Affidandosi a un produttore come Nigel Goldrich (Radiohead, tanto per fare un nome che conoscono pure i sassi), il vestito di questi brani è curato in maniera certosina, e l’equilibrio tra melodia, elettronica e archi (orchestra diretta dal padre David Campbell) è pressoché perfetto. Abbandonati al passato giochi di citazioni, campionamenti, ironia beffarda, il Beck di "Sea change" è finalmente un maturo cantautore nel più classico senso del termine, e i riferimenti ai grandi maestri sono inevitabili, da Neil Young ("The golden age") a Scott Walker ("Lonesome tears"), passando per Nick Drake ("Already dead").
Tra un salto e un altro, però, ci scappa anche uno scivolone, il mezzo plagio di "Paper Tiger", che ricorda in maniera clamorosa "Melody" di Serge Gainsbourg, alla quale il nostro ha comunque ammesso di essersi ispirato. Se la melodia la fa da padrone, e con ottimi risultati, vittima di questo cambiamento ne è il ritmo: niente funky dei bei tempi, ma lente e malinconiche ballate, dove il ritmo si alza di rado. Non si tratta di invecchiamento, come qualcuno sostiene e paventa, ma di una fase creativa che Beck ha compiuto consapevolmente, se si tratta di una senilità creativa non è certo “Sea Change” l’album che la testimonia.
(25/10/2006)


