Jon Spencer Blues Explosion

Plastic Fang

2002 (Extralabels) | blues-rock

Jon Spencer è sempre stato un solitario. Fin dai tempi in cui militava nei Pussy Galore, la sua musica è un qualcosa che sfugge praticamente a chiunque. Grezzo e fuori moda agli occhi delle avanguardie integraliste, eresia inconcepibile per i rockettari vecchia maniera, potenzialmente i suoi dischi non piacciono a nessuno. Eppure, basta assistere a cinque minuti di uno dei suoi inimitabili show (per una volta, chiamarlo concerto sarebbe davvero riduttivo), o incrociarlo di sfuggita fra i camerini, per rendersi conto che l'aura è proprio quella della superstar: non a caso, la sua figura rimane una delle più affascinanti di una non ben definita scena rock'n'roll moderna nata nei primi anni '90 e, forse, tuttora in piedi.

Non stupisce, quindi, il fatto che "Plastic fang" spiazzi tutti, in primis quei critici che dopo i panegirici di "Acme" e" Orange" non vedevano l'ora di poterlo glorificare un'altra volta e che, invece, sono rimasti a bocca asciutta. Questo album non è tutto quello che Spencer è sempre stato. Nessuna destrutturazione degli stilemi tradizionali, nessun rumorismo dissonante, nessuna esplosione di caos sperimentalista. Più modestamente, quest'opera si propone come una ricerca del senso ultimo del rock'n'roll e della sua anima rudimentale e selvaggia -per quanto desacralizzata da una certa ingenuità di fondo- attraverso un ritorno orgiastico all'essenzialità delle radici, rivissute in maniera estremamente semplice ma ben più moderna di quanto non si voglia far credere. E' proprio la brutalità delle canzoni, che rifiuta qualsiasi accento hard per accontentarsi dell'approssimazione del suono in sé e per sé, a centrare il bersaglio.

Il trio di Spencer (due chitarre e batteria) è praticamente lasciato allo stato brado su un proprio palco immaginario, ad accanirsi sugli strumenti come se nulla fosse scritto, e i dodici brani della track-list non fossero che sessioni improvvisate con massima libertà su canovacci qualunque, piccoli pretesti ininfluenti, giusto per registrare un qualcosa che possa dirsi album di canzoni. Ma è soprattutto la produzione sgraziata, con quel ronzare elettrico che trasforma le singole note e i singoli beat in robotiche macchiette distorte, a far risaltare il gusto per l'artificialità casalinga, per un'attitudine lo-fi nel senso proprio del termine, per il piacere puro dell'esecuzione senza troppi vincoli estetici o strutturali. Il rock'n'roll postmoderno secondo Spencer non è che il rock'n'roll come è sempre stato, senza sofisticazioni, orpelli o ridondanze, solo un pochino più finto -forse solo più kitsch- sotto l'effetto della tecnologia che mal si sposa alle buone vibrazioni delle origini leggendarie.

Il manifesto è tutto nei primi, folgoranti brani: "Sweet n sour" regala una hit rockabilly per presleyani in acido, mentre "She said" impenna un blues scarnissimo nel rampante ritornello; le due anime convergono poi in "Money rock'n'roll" in cui l'intervento degli strumenti si fa più studiato e complesso. Le fattezze licantrope suggerite dal titolo di "Killer wolf" sono meno ruvide del previsto, e la successiva "Tore up and broke" suona quasi fuori posto, con quello spirito di pop festaiolo che, complici i coretti di background, riporta al Beck di "Midnite Vultures", tradendo l'integralismo dell'operazione.

Ma è solo una piccola pausa, e se "Hold on" tenta di riproporre, con il vociare di sottofondo e la classica presentazione, con la sua session palpitante che prende vita su una base blues qualunque, il calore inesauribile delle esibizioni dal vivo, il motivo è abbastanza prevedibile: comincia la festa, per davvero. "Down in the beast" è il brano principe del disco, capace di conferire tensione al banalissimo riff con un filo tiratissimo di chitarra elettrica. Niente di particolarmente originale, nessuno spunto brillante, nessuna esecuzione geniale: solo un'enorme forza viscerale che esplode e rimplode su stessa con una carica da pezzo heavy metal.Eccitazione alle stelle anche per la sfrenata "Shakin' rock'n'roll tonight", e per la successiva "The midnight creep", con strumenti in ebollizione e Spencer su di giri. Il sipario cala invece su "Over and over", inaspettatamente sotto tono: né l'afflato soul di "Mother nature" né l'hard-rock rollingstoniano di "Mean heart" basteranno a farci dimenticare il baccanale appena consumato.

Poco importa: la missione era già abbondantemente conclusa. E se qualcuno notava che, in fondo, “è solo rock'n'roll”, ci accontentiamo volentieri.

(27/10/2006)

  • Tracklist
  1. Sweet'n Sour
  2. She Said
  3. Money Rock'n'Roll
  4. Killer Wolf
  5. Tore Up & Broke
  6. Hold On
  7. Down In The Beast
  8. Shakin' Rock'n'Roll Tonight
  9. The Midnight Creep
  10. Over And Over
  11. Mother Nature
  12. Mean Heart
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