in cui sono maturate le varie composizioni, amplificandone le reazioni emotive, sia che siano forti e dalle linee più sviluppate e compiute sia che siano all’unisono e più incanalate; nell’ultimo caso assecondandone la maggiore semplicità e concentrazione sonora.
In "O Salutaris Hostia" e pezzi contemporanei, lo strumento tipico del jazz si fa meno soffuso che nei brani dei secoli precedenti, più coraggioso, azzardando armonie più eclatanti e insolite, oltre che melodie più complesse e articolate, laddove, nelle composizioni più antiche, consistevano in inserimenti più brevi e meno frequenti.
Immutata, in tutto l’album è la giustezza della sua presenza, il rapporto armonico sublime e mai inopportuno che stabilisce con il coro.
In "Parce Mihi Domine" e contemporanei, in cui il processo di maturazione del genere vocale si completa, il sax è ancora più ardito, più forte, quasi scontroso e violento, ma, ancora una volta, seppur inusitato e inaudito, permanentemente coerente con il tutto.

Nella polifonia moderna il sax è più a suo agio, più libero, in quanto strumento nato solo a metà dell’Ottocento. E’ come se si concedesse maggiormente, come una donna che man mano si svela, sempre più bella (il sax è lo strumento sensuale per eccellenza), sempre più indispensabile, tanto che l’amante (in questo caso l’ascoltatore) non può farne più a meno.
L’album è un'espansione emotiva che esplode in un intensità immane e sovraumana, trascendente, divina. Un’opera di così sincera e pura anima da porsi quale contraltare del pagano, fisico e volgarmente temporale (nel senso di "vulgo", popolo) jazz-world di Jon Hassell, dei primissimi anni 70 e successivi; new-age che, se ben riuscita (ascoltare sopra tutti "Vernal Equinox", "Earthquake Island", "Dream Theory In Malaya" e "Aka\Darbari\Java"), ha aperto nuove porte alla storia della musica.

Garbarek & Hilliard nirvana e catarsi per lo spirito religioso, Hassell per i sensi fisicamente reattivi alle forme naturali. Per intenderci meglio, i primi sono la colonna sonora del monaco e del filosofo; il secondo la colonna sonora dell’alpinista, dell’esploratore e del pionere. I primi trascendenti e deducenti (ragionamento deduttivo) come Platone e Plotino, intesi nel senso di artisti che esaltano la ricerca dell’oltre e del non evidente; il secondo immanente e inducente (ragionamento induttivo o scientifico) come Kant e Nietzsche, inteso nel senso di creatore di musica che esalta, quale musa e verità, la realtà naturale, non nascosta, ben visibile, reale.

"Officium" è una costante, tirata e struggente corda intima tesa al cielo, verticale e spirituale; più semplicemente, il capolavoro new-age e ambient-jazz del decennio.

(24/02/2009)

  • Tracklist
  1. Officium Defunctorum
  2. Primo tempore
  3. Sanctus
  4. Regnantem sempiterna
  5. O Salutaris Hostia
  6. Procedentem Sponsum
  7. Pulcherrima rosa
  8. Officium Defunctorum
  9. Beata viscera
  10. De Spineto Nata Rosa
  11. Credo
  12. Ave Maris Stella
  13. Virgo flagellatur
  14. Oratio Ieremiae
  15. Parce mihi domine
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