Saloon

If We Meet In The Future

2003 (Track & Field) | pop

Le ipertrofiche uscite discografiche rischiano sempre più spesso di far passare inosservati autentici gioiellini pop come questo dei Saloon. Pubblicato lo scorso anno per una piccola e misconosciuta etichetta, la Track & Field, è stato letteralmente lasciato cadere nel più completo oblio. Trattasi di disco per nulla rivoluzionario, ma di una purezza e onestà compositiva invidiabili.
La musica proposta dal quintetto inglese si presenta come una frizzante combinazione degli elementi shoegaze con altri tipici del sound della Sarah Records, impreziositi dalla meccanicità teutonica anni 70. Combinazione esplosiva: è come se gli Slowdive avessero deciso di fare una session con i Field Mice servendosi come fonte ispirativa della discografia di Tim Gane e con l’apporto non trascurabile, in alcuni brani, degli archi (viola, violoncello e violino)! Un sound insinuante, dolce, cullante, elettrico. La voce di Amanda Gomez è poi una piacevolissima sorpresa: una voce languida. che a più riprese rimanda a quella di Trish Keenan dei Broadcast e di Harriet Wheeler dei Sundays.

“Vesuvius” attacca con un refrain di chitarra di matrice post-rock accompagnato da una metronomica batteria a cui fa eco un organo acidissimo di memoria Stereolab. Un brano che rimanda alle pagine migliori dei Blonde Redhead. “Absence” è di una levità e di una dolcezza estreme; parte quasi in sordina per prendere a mano a mano quota e farsi valere in virtù di una melodia cristallina e di un ritornello irresistibile.

E sembra quasi di sentire Elizabeth Fraser che canta in spagnolo in “Que Quieres”, tanto è angelica la voce della Gomez, adagiata sulle note impercettibili e malinconiche del violino e su insistiti arpeggi di chitarra. Qualche discreta intrusione del moog a rendere ancora più magica l’atmosfera. Si rimane ben presto imprigionati in “Happy Robots”, che ha tutta l’aria d’essere una favolosa outtake degli Stereolab, dei primi Stereolab, quelli in trip per i Velvet Underground e i Neu!. Una melodia circolare forgiata su una chitarra ripetitiva e ipnotica, con una coda shoegaze di tutto rispetto.

“Kaspian” è un colpo al cuore messo a segno con divina grazia in un tentativo di jazz futurista immerso in un’atmosfera folk-psichedelica. Le sincopate percussioni vengono accarezzate da un indolente violino che scivola in un theremin. Inaspettata nel ventre caldo dell’album si libra una ballata alla Tindersticks: “The Dreams Mean Nothing”. Semplici note di piano ingentilite da una melodia, che sfumano in un crescendo d’archi.

“The Good Life” è il brano più smaccatamente pop dell’album: solare e saltellante, semplicemente travolgente. ”Intimacy” fa da interludio per la vulcanica “The Sound Of Thinking”, pezzo assassino nella sua ipnoticità e ossessività. Un bozzetto di pop-vintage-futurista e krauto, maledettamente krauto, e una vera panacea per noi tristi orfani degli Stereolab. A calare il sipario sul nostro piacevolissimo incontro con la band di Reading è la mesta ballata “I Could Have Loved A Tyrant”.
Ora, non so se ci rincontreremo in futuro, alla luce anche della dipartita di ben tre membri dalla band, ma certamente c’è da augurarselo.

(30/10/2006)

  • Tracklist

1. Vesuvius
2. Absence
3. ¿Que Quieres?
4. Happy Robots
5. Kaspian
6. Dreams Mean Nothing
7. The Good Life
8. Intimacy
9. The Sound of Thinking
10. I Could Have Loved a Tyran

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