Shins

Chutes Too Narrow

2003 (Sub Pop) | pop

Ovvero gli anni 60. Un album che immediatamente richiama i tanto sognati sixties, fondaco ispirativo per migliaia di musicisti che non poterono partecipare di quel fervido clima in cui la fantasia stava al potere e l'innocenza guidava l'arte sbrigliata dalla tirannide della ragione. Gli Shins si collocano magnificamente insieme a quel gruppo di giovani band americane che, puntando sul recupero della tradizione, hanno trovato una propria cifra stilistica originale e stimolante, forse non rivoluzionaria certo, ma comunque degna d'interesse. Esiste un sottile filo rosso (come la follia) che lega i Decemberists con le loro sguaiate storie al confine tra realtà e parossismo, gli Okkervil River e il loro recupero della tradizione folk e traditional dell'America puritana, e gli Shins appunto, un vivace e trascinante tuffo nel mondo sonoro creato anni or sono da Jefferson Airplane, Byrds e Bob Dylan. Atmosfere briosamente elettroacustiche che ci trascinano nel colorato mondo raffigurato nello splendido booklet , dove gli spigoli non sono taglienti e anche gli attimi pervasi da un mood decadente contengono una luce frizzante carica di melodie.

Scelto un luogo come Seattle, immediatamente associato al noise disadattato della generazione grunge, per registrare questo lavoro, il quartetto guidato da James Mercer (autore di testi e musiche) riporta alla luce l'infanzia del rock, sgravata di qualsiasi atteggiamento combattivo e impegnato, con la consapevolezza di quanto i grandi ideali comportino disillusione e di quanto il mondo, pur non potendo essere cambiato, presenti molte, troppe, bellezze. Rasserenano le dolci note di "Chutes Too Narrow", secondo lavoro dopo il già promettente “Oh, Inverted World”, catapultandoci in un placido corso d'acqua dove rivivono verdi colline bagnate da un sole vigoroso, ma mai opprimente, protette da un cielo azzurro pastello pieno di vita. E' come se il gruppo avesse voluto tratteggiare un quadro impressionistico del mondo, lontano da ogni presupposto “realista” e vicino a un concetto d'arte intesa come scelta, cernita accurata degli elementi quotidiani e sghembo collage buffo in un che di nuovo e sognante.

I testi si presentano, di conseguenza, come stravaganze al limite dell'incomprensibile, proprio a causa della loro frammentarietà, quasi fossero piccole istantanee legate dalla fantasia che annulla la forza gravitazionale e sovverte le leggi della logica consequenzialità sintagmatica. Appaiono squarci di roboante malinconia (“So we burned all our uniforms and let nature take its course again”, in "So Says I"), attimi di abbandono quasi radioheadiano (“Mercy's eyes are blue and when she places them in front of you nothing holds”, in "Saint Simon", così dolcemente circumnavigata da una chitarra spagnoleggiante), gaie corse nel vento ("Fighting In A Sack" è Dylan lanciato a cento all'ora su una strada deserta), sinistre presenze ("Pink Bullets").

La stessa breve durata del disco (33' e 52'') sembra voler testimoniare l'istanza di ritorno all'elementare (ma carico di profonde verità) che ne attraversa i solchi, e se di rivoluzioni nel rock forse non se ne vedranno più, allora è giusto dare merito a chi, pensando la libertà, è riuscito a trasfonderla in note in maniera così dolce e melodiosa. Musica per le orecchie.

(30/10/2006)

  • Tracklist

1. Kissing the Lipless
2. Mine's Not a High Horse
3. So Says I
4. Young Pilgrim
5. Saint Simon
6. Fighting in a Sack
7. Pink Bullets
8. Turn a Square
9. Gone for Good
10. Those to Come

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