Crescent

By The Roads And The Fields

2003 (Fat Cat) | post-rock

Sono tornati con i loro bui umori, i Crescent, anima alla deriva dell’occidente industrializzato. La loro voce sommessa e scostante, calda e distante è la materializzazione acustica del grigiore della britannica Bristol. Bristol dev’essere una città che esercita sui suoi abitanti un oscuro potere, Bristol alimenterà la paranoia dei suoi abitanti come poche città al mondo. Third Eye Foundation nonché Matt Elliott solista, Massive Attack, Tricky, Flying Saucer Attack, Movietone, Amp sono solo alcuni di questi parti. Il fil rouge che li lega è sempre lo stesso: un imperscrutabile malessere. E questo ultimo lavoro dei "marginali" Crescent rappresenta un tenue raggio di luce all’interno della loro discografia composta da tre chiaroscurali arazzi sonori.

Ricordo come fosse oggi la prima volta che la magnetica e desolante voce di Matt Jones mi inchiodò al suolo, perso nella mia incredulità. Era da tempo immemore che non affondavo con cotanto piacere nelle pieghe morbose di una voce. E subitaneamente il fantasma di Ian Curtis era alle mie spalle. E la musica dei Crescent rievoca i Red Crayola, e il loro amore per la musica lo-fi , concreta, sporca, becera e profondamente evocativa; e mi pare anche di udire dei The Dead C in cui il "rumore" sia stato per certi versi finalmente domato e addomesticato, e degli Xiu Xiu che abbiano deposto per un attimo il furore iconoclasta improvvisando una session di jazz spettrale. E in questo gioco delle citazioni non ci si può esimere dal nominare i Joy Division dei quali i Crescent, con il loro mood depressivo, rappresentano una futuribile trasfigurazione.

La proposta del combo di Bristol, come avrete intuito, non è delle più fruibili e "facili": richiede non solo predisposizione a lasciarsi affascinare dall’inusualità del suono poco rifinito e apparentemente scarno, ma soprattutto pazienza. Il punto di forza dell’album, oltre che nella magnifica voce di Jones, è tutto, appunto, nella qualità "scadente" della registrazione, che è un po' il loro marchio di fabbrica. Rumori di fondo, fruscii, il garrito di rondini passeggere carpito in "New Leaves" mentre Jones registrava con le finestre aperte nella sua stanza, una studiata imperizia che, donando freschezza e un senso d’immediatezza alle scabre melodie, ha del clamoroso. La mesta e indolente chitarra acustica spagnola di Matt accompagna ed ingentilisce le ruvidezze d’ambiente. Rispetto ai lavori precedenti, si ha come la sensazione che si sia voluta staccare la spina dell’elettricità a favore d’una dimensione intimamente acustica.

Lontani sono i fragori chitarristici e le improvvise accelerazioni urticanti di "Now", come lontana è la monoliticità di "Collected Song", con il quale presenta però dei punti di contatto, o la sperimentazione in solitario di Matt di "Electronic Sound Construction". A rendere unico, diverso, ma sempre ontologicamente "loro" il suono di "By The Roads", ci sono i fiati e l’uso jazzato delle percussioni. "Structure And Form", brano di chiusura dell’album, ne è la palese dimostrazione con il suo sax drogato e le sincopate spazzole della batteria a stillare "ennui". Ma è sin dall’iniziale lunga e morbida "Spring" che si intuisce che la direzione è mutata: la chitarra acustica di Jones, timidi e inesorabili tocchi di piano e fondali d’abisso che si aprono all’ascolto. Note grevi, atmosfera claustrofobica, riverberi sinistri, rintocchi, scansioni, sovraincisioni operistiche e un organo da chiesa che conferisce al tutto un senso di lasciva sacralità. Intontiti da cotanta magnificenza, si giunge alle porte di "New Leaves" con i suoi ritmi sommessamente caraibici. Ma qui il calore è un calore filtrato, malato, gelido, che si stempera nel parossismo sonoro d’un organo in acido che sovrasta la voce di Jones, fattasi a mano a mano più determinata e declamatoria. "I wish you good luck", epitaffio sputato al suo termine.

Il terzo brano dell’albo, "Fountains", deve il suo titolo alle numerose fontane di Nevers, Francia, in cui i Crescent suonarono. Ed è l’apoteosi, con l’improvvisa deflagrazione dei fiati clarinetto, sassofono tenore e soprano, che sventrano il brano nel suo mezzo spingendolo in territori inusuali per noi umili adoratori del Verbo del signor Jones. Da notare che il brano è stato registrato in un cinema, con la band che "armeggiava" sul palco mentre la sezione ai fiati suonava in piedi tra le poltroncine della sala! "Straigh line", suonata in trio, s’impernia sull’ossessivo "double bass" di Nick Haward, un metallico xilofono e schizoidi note di piano. Un bozzetto maleficamente free-form. Una struggente armonica, una melodia triste che s’avvinghia al cuore, il sussurrio di Kate Wright al fondo mentre percuote il suo "homemade double bass", un arpeggio di chitarra accennato, batteria distante e impercettibile, echi dub-acquatici. "Mimosa". Improvviso si materializza l’irrequieto spirito di Nick Drake nella sfuggente "River debris". Con un sax sospeso, e un Jones dalla timbrica affine a quella del compianto poeta. Un brano spettrale. "Mica" prende corpo e consistenza in virtù di dissonanze d’ogni genere prodotte da "metal & china bowls" e chincaglierie assortite, con al fondo gli impercettibili arpeggi d’una evanescente chitarra acustica.

E si giunge a "Structure And Form" con i suoi nove minuti di deliri post-jazz, un jazz delicatamente deturpato e piegato alle esigenze d’incomunicabilità del signor Jones. Un suono che lentamente e inesorabilmente ti avvolge, con il suo ritmo sincopato e discreto di tanto in tanto violato dall’isteria controllata e trattenuta del sassofono. Pura catarsi da respirare al chiarore tenue di una candela, sorseggiando un buon vino, sparpagliando fotografie in bianco e nero sul pavimento, rigirandosi tra le dita il titolo, rivelatore, di un brano presente su "Collected song": "This world is not our home". E' qui la chiave di tutto.

(27/10/2006)

  • Tracklist

1 Spring
2 New Leaves
3 Fountain
4 Straight Line
5 Mimosa
6 River Debris
7 Mica
8 Structure And Form

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