Richard Youngs

Airs Of The Ear

2003 (Jagjaguwar) | avant-folk

Lo scozzese Richard Youngs è un poliedrico chitarrista e sperimentatore, dedito a lunghe incursioni nei territori di un folk sobrio e spettrale, che si protende verso vette di autentica estasi trascendente. Terminato con "Festival" (1996) il periodo di più intensa sperimentazione sul canovaccio di un noise-folk in bassa fedeltà, attraverso il tandem "Sapphie"-"May", Youngs ha ammorbidito il suo sound, accentuandone la componente meditativa ed evocativa e riducendone al contempo la dimensione più "urticante" e rumorosa.

"Airs Of The Ear" vede Youngs in splendida solitudine, alle prese con cinque tracce per voce, chitarra ed elettronica. Sono frammenti di folk astratto e pittorico, costruiti su fragili intelaiature melodiche e spazzati da continue ventate di feedback. Ci si muove all'interno di un universo inquietante, che trasmuta facilmente da sogno in incubo, e che è comunque sempre vissuto sul sottile filo dei nervi. Dietro le suggestioni tradizionaliste (umori scozzesi, fingerpicking stile John Fahey, ululati di theremin), si cela un ambizioso progetto d'avanguardia, che riesce a coniugare sapientemente folk e psichedelia aggiornandoli al tempo dell'elettronica.

L'iniziale "Life On A Stream" esalta il cantato flebile epperò sempre suggestivo di Youngs, oltre a mettere in mostra un ritornello più chiaramente definito rispetto alle altre tracce. Il contorno di riverberi, echi e sottili trame acustiche contribuisce a rendere il clima ancor più ammaliante. L' elettro-noise di Youngs si sublima nei sette minuti di "Oh My Stars", sorta di connubio impossibile tra il Neil Young acustico e la tanzmusik cosmica dei Kraftwerk, che si consuma in un'orgia di droni, loop , sfrigolii siderali e rumori assortiti. Ma è forse la nenia folkeggiante di "Fire Horse Rising" il vero capolavoro del disco, grazie al suo fingerpicking cristallino e al suo reticolo di intrecci vocali, degno preludio al delirio rumoristico del finale, che deflagra in una sarabanda di dissonanze e percussioni. Con i suoi tre minuti e trenta, "Halifax Amore" è il brano più breve del lotto, ma non manca anch'esso di stupire, specie per l'uso straniante di un'elettronica minimalista, dai sapori quasi vintage.

Magnifici, infine, i suoni che pervadono i diciassette minuti della conclusiva "Machaut's Dream", con spettri di elettronica e una chitarra limpida, incisa in modo impeccabile. Lo schema è quello ricorrente del disco: il ritornello reiterato all'infinito, il canto appena sussurrato, l'ossessivo rinnovarsi dei riverberi e il suono antico del theremin tratteggiano un quadro celestiale, che viene però squarciato dall'uragano finale di feedback e vibrazioni elettriche. Come se il folk del passato (scozzese e non) fosse centrifugato in un'astronave in viaggio nel Cosmo.

"Airs Of The Ear" è un disco evocativo e ipnotico, forse ostico all'inizio, ma che dopo ripetuti ascolti finisce col sedurre in modo irreversibile. Da ascoltare preferibilmente di notte o durante un tramonto autunnale.

(30/10/2006)

  • Tracklist

1 Life On The Stream
2 Oh My Stars
3 Fire Horse Rising
4 Halifax Amore
5 Machaut's Dream

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