Daft Punk

Discovery

2001 (Virgin) | techno, pop

Dopo l'exploit di "Homework", il duo formatosi a Parigi nel 1992 e composto da Thomas Bangalter e Guy Manuel De Homem-Christo era atteso alla prova del fuoco.
L'esordio aveva messo in luce le loro composizioni basate su un'idea reiterata in continuazione, con l'aggiunta di piccoli suoni e con il costante ritmo martellante tipico di certa musica techno. Eppure sarebbe riduttivo definire i Daft Punk come dei "rielaboratori" di antiche idee: il loro sound riesce a essere sempre fresco e pieno di trovate geniali, oltre che irresistibilmente orecchiabile.

Con maggiori mezzi a disposizione, i Daft Punk di "Discovery" sfornano un prodotto che è innovativo, retrò e critico al tempo stesso. E' innovativo perché sfoggia un'altra non indifferente quantità di trovate e idee, è retrò perché anche in questo caso sono evidenti i rimandi al passato. Attenzione, però: è critico perché non è esclusivamente un "bignami" della musica degli ultimi decenni, ma un rimiscelamento attento e mirato, un gigantesco "blob" che ingloba, taglia, aggiusta, ma che alla fine risulta un prodotto totalmente nuovo.
"Aerodynamic", per esempio, sembra un normale strumentale elettronico ma poi, d'improvviso, contiene un riff ultrakitsch alla Van Halen filtrato e suoni che richiamano avanguardie del passato. Lo stesso si può dire per "Digital Love", "One More Time" e "Harder, Better, Faster, Stronger": suoni più maturi, immensi calderoni e, allo stesso tempo, ballabilissimi e trascinanti ritmi. La voce è presente in forma maggiore che nell'album precedente, mentre è lasciato da parte il minimalismo sonoro che aveva reso i Daft Punk inconfondibili.

A metà disco compiaiono "Nightvision", un breve interludio ambient, "Superheroes", che sembra davvero una delle tante hit tipiche degli anni 80, e anche un brano jazz-funk come "Something About Us".
Le ultime cinque tracce non reggono il confronto con la freschezza e la floridità delle precedenti e paiono semplicemente esercizi di stile un po' compiaciuti, anche se non si possono non menzionare "Short Circuit" (che ha il suo punto di forza in un suono ultrakitsch alla "Beverly Hills Cop") e la conclusiva "Too Long", dieci minuti (pleonastici) di soul elettronico che strizza un po' troppo l'occhio a certa dance modaiola da club.

Ciò che conta maggiormente, dunque, in questo secondo disco, è l'operazione: i Daft Punk stravolgono i canoni della disco-music di Moroder, e realizzano così un prodotto squisitamente pop (non solo nel senso musicale del termine) e consapevolmente kitsch. Come nel primo disco, anche in questo caso l'idea è semplice, ma geniale. Se in "Homework" avevano giocato a inventare piccoli affreschi elettronici con il minimo dispiego di forze possibile, in "Discovery", la missione è più ardua ma egualmente compiuta: rielaborare idee musicali degli ultimi decenni (se stessi compresi) per fornirne un'interpretazione critica e nostalgica. Tutto questo senza cadere in intellettualismi o sperimentalismo puro, ma costruendo tracce che non manchino d'orecchiabilità e di ritmi coinvolgenti.
Un'opera di esplorazione delle nuove frontiere del pop elettronico non dissimile da quella compiuta parallelamente dai loro "cugini" e connazionali Air.

(24/10/2006)

  • Tracklist
  1. One More Time
  2. Aerodynamic
  3. Digital Love
  4. Harder, Better, Faster, Stronger
  5. Crescendolls
  6. Nightvision
  7. Superheroes
  8. High Life
  9. Something About Us
  10. Voyager
  11. Veridis Quo
  12. Short Circuit
  13. Face To Face
  14. Too Long
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