Mogwai

Rock Action

2001 (Southpaw / PIAS) | post-rock

di Erik
Nel consueto microuniverso di nicchia in cui siamo usi a veleggiare, da un po' di tempo a questa parte riusciva difficile dissimulare la crescente attesa per il terzo album dei Mogwai. Fenomeni simili si manifestano tutt'altro che raramente in ogni buon musicofilo, soprattutto quando la caratura del gruppo in questione è elevata e unanimemente riconosciuta e ancor di più quando ci si trova dinnanzi alla storicamente dibattuta prova del terzo disco: glorioso viatico per l'Olimpo delle 7 note o dannata anticamera dell'obsolescenza.
I Mogwai si sottopongono all'avido giudizio presentando un lavoro non deludente, ma quantomeno controverso, che mescola conferme a smentite, continuità a sconvolgimenti, ambiguità a contraddizioni. Ma andiamo per ordine.

Concepito e registrato grazie al generoso vitto offerto dalla Southpaw, in seguito alla rottura con la venerabile Chemikal Underground di proprietà dei Delgados, "Rock Action" (8tks, 38:33) potrebbe venire scambiato per un corposo Ep, alla luce del fatto che i brani veri e propri sono soltanto sei. Non esente dalla ormai consolidata mediocrità della veste grafica, "Rock Action" mina i ponti con "Young Team" (1997), avendo i Nostri progressivamente placato la loro rumorosa irruenza abbracciando un registro vieppiù equilibrato e riflessivo. Si potrebbe dire dunque che siano maturati o che forse, anch'essi soggetti alle impietose leggi del tempo, siano meramente invechiati, spogliandosi, loro malgrado, della iconoclastia giovanile. Ma a giudicare dalla noisy loudness dell'attuale tour, questa tesi sembra essere destinata ad una inoppugnabile confutazione.

Sembrano ormai relegati ai recessi della memoria gli esordi dove l'animo minimalista delle lunghe suite subiva una progressiva "tropatura" sino al raggiungimento del climax per poi calare d'intensità sino al ritorno al minimalismo, laddove si poteva denotare un'acerba bozzatura del neo-prog che pochi mesi dopo si materializzò con più epicità e magniloquenza tra i dissidenti della Constellation canadese che gravitano intorno al collettivo dell'Imperatore Nero.
Oggi permane solo uno sfocato riverbero mnemonico del fu Giovane Team - "You Don't Know Jesus" - per il resto si tratta di una ulteriore normalizzazione della deriva pop già evidente in "Come On Die Young" (1999) che procurò agli scozzesi la (qui più che altrove) inopportuna reputazione di post-rock band. "Rock Action" - che fin dal titolo può rivendicare una sorta di redenzione del rock non-post - accentua questo processo di scarnificazione: chitarre minimaliste e mai distorte, talvolta acustiche, nessun feedback, nessuna dissonanza, rari rumori in background, battiti lenti, oppiacei e un timido ricorso a fiati, archi, banjo e synth: la batteria di "Sine Wave" potrebbe richiamare alla mente addirittura il Trent Reznor più crepuscolare.

I Mogwai convergono inopinatamente verso la forma canzone più classica, riducendo fortemente il minutaggio medio dei brani e quello complessivo dell'opera, e dimenticando sempre più frequentemente il microfono di Braithwaite acceso: ben quattro brani ne immortalano il canto mentre altrove emergono comunque vocalizzi modulati geneticamente.
Ed in ciò qualcuno potrebbe intravedere una lieve arresa nei confronti dei capisaldi della mercificazione. Sembrerebbe quindi una auto-affermazione contro il post-rock, eppure nelle ultime due tracce si celano i nove minuti dell'ammirevole suite "2 Rights Make 1 Wrong" e la conclusiva "Secret Pint" più marcatamente post, in controtendenza con quanto detto; e come se non bastasse in "Take Me Somewhere Nice" alla voce compare niente meno che il beatificabile Mr. Slint David Pajo.

Come dire: tesi e antitesi. In "Rock Action" coesistono eredità del passato e rinnegazione dello stesso, condanna e celebrazione del post rock, scomodandone addirittura, conformemente ai dettami del contrappasso dantesco, il leader maximo. Va comunque detto che le due entità contrapposte, a ben sentire, non creano alcuna dissonanza, e l'ascolto complessivo è più che soddisfacente, ma non ripaga completamente la nostra bramosia esacerbata dall'attesa.
Forse era lecito aspettarsi un qualcosa di più, anche o soprattutto dal punto di vista quantitativo, dato che ci hanno da sempre abituato ad album dal minutaggio molto più consistente. In definitiva la prova del terzo disco i Mogwai la superano con dignità ma non senza qualche riserva e restano nel limbo: la glorificazione o la condanna all'oblio sono rimandati al prossimo disco.

(24/10/2006)

  • Tracklist

1. Sine Wave

2. Take Me Somewhere Nice

3. O I Sleep

4. Dial: Revenge

5. You Don't Know Jesus

6. Robot Chant

7. 2 Rights Make 1 Wrong

8. Secret Pint

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