Nada Surf

Let Go

2002 (Barsuk) | alt-rock, college-rock, power-pop

Quanto dura deve essere stata per i Nada Surf la risalita dal baratro in cui erano precipitati, loro malgrado, per l’altrui capriccio? La major che li scarica senza troppi complimenti appena realizzato che non riceverà alcun facsimile della fortunata “Popular”, e quindi – effetto domino – lo sgarbo di vedere il travagliato sophomore nella vetrina del negozio sotto casa con due anni di ritardo rispetto a quelle del vecchio continente, il proprio nome che si raffredda non meno alla svelta di quando si era infiammato e la sfida improba, in sovrapprezzo, del rapporto tutto da ricostruire con i fan nordamericani. A prendersela a male, poteva uscirne una catastrofe. Matthew Caws e compagni, invece, hanno scelto in risposta una prospettiva rasserenata e hanno optato strategicamente per la diversione hobbistica, mettendo da parte delusioni e rancori con la seraficità di chi sa di avere ancora qualche buona carta da giocarsi.

 

Il triennio che ha portato a “Let Go” si rivela per la band una fase di intensa preparazione ma anche di rilassata licenza a tempo indeterminato, con il frontman impegnato con estremo diletto in un negozio di dischi a Brooklyn, l’Earwax, il bassista Daniel Lorca indaffarato con progetti informatici e il batterista Ira Elliott riciclatosi a tempo perso come turnista di lusso per colleghi affermati. La sera i tre non mancano di ritrovarsi per comporre nuovo materiale e provare ad abbozzare la direzione da prendere. Che si delinea con chiarezza solo nelle sedute di registrazione a inizio 2002, cui prendono parte a vario titolo ben cinque produttori tra cui gli amici Chris Fudurich e Louie Lino (già in campo per “The Proximity Effect”), il più famoso Juan Garcia e Chris Walla dei Death Cab For Cutie. E’ proprio quest’ultimo ad agevolare la firma dei newyorkesi con la Barsuk, che sancisce il (definitivo) declassamento nella più idonea galassia degli indipendenti. Anche il “difficile terzo album” dei Nada Surf, è caratterizzato da una release in differita a seconda dell’area geografica di riferimento. In Europa esce in settembre, negli Stati Uniti cinque mesi dopo, e le due scalette differiscono in maniera significativa per l’ordine delle tracce e i titoli scelti. L’aggettivo “difficile”, in realtà, è quanto mai fuori luogo: la naturalezza nel plasmare memorabili gettoni easy-listening rasenta infatti, a più riprese, la magia, come se nulla ai ragazzi sia davvero precluso in questa occasione.

E che facciano sul serio lo si intuisce presto grazie alla superba partenza acustica di “Blizzard Of ‘77”, gioiellino nostalgico ma asciutto, formidabile per il controllo e l’afflato confidenziale e altresì perfetto per introdurre “The Way Your Wear Your Head”, a mani basse il miglior pezzo propriamente rock che il gruppo abbia mai scritto. Rombante, diretta e inesorabile, con i suoi feedback disciplinati e il suo mix di ruvidezza e dolcezza, la canzone si candida a diventare uno specchio dell’indie-rock in trasformazione del periodo (quello che ha proprio la compagine di Walla – e il quasi coevo “Transatlanticism” – come portabandiera), accattivante senza mostrarsi ruffiana, e fa centro in agilità. A ruota, un’altra gemma dall’impronta intimista, a base di delicatezze in acustico ma impreziosita dal superbo lavoro sulle finiture elettriche (così come dall’apporto ritmico basilare quanto preminente di Ira): “Fruit Fly” si erge a emblema dell’armoniosa coesistenza delle due anime sonore del terzetto. Matthew quasi sussurra, prima che da tradizione della band tutto si infiammi in una vampa rutilante e contagiosa, tramutando quell’approccio timido in un rauco miagolio e ideale singalong. La non meno populista “Blonde On Blonde”, invece, vale come ennesima riuscita evocazione di artisti o Lp classici. Un’altra perla, quindi, omaggio a Dylan e implicitamente alla propria giovinezza, vanta un nuovo refrain killer scritto appositamente per essere cantato a oltranza.

Nella gagliarda tracklist scelta per il mercato europeo, il filotto aureo non si esaurisce e alza la posta, se possibile, con un altro episodio tra i più fortunati della carriera, “Inside Of Love”, sorta di biglietto da visita emozionale prima ancora che espressivo. Anche in questa hit favolosa, una popsong che davvero sfiora la perfezione, tutto gira per il meglio: la morbidezza degli arrangiamenti, la voce suadente di Caws, una melodia cristallina che sobriamente accarezza chi le presti orecchio, prima di sbocciare in un ultimo hook benedetto. Visto il tenore si potrebbe pensare a un lavoro sostanzialmente umbratile e compassato, ma la smentita non tarda ad arrivare. La centrifuga rock dei Nada Surf torna infatti a lavorare festosa a pieni giri con “Hi-Speed Soul”, rivelando un motore in piena efficienza e dai filtri puliti. Per non farsi mancare nulla oltre a smalto e prestanza, ecco anche l’ennesimo ritornello in confezione extralusso da mandare presto a memoria. L’incedere si conferma poi inesorabile grazie a un paio di altri numeri power-pop al caramello, radiosi e sfacciati a sufficienza come “No Quick Fix” e soprattutto “Happy Kid”, la cui brillantezza sonica va ascritta nello specifico alla vecchia volpe Bryce Goggin, già artefice di “Car Button Cloth” dei Lemonheads, “Don’t Ask, Don’t Tell” dei Come e degli esordi di Joan Wasser e Bill Ricchini.

Con “Killian’s Red” l’intonazione tende a incupirsi ma la disinvoltura nella prova del cantante tiene desta l’attenzione, prima che un nuovo frangente estatico e caloroso si infranga come un onda sull’ascoltatore. Un brano meno scontato ma ugualmente vincente questo, che ampia con profitto la tavolozza anche umorale dell’album. E quindi rieccoli, i seduttori del Lycée Français, abili commercianti di velluto e sofisticate carezze: “Là Pour Ḉa” si muove su un terreno scivoloso ma lo fa con classe, senza tradire il minimo imbarazzo. Nelle battute conclusive prevale l’istinto ad accelerare ancora, sovraesporre la grana per regalare istantanee folgoranti e acidule (“Treading Water”, la bonus “Run”), oppure a rallentare a piacimento come nei sette minuti e passa di quell’altro mezzo capolavoro che è “Paper Boats”, sensuale e notturna apoteosi del Caws più amichevole, ultimo fiore all’occhiello di quello che – è proprio il caso di dirlo – suona come il perfetto disco per l’estate. Non per forza quella del 2002, quanto piuttosto una delle tante, fanciullesche, cui tornare con la mente sgombra da inquietudini e il cuore gonfio di commozione.

 

Lo slancio d’ottimismo entusiasma e il salto di qualità per primeggiare sui competitors – Weezer declinanti in testa – è finalmente compiuto. Quella di “Let Go” è davvero una gioiosa macchina da guerra che scardina le difese, punta dritto il bersaglio, non manca un colpo. E si concede il lusso di tenere “Neither Heaven Nor Space”, una canzone semplice e rotonda ma luminosa, resa speciale dallo splendente senso di meraviglia che emana e da un Matthew particolarmente ispirato, fuori dall’album nella versione europea. Non per molto, però: rientrerà dalla finestra come bonus (in un’edizione limitata), come b-side di un singolo (“The Way We Wear Your Head”) evidentemente orgasmico o come rarità per completisti in una futura raccolta di scarti.

Eccezion fatta per la pessima recensione su Pitchfork, l’album sarà accolto benissimo da una critica pure non esente da banalità (i frequenti riferimenti ai Coldplay, per dire), e ancor più dal fantomatico popolo indie e dai cosiddetti creativi di spot pubblicitari e serie televisive, ingolositi e non poco dai suoi numeri ad alta orecchiabilità. Lo strappo con i fan nordamericani potrà dirsi definitivamente ricucito anche se per la band si aprirà una fase di pigrizia creativa, quel vivacchiare di rendita al minimo sindacale che caratterizzerà tutte le sue produzioni successive.

D’altro canto è inevitabile: dopo il picco più alto non si può far altro che abbandonarsi serenamente alla discesa.

(11/02/2016)

  • Tracklist
  1. Blizzard Of '77
  2. The Way You Wear Your Head
  3. Fruit Fly
  4. Blonde On Blonde
  5. Inside Of Love
  6. Hi-Speed Soul
  7. No Quick Fix
  8. Killian's Red
  9. Là Pour Ça
  10. Happy Kid
  11. Treading Water
  12. Paper Boats
  13. Run (bonus track)
  14. Neither Heaven Nor Space (bonus track)
  15. End Credits (bonus track)
Nada Surf su OndaRock
Recensioni

NADA SURF

You Know Who You Are

(2016 - City Slang)
Ancora una raccolta fragrante e amichevole per la band di Matthew Caws

NADA SURF

B-Sides

(2014 - Barsuk)
Seconda raccolta di outtake e rarità per la band di Matthew Caws

NADA SURF

The Stars Are Indifferent To Astronomy

(2012 - Barsuk)
La produzione del trio power-pop newyorkese si arricchisce di un altro capitolo, senza stupire né ..

NADA SURF

IF I Had A Hi-Fi

(2010 - Mardev)
Il trio newyorchese ritorna con una raccolta di cover

NADA SURF

Lucky

(2008 - City Slang/ V2)
Il ritorno in salsa sixties del trio newyorkese

News


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.