Hymie's Basement

Hymie's Basement

2003 (Lex) | hip-hop

"The one true resolve of the flame and the bullet is a pile of flash like an unmanned puppet": questa cruda immagine dà il via alla meraviglia piccola piccola chiamata Hymie's Basement, confezionata quasi per gioco da Jonathan Wolf e Andrew Broder. I due non sono certo dei novellini; il primo, col monicker di Why? milita(va) nei cLOUDDEAD, una delle band più originali (se non LA più originale) degli ultimi anni con due strepitosi album all’attivo (l’omonimo e il recentissimo "Ten"), ed è pure titolare di un bel disco da solista intitolato "Oaklandazylum", il secondo ha inciso un paio di dischi per la Ninja Tune, l’ultimo dei quali, "Ether Teeth", veramente ottimo, delicato e raffinatissimo.

Probabilmente proprio tramite la Ninja Tune i due si devono essere incontrati, riconoscendo l’uno nell’altro una sorta di alter-ego musicale, o meglio ancora, la propria metà complementare. Così, datisi appuntamento a Minneapolis per una quindici giorni di full-immersion musicale, i nostri si sono ritrovati nello scantinato del negozio di dischi Hymie, appunto, attrezzato a studio di registrazione, e hanno lasciato che tutta la loro creatività si sprigionasse, libera e senza freni, e che le loro due anime musicali si intrecciassero come un sinuosissimo ma fortemente coeso nastro di Moebius, dando vita a un autentico gioiello, ispirato e sincero come non molte altre cose ascoltate di questi tempi.

Il disco si apre con una traccia che è un potenziale tormentone evergreen , per non dire che è già un classico, come lo fu a suo tempo la "Loser" di Beck, "21St Century Pop Song" (un titolo programmatico davvero), e tutto sembra già baciato dalla grazia: una cadenza rap micidiale resa ancor più incisiva dal raddoppio di voce che si appoggia su chitarre elettriche nervose e secche e su un ritmo rotolante e a tratti sconnesso disegnato da una vecchia drum machine, dove gli elementi si danno il cambio e si sovrappongono con un’intelligenza da applausi e un arrangiamento che sotto la patina lo-fi si svela in tutta la sua classe, fregiato da un ritornello che rischia di rigirare nelle orecchie a lungo; e il suo magnifico testo, invettiva surreal-populista americana fino al midollo di quell’americanità vera, che vive dell’eterno contrasto amore/odio nei confronti della propria nazione e della propria cultura intesa in senso lato come "occidente".

Lo stesso spirito si ritrova nella traccia seguente, "All Them Boys", minisuite in due movimenti che tra cori da tifosi in trasferta trasformati magicamente in armonie vocali degne dei Beach Boys, una sbilenca chitarra e un tappeto di nastri preregistrati in reverse, accosta a immagini di tranquilla quotidianità ("right now, i’m not installing a carburator in my uncle’s minibus" o ancora "I could be applying for a job at the Provident Bank") l’altra faccia della medaglia, il lato oscuro sul quale poggia l’"American way of life" ("clearing land in a Costa Rican rainforest for american logging companies, chainsaw in hand").

"Ghost Dream" è invece hip-hop senza beat, scandita da un basso elettronico profondo, poche note di piano e una chitarra acustica della quale più che la melodia risulta in primo piano il rumore metallico delle corde sfregate, tutto depresso e oscuro, un down post-sbronza che racconta di chitarre basso, apnee, fantasmi e microonde.

La parte centrale del disco vive di un’atmosfera trasognata e surreale, forse leggermente meno incisiva, in cui i pezzi si presentano disomogenei stilisticamente, ma forse anche per questo comunque accattivanti: c’è il glam post moderno in salsa electro di "The Act", la sfiziosissima arietta da vaudeville "The Pump", la caracollante e sinteticissima "Parrots" e quel piccolo capolavoro che è "Ben+Joey", un giochetto da serata tra amici, melodicamente perfetta e con un testo che innalza la poetica bambinesca al livello di profondissimo haiku: "When we were kids, my friend Ben told me, that when i was with a girl I should think about how close she was to me, occupying the same air, only separated by our shirts".

Arrivano, a fine disco, tre perle: il dittico "American Won/AmericanToo", dove la cadenza rap duetta mirabilmente col piano e gli intrecci di voce ancora una volta sopraffini arrivano quasi a commuovere, e la quieta, delicata, tristissima e sparklehorsiana "Lightning Bolts And Man Hands", per sola voce e pizzichi di chitarra acustica, ballata notturna che potrebbe devastare qualsiasi cuore all’ascolto.

Insomma, un lavoro che nessuno si aspettava: fresco, ingenuo, ispirato, bellissimo. E’ di dischi come questi che abbiamo bisogno, dischi che arrivano all’improvviso come una pioggia estiva a rinfrescare l’aria; gli Hymie's Basement riescono a farci sognare nuove vie per la musica che più amiamo…non è poco. Con la speranza che il duo sviluppi ancora oltre le proprie grandi potenzialità e che non abbia sparato tutte le cartucce subito per poi soffrire di un’impossibilità di evoluzione, ci piacerebbe chiudere così come chiudono loro, con la toccante, suprema "You Die":
"You die you become color
You die you become a number
You die you become laughter
You die you become sound.
Hem my pants
On a brand new heart
Do the Frug
On a speck of dust.
I owe you America
I owe you the
world"

(28/10/2006)

  • Tracklist

1. 21st century pop song
2. All them boys
3. Suite of the fearless tall dude killer
4. Ghost dream
5. The act
6. Moonhead
7. The pump
8. Parrots
9. Pretty colors (smile your brains out)
10. Ben and Joey
11. America won
12. America too
13. I am a sewer at heart
14. Lightning bolts and man hands
15. You die



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