A Silver Mt. Zion

This Is Our Punk-Rock, Thee Rusted Satellites Gather + Sing

2003 (Constellation / Wide) | post-rock

Cominciamo il nostro viaggio dicendo che non si tratta di un disco easy listening. Come, d'altra parte, ogni opera precedente dei Goodspeed You! Black Emperor e del loro (non unico) progetto parallelo, ormai diventato pienamente autonomo, che si concretizza coi Silver Mt. Zion (in continua evoluzione).
In quest'ultimo "This Is Our Punk-Rock " gli A Silver Mt. Zion (ASMZ) dimostrano, ancora una volta, tutto il loro genio e la loro sregolatezza.
Un ensemble, qui assestatosi su un sestetto (Efrim: chitarra, piano, registrazioni, effetti e voce; Thierry: basso; Sophie: violino; Beckie: violoncello; Ian: chitarra; Jessica: violino) cui si aggiunge un coro amatoriale di 24 elementi, che ci proietta in un immenso panorama musicale multiforme, meno epico, roboante, enfatico e magniloquente rispetto al marchio GY!BE, e apparentemente più minimalista. Ma l'apparenza, come sempre, inganna!

Il package e il booklet, seppur spartani nei materiali - dimenticatevi la carta patinata! Puro cartoncino e carta riciclati, poco colore e molto bianco e nero - sono ben curati.
La band del "Kanada" non abbandona il terreno della denuncia politica e realizza un elogio funebre per l'incontrollato e non regolarizzato degrado urbano (genesi ed epilogo della loro e delle nostre comunità); "piange" la dismissione di una strada ferrata, nei pressi dello Hotel2Tango (sede privilegiata di tutte le registrazioni dei Mt. Zion), fagocitata da "big-store" e mega-condomini; si scaglia contro la sorveglianza e gli "interventi chirurgici" dell'Occidente nel Mondo (evidente il rinnovato riferimento al Medio Oriente e all'America Latina).

La prima suite "Sow Some Lonesome Corner So Many Flowers Bloom" si apre con un'ostinata e poco indulgente insegnante di danza che ritma il suo "1,2,3,4,5,6,7,8", percorre lande di desolazione ciclica, a volte ossessiva e maniacale, come nell'interminabile ed estenuante "Mantra" di Stockhausen, sottolineato dal coro che qui si esprime in un solfeggio esasperante. Evolve, quasi imprevedibilmente, in una profusione di suoni, prima noise ed elettronici, che poi sfociano in una sorta di colonna sonora alla Michael Nyman (per i film visionari di Greenaway), giocata sugli archi sempre più imperiosi e sulla chitarra, che riecheggia lo stile "loopato" dei Penguin Cafè Orchestra o le orchestrazioni modello Balanescu Quartet di "Luminitza".

Il secondo movimento "Babylon Was Built On Fire / Starsnostars" si apre su uno scenario sonoro siderale ed etereo, contrappuntato da chitarra e archi saturi di effetti distorti. Il cantato risulta dolente e altrettanto lacerante. La voce di Efrim Menuck e la sua disperazione assumono toni lancinanti, sottolineati da sonorità etno-folk su corde stridenti. La coda finale è quasi un concerto cameristico, rubato a Schönberg e, ancora una volta, ha la capacità evocativa del Nyman cinematografico.

Si arriva così al pezzo più "easy" ed emozionante al contempo: "American Motor Over Smoldered Field". Strutturato come una ballata inquieta di dolorosa denuncia post-punk-rock, molto Dirty Three o Bad Seeds. In mezzo a tanta complessità, che suscita incanto e stupore, si colloca come il brano maggiormente orecchiabile e, dal nostro punto di vista (anzi d'ascolto), rappresenta l'apice creativo e il momento topico degli ASMZ. Risulta emozionante il fluire di canto e controcanto che culminano in un corale particolarmente efficace ed elegiaco.

La chiusura è affidata a "Goodbye Desolate Railyard", brano di micro-protesta. Qui i Silver Mt. Zion dimostrano tutta la loro capacità di evocare visioni: una prova d'orchestra che si trasforma in traffico urbano nevrotico, che invade e fagocita la periferia incontaminata; poi un treno che sferraglia in una prolungata frenata; infine — a far da contrasto a questo caos — il poetico, tranquillizzante, romantico e dolce "rumore" di un treno che percorre le rotaie col suo ritmo cadenzato che si perde in lontananza con incedere calmo ed elegante. Come qualcosa che si estingue, annientato e cancellato per sempre: "Everybody gets a little lost sometimes" (come cantano sconsolati i Nostri nel finale).

Insomma, immaginate di ritrovarvi in un paesaggio (sonoro) a voi alieno, a tratti ostile, di cui però subite il fascino per tutto ciò che di incognito nasconde. Lungo percorsi talvolta facili e rassicuranti, talaltra più impervi, stretti e ostici. Questo è "This Is Our Punk-Rock": un'opera d'arte destinata, come sempre, a raccogliere favori e consensi, ma anche scetticismo e freddezza. Piccola postilla: si consiglia un rigoroso ascolto con le cuffie.

(25/10/2006)

  • Tracklist

1 Sow Some Lonesome Corner So Many Flowers Bloom
2 Babylon Was Bilt On Fire / Starsnostars
3 American Motor Over Smoldered Field
4 Goodbye Desolate Railyard

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