Jessica Bailiff

Jessica Bailiff

2002 (Kranky) | songwriter

Il terzo album della statunitense Jessica Bailiff (già al fianco dei Low) è nato da sei mesi di registrazioni casalinghe e da un lavoro certosino su suoni e testi, in compagnia di Jesse Edwards e Noel Keesee. Il risultato è un disco struggente, nel solco di un cantautorato intimista, epico e romantico. La strumentazione è particolarmente ricca rispetto ai precedenti dischi: oltre a chitarra e batteria, spuntano l’Optigan (sorta di violoncello), una vecchia drum machine , un mini Korg degli anni 70, un organo Hammond, uno speaker cabinet e ogni varietà di microfoni. 

Più limpido e tenebroso al contempo, l’album accentua la componente acustica e le ambizioni più sperimentali di Jessica Bailiff, che lo descrive così: "E’ un disco che ha a che fare con la paura, il sogno, la perdita della creatività, dell’energia, del desiderio, dell’amore e del tempo, con la solitudine e la distanza, con i fantasmi e con le esperienze vicine alla morte che a volte ci capita di vivere". Testi tumultuosi, dunque, che vengono però quasi stemperati nel suo canto, soffice e romantico, e nella sobrietà della sua musica. Come ha scritto Chris Nosal sul "Philadelphia City Paper", Bailiff "sa fondere il meglio del rock, folk e pure esplorazioni sonore in un profondo e possente respiro". Lo dimostrano brani come l’iniziale "Swallowed", sospeso tra delicati tintinnii e arpeggi di chitarra, o come "Disappear", immerso nei riverberi di chitarra con la voce cristallina di Jessica a sussurrare dolcemente. "The Hiding Place" sfoggia un magico sitar, con sospiri in lontananza e chitarre gentilmente carezzate.

"Time is an Echo" riporta al folk delicato di Nina Nastasia ma anche alle atmosfere più eteree dei Sigur Rós, con il suo contorno di piano, basso e cimbali a indurre un senso di trance. I bisbigli di "You Were So Close" riescono davvero a togliere il fiato, creando un contatto profondo, quasi intimo, con l’ascoltatore. "Mary" è un salmo celestiale di rara delicatezza. "Disappear" riporta alla mente le litanie perse nel fuoco dai Low ma anche reminiscenze degli shoegazing e dei Velvet Underground di "Venus In Furs". Sono canzoni narcotiche, ballate "dark" tese e asciutte, con punte di liricità quasi mistica al subentrare del violino ("Hour Of The Traces", "Big Hill") o del piano ("The Thief"), ma soprattutto silenziosamente sofferte, dalla prima all'ultima. Un disco malinconico e invernale, per sognare, ma soprattutto meditare.

(25/10/2006)



  • Tracklist
  1. Swalloweed
  2. Hour Of The Trances
  3. The Hiding Place
  4. Big Hill
  5. You Were So Close
  6. Disappear
  7. Mary
  8. Time Is An Echo
  9. The Thief
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