Goldfrapp

Black Cherry

2003 (Mute Records) | electro-clash, pop

Certi ascolti possono far male. Specie quando le aspettative sono altissime, come nel caso del disco numero 2 dei britannici Goldfrapp, reduci da uno dei più luccicanti gioiellini pop dell'ultimo decennio, quel "Felt Mountain" capace di amalgamare le sonorità cinematiche di John Barry ed Ennio Morricone con il battito moderno di Bristol in un "dream-trip-hop" di grande suggestione.

Alla band va dato atto di non aver speculato su quella formula di successo, preferendo voltare pagina. "Black Cherry", infatti, vira verso un elettro-pop sensuale, parente neanche troppo lontano dei Garbage (e quindi, indirettamente, dei Blondie). Ma la conversione di Alison Goldfrapp da oscura vestale dei boschi a performer languidamente sexy riesce solo in parte. E nella metamorfosi della "Ciliegia Nera", purtroppo, si perdono le tracce di quell'aura tetra e arcana che aveva reso magico "Felt Mountain". La bionda Alison resta una cantante coi fiocchi, intendiamoci. Un soprano cristallino, capace di inerpicarsi in sontuosi vocalizzi da sirena. Ma nei panni dell'incantatrice sexy di "Black Cherry" sembra non riuscire più a trasmettere lo stesso fascino onirico che canzoni come "Lovely Head", "Human" e "Utopia" ci avevano saputo donare.

L'iniziale "Crystalline Green" riesce ancora a mantenere per qualche attimo quel pathos fatale, seppur incastrato in un solido muro di synth e di battiti robotici. Ma già a partire dalla successiva "Train" si svela il vero volto del disco: un pop iper-meccanizzato, dominato da moog ossessivi, in cui Alison sembra trovarsi a disagio, come se la Kate Bush di "Wuthering Heights" fosse rimasta intrappolata in un tormentone techno dei Prodigy. La title track fa filtrare attraverso l'opacità del suono qualche raggio di sole, specie per merito di Alison, i cui vocalizzi ritrovano a tratti il lirismo di "Felt Mountain". Gli scratch alla Portishead e il battito cupo non riscattano, invece, "Tiptoe", che ha il torto di banalizzare il canto prodigioso di Alison (qui sdoppiato in due voci diverse) immergendolo una melodia insipida.

È semmai "Deep Honey" a restituirci la chanteuse maliarda e sensuale di "Utopia" e "Lovely Head", ma è solo una breve parentesi. Con "Twist", infatti, si scade subito in uno sguaiato synth-pop degno degli ultimi Garbage, condito da qualche sprazzo di house e da un testo sessualmente esplicito ("Metti la tua sporca faccia da angelo/ tra le gambe e il pizzo delle mie mutande"...) che stona tragicamente in bocca all'angelica Alison. In "Strict Machine" sembra perfino di intravedere lo spettro della Donna Summer di "Love To Love You Baby" dietro una muraglia di synth e percussioni, ma è una visione effimera e tutto sommato disturbante. A risollevare un po' il morale provvede "Slippage", fusione "satura" di battiti industrial e sospiri sensuali: ottimo esercizio di stile, ma, ancora una volta, a mancare è l'anima.

I suoni sono ricercati, la produzione è superba, ma da un talento nato come Alison Goldfrapp c'è da aspettarsi molto di più, specie dopo averne intravisto le grandi potenzialità lungo i sentieri spettrali di "Felt Mountain".

(27/10/2006)



  • Tracklist
  1. Crystalline Green
  2. Train
  3. Black Cherry
  4. Tiptoe
  5. Deep Honey
  6. Hairy Trees
  7. Twist
  8. Strict Machine
  9. Forever
  10. Slippage
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